Pensami, oppure amami che fai meglio

19 Ago

Mumad tirava su con il naso, cercando la bottiglia e guardando il cielo. Era il suo modo di far previsioni. Accurate come quelle di un uomo che vive ascoltando il vento. E fumando dell’ottima erba. Che tirava fuori da una piccola saccoccia di pelle che teneva nei jeans lisi e sporchi. Arrotolava canne di un certo spessore, senza l’ombra di tabacco e filtro. Tubi di erba, coltivata dalle sue parti, tirata su a salsedine e sole. Faceva due tiri, illuminando con le braci la notte buia e buttando il fumo con il naso. Poi mi passava la bottiglia e la canna. Parlavamo nella lingua degli uomini che si vogliono capire, ma nemmeno troppo, degli uomini che si sono trovati insieme e insieme sanno che cammineranno per un pezzo delle loro vite. Parole in inglese, parole in francese, molti gesti. Conversazioni bagnate da quel ouzo caldo, affumicate da quella yerba buena, sotto le stelle, sdraiati sul legno umido del ponte destro della barca.
Eravamo clandestini. Anche se, a tutti gli effetti, io ero ospite, promesso sposo, lui era comandante.
Di giorno non ci parlavamo. Nella sua divisa, ridicolo retaggio classista che piace tanto ai ricchi che noleggiano sogni a due alberi, navigava da una caletta a un porticciolo, eseguendo gli ordini e ascoltando i capricci.
Lasciava, al mattino presto, due spesse lenze a poppa, che si trascinava dietro per tutta la mattina. Orate, branzini, qualche pesce difficile da identificare. Che poi finivano sulle griglie che faceva mettere dall’equipaggio a terra, tra le rocce. Non amava fermarsi in porto la notte. Così finivamo a beccheggiare in rada, immersi nelle stelle e nel silenzio. Finite le chiacchiere della cena, finito l’entusiasmo di quel vino bianco secco e un po’acido che diceva di aver portato dall’Asia, tutti rientravano nelle cabine. Rimanevamo sul ponte in due.
Fumavamo in silenzio, bevendoci sopra.
Mi salutava con un cenno della mano, girando il polso e nascondendosi sulla sua amaca a poppa, sospesa sul mare nero.
Mi infilavo nel mio sacco a pelo a prua, aggiustando una piccola torcia elettrica incastrata in un govone e aprendo il libro, umidiccio, per leggere.
Finivo addormentato, in un sonno pacifico come solo il mare, l’erba e l’alcool sapevano darmi.
Lei arrivava quando anche gli ultimi occhi indiscreti avevano ceduto al dolce beccheggiare. Quando la notte lasciava quasi spazio alla luce, che le stelle lentamente si spegnevano in un cielo che cambiava colore.
Si infilava nel sacco a pelo, sapendo di letto, calda, con un buon sapore e un profumo docile che saprei ritrovare oggi a occhi chiusi.
Le mani cercavano, sottovoce, quello che le bocche non potevano raggiungere. I piedi si incrociavano, facendo un amore splendido. Le pance, appoggiate una sull’altra, si scaldavano.
Poi scivolava via, raccogliendo il pigiama e i capelli in un nastro bianco. Le punte dei piedi scivolavano sul legno, lasciandomi ad occhi aperti, nel silenzio dell’alba. Il sole sorgeva sempre dal mare, una pancia placida che si illuminava di colori stupendi. Scaldava fin troppo, fin da subito. E il mal di testa di questa routine di alcol, erba, amore insonne. Mi buttavo in acqua dalla scaletta, con il mare ancora buio. Sbracciavo verso il largo, lasciando cadere il costume e prendendolo con la mano sinistra.
Nuotavo nudo come per lavarmi da quel peccato originale di essere ospite traditore. L’acqua fredda aiutava le gambe e le braccia. Il respiro profondo prendeva l’umido del mattino. Le vespe di mare volavano basse intorno alla mia testa, una volta una tartaruga mi ha toccato un piede, grossi polpi si nascondevano negli scogli quando mi avvicinavo. Mi sedevo su uno scoglio, guardando l’alba, la barca, aspettando che tutti si svegliassero e salissero fuori coperta, nei loro pigiami ridicolmente ordinati e cittadini. Mi rivestivo e tornavo a bordo.
A colazione Mumad mangiava olive nere, pomodori, feta e qualche fetta di pane, senza nemmeno guardarmi.
Lei spalmava marmellata di fichi su fette di pane nero, muovendo le mani come di notte con me. Osservavo i movimenti, tenendo un segreto grosso come il mare, tutto chiuso in quel muoversi di mani. Non mi guardava.
E finivo impigliato in qualche ridicola conversazione, da colazione tra amici.
Lentamente dimenticando i miei peccati. Le sue mani, le mie mani. Era questione di notte e di mare. Iniziavamo a navigare presto. Prendevamo il largo lasciando le baie in silenzio, fuggendo lentamente da terra, con tutti sdraiati sul ponte a guardare le magie di un capitano serio e puntiglioso.
Io, seduto a poppa, lo osservavo al timone. Nel riflesso del sole guardavo lei. E lui. Sdraiarsi insieme. Ridere di un nulla. Tenersi per mano.
Non pranzavo mai con loro, preferendo uscire a pescare con Mumad e uno dei suoi mozzi. Stavamo in un piccolo gozzo, ridicolmente stipati come clandestini, con quattro canne corte, e sei lenze appese ai bordi.
Quando il mal di mare si faceva insopportabile, come la noia, come il peccato, mi buttavo in mare, nuotando pigramente intorno alla barchetta.
Rovinando la pesca.
Rientravamo per le tratte del pomeriggio.
Rubavo qualche sul sguardo, mentre leggevo sul ponte, mentre lui osservava mappe insieme a Mumad, fingendo di capire i segreti del mare.
Non capiva niente di mare e di donne. Questo, probabilmente lo ha salvato.
A cena, aspettando i mozzi che da riva portavano il pesce grigliato, bevevamo ridendo di poco. Compiaciuti e vissuti, come veri uomini di mare.
Poi, la notte.
Chiedevo a Mumad il tempo indicando il cielo e poi facendo sue e giù con la mano a cucchiaio.
Tirava su con il naso, sdraiato su un cuscino, cercando la bottiglia.
Mi sorrideva. Ci sarebbe stato il sole. E mi passava la bottiglia.
Cercavo, buttando fuori il fumo denso dell’erba, il Grande Carro.
Ascoltando le ultime chiacchiere sotto coperta. Sospiri, sottovoce, che sentivo solo io.
Dopo giorni, tanti, così, dopo notti, tante, così, ci siamo trovati in un aeroporto a salutarci.
Gli addii di terra sono molto più dolorosi degli incontri di mare.
Sono stato un ospite divertente ed educato. Mi hanno salutato tutti sorridendo.
Tranne lei.

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