A Casa

23 Ago

La via è vuota, restano le pozze d’acqua, a confessare che non si sia trattato di un agosto facile facile. Le siepi disordinate e il silenzio della notte fanno il resto. Sembra Londra, periferia di Londra addirittura. Londra, a onor del vero, è uno degli ultimi posti dove vorrei vivere. E questa città, le sue vie e le sue mode, vogliono assomigliare sempre più a Londra. 

Vivrei a Madrid, ci stavo bene davvero là. Vivrei a Marsiglia, forse a Barcellona. Vivrei in una città del Mediterraneo. O non troppo lontano dal mare. 

La casa è chiusa da un pezzo, e come tutte le case chiuse per troppo tempo, invecchia da sola. Ma è esattamente come è stata lasciata. Ci sono ancora le scatole di libri che devo finire di mettere a posto, due bottiglie di vino, le foto vecchie nei porta foto impolverati e gli elefanti da rimettere sulla mensola. 

Scriverei un trattato sui letti. Dormo, mediamente, in un centinaio di letti diversi all’anno. Me ne sono fatto una ragione. C’è stato un momento della mia vita in cui giravo con il mio cuscino. Ovunque andassi, lo portavo, convinto di poter dormire solo con quello. In dieci anni di trasferte, ho dormito con cuscini di tutte le forme e tutti i gradi di durezza. 

Il mio letto è perfetto per me. Quando lo abbiamo comprato era un tavolo da thè indonesiano. Ha le gambe corte e panciute come tutti i mobili indonesiani, e il colore perfetto del legno rovinato dal mare. E’ bastato aggiungerci un materasso, per farlo diventare un letto perfetto. 

Mi ci sdraio dopo aver girato per qualche minuto per la casa, insieme al Piccolo che è lontano da questo posto da due mesi. 

Prendo Sedaris e mi metto a leggere. Fuori inizia a piovere, forte e disperato. Un’estate strana. 

Mi sono portato nove libri, ne ho letto uno. 

Mi sono portato un cesto di buoni propositi, e non ne ho aperto nemmeno uno. Li ho lasciati li tutti impacchettati ad aspettare una vera vacanza. 

Mi sono portato un intero scatolone di sonno arretrato, e lo ho riportato indietro ancora chiuso. 

Chiudo il libro, e ci penso.

Non ho voglia di far bilanci, forse non c’è nemmeno bisogno. 

Mi addormento. Di un sonno stanco. 

Mi sveglio in un temporale, con la grondaia che canta disperata a un ritmo folle. 

Ho il cuore che urla la stessa musica, di pioggia e freddo. 

Ho bisogno ancora di mare. 

Di storie di mare. Di uomini di mare. Di star da solo a fare i conti su uno scoglio. 

Sono tornato a casa.

Ma riparto.

 

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