Avere

Scrivo appunti veloci, di quelli che nemmeno io rileggerò. Prendo sempre appunti, perché poi ci ritrovo il senso delle cose, e mi permette di perdermi in un dettaglio o dentro un pensiero. So che molte delle cose che scrivo è anche inutile che io le scriva, per quanto siano cose poco importanti. Eppure lo faccio.

Osservavo i suoi tacchi, scarpe bellissime, nere, alte. Ha scarpe che raccontano molto bene il suo desiderio di essere alta, di poter arrivare al cielo, la pretesa di capire tutto, e mentre lo osservavo ho sentito pungermi da un desiderio forte, incondizionato, pulsante, ma, sorprendentemente, non malizioso. David Lipsky è uno scrittore, che non conoscerete perché non tradotto in Italia, addirittura segnalato da Carver per un premio narrativo. Ovviamente ho dovuto cercare un suo cazzo di libro per giorni, nell’era prima di Amazon, promettendo in una mail a una libreria di San Francisco un pagamento anticipato e con delle spese di spedizione comiche. Dovevo leggere uno scrittore segnalato da Carver. Lo dovevo fare per forza. Ho fatto una fatica enorme. Perché scrive fitto, come chi pensa troppo velocemente. Ho trovato poi qualcosa scritto da lui in Italiano. Una lunga intervista, cinque giorni e cinque notti insieme, a David Foster Wallace. Ed è stato poi il motivo per cui mi sono avvicinato a David Foster Wallace. Nonostante due donne in un anno mi avessero implorato di leggerlo. Dovreste sapere che non accetto suggerimenti, su come leggere e su come scopare. Preferisco sbagliare.

Nell’introduzione Lipsky ammette, lucidamente, di aver invidiato molto Wallace. Quasi coetanei, l’intervista avviene con loro trentenni, i due sono divisi dal successo. Wallace ha appena scritto Infinite Jest, che sto tenendo sul comodino in attesa dell’ospedale, ed è in un vortice di successo clamoroso. Lipsky no. E si accontenta delle piccole cose. E vorrebbe che Wallace facesse la stessa cosa.

Non si può chiedere a un uomo di smettere di desiderare. Pensavo. Non si può spiegare a un uomo il proprio desiderio soddisfatto, pregandolo di smettere di desiderare. Qualsiasi cosa. Il successo, i soldi, l’amore. Non si può.

Poi ho sfogliato un giornale in attesa dal dottore. Ormai siamo quasi amici, io e il dottore, e mi rilasso pensando che in ogni caso dovremmo vederci ancora a lungo. Oggi è morta Fiamma, moglie di Fangio e musa di Enzo Ferrari.

Questa è una storia che potrebbe diventare uno splendido racconto. Tutte le storie di Ferrari con le donne potrebbero diventarlo. A Modena, pochi millimetri dal casello dell’autostrada c’è ancora la Trattoria, Osteria in verità che ci tengono, dove mangiava e si riposava. A fianco di un’altra donna. 

Fiamma però fu diversa. Bionda, bellissima, intelligente, fu sempre a fianco di Ferrari. Che le chiese di sposarlo molte volte. 

La poesia della confusione sentimentale di Ferrari è una delle storie che preferisco ascoltare da sempre. Costruita su pettegolezzi e voci fondate, alle spalle di un uomo molto duro. 

Avessi tempo, ci scriverei sopra io stesso.

Ho riaperto gli appunti, per rispondere a una telefonata. Come se il quaderno mi potesse proteggere da rotture di coglioni.

Lo faccio spesso.

E ho ritrovato gli appunti della mattina. Cose particolarmente poco importanti.

Mi sono tornati in mente quei tacchi. Adoro osservare la bellezza dei particolari. L’ordine di certi vestiti è quasi meglio della nudità. L’arte dei tacchi è quasi meglio di un piede nudo. 

E ho ripensato a quanto gli uomini lottino, muoiano, si distruggano, per avere.

E non per essere.

Per avere successo. Per avere soldi. Per avere donne. Per avere conquista.

Non per essere.

Dannazione. Ho proprio pensato “dannazione”.

È una dannazione. Quella di voler avere.

Scegliere di non essere.

Ecco cosa avevo visto stamattina.

Il mio voler essere insieme a quei tacchi. Essere. Non averli. Viverli. Per una volta nella vita.

È un pensiero talmente sottile, talmente delicato, talmente perfetto, da meritare un racconto. Ho pensato.

Sul voler essere e non sull’avere.

Tutti possono avere.

Per questo, anche questa notte, scrivo.

Per essere.

Corrida!

Dolce e saporito frutto dell’Autunno, 

che a ben vedere non ho capito bene come ti chiami. Un nome alla francese, o qualcosa di simile, da come ti chiama il barista, che però essendo al settimo ictus ha la stessa capacità verbale del Senatore Bossi dopo quattro Negroni. 

Ma il nome, fidati, in amore conta pochissimo. Conta quel magico gioco di sguardi, occhiate soppesate di nascosto, tra l’espositore di Gran Cereale e la mia tazzina di caffè. 

Oggi sono stato attento alle tue mosse, incuriosito da una cosa. No, non il beccheggiante fluttuare delle tue natiche, altresì conosciuto come un regale sculettamento. Quella, ma forse lo sai, è la cosa che si nota per prima. E, a dirti la verità, la cosa per la quale sei famosa in tutti gli uffici del centro direzionale. La fama delle tue gloriose natiche arriva ben prima di quella del tuo viso. Che in effetti, nascosto dalla fluttuante chioma castana, lucida e perfetta, non si vede quasi mai. Oggi, dicevo, sono stato attento alle tue mosse. No, non per come ti atteggi, che quando bevi il tuo latte scremato macchiato lungo, sembra che stai approciando un pene, con la regale grazia di una consumata attrice polacca dopo il (ripetuto) passaggio del nostrano Siffredi. Che poi, Michelle, o Maristelle, o Belle, lasciatelo dire. Non siamo mica da Starbucks. Siamo in un bar di un centro direzionale, condotto appassionatamente da un vecchio con più acciacchi di quanti ne contenga un dizionario medico patologico. Ordinare del latte scremato, macchiato lungo, che fossimo in America si chiamerebbe Frappuccino Light Express Single Shot, ma qui si chiama semplicemente “?”, non è una cosa figa. 

Ma io non mi soffermo certo su cosa ingerisci al mattino, anche se ti consiglio di mangiare qualcosa, che le ossa delle anche in vista sono molto fighe, ma qui rischi di sparire davvero prima o poi. In ogni caso, mi soffermavo sulle tue mosse. 

Per capire come sia possibile che i nostri sguardi si incrocino tutti i giorni per quel tanto che basta da farmi pensare dolcemente: 

Cazzo Guardi? 

Si, fiore delle stagioni milanesi, acerbo frutto della passione del centro direzionale, forse dovresti suscitare in me reazioni ben diverse, tipo:

orco due, cosa ti farei

oppure

sticazzi che chiappe

o anche

marnonn’incoronata quant si fca!

Ma devi sapere che la colazione è uno dei rari momenti in cui l’epididimo, più in generale il pube, si rassegna al comando del cervello. 

Necessito the verde, yougurt, il giornale e l’assoluta assenza di esseri umani a me prossimi. 

Per cinque minuti, mica di più.

Girano delle dolci leggende sul tuo candido corpo, che mascheri con grande fatica in dei leggins di due taglie in meno, e in una canotta la cui scollatura finisce all’ombelico. 

Non fossi un signore, mi assocerei al coro di colleghi che definisce il tuo vestirti da

– mignottazza

– bottanella

– assaggiatrice di cazzi

(a seconda della regione di provenienza del collega).

No, io capisco che nel tuo vestire c’è tutta la raffinata ricerca di una donna che sa di essere bellissima, depilatissima, asciuttissima, tesissima, e libera di mostrare le grandi labbra sigillate nel nylon dei leggins. Una donna moderna, che vuole uscire dagli schemi con un outfit pensato per lasciar supporre, per ingannare in un gioco di luci e in un mix di colori di efficace evanescenza. 

Col cazzo, ti vesti proprio da navigata protagonista di una collana di Brazzers. 

Osservavo i tuoi movimenti stamane, in quel leggins nero, con quelle scarpe lucide argentate e quella maglietta gialla fosforescente. 

Osservavo il tuo ordinare ammiccando al barista, con quella dolce boccuccia a becco d’oca, che dovresti anche avere pietà di lui, che prima o poi gli fai venire un altro collasso. 

Ti osservavo sfogliare il Corriere, cristo osservavo le unghie lucide e lunghe. 

Dio, frutteto della bellezza nascosto nelle viscere di questa città, hai anche le mani curate da morire. 

Ci penso bene, e sono a quel bivio pericoloso. O condividere l’opinione dei miei colleghi oppure appoggiare una tesi distante anni luce:

ma dove cazzo trovi tutto quel tempo alla mattina per tirarti a lucido così tanto? 

Non vorrei mai ne deluderti ne contraddirti, ma se tocchi ancora il Corriere mentre lo sto leggendo io, ti spezzo le unghie con il tacco della scarpa e ti strappo i capelli arrotolandoli nell’espositore di Golia. 

Inoltre, mi preme dirti che il tavolino da me prescelto, l’ultimo in fondo, è appositamente scelto per non essere condiviso. 

Per dire, se no mi mettevo anche io al bancone insieme agli altri a urlare sventolando la Gazzetta, non pensi? 

Orbene, oggi notavo osservandoti che porti il perizoma, a dispetto di quanto sostenuto dal focus group interaziendale che si è creato attorno al posacenere, che si ritrova quotidianamente a parlare di te. 

Sei davvero famosa. 

Diciamo, alcune tue parti sono davvero famose. Non ho mai sentito, per dire, nessuno di loro parlare delle tue ginocchia.

O anche, sempre per dire, delle tue braccia. 

Ho, diversamente, una formazione post accademica sulla parte che va dall’ombelico al femore. Avanti e dietro. Che sono due corsi diversi. Che quando esci a fumare anche tu, il focus group si racchiude nell’analisi del tuo dietro, quando ripassi, sul davanti. 

Insomma, ho scoperto che porti il perizoma. E ho scoperto anche che porti i fantasmini.

Devo purtroppo confermarti che due cose mi rendono impossibile pensare a un nostro confronto fisico. Le Hogan e quelle ridicole scarpe con il tacco nascosto, tutte colorate. Esattamente le scarpe che porti tu. 

Inoltre, l’invasione del mio tavolino, fenomeno che si sta ripetendo con preoccupante frequenza, non è più tollerabile ne giustificabile. 

Non credere, difficilmente cadrò nella tentazione di unirmi al gruppo di rozzi individui che di te vorrebbe fare solo un oggetto sessuale. 

Non pensarlo mai, non ne sarei capace. Che genere di uomini sono questi, che pensano solo a quello?

O Mio Dio, che schifo. 

Di contro, va detto, dopo attenta osservazione del tuo seno sinistro stamane, che tecnicamente faresti rizzare un cazzo anche a un morto. Sempre tecnicamente, ritengo che si tratti del fatto di girare seminuda, con un fisico del genere, e con quel profumo nel quale mi perdo ritrovandomi come per magia nei ricordi dei peggiori night europei. 

Un mio collega sostiene che tu, finito l’arduo lavoro di hostess nella palestra del centro direzionale, eserciti il mestiere più antico del mondo, ma in modo estremamente attuale, sui siti di incontri. 

Lungi da me pensare che tu possa vendere un corpo che preservi con così tanta grazia e ferrea volontà. 

Osservavo, dal segno dell’abbronzatura, che non usi partecipare a quel volgare consesso di donne che si ostinano a portare il pezzo sopra del costume. Quanta civiltà nelle tue abitudini pudiche!

Osservavo parimenti che delle quarantaquattro pagine di cronaca, esteri ed economia, non ti sei degnata di leggere nulla, fermandoti poi sulla foto grande di Balotelli, estraendo il telefono e fotografando il soggetto. 

Avviando in seguito una chat che tanto ti ha fatto sorridere. 

Non conosco il segreto oggetto della chat, mio polivalente amore, ma ti suggerisco di togliere la suoneria di What’sUp, altrimenti mi troverò costretto ad inserire il telefono che sfiori con quelle delicate dita dentro il tuo imperturbabile retto. 

Perchè una cosa che odio è quel cazzo di suono, ripetuto seicento volte, alle otto della mattina. 

Inoltre, mi ripeto, se io sono al tavolino, e sul suddetto tavolino c’è un giornale, ritengo opportuno, segnalarti che a livello statistico sia probabile che le due cose siano collegate.

Mi sono permesso di lasciarti pagato il latte scremato macchiato lungo, o come cazzo si intitola che se lo guardi da una mera prospettiva di product placement 2,5 Euro è una rapina, per invitarti a riflettere sulla possibilità di librarti nel cielo delle opportunità e come si dice dalle mie parti, sciacquarti dal cazzo. 

Non confonderti, mio prematuro fiore dell’amore, non lasciare che la tua fervente immaginazione provi a solcare le vie sconosciute della ragione. 

Sciacquati dal cazzo.

 

Il talento imprecato

– Forse ha ragione

– indubbio

– Però permettimi di dirti una cosa

– si?

– il tuo più gran talento mica è quello di far felici le donne

– minchia, nemmeno quello

– a voler ben vedere, direi di no. 

– dici?

– dico, cazzo. Hai fatto più vittime tu dell’Ebola. Oggettivamente non ricordo una donna che tu abbia reso felice. Spari certi colpi…

– involontariamente. Anzi. Contro la mia volontà.

– si chiama fuoco amico. Involontariamente un cazzo. La mano che spara è sempre la tua. 

– scusa, e quale sarebbe il mio talento più grande?

– così mi metti in difficoltà.

– nel senso che sono un mediocre in tutto?

– non iniziare con la depressione da autunno. Tu hai un sacco di talento. Diversamente, non saresti arrivato dove sei arrivato. 

– dici davvero che non ho mai fatto felice nessuna?

– …

– Cristo, è una roba atroce.

– in effetti.

– sai le donne quando sono felici davvero?

– non iniziare con le tue spippate filosofiche del cazzo. 

– sto dicendo sul serio. Sai quando le donne sono felici davvero?

– …

– quando hanno la percezione di avermi evitato. 

– tipo una grandinata?

– più un brutto temporale d’estate. 

– non colgo la differenza. Sono due birre indietro per cogliere le sottili differenze che passano tra una grandinata e un temporale. 

– La grandinata è distruttiva. Il temporale rinfresca. E’ quasi un bene, a volerlo vedere così.

– mah

– davvero. Ho capito questo. Le donne della mia vita sono felici quando hanno la percezione di esserci passate, ma che è tutto finito. Il fresco, e poi ancora l’estate. 

– dimmi che tu tipo vai a letto e pensi a queste cose. 

– sto mettendo insieme i pezzi. Ma tutte le mie ex, dico tutte, sono così. Quel sorriso quasi ebete, nel guardarmi, quell’aria sollevata nell’osservare la distanza che intercorre tra me e loro, quel senso di vittoria, per esserne uscite. 

– io bevo ancora, perchè se no la conversazione è zoppa. Tu sei troppo avanti con l’alcool. 

– Le donne della mia vita hanno trovato il loro momento, in questo temporale, e il loro futuro nell’estate. 

– Io vorrei essere un’estate per una donna. 

– Tu non scegli cosa essere. 

– Potrei essere qualcos’altro?

– sei stato molte cose. Sei anche stato una brutta nevicata, che copre tutto, affonda i rumori, addormenta, infreddolisce. Ma poi si scioglie. 

– fanculo, parlavamo male di te, mica di me. 

– l’illusione, secondo me, è non capire davvero che cosa si è. 

– Signori e signori, alta filosofia d’amore, spiegata alle otto di sera, in una soleggiata periferia davanti a del pessimo vino e una birra calda. 

– intanto, secondo me, è così. 

– mah, non saprei.

– l’amore è come una stagione

– l’unica cosa che mi viene in mente di risponderti è che la birra calda è come una figa asciutta. Non serve. 

– anche questo è vero.

– abbiamo trovato un accordo. 

 

L’Accordatore di Piani (Inclinati)

Lettera a un fratello, per il suo trentaseiesimo compleanno. 

 

Forse non ti sei accorto di quanto, appoggiati al bancone, facciamo la nostra porca figura. Forse non ti sei accorto di quanto, appoggiati al bancone aspettando da bere, ci facciamo del bene ascoltandoci e provando a ridere. Auguri, bro. Che arrivano anche gli anni in cui il compleanno fa sempre un po’ male, come una vecchia incrinatura di una costola, che con l’umido e la stagione torna a battere proprio li, che al posto di chiudere il cuore e proteggerlo sembra voglia trafiggerlo. Ci sono quegli anni li, lo dicono tutti. In mezzo agli anni belli dei bimbi e agli anni belli della vecchiaia. Ci sono questi anni qui, che arrivi a due o tre giorni prima del compleanno, e ti ritrovi a fumare, guardando la pioggia e a pensare a quante cose vorresti vedere cambiare, a quante ne sono cambiate, a quante stai ancora aspettando. 

Tu di lavoro nella vita fai l’accordatore di piani. Che è un bel lavoro di per se. L’accordatore di piani inclinati. Li metti in pari, con i conti della vita, per pattinarci sopra senza nemmeno un balzello. 

Un bel lavoro, davvero. 

Io quest’anno mi sono ricordato tutti i regali per i miei fratelli. Non ne ho mancato nemmeno uno. Mi sono perso tutti i biglietti. Che come diceva Nonna Laura, è il biglietto a far la differenza. 

Un regalo senza biglietto è come Freddie Mercury senza la voce. 

Un bel paio di baffi con cui limonare, forse. Niente più. 

Bro, auguri. Me lo avessi chiesto tre anni fa, non avrei scommesso un fottuto cent su cosa siamo oggi. Che sembra una frase da arrampicatore di Wall Street, invece è più una frase da Survivors. 

Ma poi, lo sai bene, io scommetto su tutto. Ho scommesso sempre su di te. Scommetterò sempre su di te. I miei fratelli sono dei cavalli vincenti. 

Ci avessero detto che il piatto riservato a noi era questo, magari non ci saremmo proprio seduti così volentieri al tavolo di questi anni. Che è una frase del cazzo, perchè in fondo, anche ce lo avessero detto, ci saremmo seduti lo stesso volentieri, che uno nasce cazzone e basta. 

Non posso nemmeno dirti che ci abbiamo rimesso capelli e rughe. Perchè i capelli e le rughe li abbiamo già dati via al tavolo precedente. 

Ho un fratello che fa di lavoro i tagliandi agli amori degli altri. Un altro che di lavoro fa il pilota di un amore, e per fortuna che l’hanno appena sbendato. Un altro che accorda piani, inclinati. 

Per forza che le rughe superino i capelli.

Nel vomitevole romanticismo dei compleanni di chi si conosce da tanto tempo, partono sempre i fuochi d’artificio delle frasi sui ricordi. Ma ti ricordi? Che poi una vita è davvero interessante solo se la maggior parte dei ricordi non è che li puoi proprio raccontare a tutti. 

Comunque si, mi ricordo tutto. Ho una memoria di ferro. 

Ero sdraiato nel letto, ad ascoltare il Piccolo russarmi sul collo, un pomeriggio d’estate pensando, ma che cazzo gli regalo.

– Puttane a Lugano

– Week End Spagna

– Giro in Moto tipo Siberia e ritorno

– qualche corso da hipster milanese, tipo cucina sarda o imbottigliatore di olio del Salento

Io voglio regalarti solo una cosa. Un promemoria. 

Un promemoria. 

Una sola cosa ci è data senza possibilità che torni. Una sola cosa ci dimentichiamo di non poter ricomprare quando finisce. Una sola cosa va via che è un piacere, e ce ne accorgiamo troppo tardi. 

Ma che cazzo dici, l’amore non centra. 

Il tempo. 

Che noi, seduti a questa tavolata, apparecchiata da un destino che un po’ stronzetto lo è stato, e serviti da cameriere tanto belle quanto maldestre, abbiamo rischiato di dimenticarci una cosa. 

Il tempo. 

Un fottuto promemoria. Un fratello lo avrebbe fatto. Io ho voluto farlo. Regalarti solo un promemoria. 

Esiste un giusto e uno sbagliato, in quello che hai fatto?

Probabilmente si. A me non interessa. Sarò qui. 

Mi piace, peraltro, quando sbagliate voi. Mi da sicurezza per sbagliarci dentro un po’ anche io. 

Una sola cosa mi preme dirti. Prendi delle ottime direzioni o delle pessime decisioni. Parti o resta fermo, pianifica stupendi futuri rimuginando su orripilanti passati, insomma fai quello che devi fare. 

Ma non smettere mai di ricordarti del tempo. 

Che tutto ha un tempo. 

L’indecisione ha un tempo. Come la paura. Come il coraggio.

La calma e la fretta hanno un tempo. 

Tutto ha un tempo.

Non perderlo. 

Auguri, bro. 

 

PS: tra le opzioni più ragionevoli c’è sempre un giro a Lugano in moto. Ma sto invecchiando troppo velocemente per certe cose. Lasciamo le moto a casa. 

 

Diario di un Pene

Arrivo con dieci minuti netti di ritardo. So che la cosa mi costerà almeno quattro minuti di rimproveri e commenti. D’altronde non mi è stato impossibile procedere a più di trenta all’ora, nonostante la città vuota e buia, visto il freddo che si è infilato in tutte le articolazioni scoperte. Trovo mio padre seduto, armato di tagliandino con numero, campione delle urine, giornale, rosario e coppola appoggiata sul ginocchio destro. Una specie di modello di Dolce e Gabbana di ottant’anni e venticinque kili di troppo. 

– sei in ritardo

– fa freddo in moto. 

– per fortuna ho preso il numero anche per te. 

– e cazzo. Per fortuna. Non vedevo l’ora di farmi infilare un tubo nel cazzo alle sette di mattina. 

– per cortesia. Non chiamarlo così. Usa termini appropriati. 

– okkei. Desidero far presente, signor giudice, che essere infilzato nell’uretra da una cannula non è nella top ten delle cose che mi piace fare di lunedì mattina. 

– sarà breve e indolore. Fa freddo veramente. Ho dovuto anche mettere la coppola. 

E ci troviamo seduti, tra la terza e la quinta fila, insieme a un variegato campionario di esseri umani in un luminoso atrio pieno di piante, piastrelle bianche pulite a specchio e anonime porte bianche numerate. Ultimamente frequento più ospedali che ristoranti. Credo si tratti del ciclo della vita. Tiro fuori il telefono e mi annoto questa cosa del ciclo della vita, degli ospedali e di mio padre con la coppola e il rosario. Lui, imperterrito, osserva il vuoto infinito davanti a lui con il sorriso sereno di un uomo che va incontro al suo destino.

– Devi parlare meglio. Usare meno parolacce. Devi farlo per tuo figlio. E’ importante che impari un linguaggio consono alla sua età.

– A proposito, sei tu che gli hai raccontato la storia del profeta Isaia? 

– Credo di si. 

Il compiacimento è evidente. La soddisfazione brilla negli occhi. Sapere di avere un nipote che non ha ancora l’altezza legale per entrare nella piscina di palline del McDonald ma che conosce già la storia del profeta Isaia lo rende estremamente felice. 

– Penso che bastino delle storie più semplici. Tipo le favole. O se proprio vuoi, anche delle storie più articolate ma sempre basate su animali, principi, macchine parlanti. Cose del genere. 

– La Bibbia è una storia bellissima. Tutti dovrebbero conoscerla. Il profeta Isaia ha una storia piena di saggezza. 

– E’ quello che è finito nella pancia della balena?

– Quello è Giona. Dovresti ripassare. 

– difatti. 

Esce da una porta, la quarta sulla destra, una corpulenta donna di bianco vestita che urla: quattrocentosedici!

– Siamo noi

– Che bello!

– avanti, sii uomo, cinque minuti e avremo finito

Ora, sorvolando sul fatto che io sono quasi certo che il mio organo di riproduzione sia in buone condizioni, sorvolando sul fatto che sicuramente, pisciando aghi qualcosa dovrei pur avere nelle parti appena sopra e sorvolando il fatto che il mezzo di contagio è il sereno anziano che mi sta al fianco, resta comunque che farsi infilare una roba dentro un buco che, dal punto di vista maschile, non è in grado di far uscire nulla di solido, ma solo liquidi, figurarsi entrare, ecco, insomma, non sono in un mood collaborativo. 

Dentro il piccolo ambulatorio c’è una specie di poltrona di pelle, rossa, consumata dal tempo e da chissà quante mani che, disperate per il dolore, hanno stretto i braccioli fino allo stremo delle forze. 

Una volta ho letto un libro sulle torture medioevali e ho scoperto che i boia usavano infilare spighe di grano nell’uretra dei torturati provocando immane dolore. Adesso li chiamano controlli medici. Secoli di civiltà per involversi. 

– Uno alla volta

Ha anche la voce da grassona. E un doppio mento così accogliente da sembrare un cuscino dell’Ikea. 

– Siamo insieme, e dobbiamo fare gli stessi controlli.

Lo sguardo interrogativo e bovino dell’infermiera non ferma il mio sereno genitore

– mi sono permesso di prendere un numero solo. Stesso esame. Possiamo farlo anche insieme. 

– Avete fatto il prelievo?

– Perchè, devo anche fare il prelievo?

– non ancora, credevo andasse fatto prima l’esame

– eh no. Prima il prelievo, poi l’esame. Prima l’ambulatorio sei, poi il quattro. 

– mi rispondete? Devo fare anche un prelievo?

– senta signorina, chiuda un occhio. Poi andremo a fare il prelievo.

– …

– mi rispondete, cazzo? Cos’è sta storia del prelievo?

 Io mi rendo conto che nella scala dei problemi della vita un prelievo è molti gradini sotto a una malattia invalidante, un brutto incidente, un figlio elettore di centro destra e altre brutte cose. Però io ho un serio problema con i prelievi. Tendo a svenire, morire, lasciarmi andare. 

– Farò di meglio. Mi dia l’impegnativa. Facciamo prelievo e controllo insieme

– lei è gentilissima

Eh no, brutta balena di bianco vestita. Con il cazzo. In tutti i sensi. Con il cazzo che tu ti avvicini a me, che probabilmente starò a palle all’aria, con un ago e una cannula e mi penetri per ben due volte, pure contemporaneamente. 

– non credo di potercela fare

Mi ignorano tutti e due. Come si fa con i bambini. Non mi resta che sedermi sul lettino nell’angolo e aspettare la mia fine. Mi sento già svenire, con largo anticipo. 

L’infermiera ritorna, con sguardo soddisfatto, armata di due vaschette di metallo, strapiene di provette, e una serie di pacchetti sotto vuoto che credo contengano le armi della morte. 

– Ci dobbiamo spogliare, signorina?

Sembra quasi felice, mio padre. 

– Certo caro. Sia sopra che sotto.

Quando ride sembra un grosso leone marino in calore. Con quel doppio mento gigantesco che si muove ondulando. 

– Uno sulla poltrona e uno sul lettino. Così risparmiamo tempo. 

– E denaro, signorina. La Regione sarà contenta. 

Io sento che sto per svenire, ma tanto mi ignorano. Vecchia tecnica ma sempre efficace. 

– Dobbiamo prima sbrigare due secondi di pratiche. 

Mi sembra oggettivamente naturale, con due uomini con i pantaloni calati e la camicia aperta, in piedi a distanza ravvicinata, dire: dobbiamo sbrigare due secondi di pratiche. Chi non lo farebbe. Osservo le nudità di mio padre. E provo una gran tenerezza. 

– Avete avuto occasione di fare sesso non protetto, con persone sconosciute, pratiche non consuete, utilizzato strumenti non sterilizzati o fatto sesso anale?

Il sonoro no di mio padre mi sa di giuramento.

– Sulle pratiche non consuete posso dire di no. Sul sesso anale con sconosciuti usando strumenti non sterilizzati, mi dispiace, ma devo confessare. 

– Faccia, faccia lo spiritoso. Tutti uguali

– Rispondi seriamente alla signorina, che è gentile e ci fa fare tutto in un attimo.

Eh certo. gente che mi infila cose nel cazzo è gentile. Il mondo sta andando a puttane, cristo. 

– No

– Siete sicuri?

– Si

– Si

– Vi ricordate l’ultima volta nella quale avete fatto sesso non protetto? 

– credo che queste domande siano davvero personali. Non può darci il questionario e compiliamo noi?

– Mi nascondi qualcosa?

– Ma no, papà. Al contrario. L’ultima cosa al mondo che vorrei sapere è se tu hai fatto sesso anale con sconosciuti o robe simili. 

La balena-leone marino accetta. 

Scorro le domande. Io ho una buona memoria, solitamente, su come ho contratto una malattia. Inoltre ho una discreta memoria relativa all’uso del mio pene. Sommando le due cose, posso affermare con certezza di non essere io la causa del mio male. Rispondo pazientemente a tutte le domande. 

Qualche anno fa, sotto la doccia della piscina, intento alla devota pulizia del mio corpo mi sono accorto che il mio organo di riproduzione presentava le tipiche striature che si possono riscontrare nei mantelli delle bestie della savana. Zebre, per la precisione. Avevo il cazzo zebrato. Credo di essere rimasto sotto la doccia per un paio di minuti, con il tutto tra le  mani e lo sguardo di chi non se ne capacita. Ora, avere una parte del corpo a strisce preoccuperebbe chiunque. Avere “quella” parte del corpo a strisce, mi ha mandato completamente fuori di testa. Sono arrivato al Pronto Soccorso e sotto voce ho comunicato all’infermiera del triage:

– mi scusi il disturbo

– dica

– credo di avere un problema ai genitali

– ….

– insomma, il mio pene presenta delle striature. 

– si spieghi meglio

– come le posso dire, delle strisce. Come se fosse zebrato. 

– E viene al pronto soccorso?

– dove vuole che vada, con il pene a zebra?

– dico, scherziamo? Non è una patologia da pronto soccorso. Sarà un fungo, o una micosi da contatto. 

– e me lo tengo?

– ma certo che no

– e voi non me lo togliete?

– ma certo che no

– scusi, cosa faccio?

– prenota una visita dal suo medico

– non posso usare un medico del pronto soccorso, magari un esperto in peni zebrati?

– non scherzi. Se vuole le faccio le carte per l’accettazione, ma è un codice bianco. Passa per ultimo. C’è molto da aspettare.

– è pericoloso?

– Non saprei. Non l’ho visitata. Vada in farmacia e si faccia dare qualcosa e poi vada dal suo medico. 

– ma a cosa è dovuto?

– al sesso non protetto, solitamente. 

– grazie

In farmacia, terrorizzato dall’avere un pezzo di me, un pezzo importante, che si stava trasformando in un animale della savana, ho chiesto, rifacendo la stessa trafila, qualcosa per curarmi. 

Il farmacista, interessato più all’espositore di vitamine che al mio pene, senza guardarmi mi ha chiesto:

– quando è successo?

– cosa scusi?

– dico, quando è successo?

– mah, me ne sono accorto sotto la doccia. Oggi stesso. 

– no, dico, quando ha avuto rapporti non protetti?

Ed è stato lì che mi sono illuminato di una inossidabile certezza. Io ero sicuro, come legittimo proprietario del mio pene zebrato, di non aver avuto nessun tipo di rapporto, protetto o non protetto, per un lasso di tempo sufficiente per essere definito un vergine di ritorno. Forse un mese. Togliendo Laura, dio benedica ancor oggi le sue labbra, anche un mese e mezzo. 

– io non ho rapporti da tempo

Il farmacista mi ha guardato incuriosito.

– e ha un fungo sessualmente trasmissibile?

– mica me lo sono messo io. Mi sono trovato il coso tutto a strisce. 

– prenda quest’acqua borica e sfreghi energicamente. E prenoti una visita da un urologo. 

Che poi, giusto per precisare, sfregare acqua borica su un organo maschile infiammato è simile al piantare dei chiodi nelle orecchie della gente. C’è gente che lo fa, per dio. Ma una volta provato, non lo rifai di certo. 

Finito il questionario, il leone marino – balena, inizia ad armeggiare con il braccio di mio padre, che di contro fischietta allegramente. Arrivi, probabilmente, a un’età in cui anche un prelievo del sangue ti sembra una cosa talmente eccitante da dover essere festeggiata con una bella fischiatina. 

Quando è il mio turno, sento l’elastico stringere sull’avambraccio, sento forte il bisogno di scappare. Ma, dando la precedenza alla salute del mio organo genitale, decido di affrontare l’epica avventura. 

Mentre l’infermiera mi sottrae ettolitri di sangue, ho contato sei provette nella ciotola di ferro e credo che tre le tenga lei e tre finiscano al mercato nero delle provette perchè, diosanto, sei provette ci analizzi tutto il mondo, mio padre inizia quello che vorrebbe fosse un botta e risposta

– questa cosa delle domande sul sesso è divertente

– non riesco a parlare. Dracula mi sta drenando la vita

– cioè, sono domande che, forse, ti avrei dovuto fare anche io

– tu credi?

– beh, non abbiamo mai parlato di sesso, esplicitamente

– vuoi iniziare tu ottantenne io trentacinquenne, sdraiati in un’ambulatorio di una clinica di ebrei mentre ci facciamo infilare aghi ovunque?

– chi è stata la tua prima donna?

– papà, ti prego

– fate pure come se non ci fossi. Sono discorsi interessanti. Nel frattempo se il senior desidera, ho della pomata anestetica da mettere sul pene. 

– perchè solo il senior?

– lei è giovane e forte. 

– quindi devo soffrire?

– dai, non la metto nemmeno io

– da chi comincio?

– da lui. E’ il senior

– guardi che poi tocca lei comunque

– ridimmi il nome di quella tua fidanzata del liceo?

– Gaia?

– Eh, Gaia. Quella bassina, con le treccine, ahia. Che sorrideva sempre, ahia, piano signorina

– abbiamo finito

– quella con gli occhiali e le treccine

– quella è Giulia. Che poi è rimasta traumatizzata perchè tu l’hai chiamata Gaia. 

– Ah. Gaia è quella prima. Mora, bassina.

– Si.

– E’ stata Gaia la tua prima volta

– Lei vuole veramente dirmi che crede di potermi avvicinare con quel coso puntato sul mio pene, senza che io sia addormentato? 

– Avanti, che suo padre non ha detto beh. 

– Rispondi, è stata Gaia?

– No. Ahia, Cristo santo che male cazzo. 

– Modera le parole. Ma dai! Non è stata Gaia. Allora sei stato un buon pianificatore. Mi rivesto signorina, vero? Uno che ha capito che era quella sbagliata e ha aspettato. Bravo. Non lo avrei mai detto. 

– Mi sono fatto una sua compagna, su una spiaggia ubriaco, durante le vacanze della maturità, mentre a lei dicevo che la stavo aspettando per il grande momento. Mi tiri via, per dio, quel coso dal cazzo! Ora basta. 

– Che schifo

– Si, concordo con la signorina. Che schifo. 

– Hai voluto la verità? 

– Rivestitevi. E quando avete voglia di farvi una bella chiacchierata padre figlio, tornate! 

– Signorina, gli esiti?

– venerdì

– Senta, è utilizzabile il coso?

– niente sesso per le prossime dodici  ore. 

– hai sentito?

– Si papà. Sarà un’astinenza dura, in ufficio, ma ci proverò. Mi raccomando anche tu. Io mi riferivo alla normale attività. Pisciare non mi sembra ne peccato ne reato.

– farà fastidio, ma passa.

 

Uscendo ci siamo seduti in un bar, appena aperto, sull’altro lato della piazza. 

– Dovremmo parlare più spesso, io e te, di cose di uomini. 

– Dovremmo parlare di più io e te fuori dagli ospedali. E’ un’estate che ci parliamo solo mentre abbiamo aghi infilati nelle braccia. 

– in effetti si. Credo, in ogni caso, che tu debba delle scuse a quella ragazza. 

– A chi, all’infermiera?

– A Gaia

– A Gaia?

– Per aver tradito la sua fiducia. Per le donne è importante. Hai fatto una cosa deplorevole e anche se è passato del tempo, puoi chiederle scusa. 

– Papà, sono passati vent’anni. Quando ci stavamo lasciando, Gaia è uscita  con quasi tutto l’elenco telefonico di Milano, è sposata, io sono sposato. La chiamo e le chiedo scusa?

– il perdono è eterno

– hai ragione

– mi dai la ragione che si da ai matti. 

– no, forse hai ragione tu. 

– Spero ti sia servita da lezione. Fatto una volta, mai più fatto. Così lei almeno è stata utile a quelle venute dopo. Poveretta, ha sofferto per le altre donne della tua vita. 

– …

– Parliamone più spesso. Sono curioso della tua storia. Anche perchè poi, fatto un errore così madornale, avrai fatto di meglio con le altre.

Guardo il tram passare lento nel traffico del mattino. Bevo un sorso di caffè. E’ come se avessi una graffetta infilata in mezzo alle gambe. Mi accendo una sigaretta. Faccio un tiro. Mi attraversano gli occhi le donne della mia vita. E i casini della mia vita. E l’inconsapevole certezza di aver avuto, sempre, ragione io. 

Che poi è il motivo, forse, per cui è meglio che tu tutta la storia non la sappia mai, papà.

Lo penso mentre lo saluto e lo vedo andare via, zoppicando, con in testa la coppola bordeaux. Un must, per un piacevole lunedì mattina. 

 

Rivelazioni

(qui, il sottofondo)

E’ tanto, mia piccola Tess, che non ti scrivo. Talmente tanto da non ricordare più il bianco dei tuoi seni e il nero dei tuoi nei, a dar forma a quello scacchiere che è la tua pancia, dove uomini più forti di me hanno segnato la loro resa incondizionata. L’amore, forse, è una resa incondizionata. Non saprei. Sono tornato in città, insieme ai tuoi dubbi e alle mie spalle larghe, che tutto caricano senza sentir peso. L’amore, per come sembra a me, è una scommessa, Tess.

L’amore vero è solo per grandi giocatori, gente che non ha paura di consumarsi come vecchie candele, gente che non ha paura di perdere. Forse l’amore è l’unica scommessa in cui un po’ perdi sempre. Ma è bello, in fondo, perdere per amore. 

Tu assomigli, con quel modo di passare da una riva all’altra con gli occhi, che lo sguardo sembra un fiume che si appoggia su ciò che guardi, a una stupenda sconfitta. 

Io sono un grande scommettitore, mia amata Tess. 

Ho perso tutto quello che avevo, più di una volta. E ho capito che senza nulla in tasca, si può perdere ancora tantissimo. 

Ho vinto molto. Ma come tutti i grandi giocatori, sono più le sconfitte. E’ un bilancio che piace vedere positivo, ma che assomiglia a una strada in discesa. Non ne ho paura. Sono un giocatore. Conosco il rischio.

Quando ho visto, per la prima volta una sera fresca di città, la tua schiena, ho subito capito il rischio che corre un uomo che scommette su di te. Quella schiena è la migliore delle discese che portano dritte alla più dolce delle sconfitte. 

Ho scommesso vino, bianco e freddo, su di noi. Lo rifarei. Ho scommesso tempo su di noi, rubato all’estate che lo ha rubato all’inverno. Lo rifarei. Ho scommesso tutto, sul tuo sguardo che sa di peccato dolcissimo. Lo rifarei. 

Mia amata Tess, cammino solo per una strada vuota di città. Come sempre mi manca il mare. Mi manca il sale sulla pelle, che tira secca e scotta per il sole. Mi manca il sentire i miei piedi nudi che grattano la terra e la sabbia. Mi manca la distanza infinita, solcata lentissima a bracciate fiduciose. Mi manca il tempo, che questa città e la sua gente mi rubano i momenti migliori, come il mattino, quando il sapore del the e dello yougurth mi ricordano il tuo collo. O alla sera, quando stappo vino bianco fresco e bevo pensando a quando tu tornerai ancora. Mi manca il profumo dei prati, che guardavamo pigri dalla veranda, lasciando che le schiene calde si sfiorassero. 

Di te, mia amata Tess, io so molte cose. Del tuo tempismo, io sono un accorato fan. Ricordo ancora quando, al freddo di novembre, a Boston, tu sei entrata nel TT Bar, che ascoltavo distrattamente un concerto. Ricordo di come sei entrata nella mia vita. Non vorrò mai sapere come ne uscirai. Perchè tu non ne uscirai. Il momento in cui, da sotto quei portici, mi hai sorriso delusa dalla mia camicia bianca, il momento in cui hai deciso di aprire quella scatola piena di profumo di lavanda, il momento in cui hai aspettato che le mie mani raccogliessero il tuo segreto migliore. Ecco, questi sono i tuoi tempi, Tess.

Come una mareggiata, vai aspettata e seguita. Forse questo è l’amore. Aspettare e seguire. Forse l’amore è una scommessa con il mare. Facile perdere.

Adoro perdere scommesse con il mare. Adoro il conto, salato, che l’acqua ti presenta quando esageri. 

Da qui, Tess, da questa città, sembra così lontano questo mare che l’unico pensiero che mi fa dormire è sapere che, prima della luna nuova, tu torni qui. 

Sarà bellissimo incontrarti ancora, tra le vie lungo il fiume. 

Tuo Frank

San Francisco, Agosto 1982 

 

 

A Casa

La via è vuota, restano le pozze d’acqua, a confessare che non si sia trattato di un agosto facile facile. Le siepi disordinate e il silenzio della notte fanno il resto. Sembra Londra, periferia di Londra addirittura. Londra, a onor del vero, è uno degli ultimi posti dove vorrei vivere. E questa città, le sue vie e le sue mode, vogliono assomigliare sempre più a Londra. 

Vivrei a Madrid, ci stavo bene davvero là. Vivrei a Marsiglia, forse a Barcellona. Vivrei in una città del Mediterraneo. O non troppo lontano dal mare. 

La casa è chiusa da un pezzo, e come tutte le case chiuse per troppo tempo, invecchia da sola. Ma è esattamente come è stata lasciata. Ci sono ancora le scatole di libri che devo finire di mettere a posto, due bottiglie di vino, le foto vecchie nei porta foto impolverati e gli elefanti da rimettere sulla mensola. 

Scriverei un trattato sui letti. Dormo, mediamente, in un centinaio di letti diversi all’anno. Me ne sono fatto una ragione. C’è stato un momento della mia vita in cui giravo con il mio cuscino. Ovunque andassi, lo portavo, convinto di poter dormire solo con quello. In dieci anni di trasferte, ho dormito con cuscini di tutte le forme e tutti i gradi di durezza. 

Il mio letto è perfetto per me. Quando lo abbiamo comprato era un tavolo da thè indonesiano. Ha le gambe corte e panciute come tutti i mobili indonesiani, e il colore perfetto del legno rovinato dal mare. E’ bastato aggiungerci un materasso, per farlo diventare un letto perfetto. 

Mi ci sdraio dopo aver girato per qualche minuto per la casa, insieme al Piccolo che è lontano da questo posto da due mesi. 

Prendo Sedaris e mi metto a leggere. Fuori inizia a piovere, forte e disperato. Un’estate strana. 

Mi sono portato nove libri, ne ho letto uno. 

Mi sono portato un cesto di buoni propositi, e non ne ho aperto nemmeno uno. Li ho lasciati li tutti impacchettati ad aspettare una vera vacanza. 

Mi sono portato un intero scatolone di sonno arretrato, e lo ho riportato indietro ancora chiuso. 

Chiudo il libro, e ci penso.

Non ho voglia di far bilanci, forse non c’è nemmeno bisogno. 

Mi addormento. Di un sonno stanco. 

Mi sveglio in un temporale, con la grondaia che canta disperata a un ritmo folle. 

Ho il cuore che urla la stessa musica, di pioggia e freddo. 

Ho bisogno ancora di mare. 

Di storie di mare. Di uomini di mare. Di star da solo a fare i conti su uno scoglio. 

Sono tornato a casa.

Ma riparto.