Risparmiando sul costo del risparmio

Ho una discreta conoscenza di tutte le maggiori capitali europee. Significa che sono in grado di muovermi utilizzando il trasporto pubblico, so identificare sulla mappa i posti migliori dove prendere una birra fredda o un the bollente, posso gestire un pomeriggio vuoto con una visita a un museo, e organizzare una cena in un posto tipico. Cose che la maggior parte di quelli che fanno il mio lavoro sa fare. Sono le variabili geofisiche l’unica vera incognita di questa vita. E con il passare del tempo, diventano anche l’unica cosa divertente del muoversi continuamente. Un inatteso sciopero della metropolitana, la cancellazione di un volo, un ingorgo, uno sciopero dei controllori aerei francesi (che in verità è diventata una grande abitudine). Un ubriacone che si piazza in mezzo alla strada, quattro vigili che non sanno come gestirlo, il tuo taxi in prima fila, l’ingorgo, il degenero, l’arrivo in aeroporto troppo tardi, la perdita del volo, la notte in un hotel vista pista.

Così ieri non mi sono perso d’animo quando mi hanno gentilmente spiegato che era tutto fermo. Tutto. I francesi sono così. Tutto. Epicamente tutto. Non solo il fottuto treno dove ero seduto. Tutto. E’ tutto fermo. Treni, taxi, aerei, persone. C’è un ragazzino in sala operatoria da sei ore per un’appendicectomia, perchè il chirurgo si è fermato. Tutto è fermo.

In Francia funziona così: prima annunciano tutto in francese. Come è giusto che sia. Quando vedi il tuo treno, fermo lato banchina, svuotarsi immediatamente, cerchi spiegazioni. Non capisci una parola di francese. Questo è il tuo limite. Ma trovi sempre qualcuno che, svogliatamente, ti spiega che c’è una bomba quattro fermate più in la. Questa cosa delle bombe, delle valigie sospette, è una delle grandi fissazioni francesi. Se lasci una valigia in una stazione secondaria italiana, puoi passare a riprenderla dieci ore dopo. Ovvero quando la Polizia Ferroviaria ha chiamato il 118 che sta chiamando i Carabinieri, che hanno chiamato la Polizia Ferroviaria, che sta chiamando la Polizia di Stato, che chiama i Pompieri, che allertano il 118, che chiama i Carabinieri, che stanno chiamando gli Artificieri, che hanno chiamato la Protezione Civile. Seimila euro di fatturato netto per la Telecom per ogni allarme bomba.

In Francia, invece, vanno più sul drastico. Bloccano tutto. Tutto quello che si muove. Poi, questo lo suppongo, iniziano anche loro il carosello burocratico di chi fa cosa. Ma, da subito, bloccano, sigillano, evacuano. Lo ho visto tante, troppe, volte all’aeroporto. Hanno una passione per l’evacuazione coatta. Godono a stendere il nastro rosso e bianco.

Insomma scendo. Sulla banchina regna la confusione. Siamo nel mezzo di una splendida campagna, si vede lo skyline di Parigi sul fondo. A destra, molto sul fondo. Consulto la mappa, appesa su un tabellone. I taxi sono già spariti. C’è pochissima gente sulla banchina.

Mi accendo una sigaretta. Aspetto di capire, sfoderando la mia arma segreta: la tasca delle Mappe. La tasca delle Mappe è una parte fondamentale della mia borsa. Sono tutte mappe di carta, gloriosamente carta. Madrid, Londra, Berlino, Stoccarda, Parigi. Carta. Perchè quando hai bisogno di una mappa, spesso finisci la batteria (che hai consumato ascoltando i Nofx per quattro ore). Carta. Apro la mappa. Ma non capisco nulla. Non capisco dove siamo.

Ti dicevo che prima fanno l’annuncio in francese. Come gli italiani fanno l’annuncio in italiano.

Ma poi, delizia dello sciovinismo, parte sottovoce una calda pronuncia comica, che in inglese dice: state su, che ripartiamo. Era solo una bomba. Ma poi non era una bomba. E che cazzo.

E tu, cerchi di capire, perchè l’annuncio in inglese non te lo aspetti.

E mentre cerchi di capire il treno riparte. Biiiiiiiip. Si chiudono le porte. E ripartono. Loro.

Tu no.

 

la gente mormora. L’agente No.

Mentre guidavo in mezzo alla Svizzera mi sono accorto di una cosa. Odio guidare in Svizzera, perchè finisce che vai talmente piano che ti accorgi delle cose. Meglio guidare in Germania, che vai talmente forte che non ti accorgi di nulla. Beh, mi sono accorto di essere stufo di essere La Gente.
Non so bene dire quando è iniziato, ricordo solo alcuni illuminanti episodi. Compravo il libro di Baricco, educatamente in coda aspettando il mio turno, quando un signore mi ha chiesto dove potesse trovarlo. Beh, all’inizio dello scaffale principale. Ce ne saranno state duecento copie, impilate ordinatamente. Proprio là in fondo, vicino alla scritta gigante: “Alessandro Baricco”. E il signore si è scusato, doveva immaginarlo. Lo compra tutta la gente. Ero dal benzinaio, a rimpiangere di aver scelto di non fumare in macchina, mentre facevo il pieno. Poi, distrattamente, rivolto al vuoto, ho constatato con piacere di aver superato i cento euro per un pieno. E il benzinaio mi ha fatto notare che sono mesi che la Gente fa benzina con il contagocce, lamentandosi come me. Il mio medico curante, davanti alle mie analisi del sangue, giocando con un campione di crema per i genitali, mi ha tranquillizzato. Molta gente ha i valori sballati come me. L’edicolante la domenica finisce presto il Corriere, perchè tutta la Gente lo compra. E molta Gente, come me, arriva tardi, quando ormai, l’altra gente, mattiniera, ha fottuto questa gente. Troppa gente.
Mi viene in mente di andare in un posto, e scopro che ci va tutta la Gente. Bevo birra in lattina, come molta gente. Vado in piscina dopo il lavoro, con tonnellate di Gente, stipata in corsie affollate come le transenne fronte palco durante Wembley 86. Solo che non canta Freddy Mercury. Se no ci sarebbe molta più gente.
Il navigatore della mia macchina mi avvisa quando troppa gente si ferma nello stesso posto. E’ una cosa lodevole. E poi mi suggerisce una strada alternativa. Che un sacco di gente, con il navigatore, fa. Finisce che magari non c’era nessuno nella prima strada.
Non so calcolare l’IMU, come molta gente. Non mi sento sereno a spendere, come la maggior parte della gente. Mi sento vicino alla gente del terremoto, come molta gente.

Insomma, io e questa cazzo di gente, siamo terrificantemente allineati su molte, tantissime, troppe cose.
Mi sento circondato, dalla gente.

E al posto di consolarmi, il fatto di essere La Gente, mi angoscia.
Sono finito, era inevitabile, nel pieno di un paragrafo che, indistintamente mi classifica come Gente. Ho gli stessi costumi, gli stessi bisogni, le stesse paure e la stessa vita di tutti quelli del mio paragrafo. In un grosso faldone di ricerche statistiche.

Io non sono contento di essere la Gente. Il tempo mi ha insegnato a diffidare della sorda sensazione di tranquillità che ti da il sentirti parte di un gruppo.

Pensavo questo, guidando in Svizzera. Poi ho deciso di smettere di pensare e ho acceso la radio. Ho trovato una trasmissione in inglese. Che parlava di crisi. E di come La Gente sia stanca di essere catalogata. La Gente è stufa di essere La Gente.

Proprio come me.

Ho un amico, e dei sedili di pelle

Riflettevo. In questi giorni. Su molte cose, in fondo su nulla. Quando sto male, a due dita dal fondo, mi taglio i capelli. Adoro i trenta minuti di assoluta attenzione per i miei capelli. Forse tento, inconsciamente, di tagliare anche i problemi. Quest’anno continuo a tagliarmi i capelli. Sarebbe opportuno smettere.
Pensavo. In questi giorni. A nulla di particolare. Forse è qui il trucco. Bisognerebbe smettere di pensare. Invidio tantissimo gli idioti basculanti che affollano il bar, il mio bar, ancora in giacca e cravatta, per bere uno Spritz. Ammiro la straordinaria capacità di concentrarsi su una scollatura, sudaticcia, dimenticando l’assordante rumore di fallimento che si portano dietro.
Io riesco a farlo, smettere di pensare, solamente in moto. Saranno le vibrazioni, sarà il lento scorrere dell’urbana miseria, ma smetto di pensare e guardo avanti.

Ho finito di leggere One Man Caravan. Storie di uomini e moto. Questa, in particolare, è la storia di un uomo e della sua moto, in giro per il mondo, negli anni venti, e senza una precisa ragione. Mi piacciono le storie vere, le cronache, di uomini senza una precisa ragione per partire, che si ritrovano a partire. Bettini e la sua Vespa, adesso Parodi e la sua Harley. In ogni caso adesso ho bisogno di un libro vero. Di quelli che mi tolgano il respiro. Esco da una serie troppo lunga di libri carini, piacevoli, ma che ho già dimenticato.
Ho bisogno di crederci ancora.

Mi scoccia ammetterlo, ma potrebbe darsi che io abbia perso il mio fiuto per il Libro dell’Anno. Che mi ha sempre aspettato sullo stesso scaffale, ogni anno.

Penso alle vacanze, e penso che mi piacerebbe un posto dimenticato dal Signore. Ma con il mare. E il caldo vento. E libri. E musica. La Signora e il mio erede. E basta.

Life could be short fritz. Surf it

Spesso potresti fingerti intelligente

Parlavo con disinvoltura rivolto a una telecamera, grossa come il mio pugno. Il tipo davanti a me guardava dentro il piccolo display. Alle sue spalle, il potente impianto di comunicazione, perchè nessuna parola detta, possa essere detta per caso. Cercavo di seguire, con dolcezza, un flusso di pensieri sulla primavera. Stavo parlando, monotono, espressivo e convincente, di mercati in contrazione, di possibili future ulteriori recessioni, di incertezza culturale in ambito industriale. Seguivo con la mente una foglia verde, appoggiata su un prato tagliato fino. Mio figlio adora le foglie. Le tocca, ci parla, le bacia, le mangia. Adora le foglie verdi. Sorride alle foglie verdi. E io parlo di recessione. 

Sto dormendo poco. Sento il bisogno di dormire almeno due ore in più. Punto la sveglia sempre più tardi, rubo addirittura minuti. Sono arrivato in fiera con due ore nette di ritardo. Avevo l’intervista. Me lo ricordavano tutti. Sarà un’intervista guardata da una ventina di svogliati concorrenti. Ma sembrava di vitale importanza. 

 

Ho sempre in testa la fame di tramonti. E sono felice, quando viaggio verso casa, di trovare un cielo così. Pezzi neri, in fondo a Ovest. Il Marino, quello della pubblicità. Il vento dell’Ovest. A est, in fondo, verso le montagne, un sole splendido illumina le nuvole di panna. 

Il sole che si addormenta. 

Mi chiamano sul cellulare mentre cammino verso la piscina. Dovrebbero aver aperto il gigante pallone di plastica. Adesso si può nuotare dentro al tramonto, sentendo l’aria calda che spazzola l’aeroporto. E’ uno spettacolo. Nuotare così. Penso all’acqua, mente rispondo. Mi mancheranno, si e no, dieci passi. Mi separano dieci passi dalla doccia, la vasca, le bracciate, il silenzio. L’acqua. Io. 

Mi dicono che l’intervista è andata benissimo. Per forza, pensavo alla primavera e alle foglie verdi. 

Ho passato tre minuti a confermare a una telecamera, grossa come il mio pugno, che sostanzialmente come paese stiamo fallendo. Si aspettavano tutti una conferma del difficile periodo, nel quale “è di vitale importanza ribadire importanti sinergie industriali”. E le foglioline verdi. 

 

Alla fine della telefonata mi chiede: ma come fai a non essere pessimista, con tutta questa merda che abbiamo davanti. 

E io penso alle foglioline….

Verdi. 

 

 

sparami pure, ma poi beviamoci qualcosa

Questa sera ero indeciso se commentare su un social network l’occupazione di un mostro edilizio milanese, compiangermi per la caduta verticale del mio tenore di vita, cercare su internet delle poesie di Neruda o delle foto di Bansky. Indeciso. Quando sono indeciso, finisce sempre che mi trovo un bicchiere di rhum in mano e una sigaretta tra le dita. L’indecisione, gli autosaloni e i locali per ricchi mi fanno lo stesso l’effetto. Cerco di evitare l’indecisione. Piuttosto faccio grossolani errori. Cerco di evitare i locali per ricchi, e se proprio devo, bevo con la disperazione della consapevolezza e mi godo gli asciugamani caldi nel bagno degli uomini. Gli autosaloni sono il cimitero della motivazione personale. Non c’è niente di straordinario in un tettuccio semi apribile, in un pomello di pelle o in un condizionatore bi zona. Eppure ci costringono ad assimilare la straordinarietà di una portiera e la sensazionale possibilità di telefonare urlando verso la tendina parasole al posto che in un telefono. Non c’è nessun erotismo in un sedile, nessuna sensualità in uno specchio retrovisore. Provo, davanti a una utilitaria che costa dodicimila euro al posto che sei, a dirmi che è stupendo. Poi arriva il venditore. Ne parli con il venditore. Deve essere emozionante. Ti offre un caffè, da una macchinetta. Il caffè per entrare in confidenza. Perché tu sei indeciso. Indeciso in un autosalone. A un passo dalla morte. Indecisione comprensibile, quando si parla di infilare una quantità immensa di soldi in un investimento fallimentare.

Ieri ero in un locale per ricchi, seduto su un divano, a bere del rhum. Nei mojito dei ricchi ci mettono sempre un sacco di acqua tonica. Però ti mettono tre cannucce, una fragola, sei etti di menta e due ciliegie sotto spirito. È come se il tuo panettiere facesse le michette senza farina, ma mettendoci due viti del sei, un tovagliolo rosso e una copia della foto della comunione del nipote del macellaio. Eppure tutti, nei locali per ricchi, bevono mojito. E vodka. E bevono con la camicia, i ricchi. Camicie bianche aderenti. Nei locali per ricchi c’è un sacco di pelle, scura, esposta. Divani, cosce, seni, bracci, caviglie. Le mani degli uomini ricchi, avvolte nei polsini bianchi, cadono su tutta questa pelle. A me, mentre bevo disperatamente, piace questo soft core, questo clima da sceneggiatura porno. Mi piace la sottile consapevolezza che una fascetta di euro, una camicia su misura e una puttana da sbarco, danno alle nuove generazioni rampanti.

Domani, potrei andare nel grosso autosalone che c’è dietro casa mia. Stanno uccidendo un intero viale. È troppo in periferia per interessare ai radical chic, è troppo vuoto per poterci credere ancora. Così, sopravvivono i benzinai e gli autosaloni. Filiali importanti. Facciate stupende. Aperti anche il sabato. Domani magari ci vado, ad emozionarmi per dei led al posto delle lampadine. E a bermi un caffè.

Così ho fatto sera di indecisioni, una serata in un locale per ricchi e un giro in un autosalone.

Per non farmi mancare nulla.

Stasera, ho deciso, mi metto a leggere. L’arte nobile di osservare storie di altri, quando le tue sono spente.

Potrebbe non essere tutto come sul volantino

Avevo bisogno di farmi un viaggio. Avevo bisogno di sentire il sole, il vento, la pioggia, bruciare sulla faccia. Sentire solo il motore, per ore, avevo bisogno di avere moltissima strada davanti a me. Così sono partito, ho fatto millecentosettantasei kilometri e sono tornato, ho preso il sole, il caldo, il vento, la pioggia, il freddo. Il motore, good vibrations, girava, leggero scivolare per tornati e colline, faticoso salire sui passi alpini, lento borbottio sul lungomare. Viaggi così sono sempre troppo brevi, perchè è un immaturo modo di fermare il presente. Lasci a casa il passato e il futuro ad aspettarti.

La scusa è stata quella di un regalo. Ho raggiunto i 33 anni. Non ha moltissima importanza per me. Nello stesso momento, questo posto, e la sua vecchia versione, hanno raggiunto 8 anni.

Le cose nella vita succedono sempre per un motivo. Avevo un bagaglio pieno di motivi da buttare nel mare.

Sono mesi che non mi godo un giorno che sia uno. Per un sacco di motivi. Che sono rimasti nel bagaglio, anche al mio ritorno.

Adesso sarebbe il momento di scrivere del viaggio, di scrivere dei 33 anni, di scrivere di tutte le cose cambiate da 32 a 33, ma anche da 25 a 33, sarebbe il momento di farsi i complimenti, leccarsi le ferite.

Sarebbe il momento di fare bilanci.

 

Invece, siamo qui, seduti alla scrivania, io e i miei motivi. Ad aspettare il prossimo viaggio.

Ho la consapevolezza di sapere, saggezza di un 33enne, che in queste situazioni è meglio non agitarsi molto. Aspettare, esercitare il silenzio, tenere la mano su un filo di gas.

Per i miei 33 anni mi sto facendo un grande regalo, aspetto di darmelo quando sarà pronto. Vorrei farmi una sorpresa.

Ah, ricordati, quando parti per scappare, che sarebbe sempre meglio non tornare.

 

Scommettiamo Che?

Andiamo al sodo. Immaginate, anche se immaginare per la maggior parte di voi (me compreso) è diventato estremamente difficile dopo la venuta di My Sky HD, un poliziotto. In uniforme. Sudaticcio. Immaginatelo come vi pare. Cercate, in alto a destra nel vostro cervello, l’immagine ideale del poliziotto in uniforme. Sudaticcio. Poi immaginate me. Immaginatemi. Sudaticcio. In uniforme, ovvero in giacca e cravatta. Appoggiato al cofano della mia rigorosa station wagon aziendale. In sottofondo, volendo, potete aggiungere alcuni rumori autostradali tipici oppure qualche suono new age primaverile. Fa lo stesso. Anche la divisa, se vi fa meglio, immaginatela del colore che più vi piace. Rosa? Gialla? Una bella divisa verde pistacchio. Con le scarpe di vernice, verde pistacchio. E il cappello, verde pistacchio. Siamo sudaticci perché picchia il sole. Siamo nel dopo pranzo di un qualsiasi giorno lavorativo. Siamo a qualche kilometro dal confine, proprio contro le montagne dalle quali vi siete immaginati, per anni, che i vostri nonni fossero calati per salvare Milano, armati di fucili e ideali. Poi avete scoperto di non aver mai avuto un nonno partigiano, ma vi vergognate troppo per ammetterlo. Magari avete avuto un nonno contrabbandiere. Qui si tagliavano le montagne a grandi passi per portare sigarette, penne, liquori, ogni ben di Dio. Smettete di immaginare il nonno. Tornate sul poliziotto. Con la sua divisa sgargiante. Sudaticcio. Ha in mano i miei documenti della macchina. Roba da controlli di routine. Direbbe un poliziotto. Lui armeggia con il libretto. Girando intorno al cofano. Io fumo. Un po’ depresso. Devo arrivare nel bel mezzo della Svizzera, mi aspettano quattro ore di macchina, sette di sonno e poi cinque di riunione. Immaginatevi la mia vita. Aggiungete un po’ di nero sulle occhiaie. Eccomi. Il poliziotto mi rende i documenti. Faccio per metterli dentro la custodia di plastica e lui, con una voce timida, mi chiede: “se la sente di fare il test dell’alcool?”.

Il tono di voce è quello con cui avreste chiesto uno sconto sulle scarpe da FootLooker, oppure un mirto gratis al ristorante. Timido, ma deciso. Sai di averne diritto, ma sai che è una grande rottura di coglioni.

Io non bevo mai di giorno. E’ questione di algoritmi. Se bevo, dopo pranzo mi prende uno sconcertante ribrezzo per la vita. Mi sento in grado solamente di raggiungere un supermercato, comprare una bottiglia di rhum, sedermi fuori, finire la bottiglia e aspettare la sera.

Immaginate il poliziotto, con la sua sgargiante divisa verde pistacchio, o rosso fuoco, andare ad armeggiare nel bagagliaio della sua macchina.

Una delle poche volte nella mia vita dove non ho nulla da nascondere, se non una gran fretta.

La dinamica della cosa è abbastanza semplice. Soffi in un tubetto, aspetti qualche manciata di secondi, guardi lo scontrino uscire. Aspetti che il poliziotto legga i numeri. Posso capire che da ubriaco la cosa possa dilatarsi di molto nel tempo ed assumere contorni decisamente più pittorici.

Non mi aspetto sorprese, ho solo fretta.

Mi guarda. Immaginatelo guardarmi. Ha gli occhi grandi e neri. Ma se volete immaginarlo con altri occhi, fate voi.

Mi dice: al pelo.

Mi guarda. Io lo guardo.

Al pelo, dice lui.

Mi da in mano lo scontrino.

Mi guarda, sudaticcio. E mi dice: e se lo rifacciamo? Scommettiamo che…?

 

le notti di maggio

Pazienza che non ricordi nemmeno un nome. Scivolano via nell’oblio qualche centesimo di secondo dopo che mi sono stati comunicati. Le facce, però, le ricordo benissimo. A volerla dire tutta la mia non è semplicemente memoria fotografica. Mischio sensazioni, odori, luoghi, visi. Tu mi dici un nome, io galleggio nel ricordo di come le nostre pelli si siano incollate contro il cofano di una Micra blu, in una notte di maggio. E, sorprendentemente, ricordo alla perfezione anche il piacere di quel collage di pelli e carrozzerie. Lo ricordo perfettamente. Come ricordo perfettamente il sapore dello sballo della prima sigaretta, ricordo l’odore di muschio nel sentiero, ricordo i miei bermuda gialli. Fumo ancora rincorrendo quello sballo. I ricordi diventano nuvole di pensieri di notte, quando inizio a sentire il respiro profondo della mia Signora rallentare, e resto sveglio appeso a queste strane storie dove di una intera vacanza in Grecia mi saltano in testa i cori romanisti dei ragazzi romani fuori dalla discoteca, le scarpinate per andare a bere, il freddo dell’acqua e gli occhiali verdi di una ragazza di cui mi ero perdutamente innamorato. Ovviamente non ricordo il nome. Era di Cremona, e ricordo di essere stato a Cremona, in un fine agosto davvero deprimente. Accettare il rifiuto d’amore mi è sempre costato molto rhum.
I miei ricordi assomigliano a racconti brevi, placidi, appoggiati su una trama in cui non succedono grandi cose. Spariscono alla mattina, lasciandomi in testa piccoli frammenti. Il mio tempo è il presente, adoro vivere luoghi, persone, momenti, adesso. Adesso è il momento in cui succede tutto. Per questo non scrivo racconti. Vivo racconti. Adoro il presente, e i luoghi del presente. Quelli dove la gente si ferma sospesa tirando fuori tutta la sua sconcertante umanità.
Aeroporti, stazioni, ospedali, caserme, uffici pubblici, tutti questi posti dove sei costretto a parcheggiarti in un presente forzato. Posti che cancellano il passato, che azzerano il futuro. Mi piace scrivere storie sulle facce bovine, sulle sbavature di trucco, sui troppi vestiti, sulla perdizione di quelli che non capiscono la lingua, il disordine di un menù esotico, il rumore di musiche non tue. Ho imparato a muovermi per questi luoghi, ma ogni tanto mi fermo per osservare tutta questa umanità, in coda per qualcosa. Adorabile democrazia delle code, impietosa politica del tenerti in piedi per ore, inumana tendenza a condividere con perfetti sconosciuti un chiacchiericcio inutile. Amicizie da check in, intese da gastroscopie, amori da rinnovo patente. Questi sono i momenti in cui mi piace guardare fuori, restando in disparte. La guerra per la sopravvivenza, come tutte le guerre, unisce più di un matrimonio.
Scrivo poesie, perché è un bel modo per dipingere ricordi. Pazienza che siano solo miei.
Ma i nomi proprio no. Non sono indispensabili. Per la storia. La ragazza con gli occhiali verdi, ad esempio, ha un nome bellissimo, ne sono sicuro, ma inutile per me, per i miei ricordi.
Ricordo la sua pelle d’oca, proprio sulla schiena, in mezzo alle scapole.
Tra quelle due colonne che reggevano il suo cielo, il mio purgatorio, ricordo perfettamente dove ho appoggiato le dita, e ricordo il profumo del mare.
Ricordo le luci, l’odore di pioggia, il rumore assordante, aprire gli occhi e contarsi le ossa. Ma non ricordo il nome dello stronzo che mi ha distrutto la buona vecchia Panda.

Accumulo un sacco di informazioni non indispensabili. Il tasso di crescita del Portogallo, il numero di impiegati della Foxconn, il numero civico di un officina sulla strada per Zurigo, che ha esposta una moto, il testo di quasi tutte le canzoni dei Counting Crows, ma non saprei dire la taglia delle mie camicie, cosa ho mangiato ieri, quanti aerei abbia preso dall’inizio dell’anno.

Per questo scrivo poesie. Perché le poesie sono posti di salvezza, dove piccole informazioni e grandi sentimenti possono convivere, la musica di un amore da spiaggia può stare due righe sotto al ricordo dell’ascella di una hostess bruttina. Le poesie sono la mia memoria speciale.
Le poesie sono la memoria speciale di tutti quelli che le scrivono. Per questo così pochi le leggono.

Mio figlio, la sua straordinaria bellezza, la vita incredibile di questo immenso gesto d’amore, mi ha costretto a vivere in un presente molto più faticoso.

Così ho iniziato a sognare anche di giorno.
Spesso le facce di chi ha appena fatto il check in con me, si infilano in un sogno rubato a mezz’ora di volo, nel quale in Grecia ci finiamo io, la tipa dagli occhiali verdi, il tipo del check in, il mio panettiere e un sacco di terremoti (sognare durante una turbolenza da una visione del mondo molto provvisoria).

Sogno ovunque. E sono sogni che infilano il passato dentro il presente. Mai il futuro. Sono sogni brevissimi, ma sono immagini chiarissime. Sono collane intrecciate in un modo che non pensavi potesse esistere. Il passato e il presente che fanno istericamente l’amore dentro la tua testa, che è diventata capace di cadere in queste catalessi in ogni angolo del mondo, ad ogni ora, in ogni posizione.

Sono le notti di maggio, giugno, agosto, quelle in cui sono successe più cose nella mia vita. Questo rende i miei sogni umidi e temperati. Non servono giacche, qui. Fa sempre un piacevole caldo, la mia testa vive vicino a un Equatore perfetto, dove le mezze stagioni sono la regola. Donne e uomini perennemente semi nudi, città accoglienti, notti lunghissime, stellate speranzose. Un rhum perfettamente allungato con ghiaccio che si scioglie lentamente, parole spese con la calma di chi sa che il freddo non arriverà.

Le notti di maggio sono quelle dove non scrivo, perché mi agito per vivere. Porto in giro la mia vita sulla moto, lasciando il motore al minimo. Le notti di giugno hanno portato i più grandi cambiamenti della mia vita. Con il vento caldo che spesso soffia da Ovest. Le notti di agosto sono quelle in cui scrivo, e ricordo. Sento il mare che si raffredda, i tramonti si avvicinano all’ora in cui è ancora bello bere un caffè prima di nuotare.

Sono queste notti, insieme al mare, insieme ai due cilindri, che fanno belli i miei sogni, che scrivono le mie poesie e che mi raccontano le storie più belle.

Pazienza che non mi ricordo nemmeno un nome. Mi ricordo tutte le storie, le tengo sospese.

Aspetto questa mia primavera ritardata ogni anno. Pazienza che non ricordo nemmeno un nome.
Mi aspetto di trovarne di nuovi dentro le notti che mi aspettano.

Ho imparato, davanti agli occhi di mio figlio, che il presente non ha prezzo. Sbagli a vivere nel passato e a correre per il futuro. Ho imparato ad aspettare, perché ogni piccola rivoluzione richiede tempo.
E vento.

Questo posto sta per compiere gli anni, io anche. Regalatemi cose da leggere o scarpe per camminare. Il resto non mi serve. Leggete le mie poesie. Fermatevi a sognare il presente.

È molto meglio del miglior futuro che vi potete aspettare.

PS: potete evitare di portarvi l’ombrello, quando siete dalle mie parti. Succede di tutto, ma non piove mai. È perennemente sereno, a meno di evidenti necessità di scena. Se deve piovere per motivi logistici ( spegnere un incendio, fare l’amore sotto un portone). Ma è pioggia calda.

Put some Poems in your life, Radiocorrida is here

brasato e fagioli, in pompa magna

Da qualche giorno sento il peso dello stress. Non che sia una novità. Io vengo pagato, in un sistema liscio come un tavolo da biliardo, perchè lo stress mi scivoli addosso.
Io, in verità, vengo pagato per fare altro. Ma tutti sanno che si tratta di questo. Si tratta della tua capacità di assorbimento. Cercano, disperatamente, persone elastiche, flessibili, soffici, come un panno carta quattro strati. In grado di assorbire tutto.
Un lavoro prezioso, il mio. Permette ad altri esseri umani di compiacersi felicemente delle loro esistenze lavorative. Il mio lavoro è la sintesi dell’artigianato post industriale. Con le mie mani preparo tutti i giorni una ricetta digeribile, una musica piacevole, un martello affidabile.
Con gli anni, un terzo della mia vita, ho guadagnato una certa esperienza, una delicata sensibilità, insomma, mi sono fatto la mano. Mi sono venute le rughe, ho passato un quarto abbondante della mia vita appeso ai cieli di mezzo mondo, dimostro più anni di quelli che ho, ma mi sono fatto la mano. Volevano una puttana, hanno quello che cercavano. Il mio prezzo non è altro che quello che il mercato può pagare. Ho le mie tariffe, ci sono cose che faccio meglio degli altri, so prendere le mie contromisure davanti al dilagante comparire di gallinelle da strada. Io guadagno per quello che faccio.
Il mostro sacro dello stress si è portato via qualche collega. Sono tanti quelli che mollano. Tanti quelli che svoltano. Tanti quelli che scompaiono. Impari anche, con il tempo, a non farti troppi amici.

Poi ci sono quelli delle benzodiazepine, quelli del Lexotan, quelli della canna, quelli che infilano uno stipendio in un perizoma, una puttana che paga una puttana. Quelli della PNL e quelli del pensiero positivo. Perchè siamo come la popolazione omosessuale negli anni ottanta. Solo che al posto dell’aids abbiamo lo stress.
Abbiamo infarti, angine, coliti, ulcere, ernie. Abbiamo lo stress, che è il male da non dire.

Contro il cielo olandese, guardando la notte arrivare ho risolto a modo mio. Parlando con il mio rumore, ascoltando i miei silenzi, bevendo birra cinese e camminando in tondo per il centro di questo paesone.

Non mi ucciderà certo lo stress.

Ho finito di leggere Andrea Vitali. Ho comprato Andrea Vitali perchè mi aspettava su un bancone, scintillante, compatto e verde.
Ecco, ho finito di leggere. E sono felice. Ci sono autori che non leggerò mai più. Eccone uno.
Dicevamo della scrittura di Marquez, che sa di sudore, sabbia, umido, donne, rhum e tutto il sud America che puoi immaginare.
Dicevamo della Vargas e della sua Francia senza tempo.
Dicevamo di Pennac e dei suoi quartieri.
Come dire di Libagabue e della via Emilia.
Tutti hanno un luogo nel cuore. Di cui scrivono.
Prendi Fante e la sua maledetta California.
Prendi Winslow e il suo sobborgo sud californiano. Prendi Corti e la sua Lombardia, prendi Izzo e la sua Marsiglia. Prendi Millar e la sua provincia inglese, prendi chi vuoi. Riconoscerai i suoi luoghi, sentirai i suoi profumi, respirerai le sue fatiche.
Ecco, di Vitali mi ha stufato questo incredibile localismo, questo drammatico raccontare di qualcosa che sembra davvero avvolto nella nebbia.
Lui se ne consoli. Da una ricerca della Harward Business Review (marzo 2012), pare che una cattiva recensione in rete sia un buon modo per vendere di più ( ammesso che tu sia un autore emergente). Magari il mio parlar male gli farà bene alle vendite. Ma io, che sui libri e sullo stress ho creato la mia vita, ho davvero fatto fatica a digerire il suo scrivere.
E il mio stress.

Mi rifarò con del rhum e con la Mazzantini.
Alla faccia dei cultori del pensiero positivo e dei fan di Vitali.

The Supremes vs Il Meglio di Jabba Jabba

Il freddo non centra. Centrano i due slavi che armeggiano su una vecchia Panda, i quattro balordi che all’angolo, davanti all’unico bar di cinesi aperto, bevono birra Moretti alle nove e ventisette. Centra il motorino abbandonato contro un palo, vicino all’aiuola abbandonata contro la primavera, con l’erba alta in mezzo alla rotonda. Centra il giardinetto a filo con la tangenziale, proprio sotto il cavalcavia. Centra l’indecifrabile senso di solitudine urbana dei quattro negozi, di cui tre pizzerie, di tutto il quartiere, inesorabilmente chiusi. E’ sempre così, quarantotto ore è la mia tolleranza massima al quartiere. Poi mi prende un’angoscia strisciante e un impellente bisogno di migrare. Ovunque ma non qui, mi ripeto mentre spingo il passeggino sul marciapiede dell’Esselunga. Milano è una città bastarda, e i suoi figli bastardi, lasciati appena fuori dalla circonvallazione, sono figli di una Milano nuova. Fatta di solitudine urbana, di deserto festivo e ingorgo feriale, fatta di brutture architettoniche figlie di Ligresti e del suo coraggioso piano per un’edilizia convenzionata. Convenzionata con il cattivo gusto e con il piccolo cuore di chi, mazzette alla mano, ha accettato, tollerato, incentivato, il proliferare di palazzi che sembrano usciti da un set cinematografico sulla Romania degli anni cinquanta.

Io sono figlio di Porta Romana, del suo ingrassare esplodendo in un centro città fatto di mezzi, servizi, negozi, gente, tanta gente, luci e rumori. Io sono figlio delle viscere di questa città, dei suoi vicoli, delle sue porte, dei suoi cambiamenti. Sono figlio del Centro, per sbaglio.

La sfida per la sopravvivenza, adesso, è tra me e questa che non è periferia, non è centro, non è nulla se non un riempire di case e disordine pezzi di città che aspettavano una resurrezione, una rivoluzione, un cazzo di messaggio da un cazzo di sindaco. Sono figlio della pancia che ha votato Pisapia, che fa i conti con l’immigrazione quella brutta, quella che non si integra, quella che picchia, minaccia, rompe e imbratta. Che non è per forza straniera, è solo impiantata nel mezzo di una città che non sente sua. Viviamo, qui da me, a due passi dal centro, appesi all’illusione di una metropolitana, inchiodati al rumore del traffico, abituati a non vedere niente che non sia il piccolo, invisibile, degrado del disinteresse.

Nessuno è qui per scelta. Non si sceglie una zona così. Ci si resta se si è cresciuti qui, nascondendo la pigrizia e vivendo di abitudini. Si arriva qui sbigottiti dai costi del centro, delusi dai costi della prima circonvallazione, depressi dalla periferia. Si viene qui con l’idea che sia un compromesso. Poi, con trent’anni di mutuo a buon rendere, si resta qui, imprigionati nel nulla.

In fondo, è poesia urbana, è il sunset boulevard versione meneghina, è l’ancorarsi al coraggio di chi apre un negozio qui, che non sia un centro massaggi o una pompa di benzina. Potremmo mantenere l’intera città con le nostre pompe, benzina o goldoni.

Spingendo il passeggino, mi sono accorto che l’Esselunga chiuso desertifica quella specie di piazza che ci ritroviamo. Spingendo il passeggino mi sono accorto che non vorrei mio figlio qui, fra dieci anni. Spingendo il passeggino mi sono accorto che mi si è spenta tutta la rabbia, tutta la voglia. Resto qui, semplicemente, a pianificare la mia fuga. Spingo il passeggino fino alla nuova casa di riposo. E’ nuova nuova, orrendamente rosa, decisamente fuori luogo.

Non succede mai niente qui.

Forse è il caso che io me ne vada.