sparami pure, ma poi beviamoci qualcosa

Questa sera ero indeciso se commentare su un social network l’occupazione di un mostro edilizio milanese, compiangermi per la caduta verticale del mio tenore di vita, cercare su internet delle poesie di Neruda o delle foto di Bansky. Indeciso. Quando sono indeciso, finisce sempre che mi trovo un bicchiere di rhum in mano e una sigaretta tra le dita. L’indecisione, gli autosaloni e i locali per ricchi mi fanno lo stesso l’effetto. Cerco di evitare l’indecisione. Piuttosto faccio grossolani errori. Cerco di evitare i locali per ricchi, e se proprio devo, bevo con la disperazione della consapevolezza e mi godo gli asciugamani caldi nel bagno degli uomini. Gli autosaloni sono il cimitero della motivazione personale. Non c’è niente di straordinario in un tettuccio semi apribile, in un pomello di pelle o in un condizionatore bi zona. Eppure ci costringono ad assimilare la straordinarietà di una portiera e la sensazionale possibilità di telefonare urlando verso la tendina parasole al posto che in un telefono. Non c’è nessun erotismo in un sedile, nessuna sensualità in uno specchio retrovisore. Provo, davanti a una utilitaria che costa dodicimila euro al posto che sei, a dirmi che è stupendo. Poi arriva il venditore. Ne parli con il venditore. Deve essere emozionante. Ti offre un caffè, da una macchinetta. Il caffè per entrare in confidenza. Perché tu sei indeciso. Indeciso in un autosalone. A un passo dalla morte. Indecisione comprensibile, quando si parla di infilare una quantità immensa di soldi in un investimento fallimentare.

Ieri ero in un locale per ricchi, seduto su un divano, a bere del rhum. Nei mojito dei ricchi ci mettono sempre un sacco di acqua tonica. Però ti mettono tre cannucce, una fragola, sei etti di menta e due ciliegie sotto spirito. È come se il tuo panettiere facesse le michette senza farina, ma mettendoci due viti del sei, un tovagliolo rosso e una copia della foto della comunione del nipote del macellaio. Eppure tutti, nei locali per ricchi, bevono mojito. E vodka. E bevono con la camicia, i ricchi. Camicie bianche aderenti. Nei locali per ricchi c’è un sacco di pelle, scura, esposta. Divani, cosce, seni, bracci, caviglie. Le mani degli uomini ricchi, avvolte nei polsini bianchi, cadono su tutta questa pelle. A me, mentre bevo disperatamente, piace questo soft core, questo clima da sceneggiatura porno. Mi piace la sottile consapevolezza che una fascetta di euro, una camicia su misura e una puttana da sbarco, danno alle nuove generazioni rampanti.

Domani, potrei andare nel grosso autosalone che c’è dietro casa mia. Stanno uccidendo un intero viale. È troppo in periferia per interessare ai radical chic, è troppo vuoto per poterci credere ancora. Così, sopravvivono i benzinai e gli autosaloni. Filiali importanti. Facciate stupende. Aperti anche il sabato. Domani magari ci vado, ad emozionarmi per dei led al posto delle lampadine. E a bermi un caffè.

Così ho fatto sera di indecisioni, una serata in un locale per ricchi e un giro in un autosalone.

Per non farmi mancare nulla.

Stasera, ho deciso, mi metto a leggere. L’arte nobile di osservare storie di altri, quando le tue sono spente.

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