The Supremes vs Il Meglio di Jabba Jabba

Il freddo non centra. Centrano i due slavi che armeggiano su una vecchia Panda, i quattro balordi che all’angolo, davanti all’unico bar di cinesi aperto, bevono birra Moretti alle nove e ventisette. Centra il motorino abbandonato contro un palo, vicino all’aiuola abbandonata contro la primavera, con l’erba alta in mezzo alla rotonda. Centra il giardinetto a filo con la tangenziale, proprio sotto il cavalcavia. Centra l’indecifrabile senso di solitudine urbana dei quattro negozi, di cui tre pizzerie, di tutto il quartiere, inesorabilmente chiusi. E’ sempre così, quarantotto ore è la mia tolleranza massima al quartiere. Poi mi prende un’angoscia strisciante e un impellente bisogno di migrare. Ovunque ma non qui, mi ripeto mentre spingo il passeggino sul marciapiede dell’Esselunga. Milano è una città bastarda, e i suoi figli bastardi, lasciati appena fuori dalla circonvallazione, sono figli di una Milano nuova. Fatta di solitudine urbana, di deserto festivo e ingorgo feriale, fatta di brutture architettoniche figlie di Ligresti e del suo coraggioso piano per un’edilizia convenzionata. Convenzionata con il cattivo gusto e con il piccolo cuore di chi, mazzette alla mano, ha accettato, tollerato, incentivato, il proliferare di palazzi che sembrano usciti da un set cinematografico sulla Romania degli anni cinquanta.

Io sono figlio di Porta Romana, del suo ingrassare esplodendo in un centro città fatto di mezzi, servizi, negozi, gente, tanta gente, luci e rumori. Io sono figlio delle viscere di questa città, dei suoi vicoli, delle sue porte, dei suoi cambiamenti. Sono figlio del Centro, per sbaglio.

La sfida per la sopravvivenza, adesso, è tra me e questa che non è periferia, non è centro, non è nulla se non un riempire di case e disordine pezzi di città che aspettavano una resurrezione, una rivoluzione, un cazzo di messaggio da un cazzo di sindaco. Sono figlio della pancia che ha votato Pisapia, che fa i conti con l’immigrazione quella brutta, quella che non si integra, quella che picchia, minaccia, rompe e imbratta. Che non è per forza straniera, è solo impiantata nel mezzo di una città che non sente sua. Viviamo, qui da me, a due passi dal centro, appesi all’illusione di una metropolitana, inchiodati al rumore del traffico, abituati a non vedere niente che non sia il piccolo, invisibile, degrado del disinteresse.

Nessuno è qui per scelta. Non si sceglie una zona così. Ci si resta se si è cresciuti qui, nascondendo la pigrizia e vivendo di abitudini. Si arriva qui sbigottiti dai costi del centro, delusi dai costi della prima circonvallazione, depressi dalla periferia. Si viene qui con l’idea che sia un compromesso. Poi, con trent’anni di mutuo a buon rendere, si resta qui, imprigionati nel nulla.

In fondo, è poesia urbana, è il sunset boulevard versione meneghina, è l’ancorarsi al coraggio di chi apre un negozio qui, che non sia un centro massaggi o una pompa di benzina. Potremmo mantenere l’intera città con le nostre pompe, benzina o goldoni.

Spingendo il passeggino, mi sono accorto che l’Esselunga chiuso desertifica quella specie di piazza che ci ritroviamo. Spingendo il passeggino mi sono accorto che non vorrei mio figlio qui, fra dieci anni. Spingendo il passeggino mi sono accorto che mi si è spenta tutta la rabbia, tutta la voglia. Resto qui, semplicemente, a pianificare la mia fuga. Spingo il passeggino fino alla nuova casa di riposo. E’ nuova nuova, orrendamente rosa, decisamente fuori luogo.

Non succede mai niente qui.

Forse è il caso che io me ne vada.

 

 

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