brasato e fagioli, in pompa magna

Da qualche giorno sento il peso dello stress. Non che sia una novità. Io vengo pagato, in un sistema liscio come un tavolo da biliardo, perchè lo stress mi scivoli addosso.
Io, in verità, vengo pagato per fare altro. Ma tutti sanno che si tratta di questo. Si tratta della tua capacità di assorbimento. Cercano, disperatamente, persone elastiche, flessibili, soffici, come un panno carta quattro strati. In grado di assorbire tutto.
Un lavoro prezioso, il mio. Permette ad altri esseri umani di compiacersi felicemente delle loro esistenze lavorative. Il mio lavoro è la sintesi dell’artigianato post industriale. Con le mie mani preparo tutti i giorni una ricetta digeribile, una musica piacevole, un martello affidabile.
Con gli anni, un terzo della mia vita, ho guadagnato una certa esperienza, una delicata sensibilità, insomma, mi sono fatto la mano. Mi sono venute le rughe, ho passato un quarto abbondante della mia vita appeso ai cieli di mezzo mondo, dimostro più anni di quelli che ho, ma mi sono fatto la mano. Volevano una puttana, hanno quello che cercavano. Il mio prezzo non è altro che quello che il mercato può pagare. Ho le mie tariffe, ci sono cose che faccio meglio degli altri, so prendere le mie contromisure davanti al dilagante comparire di gallinelle da strada. Io guadagno per quello che faccio.
Il mostro sacro dello stress si è portato via qualche collega. Sono tanti quelli che mollano. Tanti quelli che svoltano. Tanti quelli che scompaiono. Impari anche, con il tempo, a non farti troppi amici.

Poi ci sono quelli delle benzodiazepine, quelli del Lexotan, quelli della canna, quelli che infilano uno stipendio in un perizoma, una puttana che paga una puttana. Quelli della PNL e quelli del pensiero positivo. Perchè siamo come la popolazione omosessuale negli anni ottanta. Solo che al posto dell’aids abbiamo lo stress.
Abbiamo infarti, angine, coliti, ulcere, ernie. Abbiamo lo stress, che è il male da non dire.

Contro il cielo olandese, guardando la notte arrivare ho risolto a modo mio. Parlando con il mio rumore, ascoltando i miei silenzi, bevendo birra cinese e camminando in tondo per il centro di questo paesone.

Non mi ucciderà certo lo stress.

Ho finito di leggere Andrea Vitali. Ho comprato Andrea Vitali perchè mi aspettava su un bancone, scintillante, compatto e verde.
Ecco, ho finito di leggere. E sono felice. Ci sono autori che non leggerò mai più. Eccone uno.
Dicevamo della scrittura di Marquez, che sa di sudore, sabbia, umido, donne, rhum e tutto il sud America che puoi immaginare.
Dicevamo della Vargas e della sua Francia senza tempo.
Dicevamo di Pennac e dei suoi quartieri.
Come dire di Libagabue e della via Emilia.
Tutti hanno un luogo nel cuore. Di cui scrivono.
Prendi Fante e la sua maledetta California.
Prendi Winslow e il suo sobborgo sud californiano. Prendi Corti e la sua Lombardia, prendi Izzo e la sua Marsiglia. Prendi Millar e la sua provincia inglese, prendi chi vuoi. Riconoscerai i suoi luoghi, sentirai i suoi profumi, respirerai le sue fatiche.
Ecco, di Vitali mi ha stufato questo incredibile localismo, questo drammatico raccontare di qualcosa che sembra davvero avvolto nella nebbia.
Lui se ne consoli. Da una ricerca della Harward Business Review (marzo 2012), pare che una cattiva recensione in rete sia un buon modo per vendere di più ( ammesso che tu sia un autore emergente). Magari il mio parlar male gli farà bene alle vendite. Ma io, che sui libri e sullo stress ho creato la mia vita, ho davvero fatto fatica a digerire il suo scrivere.
E il mio stress.

Mi rifarò con del rhum e con la Mazzantini.
Alla faccia dei cultori del pensiero positivo e dei fan di Vitali.

2 pensieri su “brasato e fagioli, in pompa magna

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