La Ballata degli Sconfitti

La mia fervida immaginazione mi ha salvato la vita in parecchie occasioni. Guarda l’eterna lotta che ho dovuto condurre con i miei genitori per avere più Lego. Non bastavano mai. Il mio progetto era di costruire una città, tutta incentrata su una misteriosa base spaziale dalla quale facevo partire delle navicelle che ispezionavano i pianeti vicini. La rotta più pericolosa era quella che abbandonava il pavimento con un rapido decollo e si portava sul letto di mia sorella, atterrando pericolosamente tra le pieghe del copriletto. In alcune occasioni, ci sono stati dei guasti meccanici o degli agguati condotti da nemici infami e nascosti nella fitta vegetazione. Per questo l’astronave, che inizialmente era snella e più orientata ad un approccio aerodinamico, è diventata un carrozzone quadrato e tozzo, in grado di ospitare i meccanici, i soldati, l’equipaggio, e un cow boy con la pistola disegnata sul giubbotto, che non centrava nulla, ma faceva numero.

Tutti, nella città, avevano un lavoro. Quasi tutti lavoravano per la base spaziale. Ci si muoveva con un autobus che era più grosso della nave spaziale e che faceva il giro di tutte le case. Andava alla base la mattina, tornava quando era ora di cena. Cena vera, ovvero quando venivo forzatamente staccato dalla mia città per andare a mangiare.

Mantenere questa città era un lavoro infame e lunghissimo, da condurre con estrema attenzione. E richiedeva sempre più mattoncini, sempre più pezzi, sempre più materiale. Le missioni spaziali iniziavano a richiedere la costruzione di stazioni di atterraggio, perchè si faceva inverno ed era un casino atterrare sul copriletto di lana, che la punta dell’astronave si incastrava nei pelucchi. Nuovi modelli, con ruote più grosse, furono studiati dopo un drammatico incidente, costato la vita al cow boy (subito dopo rinato come autista di un camion) e ad alcuni soldati. La richiesta di materiale, proveniente da tutti i dipartimenti, era continua. Ormai si viveva alla giornata. Anche un piccolo incidente tra il bus e qualche camion, provocava l’immediato riciclo di pezzi. Mancavano i muri, e si faceva incetta di finestre dei Playmobil, molto utili come vasche di contenimento dei materiali di scarto.

Niente faceva presagire un buon finale. Ma Natale si stava avvicinando. Lo riconoscevo dal freddo, dalle luminarie e dalle petulanti richieste di mia sorella, in piena angoscia paninara e tremendamente desiderosa di un piumino nuovo. Forse anche di un fidanzato nuovo. Ma quello mi interessava meno.

Arrivati alle soglie del Natale, la città viveva appesa a un filo. Alcune missioni spaziali, come l’atterraggio sulla cassettiera in fondo alla stanza, erano state abbandonate, e i saccheggi nei quartieri residenziali avevano spinto molti a dormire dentro la base spaziale, che poi era rimasto l’unico edificio ad avere ancora tutti i muri e tutte le porte. Il capo della Base, l’unico Lego con la tuta blu, e quindi il capo, aveva deciso in ogni caso di costruire una super nave da combattimento. I dissidenti, tra cui il cow boy e un paio di sgherri di Robin Hood, avevano deciso di ritirarsi sotto il letto, in fondo, nella zona più selvaggia e buia. Stavano confabulando qualcosa, ma non sapevano che il terribile, ed obeso, gatto di casa, sapeva dove trovarli. Proprio alla vigilia, uno degli sgherri di Robin Hood fu ritrovato in cucina, orrendamente massacrato di morsi e decapitato. Questo spinse i dissidenti a tornare nella valigia, per lo meno di notte, o in mia assenza, insieme a tutti gli altri Lego.

La mattina di Natale eravamo in tanti ad aspettarci qualcosa di grandioso. Io sono sempre stato in grado di riconoscere una scatola di Lego anche se incartata orrendamente con le carte regalo che mia nonna si faceva arrivare direttamente da un laboratorio segreto dove la Orfei confabulava con Dalì per partorire carte scure, opache, con disegni psico trance.

L’arrivo dei mattoncini era dato per scontato da quasi tutti gli abitanti di camera mia, tranne che da mia sorella. Che penso, a quel punto, fosse più orientata su un nuovo fidanzato.

Scartate le figurine Panini, avevo già in mente un baratto con un mio compagno di classe. A me del calcio non me me fregava nulla. A lui non fregava nulla di costruire qualcosa. Oggi è ancora così, ma siamo trentenni e giochiamo con giochi diversi.

Poi ho aperto un dolcevita grigio di lana. Il regalo della nonna, messo in una scatola rigida, della forma e dello spessore di una dei Lego. Un gesto infame, un colpo basso. La vendetta sarebbe stata eseguita con calcolo e freddezza, rubando tutte le caramelle Miele Ambrosoli che teneva nascoste dietro al televisore.

La questione si faceva drammatica. Stavano finendo i pacchetti sotto al Presepe. E io non avevo in mano ancora un solo pezzo di Lego, nemmeno un mattoncino da due. Forse mi ero spiegato male. Forse non mi volevano più bene.

L’ultimo pacchetto per mia sorella, poi un pacchetto per mio padre, e poi l’ultimo per me. Un libro. Lo sentivo. Era un libro. Aperto, tolta la carta. Un libro di preghiere. Mi avevano regalato un libro di preghiere.

Sentivo fortissimo l’impulso di piangere. Piangere. Piangere a dismisura. Un libro di preghiere.

 

Nemmeno un singolo pezzo di Lego.

 

Ho imparato molte cose da quel Natale anni 80. Ho imparato ad usare meglio l’immaginazione, per costruire, abbattere, giocare. Ho imparato a dire le preghiere, leggendo svogliatamente un libro, che poi è diventato anche la nuova rampa di lancio per le missioni spaziali. Ho imparato a terrorizzare il gatto, proteggendo la mia popolazione. E poi ho imparato che quando sai cosa desideri, è sempre meglio che tu te lo prenda.

 

Sta arrivando Natale, da qualche anno ho smesso di giocare con i Lego. Ma non ho smesso di giocare. E questo Natale so cosa vorrei. So di non poterlo dire, per convenienza. So di poterlo solo sognare. Ma so, per certo, che si tratterebbe del regalo più bello di tutta la mia vita. E so anche dove andare a riprenderlo, questo regalo più bello di tutta la mia vita. Perchè lo ho lasciato lì, ad aspettarmi.

Il regalo più bello di tutta la mia vita.

Sicuramente dopo una scatola di Lego.

Perfino a Maggio

Salire. Sentire la sella gelata dal freddo pungente. Girare la chiave. Sentire il rumore pigro della centralina che fatica a svegliarsi. La luce gialla, calda, cade sulle ombre del viale. Anni di tecnologia non potranno mai sostituire il caldo, approssimativo, giallo di una incandescente resistenza. Il motore protesta, intorpidito, e gira a un minimo troppo alto per essere credibile. Vibra tutto. Anche l’orizzonte dei palazzi di fronte sbalzella, dentro questo vibrare convulso. Un colpo di gas, per sentire il polso girare, per sentire il ritardo meccanico nella risposta. La prima entra secca, durissima. Un colpo per il motore, un colpo per il cuore.

Partire. Sentire l’aria gelata che entra ovunque. In faccia, nella pancia, sulle gambe. Strati di cotone, acrilico, lana, pelle, inutili al freddo di una sera. La seconda e la terza arrivano dirette, non c’è fretta.
La terza è la marcia migliore. La moto è nervosissima, sensibile, immatura. Un minimo colpo e i giri salgono, lasciare il polso e la bestia si siede stanca. Il culo scivola sulla pelle gelata della sella, le mani tengono stretto il manubrio, stretta la vita. La tangenziale. Non era quella la strada. Il sottopasso, il traffico della sera. La moto scivola di lato, le luci scorrono a sinistra.

Continuare. La strada non è questa. Bisognava andare dalla parte opposta. Bisognava. Ormai, la strada è questa. La quarta e la quinta, le marce del viaggio. Le vibrazioni si siedono, le ruote si scaldano. Ancora, si sente scivolare la ruota dietro a ogni sussulto dell’asfalto imperfetto della tangenziale. Per centesimi di secondo perdi il contatto con l’asfalto, la ragionevole possibilità di rimanere in vita. Lo scarico butta fuori fumo e urla. Rumore assordante, musica deliziosa. La tangenziale finisce. La tangenziale, come moltissime strade, gira semplicemente intorno al centro.

Sembra di scappare lontano, ma si torna sempre al punto.

Fermarsi. Il motore sfriogola. Sfrigolano solo i motori. E’ il modo di ansimare dopo l’orgasmo che hanno queste creature a due cilindri. L’olio si siede, insieme alla tua anima, a riposare.
Ferma, nuda, spenta, sembra una bestia innocente. Come chi la guida.
Il problema, di queste bestie, è quando trovano il pilota giusto. Tutti sanno accendere una moto, guidarla pazientemente verso il centro. Pochi, pochissimi, sanno tenere al massimo il motore senza farlo scoppiare. Pochi, pochissimi, sanno aspettare che le gomme si scaldino, per non scivolare.
Pochi, pochissimi, sanno lasciare le mani, trattenere il respiro, sentire il freddo, stringere le gambe e spostare due docilissime tonnellate di ferro verso una curva cieca.

Senza mani.

Life begins at the end of your comfort zone

Il danno oggettivo è stato creato da anni di calcaree ossidazioni, come un vecchio tubo della lavatrice. Mi hanno insegnato a leggere i movimenti del corpo, i tic di un viso, le espressioni di uno sguardo, la frequenza di un respiro. Mi hanno insegnato a leggere tra le parole, a creare empatia usando specifici termini, a provocare disagio, a usare doppie negazioni e a usare le parole con un peso specifico. Mi hanno insegnato a regolare respiro, pulsazioni, sudorazione, movimenti collaterali, modulare il mio corpo per seguire quello della persona che ho di fronte. Posso sostenere uno sguardo, rafforzare un rapporto toccando una spalla, posso tagliare con le parole e ricucire con le dita. Uso la mano destra indifferentemente dalla sinistra, distinguo l’emisfero destro da quello sinistro. Posso creare un rapporto usando la vista, l’udito o il tatto, posso parlare senza pensare a quello che dico, posso sentire senza ascoltare e poi rispondere adeguatamente.
Mi hanno insegnato tutto questo per anni. Ci ho messo anni per impararlo.
Nell’immaginario comune, assomiglio a un soldato, preparato per colpire, pronto per reagire. Nella quotidianità sono uno zingaro del circo, che porta in giro il suo numero, pagato per far sognare i vecchi e i bambini, mentre ruba ai giovani adulti.
Mi hanno insegnato a leggere. Non la carta. Mi hanno insegnato a leggere i corpi. Mi hanno pagato per questo.
Mi pagano per questo. Siamo in tanti, ci riconosciamo, ci incontriamo alla fine di una giornata di circo. Ognuno con il suo numero.
Niente di male, perdio.

Tom è stato il mio primo coach. Il termine Coach è molto figo e radical chic sono in Italia. In America, Tom faceva un lavoro come un altro. Il Coach. Insegnava alla gente a fottere la gente, lasciando che la gente credesse di non essere fottuta. Un lavoro come un altro.
Passavamo del tempo insieme, io e Tom, in Florida. Fuori da Orlando, vicino ai parchi, in un motel illuminato dall’insegna di uno store Levis. Tom mi ha insegnato a negoziare. Era un uomo basso, pingue, con la pancia lanciata verso il basso. Aveva lo sguardo di un bulldog, e parlava con un tono suadente, scandendo le parole. Tom capiva qualcosa di spagnolo, perchè veniva dalla fine di Los Angeles. E quando si arrabbiava, parlava spagnolo. Negoziare, l’arte di plasmare il risultato da entrambe le parti, l’arte di addolcire un fallimento, l’esercizio di raggiungere un risultato che sembri ragionevole a entrambe le parti, anche quando è evidentemente non ragionevole.
Tom faceva un lavoro come un altro. Un giorno, su un aereo per Santa Clara, gli ho chiesto se si fosse mai sentito stanco di tutto questo. Tom, quando volavamo, scriveva fitto su un quaderno azzurro. Lo ha chiuso, mi ha guardato, e mi ha detto: non ti stancherai mai di farlo. I soldi non stancano. Quando lo dovrai fare per te stesso, allora si, sentirai tutta la stanchezza.

Adesso sono costretto su una sedia, ad osservare il mio corpo che fatica a rispondermi e la mia mente che cerca di smettere di trovare punti di riferimento. Smettere di cercare dietro a uno sguardo, smettere di ascoltare il proprio respiro.

La vita inizia proprio alla fine della tua comfort zone.
Respira è davvero così.

Oggi ho camminato con il Piccolo, per cercare un palloncino. Mi piace l’idea che si abitui al concetto di volo. Lo porto a vedere gli aerei, gli compro palloncini colorati. Fingo di dimenticarmi come si dice aeroporto, e scoppio di gioia insieme a lui quando arriva un jet verso di noi, e ci passa sopra la testa.

Oggi ho camminato anche da solo, per cercare un punto di riferimento. Mi piace l’idea di non avere punti di riferimento. Tutta la mia forza, adesso è la mia debolezza. Fingo di dimenticarmi come si dice, ma lo so benissimo.

Oggi ho pensato molto. Ho comprato un palloncino. E ho camminato molto.

Credo di poter dire che la soluzione migliore non è in un palloncino, e nemmeno nel camminare.

Mi piacerebbe incontrare ancora Tom. Adesso che ho delle domande da fargli.

Noodles, amore, e altri fallimenti familiari

Oggi mio padre ha cucinato i noodles. Mi ha detto, al telefono, che mi avrebbe fatto gli spaghettini, quelli lì coreani, capelli d’angelo. Ci siamo accordati su un orario, sul menu del Piccolo, e ci siamo salutati. Soffriamo dell’impedimento di avere normali conversazioni telefoniche. Credo di averlo ereditato da lui. Lacunosi mugugni, brevissime frasi e l’impellente fretta di chiudere la conversazione quanto prima.
Mi interessava fargli capire che il Piccolo, all’ora di pranzo, ha bisogno di un pranzo. E che, come tutti i bambini e gli adulti viziati, se non pranza, all’ora di pranzo, si irrita parecchio. Solo che un adulto viziato lo puoi serenamente mandare a fare in culo. Il Piccolo, già solo per la dolcezza degli occhi, è impossibile da non accontentare.
Questo, il pranzare all’ora di pranzo, cozza parecchio con il castello organizzativo che regola la vita di mio padre. Inoltre, il sapere di avere qualcuno a pranzo gli provoca due tipi di reazione. La prima è, in ogni caso, quella più piacevole per gli ospiti. Arrivi e trovi settantacinque portate pronte e fumanti. Nessuna cucinata da lui. La gastronomia del Corso, in questi casi, si permette di rimanere chiusa per festa il giorno seguente. La seconda reazione, quella più comune e normale nel caso gli ospiti siano conoscenti o famigliari, è che mio padre non fa assolutamente nulla nell’ora che precede il pranzo. Non cucina, non compra, non ordina. Semplicemente aspetta. Seduto sullo sgabello vicino alla cucina a gas, gioca con il telefonino, gli occhiali a mezzo naso, e aspetta il suono del citofono, che non sente se non al terzo o quarto giro. Da quel momento, viene assalito da un panico feroce, e tira fuori dal frigo tutto quello che c’è. Tutto. Salse, secondi, surgelati, frutta, primi, affettati e insalate. Appila ordinatamente tutto sul mobiletto della cucina e si fa trovare terribilmente indaffarato in quello che, secondo lui, dovrebbe sembrare un gran modo di servire un pranzo.
Negli splendidi anni della nostra convivenza solitaria, che hanno coinciso peraltro con gli splendidi anni in cui io convivevo con i giganteschi mostri dell’adolescenza e della giovinezza alcoolica, il nostro piano alimentare prevedeva un pantagruelico consumo di Bon Roll, Cordon Bleu e ravioli Rana. La verdura, bandita per la sua pericolosa deperibilità, veniva portata dalle mie sorelle, impietosite dalla totale assenza di vitamine nella nostra dieta.
Adesso, nella dolce solitudine della vecchiaia, è in grado di passare intere giornate a rimestolare il minestrone, nel quale aggiunge praticamente ogni ben di Dio, facendolo assomigliare a un budino di verdure con burro, moltissimo parmigiano, tanto olio e molto sale. La sua cardiologa elogia questa dieta con dei lunghissimi sospiri, sapendo benissimo di non poter cambiare le radicate convinzioni di un arzillo settantenne. Ma il minestrone è solo per lui.

Mi ha spaventato molto, in effetti, questa variante dei noodles. Primo perché è un piatto sconosciuto a mio padre. Secondo perché prevede un tempo di cottura, un utilizzo della cucina, un impegno intellettuale, troppo esagerato rispetto al risultato.

“Guarda che i nudel li mangiavo anche io, quando vivevo a Cleveland”.
Cleveland, nel flusso di memoria di mio padre, è il posto dove è successo tutto. Da curricula, è stato a Cleveland un paio d’anni, a cavallo del sessantotto. Non parla mai del sessantotto. Perché lui era già piegato su una scrivania, nel sessantotto. Ma deve essere stato uno sballo essere l’unico non strafatto di LSD in giro per Cleveland la sera. Lui, negli States, voleva viverci da una vita. Ed è riuscito ad andarci, trovare lavoro, restare, portare mia madre a vedere. A Cleveland ci avrebbe passato tutta la vita. Lo dice sempre. In ogni caso, cosa sia successo veramente a Cleveland nessuno lo può sapere. L’unico testimone, il suo collega veneto che, tutti sanno, ha girato gli States con una Cinquecento, è morto una decina di anni fa, lasciando libero mio padre di scorrazzare nei pascoli dei ricordi e saccheggiare la memoria attingendo da fonti che nessuno può confutare.

In verità i noodles, Cleveland, i gamberetti ancora congelati e il Piccolo che divora una pera tagliata a cubetti sono solo il contorno. Ha pianificato tutto. Vuole parlarmi. Il modo in cui io e mio padre ci parliamo è molto cambiato nel corso degli anni. Prima di tutto è iniziato. Avevo diciannove anni, ed essere rimasti in casa soli ci forzava, se non altro per educazione, a una provvisoria comunicazione sugli eventi minimi. Poi siamo cresciuti. Io sono cambiato. Lui è cambiato. Rispettiamo i nostri errori, pazientiamo dei nostri limiti, e parliamo molto di come dovrebbe essere la vita, di come sia l’amore, di quanto fosse bella Cleveland e di altri argomenti secondari.

Da sempre, quando mi deve dire qualcosa di estremamente personale, la prende parecchio alla larga. I noodles servivano a questo. Noodles, uguale Cina. Uguale viaggi. Uguale lavoro. Uguale perché non stai bene. Uguale non ti preoccupare del lavoro preoccupati dell’amore. Tutto succhiando dal piatto, e tentando di recuperare un gamberetto che nel risucchio ha fatto un passaggio nel bicchiere del vino.
E’ tutto li, il segreto. Nell’amore.

Finisco il mio piatto di noodles prendendo in pieno un grumo di Curry non sciolto, che mi entra nelle gengive e arriva direttamente nel lobo sinistro dell’orecchio, paralizzandomi per qualche secondo. Non so cosa rispondere. Non ho risposte pronte. Il ragionamento non fa una piega.

“E’ inutile dannarsi per le cose che non solo l’amore. Vuoi ancora nudels o del pollo?”
Mastico piano, penso. Non so rispondere. Nemmeno se voglio ancora dei noodles o del pollo.

Poi, sottovoce, lo dico: forse dovrei partire. Recuperato il gamberetto, mio padre è in grado di bere il vino senza troppi dubbi. Un lungo sorso. Lunghissimo.

“sai perché io e tua madre non siamo stati a Cleveland a vivere?”.

Perché il discorso è tutto qui. Il coraggio di partire lo trovano in tanti. E’ la forza di restare che rende unici. Il partire, è l’innamorarsi di nuovo di un luogo. Il restare è sposarlo. Ed è assolutamente inutile partire da soli, quando sai benissimo di dover lasciare troppa vita dove sei.
Partire è una delle illusioni migliori della vita. Come se i problemi non viaggiassero con te, come se le paure non trovassero posto dentro una valigia, come se i rimorsi non si facessero spazio vicino a te. Partono tutti, prima o poi. Io adoro vedere la gente partire. Come adoro vedere la gente travolta da una passione, sotterrata da un innamoramento. C’è, negli occhi di chi parte e di chi ama alla follia qualcosa di nuovo, una scintilla, una luce. Che non si trova mai in chi resta o in chi non ama. Adoro sentire l’eccitazione del racconto. La gente che parte, prima di partire ti racconta. Di un posto in cui non è ancora stata, ma di cui sa già tutto. Di gente che non ha ancora incontrato, ma di cui conosce tutto. Perché è partita molto prima. La gente che parte, parte nel momento in cui, affossata nel divano di casa, decide di partire. Nel momento in cui, mette in fila ordinata tutti i motivi buoni, ce ne sono solo di buoni, per cui partire è un’ottima decisione.
Adoro la gente che parte, perché è frizzante, elettrica, gioiosa. Amo anche parlare con chi resta. Mi annoiano quelli che tornano, sconfitti o malinconici. Odio le aggruppate per le foto, le serate di ricordi e i soprammobili africani comprati in Tunisia. Anche l’iguana comprato in Messico o il tiki di Bali mi intristiscono. Quando compri un souvenir, hai finito il viaggio. I grandi viaggiatori portano i souvenir nel cuore, e sono storie meravigliose.

Ho scoperto, oggi, perché mia madre non è voluta restare a Cleveland. Perché non c’era un supermercato vicino a casa. Anche le ragioni per andare, quando vuoi tornare, possono essere delle cagate cosmiche.

“E poi, il supermercato era a un isolato di distanza”, mi dice mio padre.

Che è il modo migliore di spiegarmi il significato dell’amore.

le cose che si raccontano

Questa è la storia di un preciso istante. E’ un racconto di un momento.
Una tenda di velluto rosso, scostata appena, un caldo infernale, il silenzio surreale di quei momenti in cui sta succedendo la cosa più normale del mondo: la vita si ferma per un secondo, per lasciarsi guardare.
Le cose più grandi della vita di un uomo succedono in un attimo.
La tenda di velluto rosso, la moquette e la luce gialla, un ricordo lontano di buongusto.
Il profumo, sai che non dimenticherai il profumo. Quello resta.
Il profumo di questi attimi di vita resta nel naso, nella testa.

Questa è la storia di un preciso istante, è il racconto di un profumo preciso, dolce come la frutta, avvolgente come il caldo di un pomeriggio di luglio. E’ una storia di pelle, talmente perfetta che tutte le storie che vivrai da adesso in poi, lo sai, dovranno avere questa pelle. Perfetta, rotonda, liscia, opaca. La pelle, ordinatamente, trasporta questo profumo. Seduto sul bordo del precipizio sai che non dimenticherai questa pelle e questo profumo.

Prende forma quando ti fermi a guardare. Vedi la tenda rossa, la moquette, i mobili troppo lucidi. Il momento prende forma quando ti fermi a sentire. I rumori di fondo di una citta’ che ti sembra infinitamente lontana. Prende forma quando senti il cuore rallentare, mettersi in pari con il respiro, che non ha nessuna ragione per correre.

In effetti i conti non tornano. Sai che questo momento, la sua dolcissima perfezione, non tornerà più. Sei fermo immobile. Respiri lentamente. Inspiri profumo. Cerchi il caldo di questa pelle, l’umido delle sue pieghe. Perché è in quel caldo, umido, rotondo e morbido pericolo che hai scoperto di dover stare. E’ il posto dove sta succedendo tutto, è il centro di un mondo che diventerà il tuo mondo. Niente è più come prima, quando un attimo fatto di pelle, profumo, calore, inonda il silenzio

Sei fermo immobile, sai che il tempo non sta passando. Sono secondi, ma senti di avere tutto il tempo del mondo per fermarti a guardarlo. Le tue mani hanno casa qui, lo senti. Le tue dita scorrono veloci su velluto e capelli. Le tue parole si fermano, il silenzio è consapevole.
La tua bocca cerca affannosamente quell’umido, quel caldo, che non sarà mai solo tuo.

Seduto sul precipizio di questo momento, ti rendi conto di stare bene. Per la prima volta da troppo tempo. Stanno bene le tue gambe, che lottano per tenere su la schiena, sta bene la tua pancia, che aspetta il colpo finale, sta bene il tuo cuore, che ha trovato un ritmo perfetto. Stai bene tu, perché è qui che dovevi, straordinariamente, stare bene.

Sai che non sta passando il tempo. Sai di avere tutto il tempo per respirare questo momento. Sai quanto ti mancherà, quanta nostalgia avrai di questo istante. Il tuo cuore saprà, da adesso, che questo è il posto dove sei stato bene, dove dovresti stare, da cui non ti dovresti spostare. La tua voce sa di non poterlo dire, per non spaventare questa perfezione. Per non far scappare questo profumo. Trovi, appoggiati al caso di uno specchio, gli occhi selvaggi di questo profumo. Profondi, supplicano le tue mani. Supplicano dolcemente, con una dolcezza infinita, come la bellezza di quella pelle. E’ una supplica dolcissima, lenta come il beccheggiare dei fianchi soddisfatti. Dolcezza disarmante, resti senza fiato.

Solo tu sai che dovrai tornare, nelle pieghe lisce e umide di questa perfezione. Appoggiare le labbra, bere, per smettere di avere sete. Appoggiare le mani, per sentire il caldo placido di un’attesa.

Parlano i tuoi occhi, per te. Parlano le tue viscere, che si calmano appoggiate al rumore assordante di una distrazione. Niente, adesso, può rimediare al vuoto.

Si tratta di aspettare, pazientemente, che questo attimo diventi un racconto.

Silenzio, quando stai bene, sai di aver bisogno solo di silenzio. Per far diventare l’attimo un ricordo.
La tua bocca sa dove bere, le tue dita dove nascondersi, il tuo cuore dove fermarsi.
Solo le tue gambe, ti riportano in città.

Hai respirato un momento perfetto.
Succede, rarissimo, a tutti.

Mi duole ammetterlo

Mi duole ammetterlo, ma sono sepolto da quello che i più stupidi tra di voi potrebbero definire ” un periodo pesante”. In pratica, arranco con difficoltà per mantenere il motore al minimo.

Mi duole ammetterlo, ma Barcellona non è il posto migliore dove accusare questo genere di colpi. La città è semideserta, negozi chiusi, cartelli di affitto che puzzano di disperazione, il mare che ordinatamente tiene a bada la città che vorrebbe esplodere sembra fin troppo calmo.

Ma, fin dagli albori di questo cazzo di lavoro, sono abituato a gestire pessime situazioni in pessimi posti.

Mi duole ammetterlo, ma sarà un periodo di sangue e fatica, nel quale dovrò mettere molte delle (poche) energie rimaste in questo lavoraccio su me stesso.

Mi duole ammetterlo, ma questo segnerà una caduta libera nella quantità e qualità di quello che scrivo. Chiudo gli occhi e tiro dritto.

Barcellona non è posto per questo genere di malessere. Ma nemmeno Milano.

Ho bisogno di un buon libro, di un bivacco motociclistico, di una surfata invernale inaspettata, di un viaggio in mezzo al nulla. Insomma pianifico grandi fughe. Che è una delle specialità della casa. E nel contempo tengo i motori al minimo.

Scriverò molte poesie. Questi sono i periodi migliori per le poesie.

 

 

Crisi d’ansia: gestire gli effetti collaterali

Pioveva a dirotto sulle vetrate della Sky Lounge, era ora di cena.  Da quando la democrazia dei voli ha azzerato l’aristocrazia delle Sky Lounge non mi piace più andarci. Però era mercoledì sera, novembre, pioveva, la hostess del gate temporeggiava per dirci che l’aereo aveva problemi tecnici, faceva un filo di freddo, era finito il Corriere in edicola e avevo perso il Financial Times su qualche panchina.

Insomma non mi restava che bere a scrocco del gran vino rosso.

Accadeva ieri. Quando sono evocativo e romantico, parlo al passato e tendo a costruire grandi eventi da insignificanti episodi. O forse, più che evocativo, ero semplicemente alticcio.

Il vino rosso mi serve, nell’immediato, per placare l’ansia. Per passare il tempo, per allentare la cravatta, per pensare meglio.

Mancava una donna. Era pieno di donne. Mancava una donna bellissima, geniale e maliziosa. L’ideale accompagnamento a del vino rosso e a della solitudine da aeroporto.

 

Tutto questo per dire che oggi sono in pieno hangover. Ma hangover è davvero freddo, chirurgico, brutto, come termine. E’ molto più dolce, evocativo, poetico resaca.

Resaca, come la risacca, è il modo di dire spagnolo per riassumere la mia situazione odierna. Del gran vino rosso che risale l’esofago, le patate all’aglio che scalano la trachea, lo stomaco chiuso, la vista annebbiata.

Resaca. Maree di vino rosso.

Ascolto i Lucero, metto Go Easy. Canzone evocativa. L’ultima che mi ricordo di aver ascoltato sull’aereo, prima di cadere in un sonno da vino rosso.

 

 

La mia agenda per un tozzo di pane

Io ho un problema di memoria. Credo sia qualcosa di serio, tipo qualche patologia incurabile. I sintomi sono chiari, e credo che stia peggiorando. Dimentico alcuni dettagli di alcune cose. Dimentico in parte. Non faccio distinzione tra cose importanti, appuntamenti non fondamentali , numeri di telefono, date, codici. Dimentico un po’ di tutto, ma solo in parte.

Fin dagli albori delle mie prime esperienze di gestione del tempo, quanti ricordi di splendidi master di time management che ricordo solo parzialmente, ho imparato la centralità del ruolo di un pezzo di carta nella vita di un uomo.

Porto sempre con me la mia agenda. Che per sicurezza ho duplicato anche in formato elettronico. Ho una agenda cartacea in grado di sostenermi quando il WiFi non c’è, e ho una agenda elettronica che rimbalza tra iPod, telefono, smartphone e iPad.

Sono in grado di fissare un appuntamento a dicembre in meno di trenta secondi, semplicemente scorrendo il dito sulla mia agenda.

Poi, di tanto in tanto, riscrivo a mano sulla agenda di carta. Sincronizzazione preistorica tra quaderno e schermo.

Avere ventisette agende che mi dicono cosa fare mi da sicurezza. Non è un risultato ottimale, ne convengo, ma è una soluzione parzialmente funzionante.

Il problema si presenta quando ricordo l’appuntamento, che è anche scritto sull’iPad e sul Blackberry, e anche sull’iPod e anche sul quaderno, ma non ricordi i dettagli, che non sono scritti da nessuna parte.

Perchè ti sembrava così evidente, facile, immediato, che dall’appuntamento derivassero nella tua mente, come da una fonte di montagna, flussi di informazioni relative ai dettagli.

E invece nulla, siccità mnemonica.

Porca puttana.

Così, ballonzolo per la hall di un cazzo di hotel cinque stelle più una, sapendo di avere una cena, ma non ricordando il nome del commensale. Penso, mi riconoscerà. La mia foto è ovunque. Linkedin, Facebook, Evernote, MSN.

Penso, mi chiamerà.

Mi do un tono, strisciando il dito indice sul bancone del bar, mentre un barman mi serve un vino rosso.

Arriva il conto, mi ero dimenticato che è assolutamente idiota ordinare un calice di vino in un hotel così.

Non c’è nessuna splendida donna su cui fare colpo, anzi, sto aspettando uno sconosciuto di cui non ricordo il nome.

Sono in una situazione di stallo, davanti a diciotto euro di calice di vino. Maledetto Morellino di Scansano.

Poi sento una mano sulla spalla.

Mi giro. Io ricordo tutte le facce. E’ il mio lavoro.

Ricordo la faccia. Non ricordo il nome.

Ma, per fortuna, sono abbastanza famoso. O perlomeno, la persona che mi ha invitato a una cena di gala personalmente, si ricorda il mio nome e la mia faccia.

 

 

Post atomico, eruttante, always Big Mac

L’ottanta per cento dei miei pasti viene consumato fuori casa. Sono il rappresentante statistico della mobilità alimentare, divorato da una perenne colite, costretto alla solitudine nella maggior parte delle mie cene.
Odio mangiare da solo. Per me il mangiare è un rito sociale. Faccio colazione in piedi, perché mi è stato insegnato che gli uomini veri pisciano e fanno colazione in piedi. Pranzo ovunque capiti, adoro stare all’aperto. Quando so di avere davanti una cena solitaria inizio sempre con il girare a zonzo per le strade del centro della città. Prendo metropolitane, bus e tram, mi sposto con la gente, e finisce sempre con un bicchiere di vino e qualche cosa da stuzzicare in pessimi posti che la Lonely Planet sconsiglia di avvicinare (quindi preziosamente privi di sdolcinate coppiette italiane).
Sono uno di quelli che trova decisamente imbarazzante cenare in solitudine. Il tavolo più piccolo ospita sempre due sedie. Trovo insopportabile il vuoto davanti a me. C’è una ragione sociale, emotiva, fisica, nella presenza di due sedie intorno a un tavolo.

Mangio tutto, da buon ospite non rifiuto mai le proposte locali. Giro armato di un compatto blister di riordinatori gastrici, e il mio colon assomiglia a una caotica riunione del Consiglio dei Ministri ( non per il contenuto, ma per la forma, non mi permetterei di offendere quivi il mio prezioso sistema digestivo).

Ho mangiato catalano, olandese, thai, cinese, giapponese, texano, siciliano, californiano, vicentino, romano, toscano, ligure, calabrese, svizzero, piemontese, swaili, greco, inglese, francese, messicano, taiwanese, cantonese, indiano, basco, galiziano, provenzale.
Due sono le conclusioni: la pasta al sugo come la fa mia moglie non la fa nessuno, ed è statisticamente semplice reperire del pollo ai ferri con del riso in quasi tutti gli angoli del mondo.
Per evitare il coriandolo, il cocco, il peperoncino, funghi, aglio, spezie impronunziabili, basta agitare la mano subito dopo aver indicato il pollo sul menu.
Parlo da curriculum tre lingue, ma sono in grado di ordinare una birra in almeno una trentina di stati sovrani, dialetti regionali inclusi.

L’esplorazione gastronomica é sicuramente uno dei grandi vantaggi del viaggiare, anche se per sopravvivere oltre i quarant’anni senza quattro bypass al cuore e due all’intestino è consigliato mantenere uno stile alimentare sobrio. Fai i primi anni da Frequen Flyer come uno scanzonato Berlusconi, ma poi ripieghi come tutti i colleghi di trolley a un più consono menu Monti.

Ho solo un problema, un limite.

I panini sono il mio problema.

Odio i panini. Da sempre. Mi fanno più impressione le pubblicità di Sbarro, Subway, McD e soci che quelle sull’abbandono dei cani in estate. Anche se voglio decisamente più bene ai labrador che alle baguette, il panino succulento, strapieno di tacchinoinsalatasalasacocktailfunghetticapperipepeverde, mi da un fortissimo senso di abbandono, di sconfitta.

Il panino è l’arrendersi alla vita da pendolare. È il primo passo verso la fine.

E qui si pone il problema più grande che affligge chi, segugi multinazionali, ha la carta di credito castrata dai tagli aziendali e pascola per gli aeroporti del mondo trascinando il trolley e la vita tra un box fumatori e un negozio Montblanc.
Dopo anni di studi di settore e ricerche di marketing pare che l’Associazione internazionale dei ristoranti aeroportuali abbia deciso di smantellare il cartello “costiamo, cazzo, ma tanto non hai alternative, cazzone”. Insalate da venti euro, che quando le vedi pensi “cazzo,quarantamilalire” e il tuo vicino tedesco sospira “cazzo, venti marchi” e il tuo vicino americano “finalmente un’insalata a solo trenta dollari, uonderful”.
Misteriose zuppe da quindici euro, petti di pollo che costano come interi allevamenti, smorte fragole appoggiate a moribonde fette di ananas al prezzo di un biglietto Milano Roma in prima classe.
C’è del jazz in sottofondo, e tu pensi “cristo, pure il jazz”, mentre il tuo vicino francese sorride “finalmont un posto con del jazz male amplificato”. Le luci sono soffuse, i panciuti dirigenti hanno gli occhiali a tre quarti di naso. Se devi immaginare un locale per scambisti, eccoti un aiuto.

E tu, che alla fine a pranzo ti hanno fatto mangiare coda di rospo fritta, salame piccante, trionfo di olive impanate e gelato al cioccolato (dolce dolce, non un po’ salato. Quella era una allusione a una fellatio con un pene nero, ma ti devo spiegare tutto?), e che alla fine non é vero che mangi tutto. Anzi, sono riusciti in un solo menu a beccare tutto quello che odi. Quindi hai lasciato quasi tutto, confondendo i tuoi commensali con chiacchiere sulla drastica misura di correzione degli investimenti industriali nell’area balcanica. Tu, che tua nonna direbbe che non hai mangiato nulla, perché puoi fregare commensali dall’indubbio profilo internazionale ma non la madre di tua madre. Tu, insomma, hai una fame costante, dolorosamente insidiosa, pressante.
Sai che tra meno di un’ora ti verrà servito uno snack a diecimila metri di altezza. E detesti quegli snack. Non son snack, sono offese alimentari. E non vuoi mangiare la pizza. Ci vogliono due quadrimestri per digerire la pizza low style. Non é pizza. Non vuoi mangiare le barrette cioccolose che sostituiscono un pasto completo, arricchite di riso soffiato. Perché sostituiscono il pasto completo solo di anoressiche modelle e fissati del Pilates, e poi non sei un pavone in cattività, tirato su a riso soffiato e ormoni. Tu hai fame, cazzo. Fumi, ma hai sempre fame. Bevi dell’acqua vitaminizzata, ma hai fame.
Fame.

Hai un disagio da capitalista, hai fame, sei pieno di soldi, ma non vuoi mangiare.

Non ti pieghi al panino, finisci piantato contro il finestrino, sgranocchiando uno snack offerto insieme a un soft drink, mentre anonime campagne innevate ti scorrono migliaia di metri sotto gli occhi. Chissà dove cazzo siamo, pensi. Per non pensare: ma come cazzo faccio a ridurmi sempre così?

Poi ravani nella borsa, tiri fuori una rivista, ma finisce che non la leggi. Tiri fuori il computer, ma finisce che non lavori. Senti lo snack ballarti tra la trachea e i polmoni. Rimarrà seduto lì per molte miglia.
Che brutta fine che hai fatto.
Forse valeva la pena, senza farsi notare, prendere il toast sottovuoto e mangiarlo freddo, chiusi in bagno.

Dedicato al Ponderosa All U Can Eat di Orlando, FL. Il mio primo, vero, giro nell’America quella vera, obesamente vera. La mia prima serata davvero triste e solitaria, purtroppo non l’ultima. La mia prima Ceasar Salad, un vero amore. Ero un pivello delle trasferte, sembrano milioni di anni fa.
Al Ponderosa, con un pollo da 7 dollari potevi mangiarti tutto il buffet. Potevi, perchè avevi un colon ancora stanziale.

Al Ponderosa, e a tutti i panini che mi sono saltato.

brevetti di pongo

Avere una faccia da mignotta. Avere una faccia da mignotta e una quarta rifatta che esplode dentro una maglietta di due taglie meno. Avere due capezzoli che sembrano armi. Due lance sparate verso il mondo. Avere due tatuaggi sulle caviglie. Avere il perizoma incollato ai pantaloni aderenti.

Avere tutto questo potrebbe essere una grande fortuna, e sicuramente ha aiutato, aiuterà, sta aiutando, molte aitanti femmine.

Ma a me non me ne frega un cazzo delle tue tette, della tua faccia e dei tuoi tatuaggi. Mi hai sorpassato in coda. Non ne avevi diritto. Mentre il tipo che hai sorpassato insieme a me si dilunga sul rapporto peso potenza delle esplosive chiappe a nocciolona, io mi limito a pensare che non me ne frega un cazzo di tutto questo corpo. E non ti da diritto a sorpassarmi in questo cazzo di aeroporto, in mezzo a tutta questa gente, insieme a tutti questi esseri umani.

La potenza dei capezzoli minaccia anche l’addetto alla sicurezza, che fa passare tutta questa carne insieme a bracciali, cavigliere e pendagli. E, lo so benissimo, non fará passare noi, comuni mortali amanti della rasatura parziale, nemmeno sotto tortura.

Penso al Dalai Lama, quando vedo tutte queste mignotte. Prima, ad essere sincero, penso che sbattersele senza nessuna pietà deve essere un mestiere duro ma piacevole. Incellophanarle con promesse di lavoro, con macchinoni dai vetri neri e con cene da cinquecento bigliettoni deve essere dura, ma il resto non deve essere male.
Poi penso al Dalai Lama. Mi mette calma giá solo pensarlo. Figurarsi se facessi anche quello che dice.
Beh, non so se l’abbia mai veramente detto, o anche solo pensato. Ma ho letto da qualche parte una sua frase: siamo nel tempo in cui si passa molto tempo ad arredare i balconi, perché abbiamo il terrore delle nostre stanze, vuote e tristi.

Poi penso, mentre l’addetto alla sicurezza mi fa togliere anche le mutande, che avere una faccia da mignotta deve essere una ben brutta punizione. È come avere il menu di crudi di pesce appeso sulla porta. Nessuno entrerà per chiedere una bistecca.

Ê uscito Kustom World, con un mio pezzo. Andare in edicola a comprarlo è il minimo. Appenderlo in camera è dovuto, fotocopiarlo e tenerlo in tasca è saggio.

chissá se il Dalai Lama le ha mai poi dette tutte queste cose…

ah, se voleste leggere un gran libro: Veronesi, Baci Scagliati Altrove.