Post atomico, eruttante, always Big Mac

L’ottanta per cento dei miei pasti viene consumato fuori casa. Sono il rappresentante statistico della mobilità alimentare, divorato da una perenne colite, costretto alla solitudine nella maggior parte delle mie cene.
Odio mangiare da solo. Per me il mangiare è un rito sociale. Faccio colazione in piedi, perché mi è stato insegnato che gli uomini veri pisciano e fanno colazione in piedi. Pranzo ovunque capiti, adoro stare all’aperto. Quando so di avere davanti una cena solitaria inizio sempre con il girare a zonzo per le strade del centro della città. Prendo metropolitane, bus e tram, mi sposto con la gente, e finisce sempre con un bicchiere di vino e qualche cosa da stuzzicare in pessimi posti che la Lonely Planet sconsiglia di avvicinare (quindi preziosamente privi di sdolcinate coppiette italiane).
Sono uno di quelli che trova decisamente imbarazzante cenare in solitudine. Il tavolo più piccolo ospita sempre due sedie. Trovo insopportabile il vuoto davanti a me. C’è una ragione sociale, emotiva, fisica, nella presenza di due sedie intorno a un tavolo.

Mangio tutto, da buon ospite non rifiuto mai le proposte locali. Giro armato di un compatto blister di riordinatori gastrici, e il mio colon assomiglia a una caotica riunione del Consiglio dei Ministri ( non per il contenuto, ma per la forma, non mi permetterei di offendere quivi il mio prezioso sistema digestivo).

Ho mangiato catalano, olandese, thai, cinese, giapponese, texano, siciliano, californiano, vicentino, romano, toscano, ligure, calabrese, svizzero, piemontese, swaili, greco, inglese, francese, messicano, taiwanese, cantonese, indiano, basco, galiziano, provenzale.
Due sono le conclusioni: la pasta al sugo come la fa mia moglie non la fa nessuno, ed è statisticamente semplice reperire del pollo ai ferri con del riso in quasi tutti gli angoli del mondo.
Per evitare il coriandolo, il cocco, il peperoncino, funghi, aglio, spezie impronunziabili, basta agitare la mano subito dopo aver indicato il pollo sul menu.
Parlo da curriculum tre lingue, ma sono in grado di ordinare una birra in almeno una trentina di stati sovrani, dialetti regionali inclusi.

L’esplorazione gastronomica é sicuramente uno dei grandi vantaggi del viaggiare, anche se per sopravvivere oltre i quarant’anni senza quattro bypass al cuore e due all’intestino è consigliato mantenere uno stile alimentare sobrio. Fai i primi anni da Frequen Flyer come uno scanzonato Berlusconi, ma poi ripieghi come tutti i colleghi di trolley a un più consono menu Monti.

Ho solo un problema, un limite.

I panini sono il mio problema.

Odio i panini. Da sempre. Mi fanno più impressione le pubblicità di Sbarro, Subway, McD e soci che quelle sull’abbandono dei cani in estate. Anche se voglio decisamente più bene ai labrador che alle baguette, il panino succulento, strapieno di tacchinoinsalatasalasacocktailfunghetticapperipepeverde, mi da un fortissimo senso di abbandono, di sconfitta.

Il panino è l’arrendersi alla vita da pendolare. È il primo passo verso la fine.

E qui si pone il problema più grande che affligge chi, segugi multinazionali, ha la carta di credito castrata dai tagli aziendali e pascola per gli aeroporti del mondo trascinando il trolley e la vita tra un box fumatori e un negozio Montblanc.
Dopo anni di studi di settore e ricerche di marketing pare che l’Associazione internazionale dei ristoranti aeroportuali abbia deciso di smantellare il cartello “costiamo, cazzo, ma tanto non hai alternative, cazzone”. Insalate da venti euro, che quando le vedi pensi “cazzo,quarantamilalire” e il tuo vicino tedesco sospira “cazzo, venti marchi” e il tuo vicino americano “finalmente un’insalata a solo trenta dollari, uonderful”.
Misteriose zuppe da quindici euro, petti di pollo che costano come interi allevamenti, smorte fragole appoggiate a moribonde fette di ananas al prezzo di un biglietto Milano Roma in prima classe.
C’è del jazz in sottofondo, e tu pensi “cristo, pure il jazz”, mentre il tuo vicino francese sorride “finalmont un posto con del jazz male amplificato”. Le luci sono soffuse, i panciuti dirigenti hanno gli occhiali a tre quarti di naso. Se devi immaginare un locale per scambisti, eccoti un aiuto.

E tu, che alla fine a pranzo ti hanno fatto mangiare coda di rospo fritta, salame piccante, trionfo di olive impanate e gelato al cioccolato (dolce dolce, non un po’ salato. Quella era una allusione a una fellatio con un pene nero, ma ti devo spiegare tutto?), e che alla fine non é vero che mangi tutto. Anzi, sono riusciti in un solo menu a beccare tutto quello che odi. Quindi hai lasciato quasi tutto, confondendo i tuoi commensali con chiacchiere sulla drastica misura di correzione degli investimenti industriali nell’area balcanica. Tu, che tua nonna direbbe che non hai mangiato nulla, perché puoi fregare commensali dall’indubbio profilo internazionale ma non la madre di tua madre. Tu, insomma, hai una fame costante, dolorosamente insidiosa, pressante.
Sai che tra meno di un’ora ti verrà servito uno snack a diecimila metri di altezza. E detesti quegli snack. Non son snack, sono offese alimentari. E non vuoi mangiare la pizza. Ci vogliono due quadrimestri per digerire la pizza low style. Non é pizza. Non vuoi mangiare le barrette cioccolose che sostituiscono un pasto completo, arricchite di riso soffiato. Perché sostituiscono il pasto completo solo di anoressiche modelle e fissati del Pilates, e poi non sei un pavone in cattività, tirato su a riso soffiato e ormoni. Tu hai fame, cazzo. Fumi, ma hai sempre fame. Bevi dell’acqua vitaminizzata, ma hai fame.
Fame.

Hai un disagio da capitalista, hai fame, sei pieno di soldi, ma non vuoi mangiare.

Non ti pieghi al panino, finisci piantato contro il finestrino, sgranocchiando uno snack offerto insieme a un soft drink, mentre anonime campagne innevate ti scorrono migliaia di metri sotto gli occhi. Chissà dove cazzo siamo, pensi. Per non pensare: ma come cazzo faccio a ridurmi sempre così?

Poi ravani nella borsa, tiri fuori una rivista, ma finisce che non la leggi. Tiri fuori il computer, ma finisce che non lavori. Senti lo snack ballarti tra la trachea e i polmoni. Rimarrà seduto lì per molte miglia.
Che brutta fine che hai fatto.
Forse valeva la pena, senza farsi notare, prendere il toast sottovuoto e mangiarlo freddo, chiusi in bagno.

Dedicato al Ponderosa All U Can Eat di Orlando, FL. Il mio primo, vero, giro nell’America quella vera, obesamente vera. La mia prima serata davvero triste e solitaria, purtroppo non l’ultima. La mia prima Ceasar Salad, un vero amore. Ero un pivello delle trasferte, sembrano milioni di anni fa.
Al Ponderosa, con un pollo da 7 dollari potevi mangiarti tutto il buffet. Potevi, perchè avevi un colon ancora stanziale.

Al Ponderosa, e a tutti i panini che mi sono saltato.

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