Amando

Tempo, purtroppo, di bilanci e propositi.

Così vuole la tradizione. Migrare, armati di bottiglie di scadente prosecco, panettoni confezionati, zamponi e lenticchie, verso il nuovo anno, usando le ultime ore dell’ultimo giorno per rimuginare silenziosamente su tutte le cazzate fatte in un anno e su quelle che non si vorrebbero fare l’anno dopo. Conosco il rito. Solo che non ne sono capace. Di rimuginare sulle cazzate fatte, mestiere duro, ho una certa esperienza, indipendentemente dalla data di scadenza. Su cosa evitare l’anno dopo, spiacente, ma avete sbagliato indirizzo. Rifarei tutto, quasi tutto. Beh, si, tutto.

Io, a capodanno, mi spacco i maroni. Da sempre. Da quando ricordo di essere stato coinvolto nel rito.

Bevo, per carità, lo faccio volentieri.

Mangio, meno volentieri.

Mi faccio avvolgere dallo straordinario ottimismo idiota di quelli che credono davvero che in un minuto e mezzo (il tempo necessario per controllare il conto alla rovescia su Rai 1, aprire il prosecco scadente, versarlo e brindare, baciare, abbracciare) tutto possa cambiare.

Il capodanno più bello della mia vita, a oggi, lo ho passato contro il mio albero, sul mio prato, con una bottiglia di vino, un freddo micidiale, una bionda letale e la certezza di essere nel posto giusto, al momento giusto, con la persona giusta.

Avevamo troppi pochi fallimenti sentimentali sulle spalle per poter capire che si trattava di un momento. Ci credevamo talmente tanto che sembrava perfetto.

Tecnicamente il prato non è mio. E’, credo, dell’Aeronautica Militare. L’albero ovviamente non è mio. Ma ci ho seppellito tre pesci rossi, una tartaruga, il braccialetto d’oro di mia mamma e una decina di lettere. Ci ho letto, fumato, bevuto, dormito, sopra.

Tecnicamente cercavamo di limitare i danni del freddo, rimanendo vestiti il più possibile. Anche se l’idea di fondo era quella di spogliarsi il più possibile. E amarsi il più possibile.

A mezzanotte ci siamo guardati, senza smettere per un secondo di baciarci. E non ci siamo detti niente.

E io ho pensato: “Porco cazzo, questo si che è un gran modo di iniziare un anno”. Fortunatamente non l’ho detto. A vent’anni una frase così può rovinare la magia di un momento. E soprattutto ridurre drasticamente le possibilità che la cintura di Furla, i pantaloni di Max Mara e quei maledetti mutandoni francesi di non so chi cadano sofficemente al suolo. Beh, porco cazzo, quello è stato un grandissimo modo di iniziare l’anno.

Poi, con la maturità sentimentale, ho sviluppato una insana passione per i fuochi d’artificio. Bassa manovalanza, se paragonata ai professionisti della mia zona, che dal sei dicembre sparano verso la tangenziale razzi terra aria in grado di abbattere un cingolato. Mi piace andare a comprare i razzetti, mi piace prepararmi, e sparare in aria, godendo del risultato pirotecnico.

Un anno, non troppo tempo fa, bivaccavamo allegramente nel mezzo della bassa provincia emiliana. Roba di agriturismi. Noi, e una tavolata di settantasette napoletani. Intesa immediata, facilitata dal Limoncello industriale spacciato dalla proprietaria come appena fatto. Sembrava di bere Svelto Brillantante. Alcoolico. Intesa fatta di accenni di trenini, sguardi bassi di mogli alticce, confidenze alcooliche, eccetera. Tutto quello che vorreste aspettarvi da un capodanno in agriturismo.

Mancano dieci minuti a mezzanotte. Mi armo di un bicchiere di Svelto Brillantante, ed esco con la mia borsa di fuochi. Siamo io e la campagna. E quest’anno ho esagerato. Ho speso una cifra pazzesca, fidandomi del suggerimento del mio pusher di fiducia. Ho per le mani un razzo triplo con fontana inclusa. Che non ho capito cosa sia. Ma mi arrapa un sacco.

Di fianco a me compare una delle decane della tavolata napoletana. Simpatica nonnetta, mi dico. E’ venuta ad ammirare il mastro focaio. Inizio il mio spettacolo, studiando un crescendo di emozioni per arrivare al razzo triplo. Di colpo la nonnetta estrae dalla giacca una bomba carta e me la butta a sei metri dal naso. L’esplosione mi rincoglionisce. Lei ne approfitta per estrarre due razzi, infilarli nel terreno e spararli in cielo. Mentre mi riprendo, spara due fontane e un’altra bomba carta. In pochi secondi, una ventina di parenti la affianca e inizia quello che tecnicamente si chiama “percorso di umiliazione”. Sembra di stare al festival dei fuochi cinesi. Rientro nell’agriturismo deciso a finire tutto d’un fiato la bottiglia di Svelto e andare a letto.

Saranno sei anni che fumo, alle ventitrè e cinquanta sette, l’ultima sigaretta. E poi, a mezzanotte e quattro, la prima dell’anno.

Che poi, in fin dei conti, di buoni propositi non ne ho molti.

Piuttosto, nel mezzo di tutto il bordello della mezzanotte, mi ricordo sempre di tenermi un minuto, solo un minuto, per ringraziare. Per dire grazie. Mentalmente. A tutte le persone a cui lo devo.

Faccio finta anche io di avere un sacco di sms, e mi giro, blackberry tra le mani. Ma in verità penso, semplicemente, a tutti quelli a cui devo della gratitudine.

Che è una delle cose più belle dell’anno. Dirti grazie. Per una frase, per mesi di vicinanza, per un silenzio, per un bacio, per un sorriso, per un libro, per un pensiero. Grazie.

Un minuto solo. Poi rientro in clima trenino, e mi adeguo alla serata.

Grazie, per avermi fatto scoprire qualcosa quest’anno. Grazie.

 

Poi, finisce sempre che nel letto, per sopravvivere al mal di testa da prosecco+limoncello+grappa+spumante, penso a come vorrei vivere l’anno che è appena iniziato.

Amando.

Che è la cosa che mi viene meglio di tutte. O almeno, credo.

 

Brevissima lista delle cose per cui è valsa la pena di vivere nel 2012:

– La lettura di tutto lo scibile scritto di Don Winslow. 

– La statale che dal Colle Tenda porta a Mentone, fatta a rotta di collo, a maggio. 

– la scoperta dell’esistenza della Zuppa Yum They, a Hong Kong.

– Alcuni giovedì sera al Mom. Forse più per le persone che per i giovedì o per il Mom. 

– L’aver saltato, bellamente, tutto il cerimoniale del Salone Del Mobile, Fuorisalone incluso. Per un milanese è un grande traguardo.

– L’aver scoperto che un sorriso, se fatto dalla persona giusta, è in grado di dare molta più energia di tutte le principali sostanze eccitanti conosciute. 

– l’amore

– l’Amore

– il Piccolo. 

– il processo con cui si produce il Piccolo. Che se fatto con la persona giusta, anche senza l’obbiettivo di produrre un Nuovo Piccolo, è spettacolare. 

– Frank Turner. 

– la scoperta del Cashmere, dello Champagne, del Caviale Russo, della scarpa su misura, delle camicie su misura e di tutte quelle piccole abitudini che, stante così l’economia mondiale, non potrò mantenere molto a lungo. 

– Il tramonto sul mar Tirreno, dopo quel giovedì di folli mareggiate. 

– l’alba sull’Adriatico, dopo quella notte di insonnia sofferente. 

– alcune, non tutte, poesie di Guido Catalano. 

– alcuni, non tutti, dei miei deliranti viaggi.

– lo scrivere di notte bevendo, pur sapendo che la mattina dopo la riunione più importante del mese/trimestre/anno potrebbe venire compromessa. 

– l’Amore

In fondo, la lista non è finita. Pensare che è stato classificato come anno di merda. In fondo, anche negli anni di merda, ci sono un sacco di ottime ragioni per tirare dritto… 

 

Life is short fritz! Surf it 

Fuggi, vile uomo

Davanti al terzo specchio, appena di fianco all’asciugamani elettrico, proprio sotto una scritta “Succhio, chiamami” seguita da un numero di cellulare, mi sono guardato per qualche istante.

– Ma tu, esattamente, che cazzo ci fai qui?

Facciamo un passo indietro. Ore 8.28, autostrada semideserta, nebbia, quattro gradi, luce della riserva accesa. Rallento. Freccia, esco. Scendo, osservo una felice famiglia di slavi entrare in Autogrill. Mi viene voglia di famiglia, di slavi, ma soprattutto di caffè.

In fila, osservo i libri più venduti, sullo scaffale.

– Un caffè.

– Menu mattina?

-no

-La brioches come la vuole

– non la voglio.

– Marmellata?

– caffè.

-…

– grazie.

Cesso, acqua fresca in faccia. Non riesco a svegliarmi. Forse l’idea di pasteggiare a Champagne e accompagnare il dopocena con grappa non è stata delle migliori. Forse. Acqua fresca. Chissà se questi numeri di cellulare sono tutti veri. O sono semplicemente ex fidanzati, traditi e abbandonati. E chissà come inizia una telefonata di uno che ha letto l’annuncio e si vuole fare un giro.

– Pronto?

– Si, chiamavo per l’annuncio

– Quale annuncio?

– Succhi?

——————-

– Pronto?

– Si, chiamavo per l’annuncio

– Ah, guardi, è già stata venduta. Mi spiace

– No, dicevo, l’annuncio.

– Si, le dicevo, è venduta.

– No, l’annuncio: Succhio chiamami

———————-

– Si?

– Succhi?

– Scusi?

– Lei succhia?

– In che senso?

– Antiorario? orario? Bah, faccia lei.

 

Mi è già successo un paio di volte, di trovarmi davanti a uno specchio e sentire la mia voce scandire, con lentezza, la frase:

– ma tu, esattamente, cosa cazzo ci fai qui?

 

Era un’estate torrida. Avevo finito i soldi, tutti i soldi, l’otto d’agosto. Mi servivano, a spanne, almeno seicento euro, tra benzina, affitto, alcool, caselli, alcool, alberghi, campeggi o simili. Miquel era stato l’unico ad offrirmi un lavoro senza fare troppe domande. Fighissimi baschi, noiosissimi italiani, aitanti inglesi noleggiavano le tavole nel negozio sulla strada. Longheroni disumani, pieni di paraffina e bozze. Io dovevo semplicemente prendere la tavola, portarla in spiaggia, impartire una rapidissima lezione su come evitare di uccidere i bagnanti, assicurarmi che fosse stata, sommariamente, compresa, e farmene ritorno sotto il mio ombrellone. Dopo una settimana di lavoro avevo le spalle cotte dal sole, ma riuscivo a surfare la sera, e stavo mettendo insieme una cifra in grado, per lo meno, di assicurarmi la benzina per tornare a casa. La sera, rientravo in ostello divorato da una fame enorme. Mi addormentavo svenendo sul letto. Mi svegliavo verso le due. Uscivo, cercavo da mangiare, fumavo, tornavo a letto. La mattina, mi rasavo mentre Joan, il mio compagno di branda, pisciava. Pisciava seduto. Poi spariva fino a sera. Mi aveva detto che era venuto fin là per dimenticare una donna. Ogni tanto lo vedevo in spiaggia. Da solo. Una mattina, guardandomi nello specchio ho sentito la mia voce pronunciare:

–  ma tu, esattamente, cosa cazzo ci fai qui?

Joan, seduto sulla tazza, aveva alzato gli occhi, poi si era girato verso la finestra. E’ dura condividere un cesso.

 

Scrivevo tutte le sere. Era il metodo migliore per evitare di finire nella grande camera matrimoniale al primo piano. Lei aveva smesso di aspettarmi sveglia da un po’ di giorni. Aveva smesso di aspettarmi, di criticarmi, di osservarmi. E iniziava ad andare a letto con dei grossi calzettoni di lana. La fine si vede sempre dai calzini. Scrivevo un racconto. Bellissimo. Era il 2003. Era quasi capodanno. Bevevo liquori locali, fumavo e scrivevo, chiuso in cucina. Fino alle due, alle tre. Poi salivo le scale di legno. E mi sdraiavo più lontano possibile. Da lei, da me. Nell’angolo della camera c’era un grosso armadio, con le ante a specchio. Passando, una sera, mi sono sentito dire:

– ma tu, esattamente, cosa cazzo ci fai qui?

Era una serata importante. Avevo impiegato circa due ore a stirare l’unica camicia che mi era rimasta. Fottuta lavanderia thai. Chiudevano sempre troppo presto. Mi ero fatto prestare il ferro da stiro dalla mia vicina, una simpatica ex majorette in lizza per non so quale casting di non so quale show. Stendeva i costumi da bagno sul terrazzino nuda. Canticchiando. E aveva un ferro da stiro. Il risultato era abbastanza decente. Scarpe lucidate, duecento dollari in tasca. Il ristorante aveva una vetrata circolare sull’oceano. Non si vedeva nulla. Un sacco di gente. Un sacco di bella gente bianca che sorrideva, e un sacco di messicani che servivano pesce crudo. Il riassunto della mia vita ai bordi della Orange Country. Mangiavo gamberi e bevevo Chianti. Cercavo di raggiungere il balcone per fumare. Mi fermavano per parlare. E allora parlavo. Bevendo e mangiando gamberi. Era una serata importante. Argomento principe, una volta scoperto che ero italiano, era l’Italia. In quattro declinazioni:

1) ah, la Toscana! Che viaggio romantico

2) Oh mio dio, che fortuna. Abiti vicino a Verona/Roma/Siena/Venezia?

3) avete un dittatore, o sbaglio? Ma l’esercit0 lo appoggia?

4) Italia? E dove si trova? Europa se non sbaglio, vero?

Il mio amico Philip si destreggiava recitando la splendida parte del padrone di casa. Mi presentava a tutti. Tutti.

– ehi Phil, se non ti scoccia vado a fumare.

– OkiDoki, man.

Terrazzino. Vento caldo del Pacifico. Buio pesto. Solo. Come un cane. Le vetrate a specchio. La luce della mia sigaretta. E:

– ma tu, esattamente, cosa cazzo ci fai qui?

 

Era il terzo aereo di fila. Tre fusi orari. Tre aeroporti. Tre coincidenze. Nel senso che si trattava di pura coincidenza averli presi tutti. Partito da San Diego in un mattino caldo, perfetto, con ottime onde. Atterrato in una tiepida primavera, ai bordi della fine del mondo civilizzato. Il taxista mi aveva detto:

– Lo sa, dall’altra parte del Lago, inizia il Canada. Pazzesco.

Credevo non fosse necessaria una risposta

– Mi capisce?

– Si, perfettamente.

– No, dicevo, il Canada. Dall’altra parte del lago.

– Wow

– Esatto, fratello. Wow. Incredibile. Ci divide solo un lago.

Il motel era l’unico della zona. Motel, stazione di servizio, supermercato, fast food. Non servivano alcoolici. Non vendevano tabacchi. Un posto, tutto sommato, inutile. C’era talmente tanto verde che mi sentivo abbastanza sicuro di averne avuto abbastanza per tutta la mia vita. Voglio indietro la mia Little Italy, a San Diego. L’aeroporto, la stazione, il porto, il traffico. Il Cemento.

Avevo dormito malissimo. E mi ero svegliato prestissimo. Caffè, pankake alla banana, succo d’arancia. Sigaretta. Mi guardavo nella vetrina del supermercato:

– ma tu, esattamente, cosa cazzo ci fai qui?

 

Mi ero ripromesso di non prendere mai più, mai più, un aereo nella mia vita. Mai più. La tempesta tropicale aveva preso il grasso 777 e se lo era ribaltato come un calzino in una lavatrice. Dopo undici ore di volo, tre film, quattro bicchieri di vino e tre pastiglie di valeriana, ero atterrato con la stessa faccia dei ragazzini che tornano da Amsterdam dopo il viaggio della maturità. Puzzavo, tremendamente. Avevo partecipato, attivamente, alla tempesta tropicale, agitandomi come un matto. Pregando. Respirando. Pregando. Merda, che morte del cazzo. Invece ero a Zurigo, nella sala fumatori Camel, davanti a un ologramma di un cammello che ruotava dentro un tavolino trasparente. L’idea di non volare mai più mi avrebbe costretto a vivere a Zurigo. In aeroporto. Pazienza. Fumavo lentamente. Strafatto di valeriana e vino. E una voce, lontana, mi aveva sussurrato:

– ma tu, esattamente, cosa cazzo ci fai qui?

 

Era una freddissima notte di febbraio. Era notte. Tanto notte. Era l’unico club ancora aperto. Era un night. Più che un club. Lo avevo provato a dire, entrando. Spagnoli, italiani, tedeschi e olandesi. La ricetta per creare un ordinato bordello in qualsiasi capitale europea. Che cazzo di freddo, pensavo, entrando. Mi ero seduto al bancone, su uno sgabello di velluto rosso. Io odio il velluto. Sugli sgabelli. Luce soffusa blu. Roba che non si vedevano nemmeno le bottiglie dall’altra parte del bancone.

– Voglio del rhum.

– Coca?

– no, del rhum. Scuro. Vecchio. Qualsiasi.

– Ok. Solo ruhm. Ghiaccio?

– Rhum. Solo rhum.

Bacardi, bianchissimo, odioso, con ghiaccio. Cannuccia, ciliegina.

Poi ti chiedi perchè va tutto a puttane. In senso metaforico. Tu chiedi una cosa al mondo. Una sola. E il mondo ti da un surrogato, pessimo. Una grassa sudamericana si era seduta sullo sgabello vicino a me.

– Ti diverti?

– Ti sembra?

– Parli spagnolo. Bene.

– …

– Ti andrebbe di divertirti?

– No. Sono venuto a bere. Ho avuto una giornata di merda, in una settimana di merda, in un mese di merda in quello che, a spanne, sarà un anno di merda.

– Un massaggio rilassante?

– No.

– Un pompino?

– No. Se ti offro da bere te ne vai?

– Si.

– Cosa vuoi?

– Choocofreeze

– Mi costerà molto?

– Offrire da bere alle ragazze costa venticinque euro. Ma possiamo sederci sui divanetti.

– Vattene.

– Fottiti, spagnolo di merda.

Mi giro, per guardarla andarsene. Ho imparato due cose in questa vita lavorativa: in un night succedono solo cose decisamente fastidiose per le quali la polizia tende a credere a una versione dei fatti che solitamente non è la tua. E i tuoi colleghi, solitamente, spariscono esattamente quando hai bisogno. Camminava portando il culo grasso verso il mio collega olandese, impegnato in una sorta di danza del ventre con una piccola ragazza sudamericana. Ho visto la mia faccia nello specchio, blu:

– ma tu, esattamente, cosa cazzo ci fai qui?

 

Sono tornato alla cassa. La barba bagnata.

– ci ho ripensato. Menu mattina

– marmellata?

– si.

– succo, spremuta o acqua?

– acqua.

– naturale?

-si.

– quattroeottanta.

– secondo lei i numeri degli annunci sui muri del cesso sono veri?

– cosa scusi?

– niente.

– Ha detto marmellata vero?

– si.

 

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– Pronto?

– salve. Ho letto il suo annuncio sul muro dell’Autogrill, Milano Bologna, quello di Fiorenzuola

– Ah, certo, l’annuncio.

– eh, l’annuncio

– beh, posso chiederle una cosa?

– si

– ma lei, esattamente, cosa cazzo ci faceva lì?

 

Racconti di Natale

[Quel gran genio del mio amico, lui saprebbe cosa fare]

Ovattati nella Volvo, procediamo a passo d’uomo verso il Centro. Il Piccolo non ha colpe. Lui non può saperlo. Io si. Il ventiquattro mattina, poche cose sono più idiote che andare in Centro in macchina. Il motore strappa. Il Piccolo disquisisce sui colori dei semafori. Passiamo vicini a un portone. Lui le sta a pochi centimetri dalla bocca. Gesticola mentre urla. Suppongo che urli. Lei piange. Non si dovrebbe mai litigare con questo tempo. Fa troppo freddo per discutere. Bisognerebbe aspettare primavera.

[Tu lasci intendere più di quanto dici, alludi a un passato, che non abbiamo avuto]

Questa mattina, con tutta la disperazione di cui è capace, si è appoggiato al bordo del lettino e ha chiamato la mamma. Capisco benissimo, forte della stessa esperienza, che l’arrivo di suo padre lo possa aver indispettito. Mi guarda perplesso. Io anche. Sarebbe, diciamo, opportuno continuare a dormire, almeno un’altra oretta. Mi guarda, si guarda intorno. Io ammiro il suo naturale pragmatismo. Forse è di tutti i bambini. Forse è un dono. Importantissimo. In pochi secondi passa dalla rassegnazione al concreto programma mattutino: alza le braccia per essere preso e un caldo, soffocante, odore di merda, pervade la stanza. Buona vigilia Papi.

[il mare, quando piove, è solo mio]

Si lascia pettinare pazientemente. Dalla mamma ha preso i ricci, e anche i capricci. Ha i capelli stopposi, incasinati. Lo accarezzo con un pettine sottile, mentre lui guarda le creme, in ordine, sulla mensola. Respira profondo. Mentre mi rado, si siede sul bordo dello scalino, e mi osserva. Poi, aspetta che finisca la doccia, guardando oltre il cristallo, per vedere quale mossa farò per farlo ridere. Adesso respira profondamente. Io finisco di pettinarlo. E gli sussurro: non sai nemmeno quanto ti amo. Un rutto, docilmente lasciato uscire, chiude il momento della toletta.

[Groud Control to Major Tom]

Insomma, il fatto che io provi a rimettere tutto quasi a posto, quasi nel senso che devo avere un’immaginazione molto più sviluppata della mia per poter capire in quale ordine possano essere messi calzini, pantaloni, body e che lui nel frattempo provveda a spargere per casa un pacchetto di biscotti precedentemente ridotto a polvere, dovrebbe farci onore. Ci prendiamo cura della nostra casa. Con scientifica certezza, al ritorno della mamma, verrò accusato del disordine nell’armadio dei vestiti e anche dei misteriosi sentieri di Plasmon lasciati per tutta la casa. Tanto vale lasciare tutto così.

[E penso di sentirmi confusa e felice]

mentre gli infilo la felpa di GAP, gli accarezzo la pancia e gli parlo. Gli parlo tantissimo. Io parlo tantissimo a tutte le persone che amo. Quando morirò, vi mancherà la mia voce. Potete giurarci.
Lui mi accarezza la barba e mi ascolta.

… e che volevano anche insegnarti cosa sia il Natale.
Ma tu hai ragione, è troppo presto per saperlo.
Mi devi promettere, adesso che le promesse che fai sono pure,
parecchie cose.
Ad esempio, promettimi che ti impegnerai a capire tuo padre.
E che mangerai le arance, che ci sono le vitamine.
E che, al posto del calcio, proverai il basket o il rugby.
Non mi punire con il calcio, ti prego.
Mi chiamavano Ferro Da Stiro, alle medie, talmente i miei piedi erano imbarazzanti.
Il calcio non mi piace. Il basket. Dai. Nobile sport.
O la pallanuoto.
E poi, mi devi promettere, che leggerai.
Anche se ti costerà fatica farlo,
anche se ti diranno che i libri non servono a nulla.
Leggerai, quello che vuoi, quello che il tuo cuore vorrà.
E lascerai scivolare la testa dentro le pagine,
per immaginare.
Che non tutto può essere immaginato da altri e prodotto per te.
Promettimi che farai attenzione a quello che fumi.
Fumalo, il più tardi possibile, e il meno possibile. Ma fai attenzione.
Fuma solo foglie di piante prodotte dalla natura.
E, ancora, il meno possibile.
Promettimi che non perderai tempo con la vita.
Innamorati, sempre e comunque.
Ma promettimi di non far piangere mai nessuna donna.
Non chiedere compassione, e abbi nostalgia di una donna sola.
Per tutta la vita.
Cambia moto, spesso. Ma non venderle mai.
Promettimi che non butterai le moto che sto tenendo per te.
Anche se, Dio mi fulmini, sarai molto appassionato di macchine.
Promettimi di provare, almeno una volta, la sensazione di un viaggio,
in moto, con il rumore della vita che ti rotola addosso.
Promettimi di fare sempre, comunque, quello che vuoi.
Mai, promettimelo, non piegarti mai alle regole di questo mondo.
Cura la schiena e il cuore. Usandoli come non mai, ma facendoli riposare,
tra le braccia giuste.
Promettimi, qualsiasi cosa mi succeda, di non perdere troppo tempo con me da vecchio.
Voglio un badante, uomo. Ricordatelo. Che ci manca solo che mi ritrovo a toccare il culo di una povera ventenne, con gli occhi languidi della demenza.
Promettimi che vedrai, prima ancora di decidere dove fermarti, tutti i posti nel mondo
dove gli uomini sorridono e vivono.
Promettimi di non fermarti davanti alle opinioni degli altri.
Renditi antipatico, ma scava. Negli occhi degli uomini e nelle loro storie.
Promettimi di coltivare la tua anima. Non mi importa la tua religione,
ma mi interessa la tua anima.
Falla crescere insieme al tuo corpo. Ai tuoi muscoli, ai tuoi capelli ricci.
Promettimi di non uccidere mai nessun uomo. Ne con le mani, ne con le parole.
Usa il tuo corpo, le tue parole, per guarire. Promettimelo.
Promettimi che ascolterai tutti, ma seguirai solo il tuo cuore.
E se io non ci sarò più, promettimi di non fermarti quando tutti ti diranno di farlo.
Non bere robaccia, spendi i tuoi soldi per cose belle,
guadagnane abbastanza per non avere paura di averne pochi,
ma non farti fottere, promettimelo, dai soldi.
Regala sempre le monete che hai in tasca.
Promettimi di non vestirti mai da hippy.
Nemmeno al liceo.
Tanto poi, rivedendo le foto, ti sentirai un coglione in ogni caso.
Prometti di prenderti cura di quelle persone che il destino ti metterà di fianco.
Anche se saranno hippy al liceo e yuppies all’università.
Promettimi di visitare la tomba di tuo nonno. Lui lo vorrebbe.
E dopo, fermati a mangiare e bere in suo onore.
Non aver paura della morte, non serve.
Promettimi di aver paura della routine. E’ la peggiore delle morti.
Promettimi di imparare presto a piegare i vestiti.
Promettimi di imparare tutte le lingue che ti serviranno.
Per amare, bere, cantare ed essere felice.
Perditi in un campo di fragole,
ma non sentirti mai perso appoggiato a una fotocopiatrice.
Promettimi di imparare prestissimo ad associare le cravatte alle camicie.
Se perderai i capelli ricci, sappi che è da generazioni che lo facciamo.
Promettimi di evitare i codini sulla pelata, e di non esagerare con le lampade abbronzanti.
Promettimi tutte queste cose. Che è solo l’inizio.
Forse è davvero troppo presto per i racconti di Natale. Ma non sarà mai troppo presto per chiederti di promettermi che vivrai. La tua vita. Non quella degli altri.

Chiudo qui, tanto a spanne, Dio volendo, avremo almeno altri trenta natali per ricordarci le promesse.

Lui, pazientemente mi guarda. Una lunghissima, baritonale, scoreggia. Rimbomba in tutto il soggiorno. Adesso è davvero ora di uscire.

Promettimi che, in un paio d’anni, impari anche a controllare i flussi del tuo corpo.

Buon Natale, Piccolo.

Non ricordo, ma pazienza

La Prima

Lei si sentiva a posto solo quando, incrociando le lunghe, perfette, gambe lisce, sorrideva mandandomi a fare in culo. Lo faceva, incredibile, perdendo l’accento pugliese che teneva ben stretto per le normali conversazioni di tutti i giorni. Lo faceva, insensibile, anche se io stavo ancora per iniziare una delle mie accorate arringhe difensive. Così, mesto, riprendevo le mie cose, aprivo la porta di legno e uscivo sul pianerottolo, aspettandomi di essere richiamato. Non succedeva mai. Allora scendevo le scale, e mi buttavo su Corso Genova, verso il centro, verso un bar, verso qualcosa. Cercavamo, così, di lasciarci, di lasciare alle spalle il semplice fatto di essere completamente incompatibili. Non succedeva mai. Intanto ascoltavo punk, coltivavo le mie basette, e curavo molto la mia decadenza universitaria, cercando con attenzione di non superare mai la media del “non presentato”.

La Seconda

Per come ci eravamo conosciuti, nessuno ci dava più di venti ore di vita. Come coppia. Perchè presi da soli, avremmo avuto la capacità di durare ancora meno. Due barili pieni zeppi di forza auto distruttiva, pronti ad esplodere da un momento all’altro. C’erano giorni in cui le portavo i testi dei Counting Crows, da leggere. Cantavamo sempre. Lei, di contro, mi mostrava i polsi. I segni dei graffi. Lottava con tutti, lottava con tutto, tranne che con me. Aveva i capelli neri come la notte, aveva gli occhi furbi di una gatta, e mi camminava sempre dietro. Ogni tanto, appoggiato alla gigantesca libreria nella sua anticamera, mi fermavo a parlare con suo padre. Parlavamo di giornali, e di sinistra. Non ho mai capito che cazzo di lavoro facesse suo padre, ma mi piaceva parlare con lui. Da sua madre aveva preso le tette, enormi, spiazzanti, aperte sul mondo. E la timidezza, quella delle donne con le tette enormi, spiazzanti e aperte sul mondo. Un giorno ci siamo cacciati dalla macchina, era un pomeriggio di maggio, vicino al mio compleanno. Abbiamo parlato del fatto che sarebbe finita, che ne avremmo sofferto, che sarebbe stato peggio per tutti e due. Abbiamo parlato, poi lei si è girata e ha iniziato a camminare. La macchina era la sua. Allora ho capito. Mi sono appoggiato a un muretto e ho fumato. Quel giorno avrei dovuto dare Diritto Pubblico. Adesso fa la giornalista, scrivere serve per non esplodere. Scrive con un anima enorme, spiazzante, aperta, come le sue tette.

La Terza

Gli occhi voraci. Mi mangiavano. Mangiavano tutto. Divoravano cose, persone e posti. I capelli corti, disordinati. Le mani oneste, filiformi, con gli anelli che cadevano appena appoggiati alle ossa. Non parlavamo molto. Ci rubavamo il tempo, fantasticando sulla fine del mondo e sulla vita dopo l’università. Bevevamo con la stessa curiosità con cui cercavamo nuovi modi per aspettare il mattino, seduti per terra sul vecchio parquet. Facevamo del tempo quello che volevamo, senza sapere che si trattava del contrario. Poi, le ho detto che forse stavamo perdendo tutto, il tempo, la vita, l’interesse e forse anche il fegato. Lei si è girata, terrorizzata, e mi ha chiesto di andarmene. Con la stessa gentilezza con cui i suoi occhi hanno continuato a divorarmi. Ho capito, era notte, che l’estate era davvero finita dalla fatica per accendere la Vespa. Ho capito, era buio, che era davvero finita dalla felicità di essere salito in Vespa.

La Quarta

Parlavamo ore, seduti sui lastroni che ricoprivano i grossi caloriferi. Di inverno, la sera ci trovava seduti, ordinatamente, occhi negli occhi, ad ascoltarci. Capitava di camminare, cacciati dai nostri caloriferi, verso il centro, dentro i vicoli, tenendosi appena la mano. Impercettibile gesto coperto da tutte le nostre parole. Era impossibile pensare di aver vissuto tutti quegli anni senza essersi parlati. Bisognava recuperare, e urgentemente. La sera, accompagnavamo le parole con del vino rosso, o con del caffè. Prendevamo il tram, giusto per sederci al caldo e parlare ancora. Poi scendevamo dove capitava, trovandoci per mano in mezzo a un sacco di rumore. Poi, un giorno, ci siamo accorti di quanto amore ci fosse in tutto questo parlare. Di quanta docile perfezione in queste due anime, perfette per camminare insieme. Allora, mi ricordo perfettamente, ci siamo scritti una lunga lettera. Dicendoci le stesse cose, lo stesso giorno. In verità non le ho mai dato la mia, perchè ho preso la sua, davanti a una fontanella, e ho letto camminando dentro al Sempione. Poi, l’ho buttata nello stagno perchè nessuno sapesse che in due non eravamo capaci di amare. Ci siamo rivisti, in mezzo al traffico della 90/91, in mezzo al traffico dei nostri trenta. E abbiamo parlato di tutto questo tempo. Senza tenerci per mano. Per evitare di scrivere lettere, che a trent’anni costerebbero molta più fatica.

Mi chiedeva, osservandomi e indugiando su un bottone sfilato, come mai avessi fatto così tanta fatica a studiare all’università. Diceva, sorseggiando vino bianco, che la mia intelligenza mi avrebbe permesso di fare molto di più.
Non sapendo bene cosa rispondere, ho preso il mio bicchiere e ho sorriso. Così, a caldo, mi vengono in mente quattro ottime ragioni. A caldo. E mi sono ricordato di quella sera in cui pensavo se fosse normale dover studiare Storia Delle Istituzioni Militari. Mi chiedevo, nella vita io utilizzerò mai le informazioni contenute in questi due libri? Mi domandavo, ma si renderà mai necessario dover sfoderare una approfondita conoscenza del diritto francese? Mi chiedevo e domandavo, camminando verso il Mom Cafè.

E’ stata la sera in cui ho conosciuto la prima, ottima ragione. Per non credere nel potere della Storia delle Istituzioni Militari.

Spirit of Natale (roba da Babbi)

Nelle ultime quarantott’ore sono stato accusato da quasi tutte le persone che ho incontrato di essere la rovina di questo Natale. 

Chi, con grande apertura, mi scrive SMS che dicono: stai rovinando tutto, a Natale!, chi mi prende da parte e me lo dice in faccia, chi usa la mail e chi me lo fa capire con sguardi taglienti. 

Guido attraversando il quartiere, è domenica mattina, talmente presto che per i veri giovani è ancora sabato sera. Lo sforzo congiunto e ottuso di tutti i poteri coinvolti nel risolvere i danni di una nevicata, ha fatto si che le strade del tranquillo quartiere siano limpide e congelate, mentre i marciapiedi assomiglino a delle trincee siberiane. I cosacchi hanno lasciato spazio a un esercito rumoroso di vecchine, chiuse nelle loro pellicce sintetiche e in turbanti di lana colorata. A quest’ora, possono essere dirette nei due unici luoghi aperti e riscaldati della zona: l’Esselunga e la Chiesa. Camminano beatamente in mezzo alla strada, attraversano guardandosi i piedi, traballano pericolosamente mentre affrontano i marciapiedi. 

Per evitare l’omicidio, e per non rovinare il paraurti della macchina, ho interrotto la preparazione della prima sigaretta della giornata. Quella che, al primo tiro, ti fa dire: sei uno schiavo di merda. Al secondo ti fa pianificare su come smettere, al terzo ti fa sorridere e al quarto, per Dio, è una figata pazzesca. 

Le strade sono deserte, c’è nebbia, freddo, cumuli di neve sporca ai lati delle strade. 

Mi dispiace confermarlo, ma quest’anno non ho nulla di natalizio dentro, ad esclusione dei quattro aghi sintetici dell’albero di Natale di casa, che si sono appoggiati sul pane finendo nel mio apparato digerente prima che potessi evitarlo. 

Ora, accusarmi di essere la rovina del Natale, inteso come quella mielosa sequenza di pranzi, aperitivi, cene, tombolate, briscolate, brindisi, che parte alla Vigilia e finisce il 7 gennaio, non è eticamente corretto. 

Posso, al massimo, esserne la concausa. Un po’ io, un po’ tu. Prendiamoci le nostre responsabilità, dimentichiamole come tutti i saggi adulti, illudiamoci di fantasiose evasioni emotive e poi smezziamoci la questione. 

Arrivo sotto casa dei miei suoceri con tre minuti d’anticipo rispetto all’orario. Sono solo. Io e Milano. Sembra evacuata. C’è un silenzio spettrale. Adesso posso inaugurare la mia giornata di fallimenti contro la forza di volontà, fumando a pieni polmoni. 

Ma poi cosa ho rovinato? Quale tra i precari castelli di illusioni di carta mi sono permesso di incendiare con le mie parole? 

Da quando NostroSignore mi ha dato la facoltà di dire quello che penso, ho fatto molto male e molto bene. Sapendolo, ho affinato la tecnica. Parlo con calma, ma quello che penso rimane. 

E, in fondo, è quello che penso. Ovvero, perchè non dovrei dirlo? 

Arriva, accompagnata da un bambino identico a quello della Kinder, infilata in una pelliccia. Doveva essere bellissima, prima che gli anni si appendessero alla faccia tirandola con forza verso terra. Giriamo per l’appartamento vuoto, caldissimo. La mia voce ha una eco tombale, mentre enuncio gli incredibili vantaggi di un ingresso luminoso e di un antibagno capiente. Il bimbo della Kinder ci segue, magicamente, senza guardarci, giocando con un Nintendo DS. Lei si ferma in mezzo al soggiorno. Le piace. Lo so, glielo sto facendo piacere. 

Ma poi, che cazzo vuol mai dire? Che uno a Natale deve mettersi in tasca tutto e rimandare a Gennaio? Vuol dire che a Natale è necessario fingere, adattandosi al ritmo dettato dallo Zio, che urla le briscole manco fosse questione di sicurezza nazionale, ovattati da orrendo Passito dell’Esselunga, ibernato in freezer a meno venti per due settimane? 

Io ho sempre mal sopportato questa creanza, per la quale a Natale stiamo in armonia, scambiandoci regali che ci hanno generato stress, multe e code, per poi scannarci come gladiatori contro leoni, a marzo. 

Ferma nel mezzo del soggiorno mi chiede una piantina. Ho la faccia di uno che gira con le piantine della casa dei suoceri? Poi, abbassando poco gli occhi, chiede se il prezzo sia trattabile. Il bimbo della Kinder si è appoggiato a un anta di vetro. C’è la seria possibilità che in qualche istante muoia schiacciato dall’anta. Ma Darwin aveva ragione: la selezione naturale è importantissima. Sarai anche campione di Pokemon della tua classe, ma sei un piccolo coglione. E’ vetro. E’ appoggiato al muro. Senza che tu ti immerga nello studio delle leggi fisiche, potrai anche arrivare al fatto che è discretamente probabile che, scosso dal peso dei tuoi capelli biondissimi, il suddetto vetro possa cadere. 

Lascio che il mio silenzio risponda alla domanda sulla trattativa del prezzo, e che accompagni l’imminente tragedia. Ho già risparmiato una ventina di vecchine. 

E’ la prima volta, da molti anni, che mi esce un così chiaro, deciso, netto, rifiuto per alcune cose. Inutili addobbi della mia vita, o fondamentali appigli. Sto gestendo questo rifiuto. Gestire anche i rifiutati è d’obbligo. Così, in una giornata media, mi sento pericolosamente al centro dell’attenzione almeno cinque o sei volte, additato come la causa principale di diversi mali tra cui la fame nel mondo, l’ebola, e il dire quello che penso a Natale. Accetto tutto, è necessario. Ascolto, poco a dire il vero, e incasso. Anche questo essere il malefico elfo che rovina il delizioso Natale, è accettabile. Lo accetto. Anche se non ho le orecchie a punta. Ma ho il naso grosso. Sproporzionato. Da sempre. Rotto due volte. Ma sempre gigantesco. Gli elfi non hanno il naso grosso, se non sbaglio. Il Nasone che rovina il Natale. 

Scendiamo in strada e per cortesia le chiedo se vuole un caffè. Camminiamo verso il Corso. Sculetta sontuosamente, con al seguito il bimbo Kinder, salvato dallo Spirito del Natale da una morte orrenda. Doveva essere bellissima. Davvero. Fatica a infilare forme verbali complesse come il passato, passato remoto, congiuntivo, e periodi ipotetici, ma racconta volentieri del perchè abbia così fretta nel cercare una sistemazione. Si sta separando. Lei, bimbo Kinder e un cane, stanno cercando di andare via di casa. Ma devono far quadrare il bilancio. Allora, penso sorseggiando un caffè, bisognerà che tu ti metta a lavorare. Lo dico. Ecco, cazzo, mi scappa sempre. L’ho detto. Mi guarda male. Malissimo. D’altronde. Si china sul suo caffè. Non mi guarda più. Finiamo di bere. Pago. Usciamo. Fuma? Si. Vuole una delle mie? No grazie, fumo tabacco sfuso da quando ho iniziato. Oh, che bello. Cosa? Beh, è una cosa molto maschile. Si, in effetti, non ho visto molte donne fumare tabacco sfuso. Se volessi rivedere la casa? Mi scriva, o mi chiami. Sono a disposizione. Ah già, ho il suo cellulare. Esatto. Beh, meglio così. Ho già il suo numero. 

La panterona che tenta di graffiare. Chissà cosa non ha capito. Non negozierei mai il canone di affitto di mio suocero per dei veloci giretti su un corpo che pende pericolosamente verso il livello del mare. Più che altro per mio suocero. E poi perchè siamo una decina d’anni in ritardo. E poi, quando menzionavo un lavoro come fonte di reddito, pensavo si potesse giungere a qualcosa che non preveda la vendita o la locazione dei genitali. Ci manca solo che mi tiri su una casa d’appuntamenti. 

Salgo sulla macchina con un goffo tuffo per evitare la neve. 

Non mi sento molto in colpa. E comunque, verrò in ogni caso a festeggiare animatamente questo cazzo di Natale. Mi serve da lezione. 

 

Molte risposte, trovati le domande

Le emorroidi sono uno dei più diffusi problemi della società occidentale, colpiscono quasi il 40% della popolazione adulta. Vuol dire che, tra me che scrivo e tu che leggi, uno dei due, a spanne, soffre di fastidiosi disagi rettali. Io sto benone. Grazie.
La diffusione di questa patologia, a livello mondiale, fa supporre che si tratti di un disagio prettamente “capitalista”.
Erroneamente, per anni, il sesso anale è stato incluso nelle possibili cause scatenanti. E’ un po’ come la cecità precoce in chi si masturba. Entrambe le pratiche, estremamente diffuse, non provocano danni fisici. Andrebbe analizzato il fattore psicologico di suddette pratiche. Per questo, alcune culture orientali, molto più libere sessualmente e meno sottomessa ai Vaticani corridoi, hanno opinioni chiare su cosa significhi il far tutto da solo e il farlo dalla parte sbagliata.
Aggiungo, per dovere di cronaca, che in entrambi i casi, è molto difficile che la partner rimanga incinta. Una delle domande più pressanti di Yahoo Answers è proprio questa.
Confermo, dopo anni di studi nel settore, che i rischi sono irrisori. E se davvero dovesse succedervi, non raccontatelo a nessuno. Nessuno vi crederebbe.

In ogni caso, riconosco con scientifica certezza una persona che soffre di emorroidi o di protusione lombare, da come si relaziona con la sua sedia.

Lui ci mette davvero troppo ad appoggiare le regali natiche sulla sedia di pelle. E lo fa con estrema attenzione. Siamo nel suo ufficio, distanziati da una kilometrica scrivania di vetro, addobbata con tutto quello che fa cool avere su una scrivania così. C’è un Mac, una Montblanc lasciata con finta distrazione vicina all’agenda, in pelle nera, aperta sulla settimana e orrendamente vuota.

Mi ha fatto fare la necessaria anticamera. La segretaria, forte di una permanente davvero spumosa e di tacchi vertiginosi, mi ha accompagnato in una saletta con un divano di pelle bianca. Nient’altro. Dalle finestre si sentiva il traffico del centro di Milano. Mi sono fatto venti minuti di anticamera. Poi sono stato ripreso dalla segretaria, accompagnato in un dedalo di corridoi, e appoggiato in questo mastodontico studio, vuoto come la solitudine.
Lui è arrivato con qualche minuto di ritardo, doppia anticamera per me, si è presentato con un sorriso decisamente esagerato per le circostanze e, dopo essersi seduto con l’attenzione di uno che sa di avere un cactus appoggiato in mezzo alle chiappe, ha iniziato a parlarmi.

Teneva tra le mani dei fogli, il mio curriculum e altre cartacce. Annotava, disegnava pallini, sottolineava.

Una delle cose belle della carriera è che si passa dal girone infernale delle società di recruiting a quello, Purgatorio delle risorse umane, degli Head Hunter.

Ogni tanto mi chiamano. Ho imparato il gioco, non rifiuto mai. Sono vecchie glorie di qualche settore andato a puttane per una qualsiasi crisi, che non riescono a riciclarsi se non tentando di assumere nuove leve a cottimo. Un lavoro come un altro. Molto dell’esito di un colloquio del genere dipende da fattori determinanti come: il sesso dell’head hunter, l’età, e il colore della cravatta che indossi. Le donne, giovani, sono le migliori. Addirittura, a volte, fingono interesse per quello che dici. Gli uomini, maturi, le vecchie glorie, sono un terno al lotto. Parlano di loro, di un passato remoto che non esiste, ma sono molto più flessibili sui titoli di studio e sulle reali esperienze. Sanno, forti di vent’anni di contributi, che conta molto di più la motivazione che una laurea in Lingue.

Lui mi parla gesticolando. Mani estremamente curate, unghie perfette, Rolex molto pacchiano e gemelli di stoffa. Non abbinati alla cravatta. Urtante, ma devo sopportare.

La posizione in ballo è, come sempre, esclusiva, unica, vantaggiosa, incredibile. Insomma, cercano un manager da buttare in una situazione di merda, che costi poco rispetto a un senior, che sia motivato nonostante tutto intorno stia andando a puttane. Il mio profilo. Lo sappiamo tutti e due: l’unico punto interessante è il prezzo. Il resto conta pochissimo.

Mi fa parlare, fingendo interesse, di situazioni critiche, di conflitti, di emergenze. Quando mi ascolta, disegna pallini sul mio CV.

Poi arriva il momento in cui, lo sapevamo, bisogna raggiungere una cifra. Scriverla nella mia memoria. L’azienda cliente, grande gruppo multinazionale leader nel settore di riferimento, desidera rimanere anonima. Conosco la formula a memoria. E’ come a Messa: sai già quello che viene dopo, solo che per rispetto lasci che sia il prete a parlare. Nonostante l’anonimato, è estremamente flessibile e disposta a valutare il budget in accordo con le reali competenze del candidato.
In pratica non vogliono pagare un cazzo. Poi, il momento topico della liturgia dell’head hunting. Prima di comunicarle il profilo economico, mi lasci dire che, guardando il suo curricula, questa posizione rappresenta per lei un ottimo passo avanti. Qui tu devi stare in silenzio, fingere di condividere, e aspettare. E’ la parte più noiosa, ma non si può evitare.

Lui ci gira intorno ancora un po’, addirittura si permette di confermarmi che la mia attuale azienda non potrà, nel lungo termine, offrirmi le garanzie del suo cliente.

Io voglio soldi, non garanzie. Vecchie, freddissime, banconote. Tante. Forse dovrei menzionarlo sul curriculum: io lavoro per soldi. Moltissimi. Nel mio settore, abbiamo pochissimo tempo per fare più soldi possibili. Poi diventiamo vecchi, non piacciamo più, e finiamo confinati in una prestigiosa società di head hunting, tentando di convincere i nuovi giovani ad unirsi al gruppo.

Decido di quantificare il mio rispettabile compenso. Dico, scandendo la cifra, quali sono le mie aspettative per il 2013.

Lui ha l’eleganza di non trasalire. Almeno non con tanta enfasi. Diciamo che accusa il colpo, ma è in grado di gestirlo.

Risponde contrattaccando. Errore da pivelli delle società di consulenza interinale.

La cosa finisce qualche minuto dopo. L’offerta dell’azienda è decisamente più bassa. Ma lui si adopererà per verificare i margini di trattativa. In ogni caso la cifra è estremamente alta per il mio profilo. Mi chiede su quali basi io abbia calcolato compensi così eccessivi.

A voler essere sinceri, nel 2013 vorrei fare un viaggio in Medio Oriente, sono anni che lo pianifico. Voglio tornare a Gerusalemme, girare la Turchia, perdermi in Arabia. E poi vorrei cambiare la moto. Non esattamente. Vorrei comprarne una nuova. E poi devo cambiare la tavola da surf.

Ma non rispondo così. Replico pacatamente: è un 5 per cento in più di quello che prendo adesso.

Tutto vero.

Finiamo a chiacchierare del più e del meno. Parliamo di libri, di mare, di trasferte. Perdiamo tempo. Sappiamo che non ci vedremo molto presto. Poi ci alziamo. Si alza di scatto. Vedi che non è una patologia lombare. Si sarebbe alzato dolorante. Emorroidi. Brutto fastidio. Cambiare alimentazione, stile di vita, forse anche religione, potrebbe aiutare. Ma non lo dico.

Vigorosa stretta di mano, come solo due venditori sanno fare. La segretaria mi riprende e mi riporta nel dedalo di corridoi. Prende il mio cappotto, me lo porta.

Esco, fa un freddo fottuto. Ma c’è il sole.

A spanne, direi che ho buttato nel cesso un pomeriggio. Ma la liturgia prevede anche questo.
Mi guardo in una vetrina: la cravatta blu è davvero bella. Copre le occhiaie.

Mentre fingevo di ascoltarlo, ho sentito in sottofondo dall’ufficio vicino una canzone di Moby. E ho pensato al film The Beach.
Che sballo.

Oggi hai imparato alcune cose davvero importanti. Che qui ti riassumerò.
Primo: le emorroidi sono una patologia clinica seria, è necessario il supporto di un medico. Che fa uno dei lavori più brutti. Osserva culi malconci. Puoi, inoltre, valutare il cambio di stile di vita. Funziona. Magari non per le emorroidi.
Secondo: il sesso anale e la masturbazione non portano alla fecondazione.
Terzo: la cultura occidentale è molto più arretrata nell’interpretazione delle suddette pratiche sessuali. Gli orientali ne sanno di più. Investiga sul perchè lo fai. Poi fallo, ma cerca di capirti.
Quarto: Le Head Hunter donne, giovani, sono molto peggio dei vecchi panzoni.
Quinto: Il colore della cravatta, a un colloquio, è importante. Vai sul canonico. Abito blu, camicia blu, cravatta blu. Al massimo un leggero regimental.
Sesto: i gemelli di stoffa colorata devono essere abbinati alla cravatta. E sono una moda italiana. Nel senso che all’estero non li capiscono molto.

Sei cose che hai imparato oggi. Gratis.

La Poesia Sei tu Che Leggi (volume 2)

La cosa che mi sorprende più di tutto è che il mio cuore si ostini a reggere. Tiene il ritmo, mi segue docile, mantiene attiva la circolazione, quando un cuore normale, davanti a tutta questa vita che morde alle caviglie, si sarebbe arreso da un pezzo.
La cosa che mi sorprende più di tutte è che la maggior parte degli uomini non capisce tutta la poesia che c’è in una grandissima sofferenza.

Aspettano una vita, interi anni sprofondando sul divano, o appoggiati al tavolo di un bar, divorati dall’ansia di non aver vissuto un solo istante, sconfitti dalla sensazione di non aver mai preso una decisione, rassegnati alla routine che uccide anche l’uomo più forte, soffocandolo tra domestiche abitudini degne di un cane, nemmeno troppo intelligente. Poi, quando è il momento, in quegli istanti in cui la vita bussa, sommessamente, facendo entrare in circolo tutto questo sangue, rimangono fermi, senza cogliere la tremenda poesia di questi momenti.

Prendi me, ad esempio.

Io sono, adesso, la poesia più bella che si possa scrivere. Le mie rughe, il mio sguardo perso dentro un vaso di malinconia, il mio non riuscire a dormire, il mio smettere di scrivere al computer per alzarmi di scatto e camminare nel freddo gelido della sera. E’ orribile, fa male da morire, ma è una splendida poesia.

Io sono una splendida poesia, mai ne ho scritte di così belle. Io sono una canzone, senza troppe rime, come la mia faccia, che ha perso la simmetria dei bambini in qualche aeroporto. Io sono una lunga canzone triste, ma non mi stanco di leggermi tra le righe. Io sono un canto, come le mie labbra, capaci di pessime abitudini e di splendidi baci. Io sono la poesia delle mie mani, screpolate dal freddo. Quello che viene da dentro, non quello che viene da fuori.

Io questa sera mi sono fermato, alla fine di un prato, congelato. Mi sono lasciato scorrere alle spalle la fila ordinata di pendolari. Ho chiuso la macchina. E sono entrato camminando nel prato. Terra gelata, neve ghiacciata. Fumavo, guardando il cielo con le stelle. Mi sono abituato a cercare il Grande Carro, e divertirmi a vederlo sempre in posizioni diverse. E’ li, al suo posto, dove è sempre stato quando lo cercavo da piccolo, affacciato alla finestra del bagno.
Un cielo così, non andrebbe masticato da solo. Andrebbe aggiunto del vino, e la pazienza di qualcuno che ha tempo per ascoltare questa lunghissima canzone triste.

Io sono una poesia tremendamente vera, talmente calda da mischiarsi al sangue che corre nelle vene di uomini che hanno perso la strada. O la stanno perdendo. C’è chi si spaventa, c’è chi corre indietro. Io cammino, fumando, aspettando pazientemente che questa vita, questa canzone triste, mi riporti al mio posto.

Prendi me, ad esempio.
Uso sempre il passato, per raccontare bellissime storie. E la gente mi incontra e mi sorride. Scrivi da Dio. Bravo. Ti leggo sempre. Perchè ho avuto il tempo di digerire la vita. Adesso scrivo del presente. Di oggi. Di adesso. Ancora scorre, caldo, quel sangue che senti pompare dentro le vene. Che ti dice di non scappare, di stare al tuo posto, e di viverti tutta questa vita.

Io, adesso, faccio fatica a capire moltissime cose. Accetto l’insicurezza, perchè è talmente poco accogliente, spartana, spigolosa, che so che me ne dovrò andare molto presto.

Io non ho paura. Mi spaventa solo la morte, ma so benissimo che tutta questa vita non mi ucciderà. Anzi.

Io non ho mai paura, ma so che alcune decisioni saranno sbagliate. Singolare momento, questo, per aspettarsi decisioni così importanti. Ma così è.

Ci sono delle volte che aspetto per interi quarti d’ora, seduto sulla mia tavola, un’onda. Ho guidato, svegliandomi prestissimo, ho digiunato, ho affrontato il freddo, per aspettare un’onda. Una sola. E poi, sento la pancia del mare gonfiarsi, sento arrivare tutta la sua forza. E sono felice.
Sorrido,sapendo cosa mi aspetta. E tutto il mondo, per un istante, è nei miei piedi che si appoggiano alla paraffina.
Ecco, adesso sto aspettando, seduto su questo freddo, che arrivi questo maledetto caldo.

Prendi me ad esempio.
Sono anni che scappo, senza sapere che non c’è cosa più stupida che scappare da se stessi.

Io sono, a volte, il peggior nemico di me stesso. A volte. Non oggi.

Mi sono fermato, con i piedi affondati nella terra ghiacciata, e ho respirato profondamente. Inutile scappare. Adesso. Non ho la forza per farlo e la voglia per volerlo. Aspetto, fumando. La cosa che mi spaventa non è il futuro, è il rotolarmi addosso del mio passato.

Se dovessi mai rinascere, rifarei tutti gli errori che ho fatto fino ad oggi. Mi tocco la cicatrice che ho sul petto, appena sotto il cuore. La mano gelata sente la pelle calda. Ascoltarsi troppo è inutile, quando non hai molto da dirti. Oggi mi son detto, accarezzandomi le cicatrici, di smettere di parlarmi. Non abbiamo più niente da dirci. Oggi. Non ci resta che aspettare.

Ho imparato ad essere grato per molto meno. Oggi, con i piedi nel prato congelato, ho semplicemente urlato Grazie. Nessuno mi ha sentito. Tranne chi mi doveva sentire.

Ho molta forza, adesso. Che non sapevo di avere. La coscienza di una fine non è la certezza di un inizio. E viceversa. Insomma, la fine di un inverno non sempre è l’inizio di una primavera. Ma ho la sicurezza di aver visto già questo prato caldo e fiorito. Per questo non mi spaventa sentirlo nudo e ghiacciato.

Ma, ogni volta che mi rendo conto che tutta questa vita mi salta addosso, mi ricordo di esserne grato a Dio. Perchè è il modo migliore per sentire di essere vivi. Dolorosamente, fottutamente vivi.

Uno spettacolo per pochi. Ma un vero spettacolo.

Post Scriptum: ho davvero pensato, un minuto in un ora, qualche tempo fa, di non farcela. Quello è stato l’errore. Adesso, sorrido per averlo pensato. Soffro, sono una splendida poesia.
Scriverò moltissimo di questo.

Nuda, in ginocchio, pregandomi

Io odio tutto dei regali di Natale. Dalla pianificazione all’esecuzione, fin anche all’apertura. Primo perché sono ormai venticinque anni che chiedo un cane, e nessuno me lo regala. E allora ditelo. Che cazzo me lo chiedete a fare che cosa voglio, se poi fate quello che volete. Secondo perché io adoro fare i regali. E la parte migliore del regalo è che la persona che lo riceve non se lo aspetta. Invece, dal ventuno dicembre, siete tutti li, come delle iene affamate, ad aspettarvi un pacchetto.

Più invecchio, più sono le persone che si aspettano qualcosa da me. Anche il portinaio inizia a puntarmi con occhi affettuosi, mentre finge di smuovere le tre dita di polvere che riposano in una pace beata sul corrimano.

Poi adorate fare le cene. Anche io adoro fare le cene. Ma non a Natale. Non quando infilate nella lista dei commensali l’amica appena lasciata dall’ex marito o l’amico che non esce mai. Se non esce mai, perchè forzarlo? Interminabili silenzi, odiosi discorsi sulla neve, un buddista che, fingendo pace interiore, spiega come raggiungere la pace interiore. C’è sempre un buddista, in queste situazioni. Uno che ha appena scoperto il buddismo, che il buddismo gli ha cambiato la vita, che dall’alto verso il basso guarda noi, vecchi cattocomunisti del cazzo, mentre andiamo a fumare sul balcone. E disapprova il nostro fumare. Poi socializza con l’amica dell’amica, che rimane folgorata dalla pace che quest’uomo, che ha scoperto il buddismo grazie a Vanity Fair, emana. Che si fotta, lui e queste cazzo di cene, penso mentre congelo sul balcone.

Oggi sono stato alla Fiera Dell’Artigianato. In un paese democratico, veramente democratico, portare un maschio eterosessuale alla Fiera Dell’Artigianato dovrebbe essere reato penale.
Sono sei padiglioni, pieni zeppi di bancarelle. Orecchini, grembiuli, tazze, salvadanai, lampadari, coperte, giacche, borse, portafogli, angeli di ceramica, angeli di cotone, angeli di lana, angeli di zucchero, angeli di legno. Tutto, dicesi tutto, il catalogo degli oggetti di cui non si sentiva nessun bisogno, e che se mi regalassero, oggettivamente mi incazzerei parecchio. Che cazzo me ne faccio di un angelo di legno? Ho sentito fortissimo l’impulso di uscire fin da quando sono entrato. Ma si è rivelato fisicamente impossibile, visto che vieni ingoiato da un flusso di persone, interrotto solo da trolley e zaini. Cammini incastrato tra altri esseri umani, per guardare tazze, coperte e vino.
Eppure era pieno di uomini felici. Uomini sorridenti, proattivamente coinvolti nella scelta del cappello di lana da regalare alla nonna. Uomini soddisfatti, con la piantina tra le mani mentre suggeriscono un altro giro in un nuovo padiglione. Uomini seriamente attenti alla dimostrazione di come si attaccano gli angeli di ceramica all’albero di natale. E allora penso: sono io quello strano. Provo interesse, professionale, per le vite di questi uomini, che si realizzano in un posto del genere. Vorrei poter attaccare un collare di posizionamento, per seguirli nella loro quotidianità. Per capire se è normale. Magari per scoprire che collezionano peli pubici, oppure surgelano le unghie che trovano sul tram, oppure fanno anche birdwatching.
In ogni caso, è da escludere che io possa mai regalare una tazza con il nome.

Io regalo solo libri a Natale.

Io adoro i libri. Ho amato moltissime donne, ho condiviso incredibili storie con uomini incredibili, ho pianto e ho riso. Grazie ai libri.
Scelgo sempre dei grandi libri. Davvero, mi impegno. Scelgo i libri in base alle persone. Passo una media di dieci ore, spalmate sui due sabati prima di Natale, in libreria per scegliere i regali. Penso alla persona, penso intensamente a come sia fatta. Mi ricordo, con dolcezza di tutto quello che abbiamo passato insieme durante l’anno. Mi ricordo di tutto il bene che ci siamo fatti. Penso a qualcosa che potrebbe piacere. A qualcosa di adeguato. Poi smetto. Esco a fumare. Rientro, e compro alcuni libri per me. Poi esco, poi rientro. E compro dei libri che mi sono piaciuti. In generale. Non propriamente legati alle persone a cui ho pensato.

Io adoro leggere. Ma adoro anche i libri. Mi sembra davvero un bel regalo.

Tra l’altro in Italia vengono pubblicati circa cinquantamila libri l’anno. Con una media espositiva di diecimila titoli per libreria, ogni sei mesi avviene un rinnovo completo. Un italiano medio legge cinque libri l’anno. E’ quindi statisticamente confermato che le probabilità che io possa regalarvi un libro che avete già letto sono infinitamente basse. Statisticamente. Perchè poi in realtà passo buona parte dell’anno a consigliare libri e a regalare libri. Quindi, si sballa tutto. Va anche aggiunto che io, amando i libri e le loro storie, regalo le storie che mi sono piaciute di più. Credo di aver regalato almeno cinquanta Versioni Di Barney e cento Novecento. Per non parlare di Oceano Mare, l’Amore ai Tempi del Colera. La Fata Carabina, Latte Solfato e Alby Stairvation. Neruda, ad esempio, è parecchio in debito con me. Ho regalato Neruda a tutti. E un giorno, volutamente, ho lasciato anche una copia, da me autografata, su una panchina del parco della Guastalla. Nella speranza che un giovine ne facesse tesoro. Sarà finita a pezzi, per filtrini di canne. Ma non voglio pensarlo.

Beh, insomma, io regalerò libri, come tutti gli anni.

Il libro è anche un regalo estremamente onesto. Perchè può essere riciclato senza colpo ferire. Non si tratta della sciarpa di tonalità nero,marrone e giallo che il cugino della sorella del cognato ti ha regalato. Quello è impiazzabile. Il libro è sempre un libro. Una storia bellissima.

E le storie, rimangono per una vita intera. Forse, sono il più bel regalo possibile. Perchè sembra un discutibile e piccolo investimento, ma una bella storia, rimane davvero per sempre.

Beh, insomma, io regalerò libri. Come sempre.

Sono quasi sicuro che sia diventata già leggenda, questa storia del vecchio Franz che regala solo libri. Ma non è colpa mia se io ti indico la luna e tu osservi attentamente il dito.

Regalatemi libri. Non ho bisogno di nessun altro oggetto. Possiedo tutti gli oggetti che mi sono necessari, come la moto. E molti superflui. Desidero, come tutti, possedere sempre più oggetti, perchè ogni tanto li confondo con la felicità. Ma poi mi riprendo.

Regalatemi libri. Ho bisogno di molte cose, ma pochissime potete regalarmele voi.

Quali libri? Arrogatevi il diritto di scegliere per me. Male che vi vada, il vostro regalo finirà ordinatamente intonso nella libreria. Non abbiate paura di scegliere per le storie più belle.

Al massimo,riciclo al portinaio.

The Hives, e altre leggende metropolitane (come l’amore)

Epilogo:

mezzanotte e mezza, due gradi, stelle che piovono sul cielo pulito, parcheggio centrando il muretto che ripara il prato. Non sono ubriaco, sono stanco, sudato fradicio, e non ho voglia di dormire.

 

–          Forse dovresti semplicemente prendere una decisione

–          …

–          Ci sono decisioni che il cuore prende molto prima della testa. Puoi stordire la testa, ma il cuore sa aspettare.

–          Fottiti

–          Buona notte anche a te.

 

Incipit

Docce comuni, spogliatoio della piscina. Solito groviglio di palle pelose, pancette pendenti, mugugni per l’acqua troppo fredda. Non c’è nulla di peggio di una doccia comune, con otto uomini che lottano per il proprio spazio. Rinvigorisce sempre la mia eterosessualità, mi fa porre delle grandi domande sul concetto di lunghezza del pene, ma non è il luogo migliore dove passare del tempo. Sono in ritardo. Vivo in ritardo.

 

Capitolo Primo:

Schiacciato addosso alla quarta fila, odore inumano di maschi sudati, pelli scivolose, urla, e botte. Certi concerti vanno fatti così. Punto. Il tizio dietro di me canta tutto d’un fiato, senza perdere nemmeno una parola. Quello di fianco è rimasto sotto per qualcosa fumato o mangiato. Davanti a me una ragazza si agita per sopravvivere. Credo che il progetto originale fosse, vado a un concerto con il mio ragazzo, e non: cerco di uscire viva da questo inferno, perché lui è troppo innamorato di tutto questo odore, rumore, sudore, per ricordarsi di me. Ho sempre avuto molta compassione per queste donne coraggiose. O tenerezza, non saprei dire.

I miei fratelli sono con me. Da qualche parte, dietro o di fianco. Impegnatissimi come me a galleggiare nella folla. La camicia è da buttare, e se il tipo dietro smettesse di appendersi ai miei pantaloni per stare in piedi, avrei buone probabilità di tornare a casa vestito. A quindici anni, chi suona conta pochissimo. Le parole ancora meno. A venti, le parole contano, chi suona è importante. A trenta, le parole sono tutto, chi suona lo sa.

A trenta, sai che un concerto, come un bacio, non ti cambierà la vita. Ma rubi tutta questa energia, la fai tua, e urli parole al fumo illuminato dalle luci di scena.

 

Intermezzo:

(Per un momento mi rendo conto che questi cinque sballati svedesi stanno davvero credendo in quello che fanno. E’ quello che Fred ha lapidariamente liquidato con “spaccano di brutto”. E’ quello che fanno. Fanno punk, per quello che è. Sono rimasti congelati in un finale di Kubrik, sembra roba da LP usciti quando c’era il Muro di Berlino. Suonano come se non avessero nulla da perdere, strafatti come ci si aspetta, picchiando spediti verso la fine del concerto. E’ la tipica band che ti aspetti di trovare impegnatissima a pippare dall’ombelico di una groupie a fine concerto, in un camerino fumoso e pieno zeppo di odio. Avrebbero fatto storia, forse la stanno facendo. Ammiro quelli che pippano dall’ombelico di una groupie).

 

Capitolo Secondo:

Senti fortissimo il bisogno di bere. Hai anche comprato tre birre. Abbondare è meglio. Ma le hai abbandonate da qualche parte. Scivoli in un pozzo di sudore, o vomito, o birra. Certo che i mocassini, per andare a un concerto del genere, non sono la scelta migliore. Ma tant’è. In questo periodo, scelte migliori non se ne fanno mai. Ti ritrovi abbracciato a un tipo che aveva il progetto di raggiungere il palco. Abbraccio intimo, fratellanza alcolica, e tremendamente scivolosa. Senti tirare, Fred ti recupera e ti butta verso il palco, ancora. Vorresti avere quindici anni, o forse diciotto. La tua schiena se ne sente cinquanta, i tuoi reni settanta. E hai sete. Una fottutissima sete.

 

Intervallo:

Beh, che dire complimenti! Ah, davvero! Ma dai! Queste erano risposte da dare. Invece mi è uscito un: brava. Brava? Oh cazzo. Fa lo sforzo, impagabile, di chiamarti dopo otto anni. Che emozione, dice, sentirti. Tu lotti animatamente contro la macchinetta del caffè, per far uscire qualcosa che assomigli a un caffè. E’ quello che ci si aspetta da una macchinetta del caffè. E pensi: ma come cazzo ha avuto il mio numero? E pensi anche: ho bisogno di caffè. Volevo solo dirti che aspettiamo un bambino. Brava. E’ quello che ci si aspetta da una lunga relazione, a trent’anni. Esce il caffè, con un orrendo rumore di guarnizioni. Sono otto anni che non ci sentiamo. Mi chiami per dirmi che aspetti un bambino. Quello che mi piacerebbe dire è che, in fondo, sono felice per te. O per il bambino.

 

Epilogo:

Una semplicissima giornata, come le altre. Semplicemente un po’ sudato, con i capelli attaccati alla barba, e un freddo animale. Fumo guardando il cofano della macchina. Penso che non le ho ancora dato un nome. Mi piace dare i nomi agli oggetti, e tentare di non darlo alle sensazioni. Così, la mia moto, la mia borsa, la mia macchina, hanno sempre avuto un nome, e una storia. Le mie sensazioni, invece no.

La guardo, ha un cofano bello, delle forme grasse. Avanti, mi dico, pensiamo a un nome. Percival? La Luna? No, non ho fantasia, ho solo freddo.

 

–          Perché ti ostini a cercare un nome per me, quando sai benissimo che non è necessario?

 

Oh Cristo, la mia macchina parla. Parla. Ha parlato. Ho sentito. Nessuno intorno, zona morta di giorno, figurarsi di notte, al gelo. Ma io ho sentito parlare. E non ho bevuto. Forse ho perso troppi liquidi sudando. Una volta ho visto un documentario sui pericoli del non dormire e del sudare troppo. Di quelli che attraversano il deserto senza dormire, bevendo poco. Forse sto morendo. Nessuno è mai morto per un concerto punk. O forse si. Cazzo. Dovevo bere.

 

–          Piuttosto dovresti cercare un nome per quello che senti.

 

Merda, ha parlato ancora. E’ arrivato il momento di chiamare, con tutta la serenità possibile, la guardia medica. Mi manderanno un’ambulanza. Mi imbottiranno di Valium. Poi mi dimetteranno. Un piccolo disagio mentale, niente di serio o patologico. Un ricovero. In fondo, visto il periodo, è normale. E’ normale cosa? Parlare con la propria macchina? Merda, merda, merda.

 

–          Tu parli?

 

Nessuna risposta. Come è giusto che sia. Le macchine non parlano. Non mi ricordo il numero della guardia medica, ma posso sempre chiamare la Polizia. Mi aiuteranno. Ho tentato di parlare con una macchina. Capiranno che ho bisogno di aiuto.

 

–          Credi non sia necessario prendere una decisione?

 

Mi appoggio al muretto, quello che tutte le sere tento di distruggere con il paraurti posteriore. Lotta infinita tra cemento e acciaio. E almeno settecento euro di carrozziere in quattro anni. Mi accendo un’altra sigaretta. Da quando non bevo più come un disperato, ho perso la preziosissima lucidità che solo l’alcool sa dare.

 

–          Forse dovresti solo ascoltare.

 

Ancora. Sto morendo. Probabilmente sto morendo. Forse un trauma cranico. Forse mi hanno drogato al concerto. Per fottermi un rene nel parcheggio. Sapevo che non si trattava di una leggenda urbana. Merda, come cazzo faccio adesso? Mi vogliono fottere un rene. Saranno nascosti da qualche parte. Che cazzo di droga mi hanno dato? Devo chiamare la Polizia, e dire che mi vogliono fottere un rene.

 

–          Forse dovresti semplicemente prendere una decisione

 

Non rispondo. E’ meglio non rispondere, quando credi che sia un cofano a parlarti. Anche la centralinista della Polizia, secondo me, mi consiglierebbe di non farlo.

 

 

–          Ci sono decisioni che il cuore prende molto prima della testa. Puoi stordire la testa, ma il cuore sa aspettare.

–          Fottiti

–          Buona notte anche a te.

 

Lancio la sigaretta nel prato. Mi alzo. Sono umido. E gelato. E ho appena avuto una conversazione con il cofano della mia macchina. A raccontarlo, non ci crederebbe nessuno.

Ma tutti sanno che il cuore sa parlare, anche usando un cofano di una Volvo.

 

Comunque, questa mattina ho controllato. La mia macchina non parla. E ho tutti e due i reni. Dal male che mi fanno, so che sono lì.

Ho tutti gli organi a posto.

Compreso il cuore.

 

Dal male che mi fa, so che è rimasto lì.

Anna

Mia mamma è morta un giovedì pomeriggio di ottobre, mentre pioveva. Facile da dire, ma i giovedì, ottobre, e la pioggia mi sono venuti subito antipatici. Anche l’espressione “si è spenta”. Mia madre non si è spenta, è morta, come solo il cancro è in grado di uccidere. Si spegne una lampadina, si spegne una moto, una morte ha pochissima poesia, perlomeno per chi rimane. Mi ricordo che non riuscivo a stare nel silenzio surreale della camera, ritmato dai singhiozzi di mia nonna e di mia zia. Cercavamo di capire se stesse ancora respirando. Insomma, la cosa andava avanti da troppo, un respiro in meno o uno in più non avrebbe fatto molto la differenza. Ma per noi, i rimasti, era questione fondamentale. Come anche l’orario preciso. Le sedici e quaranta. Alle sedici e quarantadue ero seduto in soggiorno, appoggiato allo stereo, mentre la radio passava “gli angeli” di Vasco. E fumavo la mia prima sigaretta in casa. Alle sedici e quarantaquattro mi sono reso conto che il tempo sarebbe passato molto più lentamente. A questa cosa del tempo mi ero abituato. La morfina, il silenzio, i cucchiaini d’acqua, e Kundera. Per allungare il tempo, accorciando la sofferenza. Il tempo si dilata, quasi ti volesse regalare momenti in più, proprio quando tu non sai assolutamente cosa fartene, anzi vorresti che tutto scorresse molto più velocemente.

Alle sedici e cinquanta hanno citofonato. Tu vorresti stare da solo, nel mondo, invece ti ritrovi gente che citofona. Allora, alla lista, dopo i giovedì, ottobre, la pioggia, aggiungi anche il citofono.

Alle sedici e cinquantacinque ho deciso di smettere di guardare l’orologio. Sono andato da mio padre, e ci siamo abbracciati. Insomma, non avevo molto altro da fare. Poi di colpo, mi sono caduti addosso agosto e settembre, tutte le notti insonni, tutte le lacrime che non avevo pianto, tutti i sospiri, tutte le volte che sono rimasto in piedi, quando il ragionevole senso comune diceva di lasciarsi cadere per terra.

Mi sono sdraiato, nella mia stanza, per terra. Mi sono addormentato. Ho dormito. Mentre il citofono suonava e la pioggia cadeva infernale. O forse non infernale. Ma comunque era giovedì, era ottobre, e pioveva.

Poi, alla fine avevo diciotto anni. E queste cose dovrebbero succederti quando di vita ne hai a sufficienza sulle spalle. Non a diciotto anni. E allora, ho pensato, ci ripenserò quando sarà più giusto pensarci. Pensavo, forse l’età giusta per vivere una cosa del genere è venticinque, o forse trentasei, o forse quarantadue. Non sapevo che la risposta era molto più semplice: mai. O forse sempre.

Quelli che dicono che il tempo migliora le cose, sono come quelli che dicono che un battito d’ali di farfalla a Pechino provocherà una tempesta a New York. E’ delizioso da credere. Ma non è così.
Non è il tempo che migliora le cose. Sono le cose che migliorano il tempo. E sono le cose a migliorarti.

Le cose e le persone. Quando vedi tutto questo andirivieni di speranza, attaccata a una TAC, quando vivi appeso a un appuntamento da uno specialista, quando il mobile della camera si riempie di flebo, cotone e pannoloni, capisci il peso specifico di una persona. Oddio, impari anche un sacco di cose pratiche, diventi pragmatico, sviluppi una lodevole predilezione per il rhum, fai un sacco di cazzate per le quali ti consigliano uno psicologo, ti trovi forzatamente a crescere di un paio d’anni in un paio di giorni, trovi sempre gente disperata al cesso, e ti tocca urlare alla zia di Torino, sorda come un toro sessantenne, che la mamma non può rispondere perchè al momento è zeppa di morfina, e no, non ti richiamerà dopo, perchè dopo sverrà nel letto. Poi, in un secondo tempo, impari anche a mandare a fare in culo la zietta sorda. Che di contro, ti chiederà, con il candore della demenza, perchè non le passi la mamma. Impari a vivere come tutti. Andare avanti. Tu hai una lista lunghissima di ottime ragioni per non uscire nemmeno di casa, il mondo ha una lista lunghissima di ottime ragioni per pretendere che tu lo faccia. Impari a farlo.
Impari a guardare le persone negli occhi, impari quanto sia relativo un problema, quanto piccole siano certe cose della vita. Impari a pensarci a fondo. Senza occupare il cesso. Che sta cosa del cesso sempre occupato per piangere, non ti va giù. Ma, sembra sia così, in questa fottuta cultura occidentale, ognuno ha diritto di esprimere la sofferenza come meglio crede e dove preferisce.

Impari, in verità, a non perderti niente. E’ troppo importante. Impari, anni prima di Facebook, a contare gli amici. Basta, ti avanza, una mano.

Impari a dare amore, come se davvero domani, che ne sai, i pannoloni fossero per te. O per la persona che hai davanti. Se lo dici ti danno del pessimista. Poi vanno sotto come un treno quando la nonna novantenne scompare per un pomeriggio, accompagnata dal vecchio Alzheimer, in giro per le stazioni della metropolitana.
Impari a dare amore, e a prendertelo.

Impari. E non te lo dimentichi. Mai.

Poi, con il tempo, le cose prendono il loro posto. I giovedì tornano ad essere accettabili. La pioggia,te ne fai una ragione, è normale. Ottobre, cazzo, capita tutti i fottuti anni. E ce ne sono stati anche di stupendi. Di ottobre. I citofoni ti urtano ancora, ma questo per via del suono orrendo.

Poi con il tempo, le persone prendono il loro posto nella tua vita. Non pensi più ai pannoloni e alle flebo. Ma sai riconoscere, in meno di un battito d’ali di farfalla, una persona che ti sta dando amore.

Sai quanta paura abbiano le persone. Di dirlo. Che stanno dando amore. Che lo fanno.
Ma tu le senti. E le tieni vicino.
Perchè le persone non sanno quanta paura abbia tu, di ritrovarti infilato in un pannolone, sapendo di non aver amato abbastanza.

Poi, permettetemi di dirlo, ma che cazzo di sfiga quella di aver sentito “gli angeli” di Vasco. Avete una fottuta idea di quante cazzo di volte la passano per radio? Che uno i giovedì, ottobre e la pioggia se li fa andare anche bene. Ma Vasco no. Una canzone di Vasco, te lo insegnerà la vita, sopravvive a intere generazioni di nuovi cantanti, e continuerà ad essere programmata, in eterno.

Come è evidente che sia, questo pezzo è dedicato a mia Madre, che mi ha insegnato ad amare. E a tutte le persone che, in questi quindici anni, mi hanno dato del coglione perché non ho amato abbastanza o perché piango sempre quando ascolto “gli angeli” di Vasco.