come scrivere un romanzo (e altri modi per allungare il pene)

Ho iniziato uno dei cinque libri su Steve Jobs che sono parcheggiati nei pressi del mio letto da tempo immemore. Anzi, dalla morte del vecchio Steve. Il fatto è che a me, fondamentalmente, del vecchio Steve non me ne è mai fottuto moltissimo. Grande manager, visionario, ricco, buddista, egocentrico, dispotico, concreto. Tutte doti che già possiedo, a parte il buddismo e la ricchezza, che sono in ogni caso in lista nelle cose che voglio comprarmi prima o poi. Ho smesso di leggere i libri dei grandi manager quasi subito dopo aver iniziato. Sostanzialmente penso di essere allergico. Lievemente, non troppo. Arrossamenti dell’anima, lieve gonfiore dell’ego, nulla che non possa passare con un buon bicchiere di alcool. Solo che, al momento ho due ottime ragioni per leggere questo libro. La prima è che ho finito Mark Haddon. Signori, quanta umanità, davvero. Quanto è contemporaneo, concreto, e docile da leggere il signor Haddon. Se fosse un paio di jeans, il Signor Haddon, sarebbe certamente un paio di jeans Gap. Di moda, ma reali, economici, molto concreti. Bel libro. Però finito. Tra l’altro esco dalla doppietta Pennac-Haddon, quindi so benissimo che il terzo libro, in ogni caso, deve per forza essere un pacco tremendo. Non esiste la tripletta della buona lettura. Quindi ho evitato accuratamente qualsiasi libro serio. La seconda ragione è deliziosamente pratica: devo andare in libreria. Annusare, curiosare, commentare, e comprare dei libri, se mi rimane tempo. Ieri spostando un paio di copie di Wired, ho trovato tutta la saga di Steve Jobs. Ricordo esattamente dove ho comprato questo libretto e i suoi simili: Hudson News di Malpensa, terminal 2. In quel momento epilettico che mi succede sempre prima di un lungo viaggio, nel quale compro, nell’ordine: due riviste di moto, una rivista di tecnologia, una penna, un quaderno, due pacchi di tabacco, un libro, il Corriere, la Repubblica e il Sole 24 Ore. Di tutto questo, solitamente, prima di addormentarmi, ubriacarmi o andare in fissazione compulsiva su qualche film di supereroi con i sottotitoli in coreano, leggo solo la Repubblica. Il resto viaggia nel mio zaino. Tornando a casa con me. E’ uno di quei libri scritti sull’onda dell’emozione, quando ancora il morto era caldo. Valore intellettuale dello scritto: zero. E’, era già appena stampato, pronto per le bancarelle di seconda mano della Versilia. A livello business, è di interesse come gli scritti di Galgano sul sistema Toyota. Letto uno, letti tutti. E soprattutto, che due coglioni. Ma è scritto grosso, e alla fine di ogni capitolo riporta le cose importanti dette in precedenza. Cose che di norma mi forzano a non comprare un libro. Chissà che cazzo mi era passato per la testa a Malpensa.

Durante una riunione, questa mattina, cercavo di riempire il vuoto cosmico intellettuale facendo altro. Nello specifico, stavo tentando di forzare il mio iPad a scaricare un’app rivoluzionaria per sincronizzare la posta triangolando un server e due NAS. Roba pirotecnica. L’obbiettivo di questa straordinaria app è quello di farmi leggere la posta. Ma in versione nerd. Non con la solita app. Con una figa, che fa una cosa ordinaria, facendola sembrare straordinaria. Un po’ come quei baristi che per farti un cuba, lanciano in aria la bottiglia di rhum, saettano la bottiglia di coca prima di farla scendere dall’alto, e lanciano i cubetti di ghiaccio. Inutili scampoli di dimostrazione dell’esistenza dell’anello mancante tra orango tango e sapiens. Beh, questa cazzo di app non ne voleva sapere di funzionare. Ho perso il controllo, anche perchè nello stesso tempo cercavo di rispondere a una mail sul telefono, e ho smesso di fingere interesse per la riunione, rendendo plateale il fatto che non me ne fregasse un beneamatissimo cazzo ne degli outlook industriali italiani del prossimo quinquennio ne della difficile posizione di Confindustria nel panorama associativo europeo. Era una di quelle riunioni in cui ti siedi e pensi: perchè sono qui? Beccato, ho recuperato il self control, immedesimandomi immediatamente, e ritornando sui miei passi. Ho sottolineato che ci sarebbe voluto, in questo difficile momento di convergenza, un approccio più flessibile e aperto nel management. Mi sono permesso di citare, a sostegno della mia tesi, il caso lampante del primo iMac, vincente dimostrazione del perfetto controllo manageriale di Steve Jobs su una Apple, fino a poco prima, dichiarata prossima al fallimento. E il bello è che un paio di idioti mi hanno anche dato ragione. Che tenerezza infinita. Forte del fatto che mi sono vestito come Marchionne, ovvero ho dimenticato la riunione e sono arrivato in ufficio con un maglione blu più adatto a un summit di scout che a un’azienda, ho continuato la mia filippica, chiudendo in bellezza, ovvero suggerendo la lettura di un libro sul management nell’era di Jobs.
La cosa, peraltro, mi ha permesso di ritornare felicemente a farmi i cazzi miei per una buona mezz’ora. E durante il coffe break ho anche ricevuto i complimenti da uno dei dinosauri della presidenza. Questi simpatici nonnetti settantenni, capitani di un sistema industriale morto e sepolto, che guidano associazioni che hanno l’obbiettivo di creare un futuro per i giovani. E’ come se mettessero un industriale corrotto e platealmente colluso, i cui metodi di crescita imprenditoriale rispecchiano l’etica che ha Rocco Siffredi quando si avvicina all’ano di una attrice porno dell’Est Europa, a capo di una coalizione di governo, e la stessa venisse votata da un sacco di gente. E’ poco credibile. Ma succede. Sono i sintomi ad essere preoccupanti, per noi che siamo nati nella patologia e non abbiamo mai visto questo corpo-Stato sano.

Ritornando verso casa, pensavo, come al solito, a una moltitudine di cose. La solitudine da macchina, ultimamente, mi crea scompensi intellettuali abbastanza gravi. Penso troppo.
Penso a molte cose, anche di diverso spessore umano. Per dire, penso alla mia vita, al mio futuro, a mio figlio, all’amore, all’Amore, ai baffi di Mercury, allo stimolante processo con il quale un pomeriggio di sole mi ha sconvolto gli ormoni, a Roma e ai suoi tramonti, al mare.

Vorrei i baffi di Mercury, un tramonto di Roma, del mare, l’Amore. Se possibile, tutto insieme.

Pensavo anche a un racconto che ho scritto, l’ultimo, durante le vacanze di Natale. E che ho buttato proprio ieri. Perchè era una storia troppo triste. Perfino per me. Non scriverò mai un romanzo, se mi commuovo per i personaggi che invento. Se soffrono, io soffro. Quindi cerco di non farli soffrire troppo. Pensa che palle. Nessuno che si lascia, nessuno che si uccide, nessuno che si fotte. Amici che restano amici, amanti che restano amanti. Che due coglioni. E poi, il fantasy è un genere per ragazzini e bambinoni, come il porno. Quindi non scrivo romanzi. Non sono capace di far soffrire le mie creature. Scrivo racconti, perchè nello spazio di un racconto succede qualcosa. E io lo racconto, appunto. Ma è successo anche qualcosa prima, e succederà qualcosa dopo. Insomma c’è speranza. Ma questo racconto, era davvero troppo triste.

Se volete scrivere un romanzo, semplicemente abbiate una grande compassione per i personaggi che create. Far nascere qualcuno per farlo soffrire, è proprio da stronzi.
E, a proposito di uso sconsiderato del pene, uno dei modi per allungarlo è il seguente: (lo dico perchè circa il sessanta percento dei lettori di questo pezzo arriverà qui per ricerche su google tipo: ” modi per allungare il pene, allungamento del cazzo, cazzo allungabile, cazzo con i baffi di Mercury, cazzo iMac, iCazzo con i baffi)
dicevo:

allungare il proprio membro è possibile in tre modi: meccanico, chimico, intellettuale.
Meccanicamente, si possono apportare dei piccoli pesi di piombo sul glande, in modo che, nella deambulazione, il peso del piombo tiri il pene, invitandolo a un naturale allungamento. Si parla di millimetri al mese. E poi, credo faccia un male boia. E poi, se viaggiate, occhio a non suonare al controllo di sicurezza in aeroporto. E’ difficile spiegare due piombini appesi al cazzo.
Il modo chimico prevede l’uso di sostanze idro cortisoniche. E’ possibile iniettarle, tecnica usata nel porno anni novanta, oppure massaggiarle. L’effetto dell’iniezione è immediato, proprio perchè il membro acquista volume e spessore, ma tende a non essere efficace nel tempo. L’effetto del massaggio è più a lungo termine, e anche più divertente. La sega al cortisone è sicuramente meglio della puntura. Il terzo modo, la terza via, è quella intellettuale. La meno rischiosa e più semplice. Convincetevi di avere un cazzo lungo. Decidete prima quanto significhi per voi. Lungo. Beveteci sopra. Continuate a ripetervi di avere un cazzo lungo. Ripetetelo anche agli amici. Ho un cazzo lungo. Bevete sempre molto. In presenza di un possibile partner, sottolineate che per voi è ok andare avanti con la serata ma lui/lei deve sapere che avete un cazzo lungo. Molto lungo. Ecco, magari non si allunga davvero, ma c’è una buona possibilità che abbiate convinto non solo voi stessi, ma anche il vostro/la vostra partner di avere un membro di tutto rispetto.
Qui, amici della ricerca su Google, vi lascio con due quesiti: ma vi sembra credibile cercare questo tipo di risposte su Google? (e vi sembrano domande da fare a un algoritmo…) E poi: ma è più importante la lunghezza o il saperlo usare bene? (che è quella domanda a cui gli uomini con il cazzo corto e le donne ben educate rispondono: saperlo usare bene. Mentre gli uomini con il cazzo veramente lungo e le donne sincere rispondono: il cazzo lungo).
Fortunatamente, uomini con il cazzo lungo e donne sincere sono rarissimi esemplari in estinzione.

La notte in cui è morta la tua Bellezza

Los Angeles, Maggio 1981, Sunset Blv.

Henry si era dovuto alzare, nonostante il sonno, il mal di testa, la nausea, per far smettere quel dannato telefono del cazzo. Suonava da cinque minuti. Era già tanto che i suoi vicini, i signori Lauren, non avessero già iniziato a bussare sul muro del soggiorno. Bussavano per qualsiasi rumore, anche una scoreggia troppo forte. Il prezzo da pagare per un affitto basso, nessuna domanda, nessun contratto. Muri di legno, sottili come fogli di carta, e il cortile pieno di spazzatura.

Le cinque e undici minuti. Domenica mattina. Chi cazzo può chiamare, alle cinque e undici minuti di domenica mattina? Nessuna buona notizia. Questo è certo. Le buone notizie vanno a dormire presto e si alzano tardi. Arrivano sempre di pomeriggio. E ultimamente, queste cazzo di buone notizie avevano proprio smesso di arrivare. Non era un problema di indirizzo, visto che le bollette arrivavano puntuali.

Cercando la cornetta, nel buio della stanza, rispose con un “hey” quasi sottovoce, per non svegliare nessuno. Svegliare chi? Dall’altra parte, rumore di traffico, una voce femminile, una bestemmia, e poi niente.

Hey, che senso ha questa cosa? Per un attimo, nella penombra, osserva le luci della notte, i neon gialli e rossi di Amoeba Music Store. Per forza nessuno voleva quel cazzo di appartamento. Illuminato a giorno anche di notte. Per forza nessuno voleva la sua vita, con voci femminili che bestemmiano in piena notte.

Un sospiro, il telefono ricomincia a squillare. Lo stesso rumore di traffico, nessuna voce questa volta.

Ci vuole poco, pochissimo, perché Henry si preoccupi. Vorrebbe occuparsi delle persone, lo fa. Per questo odia preoccuparsi, per le persone. Perchè vuol dire due cose: che lui non sta facendo il suo lavoro, e che l’altro, l’altra se ne sta fottendo. Occuparsi e non preoccuparsi. Odia preoccuparsi, soprattutto quando non gli è data la libertà di aiutare. E una bestemmia, è un allarme, che non vuole aiuto. E’ così da una vita. Appoggia la cornetta, cerca delle pillole. Qualcosa per calmarsi. La voce, il traffico, la bestemmia. Niente che faccia supporre che qualcosa stia andando per il verso giusto.

In effetti, vista da fuori, tutta la sua vita sta andando nella direzione sbagliata. Vista da dentro, invece, è una semplice catena di conseguenze. Il lento lavorio di una piccola scelta sbagliata, appoggiata a una più grande, e così via. Trentatrè anni. Un passo ai trentaquattro. A volerci arrivare. Quello si. Dannata miseria. Quello si. Non avrebbe immaginato di arrivarci così. Questo no. Ma, in ogni caso, ci vuole arrivare. Tutti i sogni rimessi in gioco. Ma forse questo è il prezzo da pagare per avere quello che vuoi.

Preoccuparsi di cosa? La voce. Quella voce. Ultimamente era diventato bravo, con quella voce, a riconoscerne i dettagli e le sfumature. Sapeva quando quella voce stava giocando, flirtando, aspettando, godendo, ridendo. E quando qualcosa stava andando storto. Ogni voce viene da un’anima. E quell’anima, l’anima di quella voce, era una delle pochissime cose che lo facevano pensare a un futuro sereno. Senza muri di legno, senza i Lauren, senza le insegne del Sunset, senza la paura. Quell’anima era disperata come lui. Ma era sicuro che sarebbe tutto finito presto. Invece no. La bestemmia. E basta. Una donna che bestemmia, questo va detto, è uno spettacolo bruttino, anche per uno abituato a vedere cose ben più brutte. Il tono, impastato da troppa roba, era sconfitto. Ecco di cosa era preoccupato. Di non poter essere con quella voce, in quel momento, per poterle dire, piano, che non c’era nessun bisogno di nient’altro. Di non preoccuparsi. Di non spaventarsi. Di non avere paura. Cazzo, lui era bravo in questo. Moriva di paura, ma bastava un suo sorriso, una sua parola, per cancellare la paura nelle persone che amava. Forse era questo il suo segreto. E, invece, quella voce aveva paura.

Prese la testa tra le mani. Pulsava allegramente. Vodka. Avrebbe avuto bisogno di vodka. E di pace, di tempo, di riposo, niente di tutto questo.

– Sai Henry, forse ne dovremmo parlare

La voce di sua moglie, Lora. E la sua figura, a fare ombra in soggiorno.
Ecco, se c’era una cosa che non doveva succedere, in questa cazzo di vita, era proprio questa, pensava Henry. Meccanicamente cercava con la mano destra altre pillole.

– Di cosa vuoi parlare?

Anche se, nessuna buona discussione veniva a galla alle sei della domenica mattina. E, a dirla tutta, le ultime volte che avevano provato a parlare, i Lauren avevano dato il loro massimo in quanto a nevrotiche bussate sul muro. Perchè non c’era niente di cui parlare. E quando non c’è niente di cui parlare, la gente, lui e lei, trova pessimi argomenti e pessimi modi di farlo.

Era, forse, l’ultima cosa di cui aveva bisogno. Iniziava a sentire il benefico scorrere delle due pillole dentro il suo sangue. Questo era una cosa buona.

Per un secondo, tirò su la testa e guardando le ombre del soggiorno disse:

– non penso di farcela più.

Troppo sottovoce da sembrare convinto. Eppure era vero. Puro dolore, fisico e mentale, da troppo tempo. Troppi giorni, troppi mesi, forse anni. Era tutto vero. Non era giusto, arrivarci così. Ma forse non era nemmeno giusto arrivarci. Che città di merda, Los Angeles, per stare a pezzi. Il posto migliore del mondo per trovare tutto quello da cui dovresti stare lontano, in questi casi. Alcool. Pastiglie. Notti lunghissime. Locali fumosi. E anime. E voci.

Lui, che viveva delle sue parole, adesso non ce la faceva più. A parlare. A dire nulla. E quando avrebbe dovuto urlare qualcosa, usciva un flebile mugugnio penoso. Lui e le sue parole. Le parole che lo avevano salvato, cresciuto, coccolato. Lo mantenevano, le parole. Non averne più era un problema non da poco. E la risposta, a dispetto di tutto, non era nella vodka. Anche questa cosa, di dover cercare sempre delle risposte. Parlava sempre meno. Aspettava. Forse aveva parlato troppo prima. Forse non abbastanza.

Ed ecco, la danza psichedelica delle discussioni degli ultimi mesi. L’ombra di Lora, che inizia a muoversi veloce, i primi libri che volano sulla moquette, la finestra che si apre, il tono che sale, le mani che si agitano disperate. Perchè sanno, queste mani, che le parole non porteranno da nessuna parte, e allora provano a cercare una soluzione, un compromesso, un punto sospeso in mezzo al soggiorno. Un punto a cui appigliarsi. Il tono sale ancora. Adesso è pura rabbia. Marte contro Venere, pioggia di asteroidi. Adesso i Lauren busseranno. Sono le sei e mezza del mattino. Ne avrebbero anche diritto.

Vorrebbe avere ragione solo su una cosa Henry: questo non è il modo giusto per arrivare da nessuna parte. E vorrebbe dirlo a Lora. E vorrebbe dirlo alla voce che ha appena sentito.

Si alza, prende tutta la calma di cui è capace, per attraversare la casa e mettersi nel letto. Domenica, Cristo, è il giorno in cui ci si dovrebbe riposare. La notte, puttana merda, è il momento in cui si dovrebbe dormire. Il letto, cazzo, è il posto dove si dovrebbe ridere di più al mondo. E la vita, cazzo, dovrebbe fare meno male. Appena meno, non troppo. Solo da sembrare una cosa fattibile.

L’allegra poesia di quelli come noi

Devo lavorare brevemente su me stesso, schiacciando il mal di testa da birra in un angolo del cervello. Mi pulsa l’orecchio sinistro. Regolarmente. L’hangover da birra me lo ero dimenticato.
Bere birra, cazzo, è idiota. O forse basterebbe fermarsi alla quarta media. Arrivo in ufficio e cerco dell’ibuprofene. Donne. Le donne hanno sempre dell’ibuprofene. Recupero una donna. E’ arrivata da una settimana, è ancora intimidita, rigida, professionale. O magari, poverina, è così nella vita. Credo abbia delle tette enormi, a giudicare da due cose: il voluminoso spessore del golf di lana nera e l’ossessività con cui evita di scollarsi. Credo si chiami Elena, Elisa, Eluana, Eliana. Qualcosa del genere. Mi è piombata in ufficio lunedì mattina. Per il Welcome Pack. Il Pacco di Benvenuto. Quell’esercizio di retorica entusiasta con il quale per due ore posso convincerti di essere arrivata nel posto giusto al momento giusto. Se sei quella giusta, è perfetto cazzo. Ma dipende da te. Lunedì, probabilmente mi avrà anche detto il suo nome. Elisa, credo. Elena, forse. E mi avrà anche raccontato la sua storia, credo. Ricordo vagamente del suo passato professionale. Da come mi sorride credo di aver fatto anche una buona impressione. Questo è importante. Deve credere in me. Perdutamente. Fidarsi, otto ore al giorno, di me. Non ho molte alternative, è l’unica donna in ufficio. In verità siamo gli unici due. In effetti, adesso che ci penso, mi domando che cazzo ci faccia qui alle otto della mattina. Penso, di contro, che la domanda sia reciproca. Costruisco una storia che sia sufficientemente credibile (sai, il Piccolo, una piccola bronchite, nulla di serio, se no vai avanti a chiedermelo per settimane, ma ha il sonno disturbato, e io, che alla fine sono davvero un Buon Padre, sto alzato con lui. Tu non lo faresti? Ecco, un mal di testa terribile. Hai mica dell’ibuprofene?) che è una storia molto più ragionevole e adatta al mio status di: ho bevuto della cazzo di birra chiara, mangiando un panino orrendo, fumando in felpa a due gradi sotto la neve. Due litri di birra e una decina di sigarette. Adesso è normale che abbia mal di testa. Anzi cazzo, è già tanto che sia qui con voi, i vivi e vegeti. Sono andato a letto alle due e mezza e mi sono svegliato alle sette. Cazzo, volevo alzarmi, andare nella vasca da bagno e rimettermi a dormire. Iconico.

Non ha dell’ibuprofene. La cosa diventa difficile da affrontare. Ma che cazzo di donna sei? Non hai il ciclo, il mal di testa, la cefalea, la cervicale e tutte quelle cazzo di patologie tipiche di chi possiede un utero? Poi penso, cazzo è ovvio. E’ incinta. Abbiamo assunto una donna incinta. Non assume regolarmente ibuprofene, ha delle mammelle giganti, un sorriso ebete, i capelli unti. E’ incinta. Cazzo, ho assunto una donna incinta. Permessi, maternità, part time. Cazzo.

Mi pulsa l’occhio sinistro. Dall’hangover all’ictus il passo è brevissimo.
Le chiedo, prendendola alla larga, come mai sia arrivata così presto. Il mio obbiettivo era arrivare a chiedere se fosse sola, sposata, convivente, madre. Informazioni che, in verità, dovrei già ricordare.
Sposata? Convivente? Ah, e niente bimbi? Osservare attentamente la mimica facciale e la comunicazione non verbale, per scoprire, preciso come un Clear Test con la barba da hipster, la settimana di incubazione del giovane erede, e di conseguenza la settimana esatta nella quale ci saluterà per l’infinita maternità. Invece mi infilo in una lunghissima arringa sul traffico del mattino. Che lei vive dall’altra parte della città. Che lei ha trovato assurdo metterci così tanto. Che anche con la benzina è un bel costo. Oh cazzo. Che palle. Mi interesso superficialmente alla questione annuendo e nel frattempo mi auto diagnostico un preoccupante formicolio alla gamba destra. Con precisione, siamo in pieno inguine. La dove nulla deve succedere, se non sotto mia autorizzazione. Vengo salvato da un collega che entra e propone un caffè.

Oggi ci sono quattro colloqui. Un’orda di speranzose nuove leve, giovani, profumate, eleganti, arroganti, motivate. Mi siedo sapendo che mi alzerò in non meno di tre ore. Sento una fitta alla schiena. Probabilmente sto morendo. In compenso ho trovato del paracetamolo, che assumo frettolosamente. Una pastiglia effervescente, direttamente in bocca. Schiumo come un posseduto durante un Sabba. Ingoio quintali di saliva frizzante al sapore di arancia.

Una volta, durante un colloquio, osservavo questa giovane candidata sudarmi copiosamente davanti. Aveva più master e specializzazioni di un ricercatore del MIT. E veniva da noi per una posizione per la quale era richiesta la bella presenza ed eventualmente la capacità di articolare semplici frasi come “buongiorno” o “benvenuti”. E, lo ricordo benissimo, ho provato un grandissimo rispetto. Da quel giorno, i colloqui per me sono una specie di transfer psicologico. Ascolto tutto, mi immedesimo, collaboro, chiedo, confermo. Una amichevole nonnina. Poi, a due minuti dalla fine del colloquio, dimentico tutto, e ritorno ai miei criteri di valutazione canonici. Sorriso, genio, sregolatezza, percorso di studi il più strano possibile, arroganza, aggressività, egoismo. Tutti pregi preziosi difficili da trovare.

La prima candidata ha l’eta in cui calori improvvisi, arrossamenti, piccole indecisioni, sono l’inizio della fine. E’ in menopausa anche nell’anima. Troppo per me. La seconda candidata è aggressiva. E vuole starmi simpatica. Impossibile, nella vita reale, visto che ti presenti a un colloquio con la camicia di un materiale non reperibile in natura. Credo si tratti di plastilene catarifrangente. Quelli che ci sudi dentro, e fuori non si vede nulla. Meno donne aggressive ho nella mia vita, meglio sto. Forse avrei dovuto bere anche del rhum. Mischiare. La birra e il rhum. La terza candidata è dolce, soave, delicata. Arrossisce quando la metto sotto pressione. Sopravviverebbe meno di due ore in qualsiasi contesto lavorativo. E’ una di quelle che usano il bagno più per piangere che per pisciare. La quarta candidata arriva con venti minuti di ritardo. Mi sta già simpatica. E ne approfitto per mangiare altro paracetamolo.
Schiumando alla Trainspotting, controllo che le mie funzioni corporali siano tutte sotto controllo.
Osservo il mio pc scaricare istericamente tonnellate di mail, che aumentano il mio distacco con i tempi medi di risposta considerati civili.
Fumo una sigaretta, e penso. Cazzo, che sballona. Arrivare in ritardo a un colloquio. Le rendo l’offesa con una mezz’ora d’anticamera. E’ alta, slanciata ma con un principio di culo eccessivo. Sorprendente attaccatura di capelli bassa, pelle olivastra, occhi neri. Mediterranea. Un ciondolo con una stella marina. Unghie corte, indice mano destra segnato da del giallo. Occhi vispi che corrono sui particolari principali. Labbra screpolate appena, un neo da controllare alla base del collo. Quindi una visiva, pugliese o calabrese, non fidanzata, fumatrice, amante del mare. Oh, le visive sono le migliori per farci l’amore. Lasciate perdere le uditive e le cinestetiche. Gloria alle visive. Parla con calma, dissimula e regge la pressione contrattaccando educatamente. Il curriculum è scritto in Arial. Niente di strano. Ma il nome è in Comic Sans. E credo che il Comic Sans dovrebbe essere vietato, almeno nelle comunicazioni ufficiali e fuori dagli avvisi parrocchiali. Poi leggo, tra le passioni, barca a vela. Una velista. Che figo. Mi viene in mente il mare, non so perchè ma l’Adriatico, con le vele bianche e l’orizzonte largo. Per me è ok. Possiamo finire qui. Devi semplicemente chiudere in bellezza. Tutto finisce come dovrebbe finire. Ci stringiamo la mano.

Ritorno dentro l’ufficio e cerco di capire se la lingua sia dolorante per qualche ragione in particolare. Come se avessi limonato con un bisonte per una notte intera. Maledetta birra.

Mi ha chiamato il mio capo. E il capo del mio capo. Che può voler dire solamente che la questione, qualsiasi essa sia, è diventata abbastanza caliente.

Guardo fuori dalla finestra, mentre il telefono squilla a vuoto. Cielo di piombo, su asfalto di parcheggio aziendale. Il grigio la fa da padrone. Sarebbe un quadro bruttissimo. Nemmeno Vettriano riuscirebbe a renderlo caldo. Cosa c’è di peggio di un parcheggio aziendale? Il mio capo non risponde. Il capo del mio capo non lo chiamo. Nella catena alimentare aziendale, sono il cibo del suo cibo. Non abbiamo molto a che fare. Tipo un leone e una siepe. Io sono la siepe. Al massimo, il capo del mio capo potrebbe strusciarsi la schiena su di me, o pisciarmi sopra. Sono puro arredamento aziendale per lui. E lui, un inutile carnivoro per me che vivo di fotosintesi clorofilliana.

Faccio le prove con me stesso, nel riflesso del vetro, per vedere come sarebbe la mia faccia, se fossi felice.

Ho in mente, da due giorni, una poesia che vorrei intitolare Chicken Nuggets. Affondo il dito dentro il bordo di silicone della finestra.

Incolpare la birra della mia depressione, sarebbe come incolpare il cucchiaio per essere ingrassati.

Ci vuole una primavera, urgentemente.
Mi sono già dimenticato come si chiamava la velista mediterranea.

carpe diem

Una delle cose che rimprovero a Fred è di non aver mai letto Carver. “Principianti” sarebbe perfetto per lui. Ad essere sinceri, Fred non ha letto quasi un cazzo, negli ultimi trent’anni. Compensa con un’onnivora cultura musicale. E, in fondo, dimostra una spiccata sensibilità pur essendo un primate di categoria inferiore. Uno di quelli con un fisico statuario, una naturale abbronzatura perenne, un sorriso spiazzante con denti terribilmente bianchi, un lavoro cool e la capacità di praticare tutti gli sport stilosi dell’epoca in cui vive. Tipo, se fosse nato negli anni venti, avrebbe lanciato il giavellotto, corso la mezza maratona e nuotato durante il Cimento. Fosse nato nel Medioevo, sarebbe stato Maestro di Giostre, duellante e un grandissimo arciere. E’ nato alla fine dei settanta, quindi surfa, skeita, snowborda. Un primate di categoria inferiore. Ma con una grande sensibilità.

Oggi Fred mi osservava mentre io osservavo lui che mi osservava. Funziona così da parecchio tempo. Io faccio una cosa. Indipendentemente da che si tratti di una cosa buona e ragionevole o l’ennesima spunta della lista “peccati mortali”, Fred si prende il suo tempo per ragionarci e prendere posizione. Ci può mettere pochissimo o moltissimo. Poi mi osserva, mentre io osservo lui che mi osserva. E, se capita, parliamo anche.

Beh, oggi ci osservavamo. Ai bordi della periferia est, alla fine della civiltà, quando il numero di rotonde supera quello delle strade, e il crescente numero di ipermercati fa supporre di una popolazione costantemente impegnata a mangiare, pulire, comprare.

Alla fine abbiamo convenuto che, almeno per quanto riguarda la nostra generazione, il supporto psicologico di un professionista dovrebbe essere gratis e continuativo. Magari poi c’è qualcuno che non ne ha così bisogno. Ma noi si, perdio. Noi si.

E’ un periodo in cui, per quel poco che dormo, faccio sogni molto complessi.
Qualche anno fa, era estate, era caldo, stavo imbiancando casa. Era agosto, ero al verde, non c’era nessuno a cui scroccare una birra, allora la sera rimanevo in casa a leggere. E mi sono letto tutta L’Interpretazione Dei Sogni, di Freud. Da quel momento, ho smesso di sognare. Inconsciamente, è diventato rarissimo che io sogni. E, solitamente, alla fine del sogno, poco prima del risveglio, il mio io Sognante fa auto analisi al mio io Sognato. E tutto finisce lì. Tipo l’anno scorso quando ho sognato la vigilessa che mi ha fermato in moto, che veniva allegramente scopata dal mio ex maestro di canto, mentre io cercavo la nota per intonare la Salve Regina, il tutto in Piazza Castello, Milano, all’ora di punta.

Beh, questo è un periodo in cui faccio sogni molto complessi.
Ieri notte, mi sono rotto il polso. Destro. Non mi faceva male, ma era rotto. Ero in un bar, in un villaggio rurale lungo il Rio Delle Amazzoni. Un caldo infernale, la festa appena finita, molto alcool, molte donne, molto rumore. Neruda, impeccabile nel suo completo con cui lo immagino sempre, scriveva al bancone del bar, mentre Garcia Marquez portava da bere a un tavolo di puttane, sporche e ubriache. Sono uscito, senza nemmeno salutare Pablo e Gabo. Tra noi scrittori famosi succede spesso, che non ci salutiamo. Siamo tipo calciatori. Calciatori delle parole. Giochiamo le nostre partite, poi nei locali la sera non è che passiamo tutta la sera a salutarci. Siamo grandi scrittori. Grandi giocatori delle parole. Beh, sono uscito e mi sono incamminato verso una salita, stretta, illuminata a giorno. Le zanzare, l’umido e la salita. Dovrei smettere di fumare. Ho il fiatone anche in sogno. Andavo spedito, verso una casa azzurra, con l’intonaco cadente e il portone di legno intagliato. Entrato nel cortile, ho sentito il fresco delle grosse mura, il silenzio e la luce della luna passare tra i rami del grosso albero da frutta. Ho visto lei, appoggiata all’albero. Con delle mutande rosse. Rosso corrida, pensavo. Mi sorrideva, piangendo. Il polso iniziava a farmi male davvero. Più mi avvicinavo più la suoneria del BlackBerry suonava impietosamente. Fine del Sud America, di Neruda, di Garcia Marquez, delle mutande rosse e del mio dolore al polso. Anche se il braccio destro era completamente addormentato. Poi, finiti i sogni, non c’è verso di riprenderli. Questo mi dispiace di quando sogno. Che quell’albero, quelle mutande, quel fresco riposante erano un gran bel sogno. E anche il poter parlare a Neruda. Ma niente.

Non credo che spiegare i sogni possa spiegare anche gli incubi che vivo di giorno. Uno sogna di notte quando vive incubi di giorno. Fino a che poi, le due cose non si fondono pericolosamente in un pastone denso e difficile da dividere.

Comunque ha ragione Fred, un professionista, in questo momento, sarebbe abbastanza utile in entrambe le vite. Più che altro per riprendere quel pastone denso e difficile, e dividerlo pazientemente.

Scorre Lento

Ho un bisogno estremo, viscerale, di riposo e Bellezza.
Di sassi che rotolano nell’acqua, di silenzio, di salsedine, di sole che scalda, di sonno arrivato a placare tutto questo frastuono che ho nell’anima.

Di Bellezza. Di un profumo, di una canzone, di uno sguardo, di un tramonto, di un sorriso, di una curva a strapiombo sulla montagna, di un racconto perfetto, di un vino dolce, di un corpo, di un’anima che si incastri con la mia, di un desiderio che si avvera, di un odore famigliare, di un sapore eccitante. La Bellezza, tutto ciò per cui vivo e sto morendo. Quei particolari insoliti, catturati solo da occhi sapienti, ovunque. In un vicolo, nella penombra, in un sorriso, in uno sguardo, in uno stadio, in una camera. Il battere le mani di cento persone insieme, il rosso sanguigno della marmellata di fragole che sbuca da una brioches, il riflesso luccicante della moto in una vetrina, La pulizia di una maglietta che lascia intravedere tutto il calore possibile di un cuore, un piede che si inarca, simmetrico, mentre il cuore perde il ritmo, un sospiro in un orecchio, una mano che si ferma, accompagnando il desiderio di un dito, un bicchiere di vino che si confonde con le parole, un racconto. La luce del sole che passa nei capelli, le forme decise dal vento degli alberi spogli, la Bellezza è ovunque. Come la poesia.

E’ che, talvolta, presi da tutte le cose non importanti, ci dimentichiamo di quanta fatica stiamo facendo per avere anche solo un istante di Bellezza. Ci dimentichiamo che la Bellezza non si può comprare, decidere, programmare.

Scaccio tutti i miei demoni, bevendo un caffè ormai freddo. Sento il corpo ribellarsi a tutta questa fatica, al vino, al mal di testa, al freddo. Osservo il Piccolo giocare con dei coriandoli. Fa cose che non dovrebbe o non potrebbe, semplicemente sbattendosene. Dal padre ha preso questo. Il carattere peggiore. Gli servirà moltissimo, una volta che avrà imparato a gestirlo. Se sapessi come fare, gli insegnerei qualcosa. Tutto quello che so, è che a un certo punto, smetterai di respirare per un istante. Per un tramonto, per una parola, per una carezza, per un sospiro, per una pelle, per un rumore, per una canzone. E capirai di doverlo cercare per sempre. Quell’istante.

Sono giorni davvero difficili, questi di fine inverno. Di questo inverno.

Lascio che i cattivi pensieri volino via insieme al rumore di un elicottero rosso, che ci passa sopra la testa. Il Piccolo è sorpreso. Un elicottero rosso. Anche la sorpresa di un bambino è una stupenda forma di Bellezza.

Questa Bellezza, è davvero solo mia. Come tutte le follie fatte per averla, per farla mia, anche solo per un’istante.

La perfezione di una pagina di Mr. Gwyn, con la punteggiatura che fa l’amore con i sogni. L’incredibile senso di vuoto dei piedi, a galla mentre non senti il fondo. Il profumo di un prato su cui ti sdrai per piangere tutte le tue lacrime. Quel piccolo rinculo del gas, mentre apri tutto, sentendo la ruota dietro slittare istericamente. Quel modo unico, folle, con cui il sole si appoggia sullo sfondo dei nuovi grattacieli, rendendo umano il vetro che litiga con il cemento. Quel polso, tenuto fermo da una mano, che sa essere ferma solo quando tiene quel polso. Quell’idea di partire, che diventa un viaggio stupendo, ancora prima di essere fatto, solo bevendoci sopra del vino e respirandoci sopra delle chiacchiere.
La Bellezza prende piede, se il tuo occhio sa di poterla vedere, se il tuo naso sa di poterla annusare, se la tua bocca sa di poterla prendere, mordere, leccare, mangiare, se le tue mani sanno di poterla tenere. Prende forma, colore, spessore, peso, odore.

Questo è uno dei pochi motivi per cui in giorni come questo, dove litigo con i miei peggiori demoni, trovo ottime ragioni per continuare a farlo. Questo è il motivo per il quale mi fermo, sorpreso, a osservare il rosso rotondo di un serbatoio disegnato trent’anni fa, sporco della terra di una strada che non sapeva di finire in un giro perfetto. Questo è il motivo per cui mi ritrovo con il naso per aria, a seguire il profumo di erba appena tagliata, in mezzo a un traffico qualsiasi, di una città qualsiasi che non sapeva di avere un prato appena tagliato a profumare l’aria. Questo è il motivo per cui guardo sempre gli occhi di una donna, scavando dolcemente in tutti i segreti che non vuole dire. E immagino storie bellissime, fatte di quegli occhi e di quelle mani. Questo è il motivo per il quale scrivo poesie, racconti, pagine fitte di parole. Questo è il motivo per il quale invidio i fotografi, i pittori, i pasticceri, i vinai, gli architetti, chiunque usi se stesso per questa Bellezza.

Questo è il mio più grande bene. Questo è il mio più grande male. Avere la certezza di poterla vedere, poterla descrivere, poterla respirare, ecco tutto.

Ascolto la mia rabbia, feroce e pericolosa, mentre mi accarezza la schiena. Conosco questa sensazione. Nuoterò fino a non sentire le gambe, fino a respirare il dolore delle braccia, perchè l’unico modo di dominare questa rabbia è annullandomi. O scriverne.

Ascolto la mia rabbia, mentre osservo compiaciuto il modo con il quale il Piccolo rivendica la sua altalena.

Un elicottero rosso, in sottofondo, passa sopra le nostre teste. Solo uno stupido non capirebbe la Bellezza assoluta di un elicottero rosso, in una domenica mattina di fine febbraio, in un cielo azzurro.

Respiro piano, per un secondo lascio che tutto mi scorra di fianco.

Fermati, respira, pensaci davvero.
Vivere per altro, non ha senso.

Dopo tutto, ci salveremo lo stesso, Cecile

E’ un pezzo lungo. Scritto di corsa, tornando da Parigi. Ma a Cecile lo devo.

Mi guarda, facendo ciondolare le chiavi della macchina nella mano destra.
– Ci muoviamo da questo mortorio?
– Potrei anche starci. Cosa proponi?
– Fidati di me. Fidati di una donna, almeno per il fatto che io sono di qui.
– Ok

Quello che Cecile non sa:

Cecile non sa che, nonostante il mio sorriso confortevole, sono in macchina dalle sei di questa mattina. Sigaretta, aria gelata, montagne all’ombra di minacciose nuvole bianche, camionisti francesi, ingorghi, lavori, casello, sigaretta, lavori, parcheggio. Autogrill, caffè, sigaretta, pisciatina, acqua, sigaretta, coda, lavori, coda, casello.Riunione. Treno. Sedile 92, carrozza 16. Albergo. Sigaretta guardando il vuoto. Doccia. Cena, cravatta allentata. Tasso di ascolto ridotto al minimo. Alito del vicino molto pesante. Profumo della vicina eccessivo, da troione. Commensali odoranti, cena rovinata. Reception, hotel, vino rosso, sigaretta, brainstorming (alle dieci di sera credo sia illegale chiamarlo brainstorming). Sigaretta.

Quello Che Franz non sa:

Franz non sa che Cecile, nonostante il profumo, l’aria svampita e gli occhi veloci che corrono addosso a Franz con la naturalezza dell’acqua sulle rocce, ha dentro un dolore gigante, che morde l’intestino come la peggiore delle rabbie, che fa mancare il respiro, appena accennato. Questo non lo sa quasi nessuno. Nemmeno Franz. Ma fra poco lo saprà

Quello che non sapete voi:

Io e Cecile ci siamo conosciuti un venerdì pomeriggio di tanti anni fa. Sul bordo di un laghetto, con un prato tagliato all’inglese, talmente perfetto da sembrare disegnato, dei tavoli da cocktail con lunghe tovaglie bianche, del buon vino bianco, e un’orchestra che suonava qualcosa di simile a Frank Sinatra. Ero pivello, non sapevo gestire un cocktail party. Camminavo abbastanza alticcio, sentendo il gonfiore del prato spingere sulle mie suole. Fumavo lontano dai tavoli, e osservavo la gente importante parlare, parlare, parlare. Cecile era seduta sul prato, proprio vicino al lago, con un bicchiere di vino in mano e le scarpe appoggiate sul prato. A dire il vero, avevo notato prima le scarpe. Blu, scuro, lucide. Con un tacco alto, e le suole immacolate. Adoro le scarpe con le suole immacolate. Si vedono solo nei film. Qui, se volete sentire entrambe le campane, le versioni sono discordanti. Io vi posso giurare di aver notato prima le scarpe, e ragionato sui film, sulle scarpe, sul sesso con le scarpe, sul sesso con le scarpe sul lago, sul sesso con le scarpe sul lago in quel preciso istante. Lei sostiene che io sia stato quasi dieci minuti in piedi, inebetito, a guardarla.

Resta il fatto che ricordo perfettamente che è stata Cecile a iniziare tutto. E’ dieci anni che glielo ricordo.

– Pensi di volermi guardare e basta?
– hai dei piedi bellissimi, ma le scarpe sono ancora più belle
– ma che cazzo dici? ti sembra modo di iniziare?

Cecile, in dieci anni di amicizia, non ha mai ammesso di aver provocato tutto da sola. Dandomi la spinta con quel: ti sembra modo di iniziare?
Siamo finiti a bere, molto vino e del rhum.
Ho finito per fare il brillante. Lei ha finito per stare al gioco. Sono insopportabile quando faccio il brillante. Le probabilità di accoppiamento, quando faccio il brillante, precipitano. Io ho finito per alzare la posta, avvicinando la mia bocca al suo collo, e baciando delicatamente proprio sotto l’orecchio, lei è stata ferma. Ho finito per rifarlo, lasciando l’indice della mano sinistra a correre leggermente, appena appena, nello spazio tra il pantalone, la schiena e la maglietta. E lei me lo ha lasciato fare. Poi ho ordinato altro rhum. E lei si è avvicinata al mio collo, mordendo appena, lasciando una sua mano a cadere nella mia. E io l’ho lasciata fare. Poi, sottovoce, mi ha detto

– io vado in camera mia

E io ho pensato, cazzo, porca puttana, merda. E nient’altro. E ho detto:

– ti accompagno
– ma col cazzo. Non sono una puttana.

E io ho pensato, cazzo, porca puttana, ma fottiti.

Il giorno dopo osservavo dal bordo del parcheggio, il suo fidanzato venirla a prendere, abbracciarla, sollevarla.

E ho pensato, cazzo, porca puttana, incredibile.

Poi a luglio, ad Amsterdam, ci siamo incontrati ancora. Ed ero un po’ in imbarazzo. Ed è stata davvero lei a riprendere il tutto. Così, lasciandomelo appena intendere:

– ho voglia di andare a letto con te
– prego?
– ho voglia di te, nel mio letto

E io ho pensato, cazzo, porca puttana, incredibile.

Ma ho risposto solo:
– ok, beviamo prima?

Ecco, così, per chiarire quello che non sapete su me e Cecile. Credo sia importante sapere anche che Cecile è piccola, elegante, estremamente fine, decisamente in carriera. Ha i capelli biondi finissimi, corti sulle spalle, l’incavo delle anche pronunciato, che tira i pantaloni, le caviglie affusolate come le mani. Le unghie sempre lunghe, rosa carne. Gli occhi scuri, veloci, di un cerbiatto. Il collo piccolo, che sta in una mano. Come altre cose, che quivi non specifico perchè sono una persona fine ed intellettualmente impegnata. E’ quel tipo di ragazza che i primi poeti latini avrebbero definito Gran Fica. Credo sia importante sapere che Cecile ed io siamo stati insieme in un letto solo quella notte. Continuiamo a vederci, per lavoro, e qualche volta si è rischiato lo scivolone, sulle scivolose strade del vino e della notte. Ma finiamo sempre a chiacchierare, bevendo. Di vita, di lavoro, di cose grosse e piccole. Cecile è la cosa più vicina ad un amica che io abbia mai avuto. Volendo confessare i miei peccati, durante la cena di Natale di due anni fa, a Monaco, le ho massaggiato i piedi, mentre seduti sulle scale della hall dell’hotel, aspettavamo del vino. Ma lo ho fatto per godere degli sguardi invidiosi di quelli che passavano. E ad essere molto sinceri, una volta, a Parigi, camminavamo per tornare in hotel e lei mi ha preso sotto braccio dicendomi:

– ti ho mai detto che eri niente male a far l’amore?
– no Cecile. Ma adesso sei ubriaca, non vale.
– se lo rifacciamo, te lo dico ancora.
– Ho smesso
– cosa?
– ho smesso di andare a letto con ragazze bellissime e in carriera
– idiota
– no dicevo, quindi mi va bene andarci con te

E, ridendo, camminavamo zigzagando verso l’hotel e ci siamo fermati a bere in un bar gestito da turchi. E siamo tornati in hotel trascinandoci ubriachi. Girano, in effetti, nel settore storie e pettegolezzi piccanti su noi due. Lei non se ne cura. Io non ho nulla da perdere.

Ecco, quello che non sapevate di me e Cecile.

Torniamo a oggi

La serata è fredda. Gelata. Parigi sembra schiacciata da un freddo che quasi taglia la pelle. Fuori dalla hall dell’hotel, fumo aspettando Cecile e due bicchieri di rosso.

Arriva senza vino, con il cappotto viola scuro e i grossi bottoni blu, un cappello ridicolo blu e mi guarda, facendo ciondolare le chiavi della macchina nella mano destra.
– Ci muoviamo da questo mortorio?
– Potrei anche starci. Cosa proponi?
– Fidati di me. Fidati di una donna, almeno per il fatto che io sono di qui.
– Ok

– Però ti devo dire la verità.
– Dimmi “finocchio” italiano.
– Cecile, io ho l’anima a pezzi, e non ho voglia di uscire.
– Tu, stasera, me lo devi.
-…
-Credi di avermi scopato gratis?
– tecnicamente, pur essendo passati quasi dieci anni, credo si sia trattato di una tua richiesta.
– Ok, adesso ti sto chiedendo gentilmente di portarmi fuori a bere, stasera, per un paio d’ore. E lasciarmi parlare
– Ok, ma prendiamo un taxi, credo sia meglio.
– Credo tu sia l’unico in Europa a farsi pregare per uscire con me
– Per forza, cerchi disperatamente di essere la sosia di Paris Hilton
– Che merda che sei. Avesse la metà del mio cervello.
– Avessi tu la metà dei suoi soldi
– Sei proprio un’italiano del cazzo.

Entriamo nel taxi mentre ribadisco il concetto, felice e nazionalista, degli italiani bravi a letto. Il tenore della conversazione è sul genere “battute idiote a riempitivo”.
Arriviamo in un bar pieno di quadri con i tori, drappi rossi, sgabelli colorati e gente abbastanza chiassosa.

– La tauromachia, si dice così in inglese?
– Frankie, io sono nella merda

E inizia, la mia piccola Cecile, la cosa più vicina ad un’amica che io abbia mai avuto, un fiume di parole. E gli occhi stanno fissi, a guardare uno di quei quadri con le locandine dei toreri. E il tono è sempre lo stesso. Cecile ha una voce bassa, suadente, che riempie il silenzio. Ascolto giocando con un sottobicchiere, facendo piccoli pezzi di carta e tenendoli tra le dita.

Diventa, di colpo, la mia Cecile, una donna fragilissima, piccola, spaventata. Tocca con il suo indice la mia fede. Poi mi fa vedere la sua.

– sai perchè non abbiamo mai scopato dopo il 2004?
– perchè sono diventato troppo bello per te? Invecchi male, Cecile. Se avessi le tette, ti cadrebbero.
– Perchè io ho sempre creduto in questo cazzo di anello.

E gli occhi tornano, leggeri, ai quadri alle pareti, al bicchiere del vino. Ascolto, questo credo facciano gli amici. Mi parla di un matrimonio, di un’idea. Cerco di riportare alla mente la faccia di suo marito. Me lo ricordo vagamente. Un bestione yuppie, macchina cabrio coupe, Rolex, gemelli.

E adesso, quasi piange, Cecile. Non credo di essere pronto a questo.
Fermo la cameriera, prendendole un braccio. Mi guarda come se le avessi toccato il culo. French Friendly un cazzo, penso. Ordino del rhum. Ho visto il Millonario. Non lo servono a bicchieri. Compro la bottiglia. Servirà.

– Cecile, non credo di essere la persona giusta con cui parlarne
-…
– Ti ascolto volentieri, sempre che tu paghi la bottiglia, perché al momento non ho soldi. Ma non poso fare nient’altro.

Adesso piange davvero. Piano, delicatamente. Gira la testa di lato, si tiene il mento con la mano. I singhiozzi muovono il ciondolo con una perla.

C’è quest’uomo, che arriva, si siede sulla sua vita, e la guarda. Me ne parla con gli occhi illuminati. E non ci è mai andata a letto. Per non sentirsi puttana. E lui aspetta. Suppongo sia frocio, ma non lo dico, non mi sembra il caso. O forse ha un pene molto piccolo, e aspetta l’ultimo momento per sfoderarlo. Ma non dico nemmeno questo.

Poi si riprende. Tira sul con il nasino. Annusa il rhum. Mi guarda.

– Roba da vecchi il rhum. E tu, cosa cazzo combini?

E il fiume, adesso, sono io. Che non piango, perchè non mi verrebbe bene come è venuto a lei. E non ne ho nemmeno voglia.

E’ la notte, a Parigi, che rende umana la città. Perchè non c’è nessuno, e le strade sembrano aspettare due fiumi in piena, che camminano lenti, cercando un taxi che forse non vogliono trovare.
Le luci gialle dei lampioni non sono mai belle, e illuminano solo il vuoto.

– Cecile, a me Parigi fa cagare
– a me voi uomini sembrate tutti figli di puttana
– beh, stai parlando con uno dei più senior, in questo senso.
– e tu con una parigina DOC.

Camminiamo nel freddo fino a quando non riusciamo a fermare un taxi. Nel caldo del taxi, Cecile si appoggia alla mia spalla. Non c’è niente di sexy in quello che sta facendo. Non c’è nulla di sensuale in questa città congelata. Arrivati in hotel, ci fermiamo a fumare.
Senza parlare. Forse è questo che fanno gli amici. Non ho mai creduto nell’amicizia tra uomo e donna. E non ci credo nemmeno adesso. Ma sono troppo stanco per pensarci.

– A volte, mi manca talmente tanto mio figlio, che mi sento solo da star male.
– Non farò un bambino prima dei trentacinque
-Cecile, i figli non si pianificano.
– Nemmeno i fallimenti, piccolo.

Restiamo a guardare il traffico notturno sulla strada. Gente, poca, che ha fretta, molta.

– Dimmi una cosa, Frenkie
-…
– Tu moriresti per amore?

Credo, mia piccola Cecile, di doverti una risposta, che non leggerai mai. Scritta qui, due giorni dopo. Al posto di quel mugugno (“che cazzo di domanda, Cecile, buona notte”) e di quel bacio in fronte.

Io morirò d’amore. Ne sono sicuro. Lo sto facendo, giorno dopo giorno. Perchè per amore ho fatto tutto. Le cose migliori e le cose peggiori. Le cose più giuste e le cose più sbagliate. Io lo sto facendo, Cecile. E nessun uomo è uguale ad un altro. Per questo, sono sicuro, qualcuno si ricorderà di tutto l’amore che ho messo in circolo.

Fallo Cecile. Scappa, poi torna, poi scappa ancora. O resta, Cecile, e muori come un fiore che si secca senz’acqua. Ma fai qualcosa per amore.

A presto, Cecile. Se l’amicizia tra uomo e donna esistesse, saresti una grande amica. Che poi è un modo di amare, con meno sesso e più parole.

Vieni Qui, Tancredi

Tancredi si è fatto un sacco di domande, soprattutto nell’ultimo periodo. Una delle domande a cui non ha dato risposta, è su quella storia assurda per cui un padre deve dare al figlio il nome del nonno. Insomma, Tancredi non è uno scherzo come nome. Suona bene, solo nelle vecchie feste di paese, vicino alle colline, quando il vento del Mare, il Marino, spazza i cortili e annuncia la primavera. E si tira fuori il rosso della vendemmia, e il salame, e la musica, e si guarda sotto alle gonne delle ragazze sedute sulle panchine. Peccato che quelle vecchie feste siano un ricordo lontano. Tancredi ha il Marino nel cuore, che ogni tanto soffia più forte, facendolo traballare mentre cammina seguendo le rotaie dei tram, in centro. Oppure quando va in bici, nei vicoli vicino all’Università, e sente il vento spingerlo forte verso qualcosa.

Alle domande, Tancredi, ci ha fatto una certa abitudine. Alle risposte meno. Le risposte sono come il Marino, il vento del Mare. Arrivano in determinate stagioni, portando quel fresco che può anticipare un’acquazzone o una caldissima primavera. Le risposte arrivano sempre. Basta saperle aspettare.

Tancredi dal nonno ha preso il nome, il cuore forte e veloce, la cadenza stanca degli uomini delle colline, che sembrano fermi a un passo dal mare per pigrizia. La fronte alta, il naso grosso e le mani affusolate vengono dalla mamma. Altra gente, sempre di collina. Tancredi ha iniziato a vivere quando tutti lo davano per spacciato, finito, morto. E’ la forza del vento, di un vento che spazza il cuore, e tiene in piedi anche gli alberi più fragili. Sembra nato per spazzarli, ma in fondo li culla e li sostiene. Ha pochi amici, e una moto. Parla di più la moto, a volte. Ma ci sono sempre, dannate canaglie. Sempre e comunque. E’ questo che fa sentire meno il peso del vento, costante, che batte sulle finestre del cuore. Il sapere, nel bene o nel male, di avere quelle facce sempre vicine. A un tiro di schioppo, avrebbe detto il nonno, che lo schioppo lo usava per spaventare i cinghiali, e per farsi sentire dal Delio, il vicino. Queste facce, scavate dal mare, picchiate dal vento, sfrattate dalla vita comoda, sono i suoi amici migliori. In grado, quelli lì, di bere tutta una sera in silenzio. O parlare continuamente, senza mai toccare il nocciolo della questione, lasciando che qualche battuta passi veloce. Stanno seduti contro una vetrina, la vetrina del Mom. Aspettano che faccia troppo freddo o che sia troppo tardi, per dirsi ciao, veloci e infastiditi. Come se uscire fosse stato un piacere da fare, per forza. Ma sanno, mentre scappano a star peggio o a lottare per star meglio, che è un ciao che vuol dire molto di più. E Tancredi si chiedeva, sempre, se questa cosa dell’amicizia tra uomini fosse così chiara a tutti. Se tutti avessero capito che dietro alle cazzate da osteria ci fosse una stretta solida, di mani e braccia unite per tenere in piedi il cuore contro la sofferenza. Come l’edera del nonno, che si faceva forza dei suoi rami per rimanere appesa, ostinata, alla vita, al sole, al muro del giardino. Che il Delio poi invidiava quello del nonno, il sapere con esattezza come si cura una pianta, senza nemmeno aver mai letto o studiato o sentito una lezione di botanica. E quando il nonno è morto, poi è morto il pesco e si sono seccati i gelsomini. Quasi che avessero aspettato proprio quel momento, amici, per dire basta anche loro.

E Tancredi ne aveva approfittato, andando al cimitero per portare gli ultimi fiori bianchi del gelsomino sulla tomba, per capire, provare a immaginare, quale fosse la ricetta del nonno. Con le piante e con le donne.
Di parlare a una tomba, però, non se la sentiva. Certe sere, a parlare con una tomba sarebbe stato più facile che tirare fuori qualche parola da quei due. Che con ancora la cravatta al collo, sorseggiando birra, guardavano la gente passare, senza parlare. Voleva dire che il vento stava soffiando forte anche per loro. Per tutti, a volte, il vento soffia troppo forte. A questo servono gli amici, le birre, e se va proprio male, purtroppo, le tombe.
Sulla tomba del nonno, si piegava un pino marittimo. Appoggiato al tronco, Tancredi osservava la foto e le lettere di ottone. Tancredi, scritto grosso, ottone nuovo e luccicante. Faceva un po’ impressione. Forse, a dire il vero, un pezzo di lui era veramente morto con il nonno.
E forse, quel segreto sull’edera, sul pesco e sulle donne, il nonno se lo era portato nella tomba.

Osservava un gabbiano appoggiato al pino marittimo. Che doveva aver perso la strada, perchè il mare è parecchio lontano. O almeno sembra, d’inverno.

Quale donna sarebbe stata la risposta alla sua domanda, questo non lo sapevano ne lui, ne il gabbiano, ne la tomba e nemmeno il pino. A riprova del fatto che è meglio un bar di un cimitero, quando cerchi certe risposte.
E’ vero che nella solitudine silenziosa che solo nei cimiteri anche il vento rispetta, si poteva fare il punto della situazione. E cercare una risposta. Che magari era a un tiro di schioppo. O magari non era il momento, come per il Marino.
Aprire le cantine senza il Marino, faceva muffa sui prosciutti e cattivo vino. Aprire il cuore senza una risposta, avrebbe dato risultati ancora peggiori.

Le donne. Che uno, con gli anni di Cristo, non pensava certo di aver capito ancora così poco di donne. Come i gatti, pensavano alla loro sopravvivenza, capaci di fusa e dolcezza. Come i gabbiani, arrivavano talmente lontane dal mare, che sembravano perse, ma pescavano sempre.
Ma lui, adesso, avrebbe avuto bisogno di un cane. Fedele, che correndo fiducioso nel vento, fosse venuto a riprenderlo. Un cane fa questo per il suo padrone. Un gatto, si trova un altro padrone.

Per questo adorava i cani e odiava i gatti. Anche per moltissime altre ragioni. In fondo, un gatto è davvero un compromesso.

Un cane. Aveva bisogno di una donna cane. Paziente e ostinata nel recuperarlo. Un cane da riporto. Un golden retriver. Elegante, bello, sinuoso, ma ostinato a riprendere la preda.

Questa sarebbe stata bella da raccontare al bar.

Tancredi in moto ci andava per pensare. O per smettere di pensare. E la strada per il cimitero erano due ore di curve perfette, per smettere di smettere di pensare. Al nonno piaceva solo la sua Vespa, bianca e grassa. Con il culo basso, diceva. Ma sempre meglio del Guzzi del Delio. Che sembrava un rinoceronte rincoglionito, diceva. Dal nonno aveva preso l’amore per le curve perfette, sull’asfalto, sull’acciaio e sulla pelle. Terra di contrabbandieri, di piloti, di vento e di donne bellissime. Terra di silenzio spezzato da motori, spari e sibili.

Tancredi arriva sempre a casa più tardi. Ogni giorno, per aspettare che si illumini una stella, o cada una risposta. Un cane fedele e ostinato. Questa era davvero la miglior definizione possibile.

Un cane che, mordendo dolcemente, gli avesse detto: Vieni qui, Tancredi.

Gente che spinge roba

Succede che, preso dal contesto, alle ore 22.12, approssimativamente, nella calca delle prime tre file, proprio sotto al palco, in un mare di gente discretamente variopinto, tra cui un paio di notabilissimi punkettoni d’altri tempi, con cresta, bretelle e jeans aderenti, una singolare milf con giacchetta Desigual e labbra gonfie di silicone e voglia di tornare indietro, una gang di adolescenti pieni zeppi di piercing, e una spessa linea di supporter, io mi trovi ad essere preso da un entusiasmo incredibile, quasi eccitante. Spinto da cotanto entusiasmo, inizio a cantare a squarciagola, parola per parola, abbracciandomi a un soggetto barbuto che i più definirebbero come un cazzo di hipster. Cantiamo come due fratelli, spingendo la fila davanti e prendendo sulla schiena i colpi della fila dietro. Una situazione che potremmo definire come tipica, essendo un concerto. Tengo stretto il mio fedele iPod. Compagno di mille avventure, usurato dagli anni. Una vita insieme. Su tredici ore di volo, sette di iPod. Su quattro ore di treno, quattro di iPod. Mail, feisbuc, linkedin, il blog, le foto. Un milione di foto. Io e il mio iPod. Lo tengo nella mano destra. La mano che uso per inneggiare. Avrete anche voi una mano specifica per quasi tutte le attività. Quella che normalmente uso per inneggiare è la destra. Tipo nel 2006, alla vittoria contro la Francia, ho camminato verso il centro, urlando “Napoleone pezzo di merda” e ho inneggiato con la mano destra. Quando ho vinto qualcosa, ho inneggiato con la mano destra. Essendo a un concerto, anzi, al Concerto, ho sentito forte il bisogno di inneggiare con la mano destra. Solo che inneggiando, non ho tenuto conto della forza centrifuga. Un inneggio medio scatena una discreta forza centrifuga. Diciamo che nessuno si è mai adoperato per misurare la suddetta. Vi vengo incontro io. La forza centrifuga scatenata dall’inneggio durante un concerto, anzi il Concerto, è in grado di sviluppare una curva di lancio pari a sei metri lineari. E’ il volo che il mio iPod ha fatto. Cadendo nel mezzo del bordello.

Sto ancora elaborando il lutto, convinto che il mio fedele compagno sia stato frantumato da degli anfibi. Non riesco a pensare a altre dita che lo accarezzano, o che addirittura si sollazzano con le mie foto e la mia musica.

Per elaborare il lutto completamente, ho deciso di comprarne un altro. Si fa così con gli amici più fedeli, come i cani. E gli iPod. Sono andato in un allevamento di iPod. Di cambiare razza nemmeno se ne parla. Ma non sono riuscito ancora, in verità, a capire quale, esattamente, sia l’iPod per me. Allora, dato che si tratta di un grande impegno, da non prendere sottogamba, ho deciso di aspettare. Sono tanti quelli che prendono un iPod, ma poi non aggiornano la libreria di iTunes, oppure non lo sincronizzano tutte le sere.
Ci vuole responsabilità, nella vita.

Poi, in un mattino che sembrava primavera, anzi in un giorno che avrebbe potuto essere marzo, senza saperlo, ho fatto il pieno di gente bella. Gente che spinge roba. Gente che ama. E che spinge. Si riconosce, la gente che ama quello che fa e che fa quello che ama, dagli occhi, dal sorriso e dalle parole.

Andrea lo conosco da prima che uno dei due diventasse famoso. Spinge la sua roba da una vita, davvero. Ed è splendido vederlo spingere la sua roba, e ascoltarlo parlare di musica. Lo conosco da prima che Andrea diventasse Andrea Rock. E si merita tutto.

I ragazzi di Anvil sono una diretta conseguenza del genio che fa l’amore con la passione. A guardare le loro moto si respira tanta roba, a parlare con loro si sente l’urgente pressione del genio che spinge la passione a spaccare. Gente che spinge roba deliziosa. E, fidatevi di me, danno l’idea di essere solo all’inizio.

Jacopo è una bellissima storia. Fa biciclette. E io di biciclette ne capisco come di donne. Conosco la struttura, distinguo la bellezza, ne percepisco la classe. So anche usarle, ma non chiedetemi di capircene.
Invece Jacopo è una storia di biciclette, di studio, di America, di fantasia. Adoro le storie che abitano nelle persone. E le persone che hanno tutto quel coraggio.

Avessi giorni così più spesso davanti a me, sarei discretamente più felice.

Perchè in fondo la gente che ama è la gente che vive due volte, una in più degli altri.

Tornando a casa, con in mano l’ultimo di Haddon, ho scoperto di non aver voglia di leggere. Succede raramente.

Mi sono addormentato sognando di non essere esattamente come e dove sono. Succede raramente. Ma succede.

Aspetto che passi.

Due chiacchiere tra amici

Non credo che abbia a che fare con l’innamoramento, sai.
Prendi la Provenza, la Camargue, la costa mediterranea. Io amo quei posti da sempre. In ogni modo possibile, in ogni stagione, in ogni possibile angolo. Non come i Counting Crows, ad esempio. Che avrei dato un braccio per andare a un concerto dei Counting Crows, anni fa. Con la musica mi succede così. Mi accompagna per mano, davvero per mano, ma poi mi lascia andare dolcemente. Come una dimenticata ex fidanzata, si fa ritrovare nei posti più impensabili, e improvvisiamo delle conversazioni delicate e rispettose, ma niente di più. Eppure avrei dato un braccio per un concerto dei Counting Crows. E quando la fottuta pazzia delirante di un cantante ha portato due dischi del cazzo, perchè le parole non bastano per definire il picco di solitudine intellettuale di Hard Candy e dell’altro scempio, io mi sono incazzato parecchio. E si è persa la magia. Credo di aver staccato anche l’adesivo dalla Vespa. A mali estremi, estremi rimedi, e che cazzo.
Invece con le città non mi succede. Le amo sempre. Amo sempre i posti. Magari meno, ma sempre.

Con i libri è ancora peggio. Non rileggo mai nulla. Divoro, ma non rileggo. Quindi non ti so dire davvero se Cent’anni di Solitudine sia stato quel capolavoro vibrante che mi ha fatto tremare. Ti so solo dire che volevo chiamare mio figlio Aureliano. Aureliano Buendia. Sopravvissuto a diciassette rivoluzioni, morto pisciando nel suo giardino. E la Signora in fondo ha fatto bene a mandarmi all’anagrafe con la sua fedele amica, perchè io ci ho pensato davvero di chiamarlo Aureliano. I libri li amo disperatamente. Arrivo a sperare spesso di entrare in libreria e trovare un nuovo Tropper, un nuovo Winslow, un nuovo Vargas, un nuovo Pennac. Nella speranza che scrivano eternamente. Per me. Difficile dire, in questi casi, se si tratta di dipendenza o di amore.

Io del Sud della Francia amo la malinconia delle spiagge. La stessa malinconia che riempie il Ponente ligure. Amo la cucina noiosa, e i vini terribili delle colline alle spalle del mare. Sto ancora cercando di dimenticare il sapore terribile del Bandolet. Adoro le strade, che corrono tortuose e si illuminano al tramonto. Adoro le vigne, i campi, la lavanda, il vento, i cavalli, i tori, il mare. Mi piace cenare nei vicoli turistici di Marsiglia, mi piacciono le calanche, godo nel guardare dall’alto Saint Tropez. La corrida ad Arles, il venerdì santo, le feste di Aux En Provence, Avignone, le strade lente delle paludi. E’ un posto perfetto per innamorarsi ancora. Credo che nel Sud della Francia sia ragionevole fare l’amore dappertutto. Non proprio dappertutto. Ci sono posti, nascosti, perfetti per scopare. Unione perfetta di veloce lentezza, di amore odioso, che solo un posto può essere. I posti sono così. O li amo o li odio, immediatamente. Come Parigi, che mi fa cagare. Da sempre. Come Madrid, che è la città dove vivrei.

Potrei rimanere ore a guardare un quadro di Dalì. Beh, ore forse è eccessivo. Minuti. Adoro tutto di Dalì. Di Picasso. Delle loro storie, delle loro vite. Sono splendidi racconti. Magritte è la serenità di una risposta. Guardi un suo quadro, leggi la sua storia, e pensi: ah, ok.
Potrei stare ore, forse mezz’ore, ad ascoltare le registrazioni di Miki Dora.
Ascoltavo la Pivano adorante, per questo suo raccontare storie stupende. E quando l’o incontrata, ho semplicemente osservato le sue mani, vecchie e rugose, muoversi lente. Senza dire una parola. Avrei voluto baciarla, sulla fronte.

Come quando, a San Francisco, sono stato una buona mezz’ora a osservare la vetrina della City Light Bookstore, aspettando che mi venisse noia.

Non credo che abbia a che fare con l’innamoramento, sai.
Quando mi innamoro, mi conosco, scelgo che un pezzo della cosa di cui mi sono innamorato, affitti un pezzo dentro di me. C’è un pezzo di moltissime cose, dentro di me, in affitto. C’è molto spazio e molto ricambio.

L’innamoramento, con il tempo, svanisce come il vapore sui finestrini dei treni. Cambia il tempo, arriva il sole, e sparisce il vapore. E resti tu, con la tua faccia nel vetro.

L’amore è diverso. E’ l’abitare definitivo. E’ lo svegliarsi e rendersi conto di avere un pezzo di qualcuno nel cuore. Non è questione di sessi. Ho un pezzo di molti uomini dentro di me. Che detto così, visto dalla tua bassezza maliziosa, suona parecchio spettrale. Ma è così. Uomini e donne che hanno lasciato un pezzo delle loro anime, che abita in me. Ho pezzi di donne stupende, conosciute, amate e perse anni fa, che ancora abitano dentro di me.

L’amore è prendere dimora, nei giorni e nelle notti di qualcun altro.

Per questo ti dico, non si tratta di innamoramento. Qui si tratta di Provenza, di Camargue, di qualcosa che, nel bene o nel male, lascia un segno come il Maestrale che gela il mare e spazza la lavanda. E so da sempre, non chiedermi perchè, che queste strade tortuose, bagnate dal sole e dallo sciovinismo, sono le mie. Lo sento quando apro il gas, e benedico Dio per moltissime cose. Come la compressione, la benzina, la velocità, la stupidità e la mancanza di paura della morte. Su queste strade. Avrai anche tu un posto così, lo credo.
Avrai anche tu una persona così, mi auguro.

Un posto che sai di amare. Che poi, a casa, ti porti in giro segretamente nel cuore.
Una persona che sai di amare. Che poi, un pezzo di cuore rimane sempre sospeso ad aspettare che si faccia viva.

Non è innamoramento. Nel bene o nel male.
Poi, che ragionevolmente tu voglia farmelo passare come un affitto passeggero di un pezzo del cuore, ci può anche stare.

Prova a sfrattare l’amore.
Prova, se ci riesci.

Alla fine tutti hanno qualcosa da perdere

Ho smesso di guardare sotto il letto, in questo genere di hotel, quando otto anni fa,l’ultima volta che l’ho fatto davvero, ho trovato una trappola per topi. Mi limito a verificare che nel letto non ci sia una presenza eccessiva da peli pubici o animali piccoli, neri e con molte zampe.

E’ il prezzo da pagare per stare downtown, a ridosso del quartiere a luci rosse, praticamente dentro la fila infinita di biciclette accatastate lungo uno dei canali. E’ il prezzo da pagare per dire di essere in tutti i meeting, in tutti i party, in tutte le cene.

Cammino dentro al freddo pungente, tenendo stretto il cappotto e i pensieri, troppo stanco per andare avanti con la serata.

Andiamo con ordine.

Martedì 6.50
La sveglia suona, ma non se ne sente un grande bisogno, non dormo da due ore. Ho visto le quattro, le quattro e un quarto, le cinque, le cinque e venti. Le sei. Finalmente mi alzo. Arrivo in aeroporto con la coscienza di essere in ritardo. Lo sono. In meno di venticinque minuti mi ritrovo infilato contro un finestrino, di fianco a una grassa sudamericana. Mi addormento ancora prima che venga chiuso l’imbarco.

Martedì 11.40
Esco dalla Sky Lounge rasato, pulito, con un caffè decente sullo stomaco e un impellente desiderio di fumare una sigaretta in pace. Il telefono continua a suonare. Ci sono dei giorni in cui non ho voglia di parlare con nessuno. Sono i giorni in cui mi cercano tutti. Ma proprio tutti.
Prendo il treno dimenticandomi di contare le fermate. Devo stare incollato al finestrino per cercare di capire qualcosa. Piove acqua gelata.

Martedì 12.50
Finisco la presentazione e mi guardo intorno. Sono ancora tutti vivi. E’ già un inizio. Cerco un posto per mangiare. Finisco con un turkish wrap in mano. Cerco di capire cosa ci sia dentro dal sapore, ma è un’indistinta pasta di pollo piccante con verdure. Per lavorare più intensamente sull’ostruzione delle mie arterie, ci aggiungo maionese e senape. Attraverso una fase complessa della digestione nelle prime tre ore del pomeriggio, quando il turkish wrap fa di tutto per tornare allo scoperto. Tra un conato e l’altro conosco un interessantissimo idiota che startuppa qualsiasi cosa. Dice proprio così. Io startuppo. Bravo. Per chiudere il cerchio anticipo di qualche minuto il brindisi delle cinque, aprendo rumorosamente una bottiglia di champagne.

Martedì 17.00
Cammino in un corridoio secondario della fiera, leggendo mail sul blackberry e sorseggiando il quarto bicchiere di champagne. Vorrei proteggere le persone che amo da tutto questo. E la cosa ha due grandi lati positivi: il primo è che le persone che amo sono pochissime. Anzi, meno. E la seconda cosa positiva è che “tutto questo” sono io. Quindi non mi dovrebbe essere molto difficile proteggere le persone che amo da me stesso. Mi basterebbe sparire.

Martedì dalle 18 alle 20

Cerchiamo di prendere un taxi per circa un’ora. Alla fine, in mezzo a pioggia gelata e vento, posso constatare che il mio completo è andato completamente a puttane, il cappotto è zuppo, e il mio bisogno di paracetamolo si impenna come la quotazione in borsa della Apple il giorno di uscita del primo iPod.
Arrivo in hotel, controllo sommariamente la presenza di peli pubici e altri pezzi umani. Mi cambio. Sono pronto per la cena.

Martedi 21.00

Il ristorante è sempre o thai o argentino. Ordino riso, zuppa al curry con cocco e pollo, noodles fritti, involtini thai, del the verde e del vino rosso. L’argomento di conversazione è la California. Mi lascio dondolare dal cazzeggio verbale guardandomi bene dall’incrociare qualsiasi sguardo. Rispondo solo se interpellato, e sorrido meccanicamente a tutti. Indistintamente, forse eccessivamente. E’ normale sorridere per tre minuti a una cameriera che vuole solo sapere se vuoi dell’altro riso?

Martedì 22.00

Arriviamo al Player’s trovandolo deserto. Non capisco nemmeno perchè torniamo sempre qui. Anni di desolanti esperienze. Chiamalo pure party, ma siamo sempre noi. Le solite facce. Si vede che uno, alle piccole tristezze urbane date dalle sue abitudini, si affeziona.
Ordino del rhum e mi arriva del Bacardi bianco. Spaccherei il bicchiere contro al muro.
Partono i Vampire Weekend, mentre osservo dei capelli biondi muoversi qualche tavolo più in fondo. Sogno per un secondo di avere qui dei precisi capelli biondi. Entro in un mood paragonabile alla depressione ma peggiore.
La sera mi succede.
Dovrei scrivere di questo, penso.
Mi arriva dritto al naso quel profumo. Quel preciso profumo. Lo ricaccio nello stomaco con un lungo sorso di Bacardi. Io brucerei i locali che danno il Bacardi quando chiedi del rhum. E brucerei me stesso quando non posso avere quello che voglio. Forse sto già bruciando.

Martedì 23.50

Ci spostiamo in un posto molto meno etico, dove il confine tra orride lussurie e stronzate da trasferta è una sottile tenda rossa di lino. Bevo del rhum, caldo, osservando la maestosa tecnica con la quale una giovane russa porta a casa un tedesco con parrucchino e badge della fiera ancora al collo. Lo arrapa talmente tanto che lui ha, oggettivamente, gli occhi fuori dalle orbite. Finisce tutto qui. Sempre. Una puttana, nemmeno tanto bella, che in una serata piovosa ti sembra drammaticamente stupenda. Tanto da buttarci un po’ di soldi, un po’ di dignità e venti minuti del tuo tempo. Spero davvero di non arrivarci. Almeno prima dei cinquanta. Spero di arrivare ai cinquanta. Vivo. In questi posti dovresti sempre entrare sobrio e tranquillo, per evitare la mattina dopo di svegliarti e ripensare alla russa, alla Russia, a tua moglie, ai tuoi figli.
Rientro nel mood sbagliato. Mi ricordo perfettamente i sandali neri, forse estivi, portati talmente bene da assomigliare a un’opera d’arte. E quei piedi. E quelle gambe. Cristo. Mi arrivano immagini dritte in faccia, le coccolo per qualche secondo e le rimetto a posto. Mi avvicina una puttana. Sembro sicuramente il genere di persona che ha oggettivamente bisogno di un pompino fatto controvoglia. Sembro. Non le rispondo nemmeno. Il profumo è urtante. Roba di fiori, troppo dolce.
Finisco il mio rhum, e mi incammino solo in hotel.

Mercoledi 06.00

Mi sveglio parzialmente congelato e non riesco a far funzionare l’acqua fredda nella doccia. Esco parzialmente bollito dalla camera e mi infilo in un tavolino della hall per fare una piacevole oretta di mail. Non hai tempo di pensare troppo. Eseguire. L’ultimo coglione che mi ha guardato sorridendo e mi ha detto quanto fossi fortunato a viaggiare per lavoro è stato liquidato con un’occhiata. Non rispondo nemmeno.
Sul treno per la fiera osservo le mie scarpe, una volta lucide e perfette, in lenta decomposizione per via della pioggia mista al sale messo in strada per la neve.
Leggo il Financial Times del mio vicino. Respiro profondamente, cercando di recuperare mentalmente l’agenda del giorno. Non ricordo nulla. Il vicino legge troppo lentamente. Mi viene, seriamente, voglia di girargli le pagine.

Mercoledì 09.00

Avere un pass VIP permette di: entrare prima degli altri. Bere caffè Costa a un buffet con muffin, caffè Costa e banane. Il Caffè Costa è una delle punizioni peggiori che ci siano per un italiano. Il pass VIP permette inoltre di usufruire di un guardaroba, di una hostess per le traduzioni e di un pranzo servito in una stanza remota di un padiglione remoto che nessuno a oggi è riuscito ancora a trovare.
Avere un pass VIP è importante per me? Quanto incide sulla mia felicità media, mi chiedo mentre un giapponese mi tartassa di domande. Il suo inglese è ridotto all’osso, la mia attenzione è ai minimi termini, è evidente che finiremo dolcemente questa conversazione tra pochi istanti. Giusto il tempo di lasciare sospesa una domanda.
Fumo una sigaretta cercando di concentrarmi sulle cose importanti di oggi. Fare una lista mentale, mettere ordine, eseguire. Ancora.
Arriva la nostra standista. Primo: avere il prodotto giusto. Secondo: posizionare il prodotto. Terzo: qualificare l’audience. Quarto: riposizionare. Quinto: pianificare. Sesto: eseguire. Anni di teorie di marketing. Costosi libri, costosi corsi, costosi seminari. La mia idea, vecchia e terribilmente maschilista, è che una figa funzioni molto di più di un buon posizionamento di prodotto. E come tutte le idee terribilmente maschiliste e vecchie, funziona alla perfezione, in un mondo terribilmente maschilista e vecchio. Mi assicuro che la giovane sia sorridente. Cammina su tacchi alti, e sorride a tutto quello che si muove nel raggio di due metri dalle sue tette. In effetti, esegue alla perfezione il suo compito. Puoi avere il prodotto migliore del mondo, ma non devi mai dimenticare di associarlo al prodotto più cercato del mondo. Spero vivamente che sappia servire degnamente lo champagne.

Mercoledì 11.30

Sapevo che non ne sarei uscito bene. Ma scendere in campo sapendo di perdere non aiuta molto. Ho giocato la mia partita. Ma mi hanno fottuto. Professionalmente, scandendo le parole, ordinatamente fottuto. Succede. Mi guardo nello specchio del cesso mentre mi lavo la faccia. Ho bisogno di paracetamolo e di musica. Tutti possono fallire, a volte.
Ritorno allo stand, mi siedo nel divano più nascosto. Chiedo caffè e musica. Togliere Lady Gaga e mettere Frank Sinatra.
Osservo compiaciuto quanta gente si fermi, in effetti, a lasciare un biglietto da visita e una sbirciatina nella scollatura della nostra giovane e intraprendente standista. Che cazzo di mondo.
Frank Sinatra in piena fiera, in pieno giorno, mi fanno notare, non è molto cool. Ignoro l’evidente limite intellettuale dei miei interlocutori e lascio che Fly me to the Moon imperversi diffondendosi come un piacevole profumo.

Mercoledì, persa ufficialmente la percezione del tempo

Procedo felicemente verso il cesso. Non tanto per necessità. Ho bisogno di nascondermi per una decina di minuti. Sono stato messo in quattro diverse riunioni. All’ultima non ho nemmeno capito con chi stavo parlando. Recito la mia parte, come richiesto, in spagnolo, inglese, arrampicandomi su un provvisorio francese sgrammaticato.
Ho mangiato un hamburger organico seduto a un tavolo di ingegneri felicemente eccitati dall’idea di poter parlare in libertà. Ogni tanto fa un gran bene, sedersi in mezzo a menti quadrate che esprimono concetti quadrati, in ottiche quadrate. Tutto sembra terribilmente ordinato.

Recupero energie, mi infilo due pastiglie di vitamine, e procedo spedito verso la settima riunione della giornata.
Mi fermo davanti a una balconata.
Posso sentire tutto il vuoto che ho intorno.
Lo posso respirare. Rimuovo l’idea. Avrei bisogno di champagne. Devo tassativamente far finire il tutto dentro una gloriosa bottiglia di champagne.

Mercoledi 18.00

Spero di poter confessare, finalmente, che inizio a odiare le nuove leve. Le adorabili nuove leve. Queste fottute schiere di ventiseienni, aggressivi e pronti a tutto per un posto a tavola.
E’ il genere di cocktail party dove ti senti di troppo anche sei sei stato invitato da quattro persone diverse. Bevo champagne. Questo mi fa sentire momentaneamente meglio.
Mangio formaggio olandese, cioccolato belga e prosciutto spagnolo. Uccido tutti i buoni propositi alimentari in meno di un quarto d’ora. Esco a fumare accompagnato da due giornaliste. Non capisco bene il senso del discorso, ma tengo botta. Mi sale lo champagne, mentalmente mi sale una voglia incredibile di essere seduto sulla mia moto, solo. Invece tengo bene botta alle domande. Rispondo correttamente. Me ne compiaccio.
In quaranta minuti mi cambio, mi osservo allo specchio, mi compatisco un po’ e sono pronto alla cena di un’azienda di cui non ricordo bene il nome. Non conosco nessuno.
Mi incammino ascoltando Frank Turner. La musica è il mio sostituto all’amore. Mi piacerebbe che lei fosse davvero innamorata di me. Totalmente. E se l’amore è davvero l’unica cosa che abbiamo bisogno, la musica non mi salverà certamente.

Penso, a volte, che le scelte che ho fatto nella vita non siano state tutte giuste. Adoro accarezzare i miei errori, che tratto come figli. Mi appoggio alla ringhiera, guardando l’acqua scorrere veloce sotto i miei piedi. Fa freddo. Dentro e fuori. La notte è così. Mi porto a spasso i dubbi e le incertezze. Lascia e ama. Rende meglio in inglese. Leave and Love.

Mercoledì 20.00

Vengo salvato da quattro vecchi amici. Quattro vecchie glorie del settore. La fortuna di essere qualcuno, in qualche settore di qualche industria, di qualche mercato, è anche questa. Vieni riconosciuto per strada dai disperati come te. Vengo salvato dai miei pensieri, dalla mia fame. Stavo per essere divorato. Mi viene passata una canna. Fumo solo qui. E solo in queste sere. Tutti gli anni. Abitudinario delle brutte abitudini. La fame dell’anima si può placare in pochissimi modi. Non certo con una canna. Ma i quattro tirano fuori gloriosi ricordi, vecchie stronzate, splendidi aneddoti. Sembra davvero che sia una vita intera che siamo insieme. Forse siamo soli tutti allo stesso modo. Vorrei scoppiare a piangere, ma mi limito a un più tranquillo sospiro.
Vorrei stare solo, con i miei fallimenti personali. Invece sto con dei falliti professionali, camminando veloce verso il ristorante. Fa freddo e non ci sono stelle in cielo.

Mercoledì notte

Smokey, Prinz, Escape. Dopo aver evitato una congregazione di assatanati del latino americano, finiamo allo Smokey. Ho dei seri problemi di integrazione con la musica latino americana. Amo gli scrittori latino americani, amo la cucina latino americana, amo molte cose di quel continente. Ecco, però due cose non riescono a funzionare con me: la musica latino americana e i villaggi turistici. Se le due cose sono insieme, provo ribrezzo per la vita e mi ubriaco solitario al bancone del bar.

Lo Smokey è pieno zeppo. Gente che crede nella house music. Cantano addirittura. Hotel, Motel, Holiday Inn. Hotel, Motel, Holiday Inn. Mi prendo terribilmente bene osservando il DJ. Mi metto sotto la consolle, e lo osservo adorante, perdendo la percezione del tempo.
Finisce sempre in una roulette mortale nella quale tutti iniziano ad offrire da bere, e non si finisce più. Mi ritrovo in mano, contemporaneamente, un bicchiere di rhum e un Vodka Tonic. Rovescio il bicchiere di rhum dentro la vodka e prendo una canna. Mi siedo su un divanetto, sprofondando nei miei pensieri.
Riconoscere solo le canzoni di Jennifer Lopez è il chiaro segnale che non hai più l’età per mischiarti a questa orda di giovani.
Non so perchè, ma finisco a parlare con il butta fuori. Cerco di spiegargli la fatica immane che sto facendo per portare avanti tutto questo casino. Si vede dai tuoi occhi, mi risponde. Ma non credo abbia capito.
Chiedo di essere riportato in hotel. Mi sembra ragionevole, visto che in due ore devo lavarmi e tornare in fiera.
La disperazione di un uomo è pericolosa. La disperazione di quattro uomini è letale.
Finiamo in un posto con il metal detector all’ingresso. The Nasty. C’è fumo, musica a palla, gente. Inizio ad avere un ritardo di quasi venti secondi tra quello che penso di fare e quello che realmente faccio. Cerco di ordinare dell’acqua a una barista bella come il peccato.
Chiedo di essere riportato in hotel. Mi viene passata una canna.
Incontro due colleghi tedeschi, riprovo a lanciare l’idea di tornare in hotel. Mi viene passato un Vodka Tonic.
Decido di procedere solitario. Mi incammino verso l’hotel.
Il fatto che i caffè stiano aprendo mi fa supporre che dall’ultima volta che ho guardato l’orologio compiacendomi del fatto che fosse solo l’una e tre quarti, deve essere passato parecchio tempo.

Entro nella doccia, bollente. Mi vesto. Scendo a fare colazione.
Tre pastiglie di paracetamolo, due integratori, un gastroprotettore, due rilassanti e una bustina di magnesio.
Prendo il treno per la fiera.

Mi catapulto nella sala VIP. Seleziono accuratamente un tavolo in disparte da tutto e tutti. Controllo le mail. Il ritardo tra quello che penso e quello che faccio è rientrato nella soglia di dieci secondi. Accettabile. Parlo il meno possibile. Ordino caffè.

Mi servono mediamente due ore, otto pastiglie e tre caffè per riprendere il dominio di quasi tutto me stesso. Ovviamente vado per priorità, controllando che le funzioni fondamentali siano operative e tralasciando il resto. Sudo come un tossico. Sbadiglio continuamente, e per restare in piedi mi muovo di continuo. Incontro persone, chiacchiero, commento, ascolto. Non ascolto nemmeno una parola, ovviamente. Sento sudare le palle. Non è un buon segno visto che sto a due gradi, con vento gelato, a fumare. Tra le mie palle e il vento gelato c’è un sottile strato di frescolana. E sudo.

Verso l’aeroporto faccio mente locale.

Voglio mangiare thai, è una tradizione, e ho bisogno di una doccia, di un giornale e di moltissima solitudine.

Sono in grado di comprare il tutto, solitudine compresa, in cinque minuti esatti. Sdraiato su una poltrona automassaggiante, aspetto che il peso di tutto questo mi cada addosso.

Vorrei proteggere le persone che amo.

Fortunatamente, in questo periodo mi amo molto poco. E’ difficile riuscire a proteggere se stessi da se stessi.