Scambio occasionale di foto porno – regole di ingaggio

Dicevo, spingendo appena il gas, per non distruggere quel poco di dignità rimasta tra le valvole, lasciavo che il lungomare mi scorresse pigramente di fianco. Ci sono pezzi in cui la strada si confonde quasi con la sabbia, ti sembra di entrare nel mare. Poi ci sono i paesi, le città, i lungomare di palme e caffè chic. I larghi marciapiedi, gli ordinati parcheggi, le banchine del porto. 

Sono attaccato a questa costa. Per un sacco di ragioni. La respiro, sentendo il profumo dei fiori, del rosmarino, del mare. La mangio, accompagnando con vino leggero, e Pastis. La tocco, fermandomi a osservare la sabbia che mi scivola tra le mani, e i pezzi di corteccia di pino che mi restano attaccati alla pelle. La guardo, appoggiarsi al mare, esplodere nel lusso, illuminarsi di notte e scomparire nella foschia all’alba. La sento, rumorosa come tutte le coste, silenziosa come tutti i posti di mare. 

E’ uno dei pochissimi posti che mi da pace. Nel mondo. Roba non da poco. 

A ogni semaforo, tolgo la mano dal gas, il motore gira a un minimo disordinato, convulso. Sembra una vecchietta di paese, che arranca sulla strada per la chiesa, zoppicando disordinata. 

Ho un sacco di tempo per pensare. 

Lascio che mi si appoggino addosso tutti i pensieri, come il sole che mi brucia il naso. 

Ci sono stati dei momenti nella mia vita in cui la solitudine mi si è aggrappata addosso con una forza straordinaria. Tenere il respiro, prima o poi passa. Osservare la vita degli altri. 

Affianco una cabrio. Pelle sul cruscotto, Rolex al polso, radio a palla. E’ così che il mondo vi vuole. Mi fermo per qualche secondo di troppo con lo sguardo sulla ragazza seduta, avvolta nella pelle nera. Giuro, era uno sguardo di pietà, nessuna malizia. Lui, è il suo gioco, mi fissa. Quelli appoggiati sulle braccia sono muscoli ordinati da mesi di palestra. Serrato programma addominale, pettorale, trici/bici/qadrici. Non puoi avere una cabrio, un Rolex, e non avere l’ordine apparente dei tessuti muscolari. 

Credo possa, in meno di venti secondi, spaccarmi il naso. Sospiro, riporto lo sguardo su di lei. Voglio vedere come finisce. Invado con gli occhi le gambe lisce, osservo, al polso destro, una quantità di braccialetti d’oro in grado di superare di buon grado la mia retribuzione lorda mensile. 

Lui si innervosisce. E’ così. Il semaforo verde, con buone probabilità, mi salva dalla rottura del setto nasale. parte sgasando. Io procedo con una lentezza allarmante.

Ma la costa del lusso è un ordinato susseguirsi di dossi, rotondine con siepi di lavanda, e semafori. Vado meglio io, che sembra che non voglia davvero andare da nessuna parte. 

Pensavo all’incredibile storia dei miei errori. Penso sempre alle conseguenze, dei miei errori. Mi rodo il fegato, mi rovino intere serate, mi rimpallo pesanti rimpianti, per le conseguenze. Ma non ho mai festeggiato, a dovere, i miei errori. Seduto su queste due tonnellate vibranti, posso guardarli passare davanti agli occhi. 

I miei errori, ovvero la ragione specifica per la quale sono ancora vivo. 

Mi ritrovo seduto su una sedia di vimini intrecciato, sotto un sole incredibile, davanti a due barche che sembrano dimenticate sulla spiaggia. Bevo un caffè, mangio un hamburger. Rilasso i piedi, i tendini, le mani. 

Fra pochi giorni è il mio compleanno. Trentaquattresimo anagraficamente. E’, inutile ricordarlo, anche il compleanno di questo blog. Il nono, anagraficamente. Trentaquattro anni sono tanti? Troppi? Nove anni sono una grandissima età per un blog. 

Rollo una sigaretta, accendo, aspiro. 

E’ ora di ripartire. 

C’è un momento, nella vita, in cui hai voglia di smettere di festeggiare il compleanno. Per come intendono la festa gli altri. Vorresti una festa. Ho un grande pregio: so sempre con scientifica precisione quello che voglio. E brucio la mia anima per averlo. Avrò anche la mia festa. 

Credo sia così per tutti. Credo che sia questione di cosa vuoi veramente.

Il potere di pretenderlo o l’autorità per ottenerlo. 

Sottili punti di vista.

La strada sale, verso le Alpi. Diventa ingestibile. Tornanti troppo stretti, strapiombo sulle vigne. Vento di terra che spazza di lato, alza la terra. La ruota dietro slitta, insieme ai denti. Le mani stringono il manubrio, il motore esplode, i freni scottano. Il segreto, quando la strada si fa così, è farla di corsa. Come se non dovessi morire mai, come se fosse l’ultima volta che la fai, prima di morire. Smetto di pensare. 

Mi lascio sorpassare da chi corre più di me, sorpasso chi corre meno. 

Non scriverò per qualche giorno. 

Per il mio trentaquattresimo compleanno mi voglio fare 27 regali. Uno è il silenzio. 

 

Post Scriptum di grande valore:

In primis, finalmente ho ricevuto una proposta di scambio di foto osè. Da una amica di Facebook. Credo che il concetto sia che lei vuole mandarmi foto delle sue tette. Credo che in cambio voglia soldi. Non credo che sia il contrario. Ovvero i miei capezzoli pelosi, in cambio di soldi. I miei capezzoli pelosi non piacciono molto. Ecco, bisognerebbe poi capire, esattamente, cosa cazzo me ne faccio io di una foto di un paio di tette. Quando hai fame, il volantino di Burger King non aiuta molto. 

Quando ho aperto questo blog era giovedì, c’era il sole, era maggio. Stavo a cavallo tra un fallimento sentimentale e il pericoloso vuoto della solitudine. Quando hai due strade: diventare imprenditore del cuore o disoccupato del rimpianto. Ho iniziato a scrivere. E’ così che reagisco. Piangevo, scrivevo, bevevo. In nove anni, potresti pensare, tantissime cose sono cambiate. 

E’ quello che pensavo io. Poi ieri notte, osservando il cielo, mi sono accorto di avere un gran bisogno di piangere, scrivere e bere. Piangere di felicità, scrivere di rabbia, bere di ricordi. 

 

eppi birdei vecchio stronzo. 

 

Love is a four letter word

Manca poco, questione di una manciata di kilometri, al confine. L’aria è fresca, tracce di neve ai bordi della statale, le case si fanno di legno, compaiono i cartelli di segnalazione degli impianti da sci. La statale sale ordinatamente, seguendo la pancia della valle.
Le colline mantengono sempre le promesse, basta attraversarle per trovare la provincia nascosta, quell’Italia dove, da buon cittadino metropolitano, non vivresti mai ma dove vorresti trovare un casolare, per farci un buen retiro di classe. Sogni segreti della classe media.
L’umore è buono, le moto scivolano, rumoroso ticchettio costante del bicilindrico a stelle e strisce. Nato per questo genere di cose. Distanze infinite a ritmo costante. I pensieri si fanno meno densi, come le nuvole. Sembra quasi ci possa essere il sole. Prima o poi.

Il rumore è netto, deciso, lo conosco. Ferraglia contro asfalto. Il raschiare che tanto mi fa godere, quando sento le pedaline strisciare sull’asfalto curvando. E quando a casa, compiaciuto, accarezzo l’acciaio rovinato. Ma adesso non sto curvando. Ergo, questo rumore non deve essere presente. Mi fermo. Scendo dalla moto. Nonostante scotti, tocco con le dita la marmitta che penzola senza un dio e senza una ragione. Penzola. Ciondola. Non dovrebbe.

E’ ora di pranzo. In mezzo a una valle. Osservo il cielo terso. E le possibilità mentali che, proprio in questa valle, ci sia un meccanico in grado di risolvere il mio problema.

Io non credo nella sfortuna. Se è per questo, nemmeno tanto nella fortuna. Ci sono solide basi matematiche e statistiche che dimostrano lo scarso appeal della fortuna nella vita reale. Ho anche una discreta considerazione delle persone che credono fondatamente nella fortuna, nella sfortuna, negli oroscopi, nel fato, eccetera. Le posiziono appena sopra i cani, nella mia scala affettiva. Comunque, adoro i cani. C’è una possibilità abbastanza remota che io vinca al SuperEnalotto, e allo stesso tempo c’è una possibilità abbastanza remota che io rompa uno scarico della moto.

In effetti, contestualizzando la cosa, romperlo in una valle remota, ai piedi di nevose montagne, in un assolato pomeriggio primaverile, rende il tutto parecchio divertente.

Procediamo a rallentatore, con la moto che sbuffa allegramente, fino a raggiungere un meccanico. Una vecchia Opel con il cofano aperto, una serranda, il silenzio della montagna. Il ragazzo non ha mai messo le mani su una moto in vita sua. Questo lo intuisco da come la guarda. Ma qui si tratta di viti e bulloni. Semplice meccanica della filettatura. Mentre, bestemmiando non poco, avvita lo scarico, mi rendo conto che il danno è parecchio maggiore. Un collettore è divelto. Ma non penso esattamente la frase “un collettore è divelto”. Penso, più o meno, sei bestemmie orrende, lunghe ed articolate. Roba da far impallidire un vecchietto veneto doc.

Seppur non credendo alla sfortuna, constato che è evidente che quest’anno mi sia richiesto uno sforzo decisamente fuori dalla norma per accettare quello che mi accade. Ma non penso questo. Penso otto lunghissime bestemmie, con doppio aggettivo, roba da far impallidire un anziano livornese.
Purtroppo, pensare alle bestemmie, forse anche urlarle, non serve molto.

Decidiamo di procedere. La moto arranca, il mio umore è fortemente condizionato dalla cosa. Ma non penso questo. Penso piuttosto che, oggettivamente, questo sia un chiaro esempio di fallimento della statistica, intesa come scienza, e una plausibile vittoria dei sostenitori della teoria della sfiga, intesa come scienza.

Le restanti trentasei ore sono un lungo elenco di accadimenti, in suolo francese, atti a recuperare un collettore integro, un meccanico ragionevole, un bancomat, un sorriso, dell’ibuprofene per la schiena, dell’alcool per l’anima, dell’elettricità per il cellulare.

Ho prenotato un hotel delizioso. I miei criteri di scelta sono stati parecchi. Non volevo che nulla andasse storto. Ho preso il primo hotel dopo aver ordinato la tabella per prezzo. E prenotare l’hotel più economico
è sempre garanzia di piacevoli sorprese. La struttura è quella di una vecchia villa. Ci arriviamo talmente stanchi e demoralizzati che potremmo dormire in piedi. La camera è piccola, il letto scomodo, il cesso a vista. Roba da bordello sudamericano. A tenere il passo con i tempi del lusso, nel frigobar che abbiamo staccato per usare l’unica presa che funzionava, una bottiglia di champagne. Si tratta, senza ombra di dubbio, di un hotel per fugaci amori. Insomma, un posto buono per una rapida scopata, con il merito di una vaga vista mare.
Svegli con i primi rumori della città, recuperiamo l’anima con una colazione sul porto. Osservando, come fanno tutti, la vita che inizia sugli yatches. Marinai che puliscono, panzoni in accappatoio bianco che bevono caffè, ragguardevoli milfoni che fanno yoga. La vita ai bordi di un reddito alto.
Ripartiamo con destinazione l’unica officina dove, di malavoglia, accettano di ripararmi la moto.
Fottuti francesi del cazzo, penso mentre mi tocca sorridere.

Ripartiamo dall’officina all’ora di pranzo.
E cerchiamo di entrare nella pancia delle montagne evitando accuratamente tutte le strade normali. L’odore di mare, di pini, di rosmarino, la macchia mediterranea. I gelsomini e i limoni, le ville arroccate, la terra che mangia l’asfalto.

Arrivato a casa, questo mi sembra già un dato positivo, calcolo che in quarantotto ore abbiamo fatto ventiquattro ore di moto. Ho il culo piatto, le braccia doloranti e la strana sensazione di aver visto il mondo a cento all’ora per due giorni.

Non era esattamente così che doveva andare.

Ho avuto molto tempo per pensare.
Perché il collettore è quel pezzo di ferro che dal motore porta i fumi di scarico nel mondo, per la gioia di ambientalisti, mamme con passeggino e vecchi rompicoglioni.
Essendo due cilindri, ci sono due collettori. Due marmitte, due tubi. Due di tutto. Per una ragione precisa. La meccanica di una moto non è approssimativa.
Se un collettore butta fuori con meno pressione, per tutta una serie di motivi tra cui anche la rottura in una valle oscura, le valvole, che sono il cuore, e come il cuore fanno il lavoro sporco di mandare avanti la baracca, smettono di essere sincronizzate. Una lavora di più, l’altra di meno. Le valvole sono sposate. Da quando nasce la moto. Non si amano molto. Diciamo che convivono. Ma hanno gli stessi bisogni e fanno le stesse cose. Se una smette di crederci, è la fine.

Non resta che rallentare, procedendo a velocità di crociera adatte più a un carretto dei gelati.
Un sacco di tempo per pensare.

E, non chiedetemi perché, ho pensato molto a molte cose.

Scappi per smettere di pensare, e ti ritrovi a pensare per forza.

Avrò molto da scrivere.
Non è collegato con il pensare molto.
E’ una conseguenza indiretta.

Ho rotto la marmitta, ho rotto il collettore, ho pensato molto.
Conseguenze indirette.

L’amore, e le sue conseguenze indirette.

La differenza fra

Il fatto che il bagaglio sia ridotto al minimo indispensabile è dovuto semplicemente alla corretta distribuzione del peso. E forse anche alla voglia di portarsi via il meno possibile. Scappare non sarebbe scappare, se si ha il tempo di fare un bagaglio. 

Le previsioni remano contro. Inutile anche saltare da un’app all’altra. Il magico incontro tra la mia strada e il temporale dovrebbe avvenire all’incirca poco dopo l’abbandono dell’autostrada, poco prima di iniziare le colline. Se tutto va bene, salendo verso i passi, dovremmo strusciarci contro la coda del temporale. Ho studiato le mappe. Perchè la pioggia in moto è semplicemente un inferno. Entra ovunque, raddoppia le distanze, rallenta i movimenti, infreddolisce. Sul passo si può entrare nelle viscere della montagna solo da una galleria a senso alternato. Dieci gradi di differenza. Il buio totale. E poi, le valli francesi, una manciata di tornanti buttati li da una mano sapiente, Dio forse andava in moto. La statale del Sale scollina lentamente, senza fretta, facendo la corte alle valli, addolcendosi pigramente. Paesini senza nome. Quando arrivi al mare sembra davvero sempre di essere arrivati da un altro mondo. 

Poi arriva il mare. Lo tieni a sinistra, lasciandoti a destra le colline, e tiri dritto, inseguendo il sole. Correndo dietro al giorno. 

So molto poco, come sempre, di quello che mi aspetta. Un migliaio di kilometri, credo molta pioggia. Vento, salsedine, sole, freddo, caldo. Polvere. Sabbia, finalmente. 

E tutta quella gente. Ne conosci parecchi. Saluti. Senza bisogno di troppi convenevoli. Arriviamo tutti da lontano. Abbiamo fatto autostrada, colline, passi alpini. Ore di silenzio, dentro un casco, sopra una moto. Ognuno per una sua ragione. Ognuno per arrivare qui.

Pochissime domande, per tutti. Abbiamo tutti una vita. Nel posto da dove veniamo. E delle buone ragioni per essere arrivati qui. Qualcuno si porta pezzi di vita. Mogli, figli, fidanzate, amanti. La maggior parte no. Non c’è posto per altri. Non c’è posto per il resto.  

Ci sarà musica, festa per i primi arrivati, rispetto per gli ultimi, brevissimo pensiero per chi non ce l’ha fatta. Poi birra, fumo, casino.

Ho preparato uno zaino, con una maglietta e un paio di jeans. Non serve altro.

Siamo in due. Lo facciamo sempre in due. La maggior parte delle cose migliori si fanno in due. Ma parliamo pochissimo. Siamo fratelli per questo. Poche domande, per evitare le risposte. Silenzi lunghissimi, oppure domande dirette, veloci. Stilettate. Di chi si conosce da troppo tempo. Viaggiamo nel silenzio dello splendido borbottio assordante dei bicilindrici. Parliamo, da una moto all’altra, a gesti. Nessuno segue nessuno. Ci fermiamo dove capita. Dormiamo dove capita, mangiamo dove capita, parliamo con chi capita. E al ritorno, alle porte della città, ci ritroviamo sempre con molta vita sulle spalle. 

Molti sono partiti oggi. Molti partiranno domani. Li incontri sulla strada. Li saluti. Scappiamo tutti, a modo nostro. Quelli arrivati oggi mandano foto. Quelli che partono domani sono in contemplazione del meteo e dello zaino. Il dubbio struggente. 

La differenza è che io ho bisogno di questo. Ho bisogno di fughe e di sfide. Rette parallele che, magia, si incontrano. Punto di fuga. 

Quest’anno partiamo per arrivare primi. Cercando di seminare il temporale, la paura, l’indecisione, il freddo. Lasciamo case molto diverse dall’ultima volta. Eppure il viaggio è lo stesso. 

Stanno cambiando molte cose. Per questo, probabilmente, parleremo, seduti davanti al mare, lontano da casa, lontano da tutto, ai margini della festa. 

Sento l’odore dell’asfalto bagnato, dei boschi, dei fiori, delle montagne, del mare, della festa e del casino. Sento il rumore di tutta questa felicità. Per questo voglio partire. 

Scapperò sempre. E’ una sfida. 

Io vinco sempre. E torno sempre. 

Life is short fritz, ride it. 

Per quelli che stanno partendo, o partiranno, ci vediamo lì. Ordinatamente seduti a guardare il mare, dopo esserci arrivati dalla strada più lunga possibile. 

Per quelli che restano, partirete anche voi. Tutti lo fanno. 

 

Ciao, sono Franz.

Da un recente calcolo che ho fatto, mentre aspettavo nella sala d’attesa del mio medico curante, ho scoperto che passo quasi metà del mio tempo sociale, ovvero quando interagisco con altri esseri umani, a presentarmi. A presentare me stesso. In pratica, tolto il tempo in cui io sto da solo, tempo peraltro difficilmente misurabile visto che anche quando sono solo tendo a interagire in ogni caso, il più delle volte con gli altri me stesso che popolano la mia mente, beh tolto il tempo da solo, metà della mia vita io mi presento. Chi sono, cosa faccio, perché lo faccio, cosa vorrei fare, da dove vengo, quando sono arrivato. Perennemente.

Sono un affermato professionista, ammesso che nella categoria degli affermati professionisti rientrino anche quelli come me, che lavora in un settore, sempre lo stesso, da più di dieci anni. Un tempo, lavorativamente parlando, enorme, infinito. Lavoro nel mercato tecnologico. Mercato nel quale un semestre di differenza equivale a due glaciazioni terrestri. Mercato nel quale, modestamente, vanto una certa fama. Basti pensare che un mio video su Google, nel quale presento con affabile tono le caratteristiche tecnologiche di un prodotto di cui pochi sentivano bisogno, è stato visualizzato 55 volte. Compresi i miei 50 click non è niente male.

Scherzi a parte, e finta umiltà a parte, dieci anni. Dieci, fottutissimi anni. Ho due cassetti pieni di biglietti da visita, seicento connessioni su Linkedin, uno dei quaranta profili più visitati in italia, due trafiletti sulle riviste di settore europee, in cui compare la mia foto insieme al mio profilo, eppure passo metà del mio tempo a presentarmi. Sempre alle stesse persone. E il bello è che anche loro fanno lo stesso. Una specie di eterna lotta tra tacchini che si credono pavoni. Queste sono le mie piume, osservale. Ma le ho già viste. Davvero? Riguardale bene. Ma sono sempre le stesse. Dici? Riguardale.

Nella vita privata va ancora peggio. A parte quei quattro handicappati emotivi che annovero come fratelli, ai quali non è decisamente necessario che mi presenti, il resto è un continuo, ossessivo, ripetitivo, drammatico, presentarsi. Dire che cosa fai, perché lo fai, quando lo fai, come lo fai. Capisco, in effetti, che dal punto di vista dei social network, il mio profilo Facebook non mi presenti realmente per quello che sono. E che quindi, i miei mille e passa amici, che crescono al ritmo di una ventina alla settimana (seguendo la logica che io, su Facebook, faccio l’esatto opposto che nella vita, ovvero mi concedo a tutto e tutti), non abbiano una idea corretta di chi io sia realmente. Ma, ripeto, il fatto che motociclisti norvegesi, zoccole californiane o tatuatori vietnamiti non mi inquadrino correttamente non è un problema rilevante.

Il problema si pone quando, nella maggior parte delle occasioni sociali, mi venga chiesto di presentarmi.

Sono Franz.

No, non Franz di battesimo. Ma tutti mi chiamano Franz. So che osservi il mio naso supponendo sia finto. Ma è vero. Ci ho fatto l’abitudine. Bisogna stare attenti nei movimenti e quando tira Maestrale. Può anche tornare utile. Fidati. Si, è vero, scrivo. Tra le altre cose, scrivo davvero bene. Due cose mi vengono meglio dello scrivere: osservare i fallimenti degli altri esseri umani, tra l’altro prevedendoli con un discreto anticipo personale, e fare l’amore. Preferisco, decisamente, fare l’amore. Ma, statisticamente, accade più frequentemente che io venga coinvolto nel fallimento di altri esseri umani. Un po’ perché ascolto le persone. Un po’ perché fingo di ascoltarli, un po’ perché adoro le storie border line. Un po’ perché va così. Punto. Comunque sto lavorando alacremente per invertire la tendenza statistica e portare la voce “fare l’amore” in posizione dominante rispetto a “prevedere i fallimenti degli altri”. Ci sto lavorando. Ah, si, lavoro. Si, viaggio un sacco. A spanne, il 75% del mio tempo. Si, mi manca solo l’Australia. Si, ho una città preferita. No, non sono mai stato a vedere le thai che sparano le palline dalla vagina. No, nemmeno che fumano dalla vagina. No, nemmeno che sparano i dardi con la cerbottana. A dire il vero, una vagina che fuma l’ho vista, ad Amsterdam. Ma non era Thai. Si, New York si. Bella, si. Ah, sui viaggi potremmo parlare per ore, ma non mi dire. Che figata. Per uno che vive perennemente in viaggio, parlare di viaggio anche quando si ferma è proprio bello. Si, sono sempre al Mom. Perché sono un abitudinario, perché il locale mi piace, perché vivevo davanti, perché è pieno di miei coetanei. Perché di Milano odio le vacche da struscio, i loro profumi da baldracche e i loro accompagnatori depilati e palestrati, le loro cabrio coupé lucidate. E il Mom per questo genere di persone è come la citronella per le zanzare. Si, odio molte cose. No, non sono arrogante. Sono intelligente. Si, sono di sinistra. Ma dai anche tu? Che forza, pazzesco! No, non mangio carne rossa. No, non sono vegetariano. Si, lo so che ti piace il sushi. Il sushi in questi anni è come il Moncler per i paninari. Si, ho mangiato vero sushi. No, non verrò con te a spendere cento euro per una tagliata di tonno. Si, leggo moltissimo. Di tutto. No, non ho un libro preferito. No, nemmeno uno scrittore. Si, lo so, è un mio limite. Si, ci sono due o tre libri che sono più degli altri. Si, ho letto anche libri di merda. Succede, sparando nel mucchio. No, non amo gli ebook. Si, sono bibliomane. No, fare l’amore mi piace di più. Si, ho una moto. No, non voglio parlare con te del tuo super motorone giapponese. Si ho un figlio. No, non sto pianificando un altro colpo a stretto giro. Si, vorrei tre figli. Si, anche un cane. Si, come la pubblicità. Si, almeno uno dei tre si dovrà chiamare Aureliano. No, non per il calciatore brasiliano. Per il Generale Aureliano Buendia. Sopravvissuto a diciassette rivoluzioni e morto pisciando nel suo giardino. No, non è esistito veramente, è un personaggio di un libro. No, non guardo Real Time. No, non sono prevenuto. Non ho tempo. Morirò. Come te. E odio l’idea di essere morto dopo aver passato la maggior parte del mio tempo a guardare la vita degli altri. Si, ho una televisione. Non sono sociopatico. Odio perdere tempo. Si, adoro i film. No, non me ne intendo un gran che. Mi piacciono le belle storie. E anche alcuni porno anni ottanta. Sempre belle storie. No, non stavo scherzando. Ne hai mai visto uno?

Potrei andare avanti ancora per molto.

Ma devo, forzatamente, leggere. Circa milleseicento pagine entro due settimane. Quattordici giorni.

E devo, fortunatamente, preparare attentamente il bagaglio per una ragionevole, razionale, matura, breve, fuga su due ruote. Spazzolino, mutande, tabacco, libro. Direi basta. Milletrecento kilometri in ventiquattro ore. Gloria e onore. E tanta pioggia, a spanne.

In moto, sorprendentemente, nessuno mi chiede di presentarmi. Mi chiedono di presentare la mia moto.

L’ultima persona con cui ho dovuto, forzatamente, ripetere il canovaccio dei convenevoli, è finita  a parlarmi di yoga e Paolo Cohelo. Perché lo yoga mi serve in viaggio e Cohelo è uno dei migliori autori contemporanei.

Come dire a un appassionato di vini che il Tavernello è uno dei migliori vini in commercio.

Io, forse, più del piattume estetico da tronisti, odio il piattume intellettuale. Che permette a tutti di parlare di tutto. Lo chiamano progresso.

Ma uno che dice che Cohelo è uno dei migliori autori contemporanei dovrebbe, per l’evoluzione darwiniana, essere reso incapace di riprodursi.

Sterilizzato, per lo meno. Che lui viva sereno, ma che non abbia discendenze.

A livello genetico, si passa sempre qualcosa ai propri figli.

PS: mi presentano lei che fuori piove a dirotto. E io voglio uscire a fumare. E lei, non capisco se per disperazione o per chimica, esce a fumare con me. Ha grandi occhiali, un grande tatuaggio, una faccia intelligente, una scollatura abbondante, un sorriso carino, dei leggins di sei o sette taglie in meno. Posso eseguire un controllo ginecologico, volendo, senza nemmeno toccarla. Potere delle aderenze. Inizia lei. Anche perchè io non ho nessuna voglia di iniziare niente. Se non una sigaretta. Ho letto i tuoi pezzi. Scrivi storie belle. Non ti immaginavo così precisino. Ti immaginavo più biker barbone panzone. Posso farti un complimento: qualche volta quando scrivi assomigli a Cohelo.

Tu meriti un uomo migliore di me, giovane e avvenente femmina. Un uomo palestrato, depilato, armato di macchinone tedesco, giovedì calcetto, sabato sera cena toscana, domenica Spa con idromassaggio. Con amici importanti. Con un passato in Sardegna, con la camicia bianca in spiaggia a brindare. Con un futuro di successo. Un uomo che possa prendere questa tua frase come un complimento. O perchè lo crede davvero, o perchè non sa chi sia Cohelo. Spero che tu possa trovarlo presto. Possiate trovarvi. E vivere felici.

Meriti tutto questo. Davvero.

Sparati. Mignotta.

E poi mi chiedono perchè odio perdere tempo a presentarmi.

Leadership is a night job

Mi fermo, più che altro incuriosito, a qualche metro da loro. Stanno intorno a una campana della Caritas, quelle per raccogliere i vestiti usati. Io sto camminando, con i miei cuffioni da dj anni 80, cercando di recuperare energie. Studiare nel week end mi sega letteralmente le gambe. Piove fine e forte, incessantemente. Una pioggia strana, che sembra quasi non bagnare, ma sembra anche non voler smettere mai. Del camminare nel mio quartiere non mi piace quasi nulla. Tranne osservare la vita ai bordi della Tangenziale. Loro sono tre. Sono ragazzi del quartiere. Lo riesco a capire dall’abbigliamento. Dal cappello messo in testa stretto, dai pantaloni messi a mezza coscia, con le mutande che spuntano. Stanno intorno alla campana gialla. Tu metti dentro i vestiti usati. In buone condizioni. E poi galleggi dentro un flusso di leggende urbane. La prima vuole che le suore della Caritas, prendano i tuoi jeans usati e li rivendano ai negozianti vintage. I quali li lavano e li rimettono sui loro scaffali, come jeans vintage. A centoventi euro. La seconda è che gli zingari entrino dentro le campane, talvolta rimanendo incastrati, per prendere i tuoi vestiti. Suppongo per indossarli. Preferisco la prima storia, quella delle suore vintage. Mi fa sorridere pensare che tu possa buttare dei pantaloni, e io possa ricomprarli al doppio. Il flusso economico del prezzo del cotone trattato. Poi ci sono gli idioti. Che bruciano carta di giornale e la mettono dentro alle campane. E si brucia tutto. Cotone, scarpe, logo della Caritas, fatturato delle suore vintage e l’intelligenza e il senso comune che vorrebbe che il mondo potesse fare a meno di alcune forme di idiozia.

Mi fermo per curiosità, ma anche perchè sono in quell’età della mia vita in cui il comportamento idiota e compulsivo, le leggende metropolitane, l’incosciente e dilagante arroganza, insomma l’ignoranza in tutte le sue forme, mi irrita. Sto invecchiando. Rimanendo sempre quel vecchio cazzone che sono sempre stato.

C’è un’alta possibilità che il trio sia armato. I giovani della mia zona amano moltissimo i coltelli. E i motorini brutti. E il bullismo. Bulli con i coltelli, armati di ignoranza. Che è un’arma mortale. Uccide molto più dei coltelli. Sebbene tu creda, dopo aver guardato Iron Man e Batman, di poter disarmare un tuo simile armato di coltello, rimane davvero pericoloso. Guardavo un reportage sulle ferite da lama, e sono rimasto molto colpito dal numero di deficienti che credono di poter disarmare uno con il coltello. Fidati, la soluzione migliore per prepararsi a queste situazioni è lavorare sullo scatto. Scappare. E anche velocemente.

Mi guardano, mentre li guardo. Mi avvicino. Curioso.
Stanno scrivendo sulla campana gialla. Non smettono. “Mecenate Merda”. Grosso, nero.

Mecenate, Via Mecenate, è l’inizio della città per chi arriva dalla Tangenziale, la fine della città per chi ci vive. E’ uno dei viali più brutti di Milano. Questo è indubbio. Abbandonato a se stesso, il viale è in agonia da anni. C’era la Rizzoli, adesso non c’è più. Ci sono gli studi televisivi. E tante, troppe, case. C’è una sede del PD, quattro bar, tre benzinai, un lager per vecchi, una caserma di Polizia, una trattoria per camionisti dove si mangia benissimo. Pastarito Pizzarito ha aperto. Poi, quasi subito dopo, ha chiuso. I capannoni abbandonati li usano per fare feste. Molto cool. Migrano, una notte, con le loro macchine. Festeggiano e poi spariscono.
Secondo una mia indagine i giovani di via Mecenate amano le stesse cose dei giovani del mio quartiere. Che poi, dal punto di vista amministrativo, è anche lo stesso quartiere.
Macchine ribasssate, occhiali da sole grandi, canne, bordello.

Scrivono, sulle campane gialle del mio quartiere, l’odio per il quartiere vicino. Crescono con questa idea. La periferia che odia la periferia.

Cammino allontanandomi dai tre giovani idioti. Cercando di capire le ragioni per le quali noi dobbiamo odiare gli altri noi, a due kilometri di distanza. Respiriamo lo stesso smog, viviamo degli stessi soprusi urbani, abbiamo lo stesso traffico, lo stesso pane, lo stesso freddo. E ci dobbiamo odiare.

La guerra tra i poveri.

Non odiare mai i guerrieri. Odia la guerra. Vorrei spiegarlo a loro e ai loro coltelli. Ai loro pennarelli e ai loro motorini.

Sono civilmente abbastanza attonito. La dinamica con cui si sono svolte le elezioni del Presidente,mi ha lasciato molto perplesso. Non per il teatro ridicolo. Per la reazione ischemica del popolo. Che vomita su Facebook molta rabbia.
In ogni caso, povero Giorgio. Ammesso che sfondi la soglia dei novantacinque ancora in vita, questi dovrebbero essere gli anni da passare al mare, leggendo il Corriere.

Il Piccolo ha festeggiato il suo secondo compleanno. Lui non capisce molto bene. Credo sia normale. Ma per noi adulti, è una festa obbligatoria. E fondamentale. Mi fa sorridere, questa cosa di un uomo obbligato a festeggiare una cosa che non capisce.

Gli ho regalato una moto. Mi piace, poter sperare, sognare, di continuare a potergli regalare moto. E’ un bel regalo.
Lui la guida con molta serietà. Senza dimenticare di fare il rumore della moto, sputando saliva ovunque.
Non sono un padre perfetto. Questo lo so, e ho anche una schiera di fan che non dimenticano mai di farmelo notare. Ma credo che la ragione finale per cui faccio la maggior parte delle cose sia nel poter e nel voler, lasciare qualcosa di migliore per il Piccolo. Un piccolo pezzo di mondo, migliore. Fare il possibile per farlo. Credo sia un buon fine. E anche un buon modo di essere padre.

Vorrei che il Piccolo potesse evitare, consapevolmente, di odiare i suoi simili, e di scriverlo sulle campane gialle della Caritas. Vorrei che il Piccolo potesse avere una moto. Vorrei che il Piccolo potesse studiare e leggere e vivere e amare.

Sto lavorando intensamente per questo.

Ho superato, al momento, ogni record. Sto leggendo quattro libri contemporaneamente. Uno, La straordinaria storia della mia vita, di Capelli, è un bel romanzo. Gli altri tre parlano di Taylorismo, organizzazione aziendale e statistiche aziendali.
Leggo, seduto sul divano, ripensando ai tre giovani odiatori.
Forse sono solo invecchiato
Non avrei mai provato tristezza per una cosa del genere.

E’ uscito il nuovo numero di Kustom World. Chiedetelo in edicola. Si tratta di un’opera d’arte.

Io, lei e le anatre morte. (in moto sulla sabbia della Francia)

Resto paralizzato nel letto della camera, osservando il soffitto bianco e il sensore di fumo che lampeggia. La finestra aperta fa entrare luce e caldo. Si vedono le budella della città, dall’alto del settimo piano. I tetti rossi, di cotto, arredati come terrazze. Le piante, le sdraio di plastica bianca, l’apparente disordine di questi piccoli rettangoli di libertà e disordine urbano.  Due gabbiani girano intorno al cielo, il mare è davvero vicino. Tu sei, ti giuro, la più grande sfida che mi sia mai capitata. Io sono, ti giuro, la più grande sfida che mi sia mai capitata. Mi manca il fiato, quando di colpo capisco di essere nel mezzo della battaglia più grande che mi sia mai capitato di combattere. La straordinaria storia della mia vita. Andando con ordine si potrebbe partire da questa mattina.

Mi sveglio una buona mezz’ora prima della sveglia, mi manca il fiato. Come per un pugno troppo forte, un colpo assestato da una mano sapiente. C’era questo rumeno, quando boxavo, che aveva questo gancio sinistro semplicemente devastante. Una ruspa in pieno petto. Ecco, mi ricorda quella sensazione. Mi alzo e giro per casa, come per poter trovare qualcosa che ho perso. Se il buon giorno si vede dal mattino, penso mentre attraverso quasi correndo il parcheggio dell’aeroporto, siamo nel pieno di una colossale giornata di merda. Mentre bevo il caffe, cercando in fondo al vuoto dei finestroni che danno sulla pista un cenno, qualsiasi, di vita, sento una mano appoggiarsi sulla mia spalla. Riconosco il profumo. Lo riconoscerò per tutta la mia vita. Ho provato a dimenticarlo, per anni. E non ci sono riuscito. Poi ha smesso di ricordarmi tutto il dolore che ha fatto, ed è restato semplicemente quel profumo, quel profumo preciso. Infatti è lei. Sorride. Sorrido. Ci baciamo, sorridendo e parlando uno sopra l’altra. Ci incontriamo sempre in partenza, sempre in questi posti. Ma che caso. La vita. Ne riconosco i tratti, i modi, i gesti e i punti, che mi hanno fatto innamorare la prima volta. Quel collo, quelle mani, quel sorriso, sono stati in grado, per molto tempo, di placare la mia rabbia. Quel collo, quelle mani, quel sorriso, questa donna, sono stati in grado di scatenare tutta la mia rabbia. Per molto tempo.

Ah, forse non mi sono mai ricordato, di ringraziarti per tutta la vita che mi hai fatto sentire nelle vene. Ma non ce lo siamo mai detti. Ci salutiamo. Ci rivedremo. Lo facciamo sempre. Mi viene in mente sull’aereo, che avremmo potuto celebrare insieme l’anniversario, il quindicennale a spanne, di quando mi sono trovato a piangere per lei seduto sotto a una magnolia, proprio oggi, un sacco di anni fa. E’ stata la prima volta in cui ho capito che “ti amo” è un concetto che, davanti a un tipo che assomiglia vagamente a Lenny Kravitz, può essere sfumato in molti modi. E’ stata la prima volta in cui ho cercato, in fondo alle mie scarpe, sotto ai miei piedi, la mia dignità, tirandola a forza con me verso casa. E’ stata l’ultima volta che gli occhi di una donna mi hanno parlato di quello che volevano.

Atterro in una città di mare, e la cosa mi sembra già un buon passo avanti. Cerco un caffè, anche se vorrei, oggettivamente, della vodka liscia. Molta vodka liscia. Mi viene offerta una brevissima descrizione della situazione. Maschio dominante, decisamente dominante, pronto a farmi a pezzi. Accompagnato da femmina alfa, decisamente alfa, pronta a sostenere la mia distruzione professionale. Uno scontro di power point e excel. Recupero fiato, forze e onore. Stringo il nodo della cravatta. Evito di guardarmi allo specchio. Ho gli occhi di un bulldog. Mi fanno tristezza senza nemmeno muoversi. Mentre il maschio dominante e la femmina alfa preparano il mio funerale a colpi di slide, penso a lei. Dio quanto fa male. Saper di aver solo camminato sulla superficie, liscia, di un qualcosa che avrebbe potuto, che avrebbe dovuto, che forse sarebbe diventato. Muoio dentro i condizionali di un futuro che, oggettivamente, ha preso una strada diversa. Respiro, recupero, mi alzo, fingo di darmi un tono. Punto il maschio dominante. Vuoi combattere, vecchio figlio di puttana? Eccoti servito il peggiore degli avversari. Un pugno di ossa, dimagrisco di giorno in giorno divorato da tutta questa vita. Un cespuglio di capelli e disordine, e degli occhi tristi, da bulldog. Sono un buon pugile, da sempre. Non per la classe delle mie braccia. Ma per la mia incredibile capacità di incassare. Potrei smettere adesso, di giocare con tutte queste cose, se solo lei. Se solo noi. Se forse. Mi sale, corposa e verace come un vino rosso troppo invecchiato, la mia solita rabbia. Vomito sentenze, numeri, grafici, rapporti. Benvenuti, teste di cazzo. Grazie di aver portato la vaselina. La useremo insieme. Finisce con una discreta vittoria.

Roba che i colleghi desiderano festeggiare. Merito un pranzo in terrazza. Solo per aver vomitato una piccolissima parte di quel magma che mi bolle dentro. Il sole è infinito, il cielo aspetta di finire dentro al mare, c’è vento caldo, gabbiani, e rumore di traffico. Dalla terrazza si vede tutta la città. Ordino del pollo, della rucola e dei pomodori. E del vino. Per Dio. Molto vino. Scrivo una mail per ammettere che, in effetti, io così non posso andare avanti. Ricevo una serie di risposte che sono più affilate di pugnali. Lame in pancia. Esco dal pranzo come un peruviano dal festival Latino Americano. Cristo, sembro veramente un manifesto della sconfitta. Aggiusto la cravatta, appoggiato allo specchio di un Nike Store, mentre vengo brevemente aggiornato sulla prossima riunione. Siamo a metri, centinaia, dal mare. Lo osservavo atterrando. Calmo e pacifico. Che cazzo di giornata di merda. Nemmeno le onde. La situazione è delicata, chirurgica. Richiede un intervento preciso, un tocco semplice. Mentre vengo appoggiato in una sala riunioni che puzza di rosticceria e che ha una temperatura di almeno trenta gradi, sento mancare il fiato. Dio come è difficile sopravvivere al proprio cuore. Guardo fuori dalla finestra. Devo togliere l’attenzione da questo cazzo di casino. Da lei. Da me. Penso alle vetrate. A una storia di necrofilia omosessuale tra anatre. Che ho seguito qualche tempo fa. Si schiantano contro i vetri, gli uccelli, perché non capiscono. E i sopravvissuti si trombano, senza pietà, i caduti. Riprendo il controllo. Anatre, vetri, necrofilia omosessuale.

Finalmente mi abbandonano in hotel. E posso abbandonarmi. Mi siedo. Non sento il bisogno di piangere. Non sento il bisogno di recuperare. Non sento il bisogno di niente. Sento semplicemente il bisogno di fermarmi. Mi sdraio nel letto. Resto paralizzato nel letto, osservando il soffitto bianco e il sensore di fumo che lampeggia.

Non avrei mai creduto che una donna potesse tanto nella mia vita.

Non avrei mai creduto tanto nella mia vita.

Non avrei tanto nella mia vita.

Non vita.

Prendo in mano lo straccio che mi rimane. Che fosse una giornata di merda, lo si poteva intuire fin dagli albori. Mi incammino verso il mare. Seguendo il dolce scendere di vicoli e piazze.  Mi siedo all’ombra di un grosso albero, davanti a una fontana. Turisti americani che fanno foto, pachistani che vendono ombrelli per il sole, un casino infernale. Un sacco di gente che corre, come se sapessero dove andare. O forse lo sanno. Per oggi basta così. Penso. Mi alzo, entro in un bar, ordino del rhum. Ne voglio molto. Preparati.

Due, importanti, postille.
La storia delle anatre omosessuali necrofile è decisamente vera, ed è anche vero che gli uccelli si schiantano contro le vetrate dei palazzi. Il tipo che ha studiato tutta la cosa è Kees Moeliker. C’è un video su TED.COM : How a dead duck changed my life.Se vi interessano le anatre. Se vi interessano gli omosessuali necrofili o se vi interessa verificare la cosa, cercate su Google. Che mettervi il link mi costa troppo. E poi, fidatevi quando vi dico che la televisione è roba sorpassata. E fidatevi quando, capendo che non siete abbonati a TED.com, mi impietosisco e vi guardo come esseri inferiori. Però in effetti, non mi sarei mai aspettato che venisse pubblicato uno studio sulle anatre omosessuali che praticano la necrofilia.

Triple Es ormai ha preso la sua forma definitiva di moto da competizione. Due piccole modifiche estetico-pratiche hanno completato l’opera. Ieri accarezzavo le grosse manopole da endurance, montate per aiutarmi a sopportare i crampi dovuti a troppe ore stringendo le mani sul manubrio, e godevo dell’aria calda sulla faccia. Mancano le ultime, piccole, prove. Aggiustamenti di brugole, tirature di cavi, rabbocchi d’olio. Siamo pronti. O, perlomeno, lei è pronta. Perfetta e bellissima, come il suo nome. Anche se, fottuta ironia della sorte, mi fa male da morire. Triple Es. Io mi preparerò. Userò i giorni del prossimo ponte per scappare sull’Aurelia, e provare l’effetto che fa tenere il mare sulla destra e le montagne sulla sinistra e correre. Ma c’è poco da prepararsi.

E’ una semplicissima questione tra uomini e moto. Sedici ore. Niente di più, niente di meno. Uomo, curve, moto, sole, vento, sassolini in faccia, odore di benzina, freddo, caldo, giorno, notte. Arrivare prima degli altri. Arrivare. Si parte venerdì, si arriva sabato. Ho due sabati per prepararmi. E due venerdì per ripensarci.
Forse ho bisogno di queste cose, ancora, per sentirmi, in fondo, vivo. Il mio amico Bernard, che è basco, barbuto e stronzo, mi dice sempre che non si tratta di una gara di moto. Si tratta di una lotta tra uomini.
Ecco, Triple Es, la moto migliore del mondo, porterà a casa il mio culo e il premio.
Semplicemente.

Tre Volte Esse.
Triple Es
Qui, per dimostrarvi che non sono pigro, e per i buongustai e quelli che hanno detto no alla televisione due link di livello:

anatre omosessuali necrofile: http://on.ted.com/DeadDuckDay

io e Bernard, ma anche Frenkie,Max e altri Giusti e timorati, giusto un anno fa (pregasi ascoltare con volume a palla, e trovare il Vecchio Franz nel video. Triple Es era già bellissima) : http://vimeo.com/45041577

Felicità Interna Lorda

Cazzeggiando beatamente cercavo in modo quasi serio di reperire un posto dove andare a vivere. Le cose serie iniziano sempre così. O per lo meno, le mie cose serie, iniziano sempre così. Cazzeggiando. Resta il fatto che ho bisogno di un posto dove andare a vivere. Che non sia quello dove sono. Un posto nuovo. Osservavo le proiezioni del PIL su un articolo del Sole 24 Ore. Quando viaggio in treno, non so perchè, tendo a comprare il Sole 24 Ore. Che è una noia mortale. In genere, un quotidiano finanziario che parla dell’Italia, negli ultimi tre decenni non può che essere una noia mortale. Sembra un bollettino di guerra. 

Osservavo le proiezioni del PIL. Una tabellina colorata, dove Italia, Irlanda, Grecia, Portogallo, Spagna e Francia non se la passano molto bene. 

Non se la passeranno molto bene. Non ce la passeremo molto bene. 

Lungi da me rendere questo posto un posto serio. Qui si parla di figa, ubriachi, puttane, alcool, moto, surf e libri. Lo si fa per scelta. Trattare i grandi argomenti della vita. 

Ma devo trovarmi un posto dove vivere. Perchè dove vivo adesso non sto vivendo. Una grande scelta. Un incredibile cambiamento. Insomma una cosa da affrontare cazzeggiando e riflettendo. 

Tra le molteplici possibilità di valutazione, la mia nuova casa deve avere alcuni elementi chiave obbligatori. Deve essere grande, adatta a contenere i miei libri, in grado di ospitare tutto il mio disordine. Deve avere un box. Se io mi muovo, le mie cose si muoveranno con me. Un carrozzone di carta, forse una tonnellata, di ferro, tre tonnellate, di cotone e tessuti sintetici, altra tonnellata, e qualche manciata di pregiati tessuti, qui si parla di etti, e di metalli preziosi, qui si parla di grammi. Più la mia anima, qui si parla di ventuno grammi, ma credo che pesi qualcosa di più. 

Chi prende me, prende tutto il pacchetto. Escludo dalla lista, per ovvie ragioni commerciali, il sacco di rimorsi, rimpianti e sensi di colpa. Quello viene via in automatico, ma è meglio, sull’annuncio, non pubblicizzare troppo la cosa. 

Chiudo il giornale e cado in un sonno malefico, pieno di brutti sogni e complesse situazioni. Non mi sembra nemmeno di dormire. 

Ovviamente non desidero fare su questo blog nessuna riflessione seria e di tono, ma sento urgente il bisogno di buttare qualche pensiero sulla cosa. Posso scrivere su tre grandi argomenti al momento: l’economia, la felicità, e la figa periferica. 

Scriverò di economia, perchè di felicità proprio non me la sento. Anzi. Poi, per tranquillizzarvi, vi elencherò alcuni dei vantaggi della frequentazione di una figa periferica. Per mantenere il tono, e per soddisfare le vostre richieste. (sempre cazzeggiando, ieri guardavo i termini di ricerca per cui la gente arriva qui. Tolte due voci, tra cui la fondamentale: “potere terapeutico del rum”, il resto è un catalogo porno. Sai mamma, scrivo su un blog. Scrivo, come ho sempre sognato. Beh si, a statistica sono un blog piccolo. Sono il milionesimo sito visitato in Italia. Ma la gente mi cerca. Ama quello che scrivo. Davvero. Per esempio, cercano in internet: “fighe pelose bagnate” e capitano sul mio blog. Non è fighissimo mamma? Perchè vomiti mamma?) 

Se volete saltare subito alle fighe periferiche, passate al prossimo paragrafo. 

Economia: oggettivamente, credo sia arrivato il momento, un momento particolare, diciamolo, nella mia vita in cui decidere davvero cosa fare da grande. Il Piccolo marcia verso il suo secondo compleanno, come la mia moto. Il Conto Economico della mia famiglia prosegue stabile, pagando una casa che perde costantemente valore, e comprando oggetti che non servono. Come tutti. La parabola di successo aziendale che prevedevo oggi al suo culmine, ha rallentato la crescita. Sono economicamente indipendente. E faccio il possibile per non essere in perdita. Ogni fottuto mese. Sono fiero del mio sistema economico. Ma forse, dico forse, esistono posti migliori dove poter vivere. Prima di cadere nel qualunquismo da futuro migrante (oh raga, ma lo sapete che in California vi tassano la metà? Oh, fratelli, in Florida, oltre alla figa c’è anche un sacco di lavoro! Eh, perchè in Cina?), ovvero poco prima di decidere quello che ho già deciso da tempo (continuare a spostarmi come un matto, ma sempre tornando), ho riflettuto sul fatto che il PIL, come indicatore nazionale non serve, scusate i termini accademici, a un beneamato cazzo. Il PIL è un indice che non tiene conto del mio futuro, dei miei progetti e della mia felicità. E’ asettico, sterile, come un rendiconto delle rate del mutuo. Certamente, dal mio 730 non usciranno grandi dati sulla mia felicità, ma uno degli indicatori fondamentali che dovrebbero tenere in conto, gli analisti, è CCMSSSM. Come cazzo mi sono svegliato stamattina. (ad acronimi non sono un campione, devo ammetterlo). Forse la Felicità interna Lorda, proposta, guarda caso da un premio Nobel (Daniel Kanheman), sarebbe un indicatore più appropriato. 

Forse, prima di studiare ossessivamente il mappamondo, sognando le fighe della Florida (che poi sono quasi tutte italiane immigrate) o le tasse della California (che poi sono divise per fasce di reddito, e incredibilmente vicine a quelle italiane) o le città cinesi (che poi vi voglio vedere a sorridere quando vivrete in periferia a Pechino), varrebbe la pena studiare il proprio FIL. Quanta felicità produci lavorando come un cane da slitta? Quanta felicità stai accumulando? Dove cazzo stai andando? 

La Figa Periferica. 

Come avrete facilmente intuito da questo post, non me la sto passando un granchè bene. A felicità. E a soldi. Per quanto riguarda i soldi, potete tranquillamente donare qualche spicciolo. Per quanto riguarda la felicità, potete tranquillamente donarvi. Non mi renderà felice davvero. Ma almeno passo cinque minuti carini. 

Proprio per questo non ho nessuna voglia di scrivere delle fighe periferiche. Oggi ho avuto la mia dose, di felicità e di autostima. 

Ho preso la moto per andare al lavoro. Si sente l’odore di primavera, l’aria fredda della campagna, e il rumore del motore mette l’anima quasi in pari con la vita. 

Mi sono fermato a bere un caffè. D’orzo. In un bar di un paesino che quelli che ci vivono chiamano “ma si, appena fuori Milano, ma forse è ancora Milano” e quelli del Fuori Salone definiscono “oh Cristo, facevi prima a vivere a Mantova”. Uno di quei paesi dove serve la macchina per andare ovunque, le case costano meno, il sole e la rugiada ti accarezzano al mattino, e puoi, insieme al bilocale termoautonomo, spararti anche un mezzo metro di erba che chiami giardino. E dove inviti le tue vittime, che però vivono in centro a Milano, e capiscono molto bene la tristezza estrema della periferia. Tu odi la città, lodando la campagna. Ma dimentichi che la città odia te. Farete la pace. Forse. 

In questo bar, insieme al mio caffè d’orzo, mi viene servita l’occhiata che si riserva ai passanti non conosciuti. Diffidenza, prima di tutto. Uno dei grandi valori della Pianura Padana. Ma mi viene anche servito un profumo forte, deciso, fruttato. Qualcosa che mi ricorda qualcosa. Cerco di ri ordinare la mia memoria olfattiva, mentre studio la portatrice di questo profumo. Una figa periferica. Non riesco a ricordare dove ho già sentito questo profumo. E se si tratti di un ricordo bello o di un ricordo brutto. Forse la mia memoria olfattiva sta inventando tutto. Forse. 

Lei si accorge che la osservo. Ma io non la sto osservando. Osservo il suo profumo. Mi sorride. Non ricambio. Finisco il mio orzo e risalgo in moto. 

L’odore del concime toglie il ricordo del profumo. Funziona così nella vita. Talvolta basta una palata di merda a farti dimenticare quanto bello fosse un profumo. 

Bentornata Primavera. Avrò modo di celebrarti. Lo farò. Te lo prometto. 

 

TGiF

 

“Ehy Piccola, piccola, tu sai veramente tutto quello che mi succede. E sai, immagini, tracci, tocchi e sogni, i posti dove vado. Sapendo, lo sa il tuo cuore, solo lui, che cerco, sempre, disperatamente, la via più breve per casa.”

 

Osservo con finto distacco la sua mano cercare i pantaloni di lui, e prenderli, tirarli a lei. Mangiano un panino e una pizza. Bevono birra gelata, guardando fuori dalla grande vetrata. Lei morde il panino, grosse labbra dipinte. E’ bella, con lunghi capelli neri. Seduta sullo sgabello, cerca lui, lo porta a se. Lo tiene vicino.

Mi da fastidio la luce. Mi da fastidio tutto, oggi. C’è una luce strana, grigia. Parlano, ogni tanto ridono. Sono un guardone della felicità degli altri.

 

“Cercavo di fare del bene a tutti prima che a me stesso. Ho ucciso me stesso, e nessuno viene al mio funerale”.

 

Mangio una specie di piadina, seduto di fianco ad altre solitudini business style come la mia. In fila, tutti, ordinati, verso la grande vetrata, che da sulla luce grigia e sui binari. Le stazioni sono luoghi strani, storie di partenze e di ritorni.  Mi ha sempre affascinato, delle stazioni, questa cosa: sono posti orrendi quando parti, sono posti stupendi quando torni. Eppure le loro piastrelle, i muri rovinati dal tempo e dal mondo, lo sporco e gli odori, non cambiano mai.

 

Ho un dolore grosso come il mio respiro, forte come il rumore del mio cuore, che sembra esplodere senza molto controllo e senza molto senso.

E’ da questi dolori, lo dico per esperienza, che nascono le cose migliori.

Ci vorrà tempo, moltissimo tempo per chi non vuole aspettare, pochissimo per chi vorrebbe scappare.

 “senti il rumore che fa, la nostra felicità, mentre rotola verso la vita”.

Il mio vicino puzza oggettivamente di quel misto “deodorante low cost + ascella vissuta + mancanza di confidenza nella doccia”. E in più mangia una pizza che fa un odore terribile. Di tonno e cipolle.

Che cazzo di tristezza. Mangiare in fila contro un vetro, che è contro un binario, che è contro una periferia, che è contro una pianura, che insomma il mare non si vede da questo cazzo di posto.

Entrano quasi correndo. Hanno quelle scarpe di adesso, basse, bianche. Quei jeans di adesso, aderenti. Hanno zaini colorati. Scelgono l’acqua, insieme. E poi si perdono in un bacio che vorrebbe, così a spanne, essere un cordiale invito a seguire le cose in modo più approfondito e diretto, in un letto ad esempio. O su un prato.

Sono un guardone d’amore altrui. Non so se sia un bene.

 

Eccomi qui. Parto. Come sempre. Torno sempre. Infatti non si preoccupa più nessuno. Eccomi qui, con tutta la mia solitudine che pesa come non mai.

Avrei dovuto capirlo, che quel leggero senso di disagio, scambiato per stanchezza, era semplicemente, brutalmente, dolorosamente, solitudine.

Solitudine. Vivo in mezzo alla gente. E sono solo.

Avrebbe dovuto fermarmi, molto tempo fa, al posto di guardarmi partire, sempre e comunque.

Avrebbe dovuto dirmi: basta. Fermati. Stai correndo troppo.

 

Avrebbe.

 

Dovresti dirmi, basta. Fermati. Aspettami. Non partire.

Dovresti seguirmi, cercarmi, trovarmi, aspettarmi.

Ecco tutto.

 

Dovresti.

 

Il progetto è arrivare, dormire mezz’ora, che questo grigio mi devasta. Cenare bevendo il più possibile, e nel minor tempo possibile. E poi cercare di non piangere.

 

Cercare, attentamente, di non piangere. Non serve a molto, in linea generale, piangere in una camera d’albergo.

Roma è nel pieno del traffico del rientro. Un sole caldo, il vento, il casino. L’hotel è imbucato davanti a degli studi televisivi. Un costante via vai di ballerini, troioni, uomini con i primi tre bottoni della camicia slacciati. Maserati, Ferrari, grossi suv neri con i vetri oscurati.

Il mio balcone da esattamente sul cancello degli studi. La sbarra che ti separa dal tuo sogno. Ogni uomo avrebbe diritto a quindici minuti di fama. Ogni fottuto uomo. Forse, ogni fottuto uomo, confonde la fama con la visibilità.

Non guardo la televisione da mesi. Sto sopravvivendo. Incredibile. Mi defilo, osservando le facce, lo stress, la vita. La televisione. Un mezzo trasformato in un fine ultimo. 

 

 

Ceno di fianco all’albergo. Da quando finisce la Liguria, fino a quando inizia la Campania, una delle cose più belle sono i pini marittimi, che spuntano ovunque, e sopravvivono all’asfalto. Mi appoggio al tronco, fumando, toccando la resina, lasciando che il vento fresco mi passi oltre. Sto bevendo troppo, come previsto. Per dormire. Per provare, almeno stanotte, a non piangere appoggiato al divanetto di finta pelle della camera 209.

 

Avreste dovuto, mie care donne della mia vita, avere più pazienza. E meno pietà.

 

Avrei dovuto, io che osservo tutto, capire che non si tratta di privilegio. Ma di semplicissima solitudine. Niente di speciale.

 Mi sveglio per il traffico. Ordino caffè e un vasetto di yougurt. Mangio sul terrazzino che da sul cancello. Ci sono in fila i ragazzi. Italy Got Talent. 

Inizia a suonare il cellulare. 

Mi piace sentirlo vibrare, nella tasca dell’abito. Non rispondo. 

Chiudo il trolley nero, stringo la cravatta, mi osservo nello specchio.

Avanti.

 

Thanks God it’s Friday 

Moon, wine n’ you

Qui dove vivo io, quando minaccia pioggia le donne moderne usano vestire dei grossolani apparati protettivi chiamati stivali. Prevalentemente neri. Credo sia legato a un fattore di comodità. Così, quando il cielo gonfio pestato, come un pugile stanco, minaccia pioggia, ecco che compaiono questi strani aggeggi. Prevalentemente neri, lo ho già detto. I piedi si mettono a lutto per la pioggia. Le mode passano, finalmente scarpe dannatamente alte, sfrontate, decisamente belle, intasano le vetrine del centro, eppure lo stivale nero, nelle sue forme primitive, ovvero senza tacco, oppure nelle sue più ricercate pose, con un filo di tacco, con il tacco, con le borchie, con gli strass, mi si piazza davanti, a ricordarmi che piove. 

Io odio la pioggia. E odio gli stivali. Pensavo di odiare le donne, in genere. Ma poi mi sono reso conto che il problema erano gli stivali. E a volte, spesso, il carattere infilato dentro quegli stivali. Ma al carattere c’è rimedio. E solitamente, anche il peggiore dei caratteri femminili, mi lascia indifferente con un paio di bicchieri di rhum, o mezza bottiglia di rosso. Lo stivale mi ritorna, come un soffritto troppo pesante, mi si ripresenta in testa, mi ricorda della pioggia, insomma mi fa tristezza. Pare che non ci sia un rimedio. Come per quei giacconi ridicoli che i padri di famiglia vestono la domenica mattina. Giaccone da allenatore di calcio. Con, corredata, tuta. Da allenatore, suppongo. Solo che, il sessantacinque per cento dei suddetti padri non allena una beneamata minchia. E il restante trentacinque allena squadre di oratori e comunità giovanili, un’ora la settimana e un’ora la domenica. Niente che possa giustificare questa sciatteria. Nessun rimedio. Se non quello di evitare con cura i luoghi dove gli stivali, i giacconi, i padri di famiglia e le altre brutture urbane si ritrovano. Sui giacconi e sui padri di famiglia, ho un metodo abbastanza infallibile. Evito da sempre i campi di calcio. Un po’ perchè al posto del piede sinistro ho un ferro da stiro, e le mie performance calcistiche mi permettevano, ai tempi dell’oratorio, di essere scelto per ultimo e con lo stesso entusiasmo con cui potreste scegliere tra un herpes e una vescica alla bocca. E poi, sapendo del mio problema al piede, mi mettevano sempre in porta. Dove mi ritrovavo immensamente solo, e iniziavo a pensare alla vita. E a quanto il calcio fosse uno sport misero. Continuo a evitare i campi di calcio e le zone limitrofe. Forse, per amore del Piccolo, potrò fare delle eccezioni. Ma, se tanto mi da tanto, osservando già oggi i piedi del Piccolo si possono notare, nelle dimensioni e nello spessore, le caratteristiche ereditarie che lo porteranno ad avere piedi molto lungi, piatti e inadatti al calcio. Fortunatamente per lui, non sono solo i piedi ad essere lunghi, in famiglia. Abbiamo anche nasi enormi e dita delle mani fuori misura. 

In ogni caso, il carosello del campetto domenicale, delle divise, dei borsoni colorati, delle processioni di station wagon piene di bimbi, sudore e puzza, lo evito e lo eviterò con cura. 

Sugli stivali ho qualche problema in più. Sono ovunque. Mi si propinano in tutte le forme, in un bar, sul tram, in coda alla cassa del super mercato. Agguati al mio gusto. 

Milano minaccia pioggia. Il cielo è nero. Sento Triple Es tossire, mentre attraverso la circonvallazione. Asfalto bagnato. Odore di temporale appena passato. La ruota dietro slitta impietosamente. Poca gente in giro. Un piacere. 

Mi ritrovo accerchiato da degli stivali. E dalle proprietarie. Sono uscito per bere del vino, per fare degli auguri, e per sentire l’effetto che fa, quando piove e tu hai voglia di slittare lentamente. Uscire, una sera su cento. Come se fossi giovane. Come se non fossi stanco. Come se in giro non ci fossero stivali neri, ad aspettarmi per ricordarmi che potrebbe piovere ancora. 

Credo che lei non si renda conto della sua bellezza. Totalizzante. Ne ho quasi la certezza. Credo che sappia di essere bella, d’accordo, ma suppongo non sappia della totalità della sua bellezza. Per questo, sopporto gli stivali neri che si porta in giro. Parliamo, animatamente, sotto il cielo nero. La luna c’è ma non si vede. Come la luce in fondo a un tunnel. 

Ho bevuto qualcosa di troppo, per sopportare tutti questi stivali, per sopportare la verità delle parole. Sento il motore scoppiare, in affanno. Brucio la strada che mi separa da casa. 

Solo per il gusto di sentire tutto il rumore che fa. Due cilindri che esplodono, appena sfiorando il gas, l’asfalto che mi scivola sotto al culo, le gambe che si stringono sul serbatoio, le macchine che restano ferme, le distanze che si accorciano. Una volante, all’incrocio. Ma passo troppo in fretta per accorgermene in tempo. Sento il freddo tagliare le mani. Un filo di dolore, un filo di gas, un immensa potenza, una grande vita. L’equazione che mi accompagna da tempo. 

Lascio il gas appena prima dei centosettanta. Sono solo. La strada è deserta. Con le luci gialle e tristi, e le pozzanghere che riflettono la città. Io, il freddo e questo assordante rumore. Che è quello che fa la mia vita in questo periodo. 

Non mi sono mai posto il problema di quanto forte potesse andare. Mai. Per rispetto. E’ come chiedere l’età a una signora. So che va. E so che non ha mai smesso di farlo, quando lo chiedevo. Sembra abbia la stessa sete che ho io. Di slittare, di correre, di provare a vedere l’effetto che fa. 

Mi fermo a fumare una sigaretta. Perchè non ho nessuna fretta di tornare. Forse, nessuna voglia. Fumo sotto a un cielo mezzo aperto, indeciso, sospettoso. Il motore sfrigola, esce un forte caldo dai cilindri. C’è solo il rumore della città. Ripetitivo, costante. Il battito del cuore fatto di treni, macchine e traffico. 

Non sapevo di avere bisogno di questo.

Forse lo sapevo. 

Decisamente, odio solo gli stivali. Le donne no. Ma, per dovere di cronaca, mi hanno dato molti meno problemi gli stivali che le donne. 

Non che voglia difenderli, ma in fondo, senza dei piedi dentro e delle anime intorno, sono innocui. Come una moto, senza la mano giusta che la sfiora, stringe, tira. Che è un modo lungo per dire: doma.  Come una donna senza l’uomo perfetto per farla arrabbiare, pensare, ridere, urlare, innervosire, sorridere, piangere, correre, aspettare. Che poi è un modo lungo per dire: innamorare. 

Life is short fritz! Do not forget to surf it

(and fuck stivali neri da pioggia!)

l’intimista (come scoprire se vostra moglie si sifona l’idraulico)

Guido seguendo distrattamente il primo notiziario del mattino. Roba da anziani, lo devo ammettere. Ma è più forte di me. Sta sorgendo un sole pallido, gonfio, innaturale. Non riesco a svegliarmi del tutto. La mia personale versione di Mangia Prega Ama, ovvero Studia Dormi Lavora, mi sta lasciando segni abbastanza importanti. Mi avevano detto che sarebbe stata dura. Mi fermo, per un caffè. Per cinque minuti d’umanità.

So riconoscere una bugia con una discreta velocità. Questo per due fondamentali ragioni. So mentire, e per sopravvivere quotidianamente devo riconoscere velocemente una bugia da una verità. Ho un margine d’errore, ovviamente. Ma miglioro con il tempo e con la pratica. Come per tutte le cose.
Se siete capitati qui, adorabili lettori casuali, per trovare un facile metodo su come scoprire se vostra moglie è effettivamente stata incaprettata dal barista, oppure se vostro marito se la spassa allegramente con una banda di aitanti ragazze dell’Est Europa durante le trasferte di lavoro, siete nel posto giusto. Scovare una menzogna è parte integrante del mio lavoro.

Come vivere in trasferta, d’altronde. Quindi vi posso già anticipare che la maggior parte delle cose che voi sospettate sul vostro marito viaggiatore accadono effettivamente. Ma non in trasferta. A casa. In trasferta si riposa e racconta ai colleghi.

C’è una grande scuola di pensiero che affonda le sue radici di indagine nella lettura dei linguaggi del corpo. La comunicazione non verbale, in effetti, è un’arma potente per leggere facilmente le persone. Tic, gestualità, movimento degli occhi, salivazione eccessiva, dilatazione parziale delle pupille, respirazione irregolare, gestualità ossessivo ripetitiva delle mani, condizionamento toracico, sono in effetti discreti campanelli d’allarme. Ma possono voler dire molte più cose di quante ne pensiate voi. Disagio dovuto all’interlocutore, fastidio nel ricordo di ciò che si racconta, fastidio fisico, menzogna e anche sottomissione. Quindi, magari vostra moglie si sta veramente sifonando l’idraulico, ma magari le state semplicemente sul cazzo (cosa discretamente probabile), o magari ha una fastidiosa vaginite, o si sta ricordando qualcosa di fastidioso. In ogni caso, direi a spanne e dall’alto del mio scranno di psicologo di coppia, è poco probabile che in questo contesto si ciuli. Per lo meno stasera. Mollate il colpo della sveltina prima di Master Chef. Mollate il colpo della comunicazione non verbale. Per leggere un corpo bisogna saper leggere. E anche bene. E si parte dal proprio. Abbandonate tutta la letteratura da Autogrill che avete comprato pensando di poter diventare agenti segreti o investigatori privati e fatevi velocemente tre domande: è normale comprare libri in un posto che dovrebbe vendere caffè e panini? E’ plausibile che dopo la lettura di un manuale di autoaiuto comprato in un posto che dovrebbe vendere panini e basta, voi possiate sentirvi in grado di leggere il corpo delle persone? Siete capaci di leggere il vostro?
Le risposte alle prime due domande non mi interessano. E’ evidente che, se avete comprato veramente un libro all’Autogrill, non potremmo mai essere amici, ma nemmeno conoscenti. Ma, la terza domanda è importante. Per leggere il corpo di vostra moglie, sapete leggere il vostro?

Insomma, questa questione della moglie che si sifona l’idraulico vi preme parecchio. D’altronde è un dubbio spaventoso e ancestrale. Rimanda all’idea di perdita di possesso, di tradimento, di mancata fiducia, addirittura alcuni la paragonano a un lutto. E poi, Cristo, l’idraulico. Speriamo sia tutto uno scherzo, pensate voi. Speriamo sia sterile, pensava vostra moglie appoggiata sul sifone.
A proposito, sifonare è un verbo coniato da quel genio di Andrea Pinketts, durante una serata parecchio alcolica (ma pensa…) in quel de Le Trottoir. Si può sifonare o essere sifonati. Indica l’atto di porre il proprio/la propria partner sul sifone, o calorifero, per evidenti scopi sessuali.

Io ho la soluzione. Non alla sterilità dell’idraulico. Abbandonate la lettura del corpo. Lasciate i giochetti di interpretazione dei segnali corporei per le serate noiose d’inverno con gli amici.

Prima di procedere è necessario, fondamentale, che sappiate una cosa importantissima. La mia tecnica, nata da anni di sperimentazione sul campo e studi massacranti, vi distruggerà la vita.
Capire una menzogna, vi renderà soli.
Intuire una bugia, vi impedirà di fidarvi nuovamente del vostro interlocutore.
Quindi, non andate avanti se non siete davvero motivati.

La solitudine non è bella. Nemmeno l’idraulico che si sifona vostra moglie. Ma d’altronde, se vostra moglie è arrivata a farsi sifonare dall’idraulico un motivo ci sarà. Forse più d’uno. La vostra assenza nei momenti difficili. Il distacco. Le mancate attenzioni. Un dialogo carente. O forse è solo zoccola, che è una possibilità come le altre. C’è a chi piace leggere, a chi mangiare, a chi il pettegolezzo e a chi il cazzo. Una passione come un’altra.

Beh, procedete a vostro rischio e pericolo.

Anni di studio e di pratica, vi dicevo, mi hanno portato a stabilire un metodo infallibile per osservare, riconoscere, stanare, una bugia. Nelle sue diverse sfumature: la mezza cazzata (in effetti vostra moglie era fuori ieri sera, ma non con la migliore amica, come sostiene lei). La stronzata (in effetti hanno trovato il cinema chiuso, e sono andate a ballare, in una discoteca dove non prendeva il cellulare). La bugia efferata (perchè vuoi sapere cosa ho fatto ieri sera, non ti fidi? Allora non ti fidi! Beh…).
(in ogni caso per l’esempio appena citato, vi consiglio come soluzione immediata di provarci con la sua migliore amica. E’ un anticipo di chiodo schiaccia chiodo, insospettabile, e accederete a tutte le informazioni necessarie per capire se davvero l’idraulico sifona vostra moglie).

Una bugia si riconosce, come un mediocre scrittore, dalla qualità della storia. E per toccare con mano la qualità di una storia bisogna andare fino in fondo. Ovvero, lasciar parlare.
Lasciate che il racconto della serata prenda forma. Memorizzate i punti deboli e poi tornate alla carica.
A meno che non ci si trovi davanti a una grandissima cazzara (siete parecchio sfigati, perchè zoccola e cazzaraa è davvero troppo), inciamperà nei dettagli, scivolerà sul contenuto, sbatterà contro gli orari.

Lasciate parlare chi avete davanti.
E se proprio volete usare qualche tecnica da provetto psicologo lettore del corpo, fatelo pure. Ma ricordatevi la vaginite, l’antipatia e gli altri rischi di inquinamento delle prove. Le parole non mentono mai, e quando lo fanno, non legano tra loro. Lasciate che la storia vi cada addosso.

Ascoltare vostra moglie è il miglior metodo per capire se è ora di cambiare idraulico. In verità ascoltare una donna, se fatto per tempo, è anche il miglior modo di evitare l’idraulico.
Che poi, povero idraulico, centra davvero poco. E, osservando vostra figlia primogenita, vi accorgerete di quanto il barista condivida con voi due cose: la passione per la figa, sodalizio di grandi racconti al bancone, e i lineamenti del viso. Ma non con voi, con vostra figlia. Bellissimi occhi. Entrambi.
E fatevi l’ultima domanda: ma è mia moglie che mi ha inculato o io che mi sono lasciato inculare? (e poi, credetemi, anche vostra moglie è stata inculata).

Insomma, volete proprio saperlo? O era tanto per giocare a fare gli psico dottori?

Finisco il caffè, finisco la sigaretta, controllo le mail e risalgo in macchina. Sto lavorando più ore, parecchie di più, di quelle che dormo. E poi studio. Quasi quanto lavoro. Insomma, dormo poco.
Mangia, prega, ama, diventato studia, lavora, dormi.
Mi sento addosso tutto il peso della mia solitudine. In questo periodo mi sento davvero solo.
Che forse è un bene.

E ho scoperto due bugie. Nascoste, velocemente, in un discorso. E mi sono sentito ancora più solo.

Per chiudere definitivamente la questione: si, è molto probabile che vostra moglie stia facendo qualcosa di decisamente scorretto, dal punto di vista sentimentale ma anche igenico rettale.
Non lo dico io. Nemmeno lo dite voi e il vostro cazzo di libro sulla comunicazione del corpo. Lo dice la statistica. Chee è una, fidatevi, di cui fidarsi.

L’errore, leggendo la statistica, è sempre pensare agli altri. Il campione sei tu. Il campione statistico.

Ah, l’idraulico è sterile. Davvero. Lo possono confermare la miglior amica di tua moglie, l’edicolante, tua moglie, la tabaccaia. Strano che la moglie dell’idraulico non lo possa confermare. E’ troppo impegnata con il loro piccolo bambino. Un’adorabile teppista, proprio come il vice parroco.

Perchè la statistica è statistica.