TGiF

 

“Ehy Piccola, piccola, tu sai veramente tutto quello che mi succede. E sai, immagini, tracci, tocchi e sogni, i posti dove vado. Sapendo, lo sa il tuo cuore, solo lui, che cerco, sempre, disperatamente, la via più breve per casa.”

 

Osservo con finto distacco la sua mano cercare i pantaloni di lui, e prenderli, tirarli a lei. Mangiano un panino e una pizza. Bevono birra gelata, guardando fuori dalla grande vetrata. Lei morde il panino, grosse labbra dipinte. E’ bella, con lunghi capelli neri. Seduta sullo sgabello, cerca lui, lo porta a se. Lo tiene vicino.

Mi da fastidio la luce. Mi da fastidio tutto, oggi. C’è una luce strana, grigia. Parlano, ogni tanto ridono. Sono un guardone della felicità degli altri.

 

“Cercavo di fare del bene a tutti prima che a me stesso. Ho ucciso me stesso, e nessuno viene al mio funerale”.

 

Mangio una specie di piadina, seduto di fianco ad altre solitudini business style come la mia. In fila, tutti, ordinati, verso la grande vetrata, che da sulla luce grigia e sui binari. Le stazioni sono luoghi strani, storie di partenze e di ritorni.  Mi ha sempre affascinato, delle stazioni, questa cosa: sono posti orrendi quando parti, sono posti stupendi quando torni. Eppure le loro piastrelle, i muri rovinati dal tempo e dal mondo, lo sporco e gli odori, non cambiano mai.

 

Ho un dolore grosso come il mio respiro, forte come il rumore del mio cuore, che sembra esplodere senza molto controllo e senza molto senso.

E’ da questi dolori, lo dico per esperienza, che nascono le cose migliori.

Ci vorrà tempo, moltissimo tempo per chi non vuole aspettare, pochissimo per chi vorrebbe scappare.

 “senti il rumore che fa, la nostra felicità, mentre rotola verso la vita”.

Il mio vicino puzza oggettivamente di quel misto “deodorante low cost + ascella vissuta + mancanza di confidenza nella doccia”. E in più mangia una pizza che fa un odore terribile. Di tonno e cipolle.

Che cazzo di tristezza. Mangiare in fila contro un vetro, che è contro un binario, che è contro una periferia, che è contro una pianura, che insomma il mare non si vede da questo cazzo di posto.

Entrano quasi correndo. Hanno quelle scarpe di adesso, basse, bianche. Quei jeans di adesso, aderenti. Hanno zaini colorati. Scelgono l’acqua, insieme. E poi si perdono in un bacio che vorrebbe, così a spanne, essere un cordiale invito a seguire le cose in modo più approfondito e diretto, in un letto ad esempio. O su un prato.

Sono un guardone d’amore altrui. Non so se sia un bene.

 

Eccomi qui. Parto. Come sempre. Torno sempre. Infatti non si preoccupa più nessuno. Eccomi qui, con tutta la mia solitudine che pesa come non mai.

Avrei dovuto capirlo, che quel leggero senso di disagio, scambiato per stanchezza, era semplicemente, brutalmente, dolorosamente, solitudine.

Solitudine. Vivo in mezzo alla gente. E sono solo.

Avrebbe dovuto fermarmi, molto tempo fa, al posto di guardarmi partire, sempre e comunque.

Avrebbe dovuto dirmi: basta. Fermati. Stai correndo troppo.

 

Avrebbe.

 

Dovresti dirmi, basta. Fermati. Aspettami. Non partire.

Dovresti seguirmi, cercarmi, trovarmi, aspettarmi.

Ecco tutto.

 

Dovresti.

 

Il progetto è arrivare, dormire mezz’ora, che questo grigio mi devasta. Cenare bevendo il più possibile, e nel minor tempo possibile. E poi cercare di non piangere.

 

Cercare, attentamente, di non piangere. Non serve a molto, in linea generale, piangere in una camera d’albergo.

Roma è nel pieno del traffico del rientro. Un sole caldo, il vento, il casino. L’hotel è imbucato davanti a degli studi televisivi. Un costante via vai di ballerini, troioni, uomini con i primi tre bottoni della camicia slacciati. Maserati, Ferrari, grossi suv neri con i vetri oscurati.

Il mio balcone da esattamente sul cancello degli studi. La sbarra che ti separa dal tuo sogno. Ogni uomo avrebbe diritto a quindici minuti di fama. Ogni fottuto uomo. Forse, ogni fottuto uomo, confonde la fama con la visibilità.

Non guardo la televisione da mesi. Sto sopravvivendo. Incredibile. Mi defilo, osservando le facce, lo stress, la vita. La televisione. Un mezzo trasformato in un fine ultimo. 

 

 

Ceno di fianco all’albergo. Da quando finisce la Liguria, fino a quando inizia la Campania, una delle cose più belle sono i pini marittimi, che spuntano ovunque, e sopravvivono all’asfalto. Mi appoggio al tronco, fumando, toccando la resina, lasciando che il vento fresco mi passi oltre. Sto bevendo troppo, come previsto. Per dormire. Per provare, almeno stanotte, a non piangere appoggiato al divanetto di finta pelle della camera 209.

 

Avreste dovuto, mie care donne della mia vita, avere più pazienza. E meno pietà.

 

Avrei dovuto, io che osservo tutto, capire che non si tratta di privilegio. Ma di semplicissima solitudine. Niente di speciale.

 Mi sveglio per il traffico. Ordino caffè e un vasetto di yougurt. Mangio sul terrazzino che da sul cancello. Ci sono in fila i ragazzi. Italy Got Talent. 

Inizia a suonare il cellulare. 

Mi piace sentirlo vibrare, nella tasca dell’abito. Non rispondo. 

Chiudo il trolley nero, stringo la cravatta, mi osservo nello specchio.

Avanti.

 

Thanks God it’s Friday 

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