Moon, wine n’ you

Qui dove vivo io, quando minaccia pioggia le donne moderne usano vestire dei grossolani apparati protettivi chiamati stivali. Prevalentemente neri. Credo sia legato a un fattore di comodità. Così, quando il cielo gonfio pestato, come un pugile stanco, minaccia pioggia, ecco che compaiono questi strani aggeggi. Prevalentemente neri, lo ho già detto. I piedi si mettono a lutto per la pioggia. Le mode passano, finalmente scarpe dannatamente alte, sfrontate, decisamente belle, intasano le vetrine del centro, eppure lo stivale nero, nelle sue forme primitive, ovvero senza tacco, oppure nelle sue più ricercate pose, con un filo di tacco, con il tacco, con le borchie, con gli strass, mi si piazza davanti, a ricordarmi che piove. 

Io odio la pioggia. E odio gli stivali. Pensavo di odiare le donne, in genere. Ma poi mi sono reso conto che il problema erano gli stivali. E a volte, spesso, il carattere infilato dentro quegli stivali. Ma al carattere c’è rimedio. E solitamente, anche il peggiore dei caratteri femminili, mi lascia indifferente con un paio di bicchieri di rhum, o mezza bottiglia di rosso. Lo stivale mi ritorna, come un soffritto troppo pesante, mi si ripresenta in testa, mi ricorda della pioggia, insomma mi fa tristezza. Pare che non ci sia un rimedio. Come per quei giacconi ridicoli che i padri di famiglia vestono la domenica mattina. Giaccone da allenatore di calcio. Con, corredata, tuta. Da allenatore, suppongo. Solo che, il sessantacinque per cento dei suddetti padri non allena una beneamata minchia. E il restante trentacinque allena squadre di oratori e comunità giovanili, un’ora la settimana e un’ora la domenica. Niente che possa giustificare questa sciatteria. Nessun rimedio. Se non quello di evitare con cura i luoghi dove gli stivali, i giacconi, i padri di famiglia e le altre brutture urbane si ritrovano. Sui giacconi e sui padri di famiglia, ho un metodo abbastanza infallibile. Evito da sempre i campi di calcio. Un po’ perchè al posto del piede sinistro ho un ferro da stiro, e le mie performance calcistiche mi permettevano, ai tempi dell’oratorio, di essere scelto per ultimo e con lo stesso entusiasmo con cui potreste scegliere tra un herpes e una vescica alla bocca. E poi, sapendo del mio problema al piede, mi mettevano sempre in porta. Dove mi ritrovavo immensamente solo, e iniziavo a pensare alla vita. E a quanto il calcio fosse uno sport misero. Continuo a evitare i campi di calcio e le zone limitrofe. Forse, per amore del Piccolo, potrò fare delle eccezioni. Ma, se tanto mi da tanto, osservando già oggi i piedi del Piccolo si possono notare, nelle dimensioni e nello spessore, le caratteristiche ereditarie che lo porteranno ad avere piedi molto lungi, piatti e inadatti al calcio. Fortunatamente per lui, non sono solo i piedi ad essere lunghi, in famiglia. Abbiamo anche nasi enormi e dita delle mani fuori misura. 

In ogni caso, il carosello del campetto domenicale, delle divise, dei borsoni colorati, delle processioni di station wagon piene di bimbi, sudore e puzza, lo evito e lo eviterò con cura. 

Sugli stivali ho qualche problema in più. Sono ovunque. Mi si propinano in tutte le forme, in un bar, sul tram, in coda alla cassa del super mercato. Agguati al mio gusto. 

Milano minaccia pioggia. Il cielo è nero. Sento Triple Es tossire, mentre attraverso la circonvallazione. Asfalto bagnato. Odore di temporale appena passato. La ruota dietro slitta impietosamente. Poca gente in giro. Un piacere. 

Mi ritrovo accerchiato da degli stivali. E dalle proprietarie. Sono uscito per bere del vino, per fare degli auguri, e per sentire l’effetto che fa, quando piove e tu hai voglia di slittare lentamente. Uscire, una sera su cento. Come se fossi giovane. Come se non fossi stanco. Come se in giro non ci fossero stivali neri, ad aspettarmi per ricordarmi che potrebbe piovere ancora. 

Credo che lei non si renda conto della sua bellezza. Totalizzante. Ne ho quasi la certezza. Credo che sappia di essere bella, d’accordo, ma suppongo non sappia della totalità della sua bellezza. Per questo, sopporto gli stivali neri che si porta in giro. Parliamo, animatamente, sotto il cielo nero. La luna c’è ma non si vede. Come la luce in fondo a un tunnel. 

Ho bevuto qualcosa di troppo, per sopportare tutti questi stivali, per sopportare la verità delle parole. Sento il motore scoppiare, in affanno. Brucio la strada che mi separa da casa. 

Solo per il gusto di sentire tutto il rumore che fa. Due cilindri che esplodono, appena sfiorando il gas, l’asfalto che mi scivola sotto al culo, le gambe che si stringono sul serbatoio, le macchine che restano ferme, le distanze che si accorciano. Una volante, all’incrocio. Ma passo troppo in fretta per accorgermene in tempo. Sento il freddo tagliare le mani. Un filo di dolore, un filo di gas, un immensa potenza, una grande vita. L’equazione che mi accompagna da tempo. 

Lascio il gas appena prima dei centosettanta. Sono solo. La strada è deserta. Con le luci gialle e tristi, e le pozzanghere che riflettono la città. Io, il freddo e questo assordante rumore. Che è quello che fa la mia vita in questo periodo. 

Non mi sono mai posto il problema di quanto forte potesse andare. Mai. Per rispetto. E’ come chiedere l’età a una signora. So che va. E so che non ha mai smesso di farlo, quando lo chiedevo. Sembra abbia la stessa sete che ho io. Di slittare, di correre, di provare a vedere l’effetto che fa. 

Mi fermo a fumare una sigaretta. Perchè non ho nessuna fretta di tornare. Forse, nessuna voglia. Fumo sotto a un cielo mezzo aperto, indeciso, sospettoso. Il motore sfrigola, esce un forte caldo dai cilindri. C’è solo il rumore della città. Ripetitivo, costante. Il battito del cuore fatto di treni, macchine e traffico. 

Non sapevo di avere bisogno di questo.

Forse lo sapevo. 

Decisamente, odio solo gli stivali. Le donne no. Ma, per dovere di cronaca, mi hanno dato molti meno problemi gli stivali che le donne. 

Non che voglia difenderli, ma in fondo, senza dei piedi dentro e delle anime intorno, sono innocui. Come una moto, senza la mano giusta che la sfiora, stringe, tira. Che è un modo lungo per dire: doma.  Come una donna senza l’uomo perfetto per farla arrabbiare, pensare, ridere, urlare, innervosire, sorridere, piangere, correre, aspettare. Che poi è un modo lungo per dire: innamorare. 

Life is short fritz! Do not forget to surf it

(and fuck stivali neri da pioggia!)

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