I Droni dei Negramaro – come scovare un coniglio in campagna

Passeggio per l’ufficio senza dare troppa attenzione ai dettagli. Punto dritto dritto al bar. E’ lunedì mattina. Osservo le facce da week end mentre saluto.  Devo ricordarmi di comprare una coperta. O di smettere di dormire nudo. Chiedo un caffè e una bottiglia d’acqua. Ci infilo tanto paracetamolo da temere la fusione della plastica della bottiglia. Ho la netta sensazione che il mio setto nasale possa esplodere da un momento all’altro. Prendo il giornale, mi siedo in un tavolo abbastanza appartato. Abbastanza.

Ho sempre avuto due problemi con il giornale del lunedì: Alberoni e il calcio. Il primo, come si sperava, si è auto risolto. Il secondo pare essere irrisolvibile.

Dicono di voler fare la guerra per esportare la democrazia. Lo dicevano anche ai nostri genitori. Ma almeno ai tempi si facevano di LSD e la buttavano sul rivoluzionario. Adesso è più complesso. Difatti, di tutta questa vicenda sulla guerra a te non è che te ne fotta molto. Anzi. Ti capisco. La Siria è lontana. E ha lo stesso nome della cantante amica di Jovanotti. (Si chiama Syria, anzi si chiama Cecilia). E poi, in fondo, a noi di questa generazione, ci hanno abituato a questo tipo di business model: abbiamo fatto il Kosovo, l’Irak, ancora l’Irak, l’Afghanistan. Abbiamo fatto è una parola grossa. Hanno fatto. Noi, in fondo, nulla ci è cambiato. Ogni tanto sale il prezzo della benzina, ogni tanto il corriere.it toglie le foto di gossip e ci infila dei bambini nei sacchi di plastica.

Bambini nei sacchi di plastica.

Ecco, immagino quanto sia doloroso spostare la tua attenzione da ben più importanti questioni tra cui il matrimonio di Belen, il sushi con le amiche di giovedì sera e il week end in una SPA a fine mese. Ma, Santissimo Dio, i bambini in un sacco di plastica. Questa non è democrazia.

Anche io, come te, ho maturato una grande, grossa, coscienza civile. Riesco, abbastanza facilmente, a ritornare ai veri problemi della vita. Lui mi ama, quanto mi ama, ho preso un chilo sul culo, il mio ristorante preferito è pieno, è finito il 38 delle scarpe di Armani che volevo.

Che si fottano i siriani, i marines e anche i russi. Tecnicamente sei, siamo, molto Nimby. Se non sai cosa significhi, cercatelo. Not In My Back Yard.

Bambini nei sacchi di plastica.

Questo non può lasciarti indifferente.

Oppure si.

E’ uscita la nuova collezione di Zara.

Questo non può lasciarti indifferente.

Oppure si.

 

Beh, tutto questo per dire che la febbre, dovuta a una serata fresca d’autunno passata ad avvistare conigli, la conseguente nottata di merda, le 18 ore di lavoro, insomma questa gran vita che ho condotto nelle ultime 64 ore, non mi ha fatto dimenticare i problemi della vita.

Un uomo, o una donna, che uccide un bambino, e lo infila in un sacchetto di plastica deve, per logica, morire di atroci sofferenze. Non è democrazia, non confonderti. E’ buonsenso.

Un uomo, per di più un Nobel per la Pace, che pretende di esportare la democrazia a bordo di portaerei e sottomarini, deve, per logica, essere rimesso al suo posto. E’ buonsenso.

Ci sono tanti modi di fare la pace. Uno dei più semplici è fare l’amore. Molto freak. Ma sempre verde.

Poi potete, attivamente, pubblicare su facebook colombe, foto di Papa Francesco, inviti al digiuno.

Anche infilare i fiori nei cannoni.

Ci sarà, in fondo, un modo per impedire che qualche figlio di puttana uccida dei bimbi e li infili nei sacchetti di plastica…

E pure un modo di liberarsi dell’ossessione del matrimonio di Belen.

Mandare dei droni, che mandano ininterrottamente i Negramaro, e che una volta individuati questi stronzi, li obbligano a guardare il video hard di Belen. All’infinito.

Io l’ho fatto per mesi. E, come potete leggere, sto bene.

Life is short, firtz.

Surf it also with fever

Come sconfiggere la paura di volare in due semplici mosse

La situazione mi è chiara fin dall’imbarco. E’ così che va, lo so già. Aereo pieno zeppo, fila sedici, lato destro, piena ala. Lui posto corridoio, lei posto in mezzo, io posto finestrino. Ho sperato fino all’ultimo che il posto in mezzo fosse vuoto. Lo spero tutti i giorni. Le complicazioni di un vicino d’aereo sono abbastanza tragiche. Una cicciona inglese mi ha vomitato sui pantaloni mentre atterravamo, anche se è più corretto dire mentre provavamo a sbattere per terra, ad Amsterdam. Uno stronzo mi ha rovesciato tre dita di caffè sulla camicia, un anno fa. Un bestione australiano mi si è addormentato addosso appena dopo il decollo. Che è molto tenera come cosa. Ma non con davanti tredici ore di volo. Invadono il tuo spazio, odorano, respirano, insomma vivono troppo vicini a te.

La splendida vita dei pendolari.

Insomma, io lei e l’altro. Con la classe che mi contraddistingue osservo pacificamente quello splendido paio di tette spuntare dalla camicia. L’abbronzatura è talmente uniforme, perfetta e del giusto colore da farmi supporre un reddito annuo lordo superiore al mio. Anche i due diamanti al dito, l’Hamilton al polso e una serie convulsa di braccialetti potrebbero portare un attento osservatore a definirla una ricca ragazza. Ricca ragazza abbronzata. Ricca ragazza abbronzata con un vertiginoso tacco. E un piccolissimo laptop. Lui è abbronzato, palestrato, profumato, pettinato. Diffida degli uomini che sono in grado di portare in giro basette scalate da 3mm a 6mm. Diffidane veramente.

Lui vuole attaccare bottone con lei. Lo ho capito io, credo lo abbia capito lei. Lei non vuole attaccare bottone con lui. Lo ho capito io, credo lui non lo abbia capito.

Sono curioso di come vada a finire, ma devo finire di scrivere alcune cose, leggere il Financial Times per avere qualcosa di cui parlare a pranzo, rispondere a una mail insidiosa e dormire. Tutto in un’ora e quarantacinque. Il mio forte orientamento alle priorità mi consente di iniziare dalla cosa più importante: scrivere la lista dei prossimi viaggi.

Sento l’urgenza di farlo.

Non la lista delle prossime ferie. Sono successe cose. Sono cambiati punti di vista. Ho bisogno di tornare a viaggiare. Come dico io. Così mi serve una lista. Cinque viaggi. Poi procederò alla selezione della compagnia. Viaggiare.

1) Burning Man 2014, Nevada. Qui ci devo andare per forza, scrivo. Sottolineando. E forse anche accompagnato. Vorrei tornare. Vivo. E sposato.

2) San Firmino, Pamplona o Elefantreffen. Una delle due cose la devo rifare. Per forza. Devo vedere l’effetto che fa, invecchiare.

3) Gerusalemme. Questo da solo. Per il mio compleanno. O in due. Regalo di compleanno. O in tre. Mah.

4) Berlin… eccoli

Sono partiti. E’ partito lui. Da dove partono tutti. Dio, sei più scontato di un cartone da sei di Moretti all’Ipercoop.

Il famoso, sempre verde, “scusa se ti ho urtato”. Puoi urtare con la borsa, con il giornale, con il piede. Non importa.

E’ un inizio.

Posso, tranquillamente, prevedere i prossimi quindici minuti:

– scusa se ti ho presa dentro

– sai, sono sempre più stretti questi sedili

– ma la business è davvero fuori budget

-eppure io passo la mia vita in viaggio

– anche le compagnie aeree non fanno nulla per noi

– guarda gli snack

– e i ritardi

– mi manca, a volte, la vita d’ufficio.
– ma poi quando vedo i miei colleghi non cambierei mai con un lavoro 9-18 in un ufficio.

Lo abbiamo fatto tutti. Una volta l’ho fatto anche io. Con una modella. Brasiliana. Un viaggio trasformato in tortura. L’alito più pesante che mi sia capitato di sopportare dopo il mio al quinto rhum.

Abbandono la mia lista, appoggio la penna. Ascolto. Lei è decisamente molto educata. Reagisce in maniera estremamente pacata. Lui, a ogni parola, si gonfia nella speranza.

– e poi raga, ho conosciuto questa su un aereo. Sai, il Varsavia Milano, che ormai prendo spessissimo. Cazzo, dovevate vedere che tette. E che sguardo. E che tacchi. E poi, nei cessi di Linate. Non so se rendo l’idea… No, ma non potete capire. Che donna…

Ecco, io volo, praticamente ininterrottamente, dal 2006. E non ho (faccio una lista, mi fanno stare bene le liste):

– mai scopato con una hostess

– mai scopato con uno steward

– mai scopato con un’altra passeggera (perlomeno conosciuta sull’aereo).

– mai finito i noodles della Cathay Pacific, ma questo non è attinente al discorso.

Ora, forse sono io l’eccezione. E lui la regola. Mah.

Adesso siamo passati, con un gran colpo di mano, al pezzo: quando atterri dove vai?

Che è un’educata maniera di chiedere, c’è un uomo nella tua formosa e abbronzatissima vita? Se lui fosse stato attento ai dettagli, si sarebbe già dato la risposta. L’uomo che gode di questa perfetta tanned skinny lady è comparso, furtivamente, sullo sfondo del laptop. Su un catamarano, abbracciato a lei. A conferma che, nemmeno sommando i nostri redditi, potremmo davvero interessarle.

Ma lui procede. Siamo alle lamentele sui taxi, alla lentezza dei nastri bagagli, al caffè cattivo dell’aeroporto. Ancora un luogo comune, ne sono sicuro, e moriremo. Dio ci punirà per tutto questo, ne sono certo. Dio dovrebbe punire chi campa sui luoghi comuni.

Eppure lei tiene botta. Anzi, mossa a sorpresa che mi fa mettere via istintivamente il quaderno, si presenta.

“Lodovica”

La Ludo. Ovvio. La Ludo. Come ho fatto a non pensarci. Poteva essere Camilla, Lodovica, Virginia, al massimo Maria Chiara.

In ogni caso, Titti per le amiche, Tata per le (due) migliori amiche, compagne di banco del liceo (classico, circonvallazione interna), Amore per il fidanzato in catamarano quando le cose vanno bene, Ludo quando vanno male.

Lui risponde: “Max”.

Ha vinto. Sento testosterone uscire dai sedili. Vittoria.

Ovvio, a stretto giro, il ” e di cosa ti occupi?”

Ormai sono succube della storia. Devo, assolutamente, sapere come va a finire. Per sicurezza, mi dico, li seguirò dentro l’aeroporto. La legge del più forte. Darwinismo per pendolari aerei.

Lei si occupa di analisi finanziarie, e dagli occhi di lui si capisce che lui non ha nemmeno l’impianto cerebrale per capire che cosa sia l’analisi finanziaria. Lui vende. Tutti vendiamo, baby. Roba complessissima industriale su cui sorvola. La finezza di non diventare noiosi. Apprezzo. Apprezza anche lei. Apprezziamo.

Vai spesso a Varsavia?

Che poi, in effetti, la cosa più semplice è buttarla su un cena-dopocena-albergo in Polonia. Occhio non vede, cuore non duole. Anche perchè noto con un certo piacere la fede al dito di lui.

Lei risponde di si. Quando parla muove veloce le mani. Fini, sottili. Credo che esista un posto dove le donne di un certo reddito curano le mani. In modo che restino fini, sottili, eleganti. Perfette per un…

Veniamo interrotti dalla hostess. Salato o Dolce? Acqua?

L’apertura del tavolino mi mette nelle condizioni di avere ancora una migliore vista. Vecchio porco balordo. Forse maniaco.

Lui, Max, si rivela più svelto di quanto potessi pensare. Beh, visto che siamo tutti e due spesso li, forse una cena potrebbe essere un bel modo di passare una serata.

Fuori gli iPhone. Vediamo, io sarò li il 13 e 14. Poi il 22. Poi a ottobre.

Dio mio, ce la sta facendo.

La frequenza con cui quest’uomo va in Polonia dovrebbe invitare la moglie a un’accurata serie di esami per malattie virali e sessualmente trasmissibili. Questo lo desidero sottolineare per il bene della moglie.

Lei fa scivolare le dita sullo schermo. Unghie bianche. Lucide. Mani abbronzate. Anelli. La Ludo.

Il 22 potrebbe andare.

Dio mio, ce l’ha fatta. Ha vinto. Incredibile.

E’ tempo che io mi infili le mie cuffie da DJ giovane, e piazzi qualcosa che mi aiuti a rimediare al trauma. Ha vinto. Devo rivedere alcune certezze. E’ periodo…

Scambio di mail, aziendali. Per forza. Scriviamoci, sentiamoci.

Ma lui non molla. Nemmeno io mollerei in questo momento. Anche perchè da qui al 22 passeranno diverse ere sessuali e fasi mentali. Battere il ferro finchè è caldo, suggerisce il coglione sinistro. Puntare su un drink appena atterrati, impone il coglione destro. Quando anche i coglioni concordano con la tua strategia, è ora di spingere. Non lo dico io. Lo dicono i libri.

Ma qui, Max cade in un tranello vecchio come il mondo.

Visto che andiamo tutti e due verso Vincenzo Monti, potremmo prendere una cosa al Mars.

Ecco, brutta testa di cazzo. Al posto di raderti le basette a due livelli e di indossare gemelli di plastica con scritto Armani, investi un paio d’ore del tuo tempo in alcune letture di formazione, indispensabili quando si ha a che fare con la Ludo, la Cami, la Mari, la Titti e i loro simpaticissimi cagnolini.

E’ davvero semplice. La Ludo non solo non va al Mars. Nemmeno sa cosa sia il Mars. La Ludo, al momento, va al Tasca, all’Armani, al Frida. In motorino. Lo stesso cinquantino che aveva al liceo. O in Smart. Quando vuole fare follie, la Ludo va al Plastic, anche se adesso che è in periferia non può più andarci. Con le amiche, in versione happy zoccola, passa dal Just Cavalli, dove conosce il buttafuori, e poi tira dritto al Serendepico. Qualche volta ha fatto delle puntate al Gattopardo, dove lavora il suo ex personal trainer. Facile.

Punto.

Milano è molto semplice. Sembra complessa. Per i poveri, forse lo è.

La Ludo, pur trattenendo un conato di vomito, riflesso incondizionato quando le viene in mente la povertà nel mondo e i mojiti a meno di 10 Euro, le borsette a meno di 450 euro, risponde con educazione.

Stasera no.

Addio baby.

Hai chiuso.

Ma lui non molla. Come suggerito dai suoi coglioni, e come suggerirei anche io, a questo punto.

Beh, si potrebbe fare una colazione alla California Bakery, in settimana.

Ecco, già meglio, penso io. Salvato in calcio d’angolo.

Questo è più comprensibile per la Ludo. E piace anche a me. Potrei venire anche io, penso.

Iniziano a parlare di brunch. E come si mangia. E cosa si mangia. E che bello Corso San Gottardo, e che bello Corso Ticinese, e le uova al mattino per noi non sono una novità. Il brunch. Alla California Bakery. Adorabile.

Vorrei che questo volo non finisse mai.

Devo riconoscere a Max una grande capacità di re inventarsi e di non mollare.

Ma questa settimana no, proprio non posso.

Doppio pacco.

Ecco che qui, miracoli della specie umana, il mio amico Max impazzisce. Succede a tutti nella vita.

Abbassa un poco la testa, poi la rialza. Ha visto sfumare qualcosa di bello. Lo capisco molto bene. Domenica mi tocca camminare due kilometri per l’edicola e poi tornare in un bar dove da cinque mesi chiedo una brioches alla marmellata e mi arrivano (faccio una lista):

– salata

-vuota

-miele

-integrale

-crema

Della mia cazzo di marmellata non c’è traccia. Ti capisco Max. Vuoi una cosa, e te ne arriva un’altra.

Allora, rialza lo sguardo, e se ne esce con una frase che lo colloca, a forza, nel pezzo di cervello dove la Ludo mette le cose brutte della vita. Tipo la Periferia Oltre la Circonvallazione, gli uomini con un reddito inferiore ai settantamila euro lordi annui, le ferie lontano da Santa Margherita o da Varazze, le brutte malattie, l’assenza di un personal trainer, le tette piccole, le cene da meno di 50 euro a coperto, le utilitarie, i locali all’Idroscalo e molte altre cose.

“Beh, visto che sei così impegnata, scrivimi tu. Io ci sono sempre”.

Puntarsi una fionda verso le palle, tirare forte l’elastico, mollare.

Aprire la bocca anche quando il cervello, che a livello di organigramma conta pur sempre più dei coglioni, ordina di non fiatare. Eri, caro Max, vicino, vicinissimo, a un numero da storia. Un numero di un certo livello. Un colpaccio. Ora, non conosco tua moglie, ma suppongo che la moglie di un uomo con le basette scalate sia una donna adatta a un uomo con le basette scalate e i gemelli di plastica. Ecco, Lodovica rappresenta per te il salto. La svolta. Il Sorpasso. Rappresentava. Scusa. Rappresentava.

Posso, tranquillamente mettere le cuffie.

Sull’autobus verso l’aeroporto, lei mi si avvicina.

Ho visto come mi guardavi.

Ho sentito i tuoi occhi, per tutto il volo.

Volevo solo sapere se hai fatto in tempo a segnarti la mia mail. Perchè stasera davvero non posso, ma in settimana mi farei volentieri una cena con te. Mentre lo dice, osservo compiaciuto la sua mano sinistra passare nei capelli, tirando indietro quanto basta per rivelare un collo teso e perfetto. Hai capito la Ludo… l’ho sempre detto che in giacca e cravatta ho più possibilità che in costume. Adesso è il mio momento.

Risotto al Garghett?

Perfetto! Non so come tu faccia a sapere che è uno dei miei preferiti! E non si direbbe che uno così ceni al Garghett…

Così come? Randagio, diciamo. Si dice zingaro, baby. Innamorati con calma, ho molto da fare in questo periodo.

Ecco, questo, a dire il vero, credo di averlo sognato durante l’atterraggio.

In verità la Ludo è scomparsa lasciando Max e le sue palle molto indietro. Me compreso, perchè ero impegnato a litigare con il maledetto cavo dell’iPhone. Lo sapete che il cavo dell’iPhone ha un’anima? E che se lo trattate male è in grado di attorcigliarsi in modo impossibile creando per altro delle figure grafiche. Alcuni leggono, nelle figure create dall’attorcigliamento, i destini delle persone.

Meno male. Non avrei retto a questa cosa. Non in questo momento della mia vita.

PS: io la mail me la ricordo per davvero. Ti scriverò, Ludo. Il 22. Giusto per sapere come va.

Se sei arrivato fin qui per scovare davvero le due semplici mosse per smettere di aver paura di volare, vuol dire che hai davvero paura di volare. Questo è indubbio. E devi prendere un volo, tra poche ore, tra pochi giorni, insomma tra poco.

Bene.

E hai paura. Di volare.

Che poi è una cosa discretamente naturale. Volare non è poi così naturale come si pensa. Inoltre l’affidabilità del mezzo è in mano a due fattori che io non ritengo affidabili di per se: il pilota e una banda di ingegneri che progettano e controllano la struttura. Però, questo va ammesso, volare è uno dei modi di spostarsi più sicuro al mondo.

Lo dice la statistica. Mica io. Che poi, a livello di statistica posso confermarti di essere ancora vivo, nonostante abbia passato il numero di voli medi dopo i quali è prevista la mia morte.

Ora, devi sapere che anche io avevo paura di volare. E anche di amare. Ma questo, adesso non c’entra.

All’attivo ho (lista..):

– tempesta tropicale sul Johannesburg – Zurigo. Dopo questa, ogni turbolenza è una passeggiata.

– mancata apertura del carrello su Madrid.

– riattacco (quando il pilota sta scrivendo a casa mentre fa atterrare l’aereo e si accorge in ritardo che sta atterrando su un gruppo di case) a Linate, Amsterdam, Lisbona.

– atterraggio nel vento a Lisbona, ma dicono sia la norma. Non posso confermarlo perchè dopo questo atterraggio ho deciso di rimuovere il Portogallo dalla lista dei posti dove volo.

– turbolenza in aria bianca. Un poetico modo di definire un macello, credo sopra la Toscana. Non ricordo, ho sbattuto troppe volte la testa ovunque.

– depressurizzazione, fasulla, uscita delle mascherine, panico, tragedia, a Francoforte.

– sono anche rimasto chiuso in un cesso sul Los Angeles Francoforte. Mi sono incastrato una mano nel maniglione di apertura del portellone su un Hong Kong Milano, ho sbattuto il piede contro la porta, rompendomi l’unghia su un New York San Francisco. Ma queste non sono cose che dipendono dall’aereo. Dipendono dal vino.

Ecco, appunto. Una delle prime cose che ti vengono da fare, quando hai paura, su un aereo e nella vita è bere. Io ti supporterò sempre, e se mi scrivi posso bere a distanza per te. Ma sappi che, a livello chimico, questo non serve a nulla. Nella vita e su un aereo.

Dopo anni di sperimentazione, ti consiglio il giusto mix tra alcool e rimedi naturali. Lascia perdere le benzodiazepine. Nella vita e sugli aerei. Prendi il Sedatol, compresse, accompagnato da tre bicchieri di vino rosso. Uno in aeroporto, due sull’aereo.

Ma sappi che, la paura di volare è controllabile anche con lo strumento più potente che tu abbia per le mani nella vita.

No, non è il cazzo.

No, nemmeno l’American Express Black.

Non ci crederai, ma la mente, la tua mente, controlla tutte le emozioni. Anche io stento a crederci. Che la tua mente controlli delle emozioni. Ma è vero.

Ho sconfitto la paura di volare. Se l’ho fatto io, puoi farlo anche tu.

Non è detto, assolutamente. Ma in linea di massima, l’unica possibilità che hai è provarci.

Oppure cancellare il volo. Anche Fiorello odia volare.

Davvero.

In ogni caso, prendere un aereo rimane il modo più veloce per raggiungere posti meravigliosi nel mondo. Per questo Novara non ha un aeroporto. Che tu sia uomo o donna, che tu sia single o fidanzato, i Caraibi restano difficilmente raggiungibili senza aereo.

Hai paura dell’aereo perchè hai paura di qualcosa che non controlli. Ma, di contro, non hai paura della tua vita. Eppure ne controlli solo una minima parte, la più insignificante.

Prenditi del tempo, siediti. Fai una lista. Cazzo, le liste sono una cosa splendida. I pro e i contro del tuo viaggio. La paura di volare è solo uno stupido limite.

Adesso prendi il tuo bagaglio, corri verso il check in. Sali, respira a fondo. Respirazione controllata. Non iperventilare. Se hai le tette, sbottona la camicia. Non serve a te. Ma ai tuoi vicini di posto sicuramente si. Respira a fondo, pensa a qualcosa di bello. Respira. Tu farai un viaggio meraviglioso. Oppure un viaggio di merda. Ma oramai sei su. C’è poco da fare.

La vita è una. E parecchio breve. Non cedere ai limiti. Volare è una cosa meravigliosa. Ogni tanto. Se poi dovessi essere su quell’aereo ogni 500 che cade, beh, non avrai tempo di accorgertene. E poi quella è paura di morire, non di volare.

Non avere paura delle turbolenze. Non serve molto.
Non avere paura dei rumori. Sono anni che tento di decifrare i sinistri strofinamenti di metallo sotto il mio culo. Ma non ho ancora capito cosa sia. Decollo e atterro.

Ma ora tu dirai, a ragione fra l’altro, cazzo Franz mi hai promesso DUE semplici mosse. Io sono uno che ha comprato le Sette Regole Del Successo, le Quattro Mosse per farla innamorare, Le Tre sfumature di Grigio. Insomma sono uno che ha bisogno di risposte.

Okkei.

La serietà di quello che ti sto scrivendo adesso non è consona a questo luogo. Ma è troppo importante quello che stai per leggere. Pensaci bene.
Smetti di avere paura. Questa è la prima mossa. Chi ha paura ha anche coraggio. E se il viaggio che stai per intraprendere vale anche solo un minuto del tuo tempo, abbi coraggio.
Ma soprattutto, la mossa finale, la mossa fondamentale, la mossa decisiva: siediti e pensa una cosa. Una sola cosa: la vita è breve.

Nonostante i miei straordinari poteri e la mia sensibile vicinanza a Dio, non so dirti con esattezza quanto breve. Ma breve. Può succedere di tutto. Davvero. Nel bene e nel male. Quello che leggi, ovviamente, è una verità incredibile. Pensaci. Oggi sai cosa c’è. Domani no.
Life is short. Surf it.
Tremendamente short.
Ecco. Non permettere mai a nessuna paura di bloccarti. Potrebbe essere l’unica volta. O l’ultima. Al posto della prima.

Comprendo che la cosa è fin troppo seria per te. Ma, fidati, è una dolorosa verità.
Pensa come se dovessi morire domani, agisci come se fossi immortale (cit.).
Fallo. Prendi quel cazzo di volo.
Fallo, ama, ridi, piangi, corri, sbatti, fallisci. Fallo.
Vieni con me al Burning Man 2014? Io vorrei andarci in aereo preferibilmente.

Mah. Spero la cosa ti sia minimamente chiara. In ogni caso, vedrai che il tuo aereo non cade. Si dice sempre così.

PS: Ludo, sul Linkedin non ti si vedono le tette. Peccato. A livello professionale intendo.

Sto tornando in forma.

Life is short, fritz. Surf it

Respiri e Parole (io e te)

Dalla finestra entra una piccola luce calda, le persiane chiuse filtrano il sole del pomeriggio, il rumore del porto e il vento caldo che viene da Ovest. 

La penombra dell’estate riflette un dito d’ombra sulle lenzuola azzurre e bianche, disegna strane facce sull’armadio, scalda la punta del mio piede. 

Cerco di dormire, nudo, lasciando che il respiro prenda un ritmo insieme al suo. 

Era una vita che non dormivo con qualcuno. 

Nello stesso letto. 

Ci vuole fegato per farlo. Dicono i codardi. Ci vuole voglia, dico io. Dormire nello stesso letto vuol dire condividere gli stessi sogni. La stessa pelle, lo stesso sangue. 

Un respiro costante, profondo. Ha un sonno bellissimo, il petto che si gonfia con un ritmo piacevole, ondulando sul destino. Non c’è traccia della piccola discussione di prima. Il sonno perdona. Piangeva. Adesso dorme. 

Io non riesco, molto. 

Ma ci sono abituato.

Non sono più abituato ai piedi, pelle perfetta, che mi spingono le gambe. Alle mani che mi cercano. A questo restare fermi ad ascoltare il respiro di qualcuno. Quando si gira, osservo la pelle d’oca sulla schiena, questo filo d’aria che entra dalla finestra, che muove il caldo delle lenzuola. Allora passo un dito, vicino alle spalle, per sentire il ritmo di questo cuore. Che è un po’ mio. Che tiene un po’ il mio. 

Poi chiudo gli occhi, prendo il suo respiro, sento il suo piede che, inconsciamente, mi spinge verso la fine del letto. Lascio vincere questa battaglia ai suoi piedi. Apre le mani, sento una mano arrivare sulla mia spalla. Calda di sonno, di mare e di sole. 

Apro gli occhi, e mi fermo sui dettagli. Sul naso. Sulla linea degli occhi. Sul collo. Sui capelli, biondi di mare, spettinati, secchi di sale. Adoro la salsedine sulla pelle. E odiamo la doccia. 

Le cose che abbiamo in comune sono tante, per forza. Non saremmo qui. Ma ho capito che tenere la salsedine sulla pelle è qualcosa di più. Amare il mare. Non lo sa ancora. Ma è un amore infinito, quello per il mare. Lasciarsi sulla pelle un profumo, portarsi nel cuore i colori, toccare le cicatrici e volerlo rifare ancora. Amore. 

Apre gli occhi. Esce da un sogno bellissimo, si vede. Mi guarda. Appoggiati ai cuscini, ci guardiamo per qualche istante. Non capisce dove si trova. Proprio come quando hai la serenità, il sonno, un sogno bellissimo. Batte le palpebre velocemente, non stacca lo sguardo. 

Io sorrido, prendo la sua mano. Eccomi, non importa dove siamo. 

Alza la testa. Si avvicina, mette la testa sotto la mia. 

Sento l’odore del mare nei capelli, e sento il respiro caldo sul mio braccio. 

Poi alza la testa ancora, mi guarda.

Voce rotta, di sonno e troppo silenzio. 

” ti voglio bene”. 

Richiude gli occhi, appoggia la testa ancora sul braccio. 

Resto immobile. Lascio passare qualche istante. Sento il respiro tornare profondo. Il sonno riprendersi il suo tempo. Sento le mie spalle scendere, il mio respiro calmarsi, le mie gambe lasciarsi andare. Sento il mio cuore prendere il ritmo di questo mare. So cosa rispondere. Volevo solo godermi il rumore della mia felicità. Era da troppo tempo che non dormivo con qualcuno. Era da troppo tempo che non sentivo tutto questo bene. Dammi ancora di questi momenti, e io farò tutta la fatica necessaria, e io porterò tutti i pesi, e io vivrò la mia vita, e vivrò la tua vita. Dammi ancora di questo. Quando vorrai darmelo. Come vorrai darmelo. Io farò tutto, per questo. 

“anche io ti voglio bene, sai?”

“lo so, papà”

 

 

Words

Esterno giorno

Estrema periferia, agosto, 18.30

Amico fraterno: hey stronzo, sei in ritardo

Io (di seguito I): scusa, il Piccolo si è voluto fermare a guardare gli aerei.

AF: da dove?

I: dalla strada

AF: uno spritz?

I: si. E una naturale

AF: per il Piccolo?

I: per me. E’ tutto il giorno che non bevo

AF: mangiate?

I: no. Stasera trofie al pesto e bresaola con parmigiano, a casa.

AF: ti sei messo a cucinare?

I: bilancio la dieta del Piccolo. E’ un bambino. L’alimentazione è fondamentale.

AF:..

I: mi sono iscritto a un forum di mamme.

AF: oh Cristo Santissimo

I: scherzi. E’ utilissimo. Parlano anche di perdite vaginali post parto.

AF: cazzo.

I: invece mi torna utile un sacco di volte. Leggo cosa dargli da mangiare, sto massaggiando la schiena con un preparato di amido di riso, e combatto attivamente la sindrome da rientro.

AF: tua o del Piccolo?

I: la mia ha bisogno di esplodere.

AF: guarda che figa.

I: la bionda o la castana?

AF: esistono castane fighe?

I: e poi ho imparato anche a osservare i suoi movimenti. Dicono che è utile capire se sia mancino o destro, per aiutare lo sviluppo. Sono tutti ambidestri fino ai tre anni. Ma se riesci a capirlo prima, e lo stimoli, cresce più sveglio.

AF: Piccolo, vieni qui. Vuoi una patatina?

AF: è mancino.

I: no

AF: l’ha presa con la sinistra, cazzo.

I: no.

AF: oh cazzo. Piccolo, vuoi un’altra patatina?

AF: vedi? Mancino.

I: no. Ti dico di no. Sono sicuro

AF: è figa già da come cammina. Poi, zio povero, quei tacchi con la caviglia abbronzata.

I:ti prego, dimmi che non ti sta venendo il trip delle caviglie abbronzate.

AF: hanno il loro perchè.

I: è il primo passo verso la fine.

AF: cosa?

I: trovare un particolare che ti strippa.

AF: Vuoi un’altra patatina? Vedi, cazzo. Mancino. M-a-n-c-i-n-o.

I: a me non piace. Non ha il culo.

AF: è un dettaglio. Come la caviglia.

I:…

AF:altro spritz?

I: si.

AF: a Formentera era tutto un costume a fascia.

I:…

AF: di colori diversi. Sembrava si vestissero a caso. Mode del cazzo.

I: allora ti sei focalizzato sulle caviglie?

AF: mi sono scopato una tipa…

I: ti prego, il resoconto delle scopate estive non posso reggerlo.

AF: invidia?

I: può darsi.

AF: posso dirti solo il numero?

I: se devi.

AF: quattro.

I: in una settimana?

AF: sei giorni.

I: …

AF: Piccolo vuoi una patatina?

I: smettila cazzo. E’ mancino. Ok? Ma smettila. Lo stai intossicando.

AF: come siamo suscettibili….

I: è mio figlio, cazzo.

AF:…

I: si vede che non le piace.

AF: ma se le divora.

I: non il Piccolo. La tipa.

AF: non le piace cosa?

I: il cazzo.

AF: mylord… sei un duca

I: si vede. E’ sensuale come un citofono.

AF: è rilevante?

I: ti sei mai scopato un citofono?

AF: tu non stai bene.

I: può darsi. Spritz?

AF: ok

AF: Non stai bene, vero?

I: in che senso?

AF: nel senso che non stai bene.

I: perchè vedo che una cazzo di figa di legno, vestita come una cavallerizza, si muove impalata ridendo come un oca posseduta insieme a due amiche? Ho solo detto che, a mio parere, non le piace.

AF: tu non stai bene.

I: ricordati che devi pagare tu. Non ho un euro.

AF: pensi di risolvere la situazione?

I: devo.

AF: Piccolo vuoi dell’acqua?

AF: vedi, ha preso il bicchiere con la sinistra.

I: tra l’altro sto notando che c’è un nesso tra i braccialetti Dodo e la sensualità.

AF: ovvero?

I: più sono, meno sarai felice. A letto.

AF: hai delle basi statistiche?

I: più o meno.

AF: Scrivi un libro. Cosa vuole?

I: fare la pipì. Stiamo imparando a pisciare.

AF: parli anche al plurale. Sembra di ascoltare una mamma ai giardinetti.

I: me ne rendo conto. Mi tieni la sigaretta? Lo porto a pisciare e torno

I: si chiama Giulia.

AF: chi?

I: la bionda

AF: e come cazzo lo sai?

I: il Piccolo.

AF: …

I: armi di distruzione di massa. Come i cani.

AF: Io odio i bambini. Adoro i cani.

I: credo sia reciproco

AF: l’amore?

I: l’odio. Sei il primo che il Piccolo non caga di striscio.

AF: parli solo di tuo figlio.

I: hai ragione.

AF: ed è il 29 agosto ed hai già le occhiaie blu.

I:…

AF: dormi male?

I: faccio la massaia e il pendolare con la Polonia. Dire che dormo male è un eufemismo.

AF: scrivi anche male.

I: in che senso?

AF: ho letto il blog. Sembra un sito di psicanalisi per fallimenti sentimentali

I: spritz?

AF: ok. Ma con il Campari.

AF: davvero. Hai sempre scritto cose divertenti. Sei depresso?

I: non credo

AF: meno male. Depresso e alcolista è la fine. Ha anche il tanga bianco.

I: l’altro giorno ho visto una polacca con le mutandine di pizzo verdi. Roba anni 80.

AF: l’hai scopata?

I: no.

AF: hai smesso?

I: si.

AF: oh cristo.

I:…

AF: cioè non scopi più?

I: no.

AF: tu? Franz? Tu?

I: io.

AF: vai in vacanza in un posto per vecchietti con i reumatismi e smetti di scopare. Hai delle occhiaie da spavento e sei socio di un sito di psicomamme ipertese.

I: avevo bisogno di stare da solo. E scopare da solo mi viene difficile.

AF: Cosa vuole adesso?

I: andare a casa. Abbiamo ancora mezz’ora. Poi diventerà ingestibile.

AF: a vederti non vorrei mai essere padre

I: non è un bel complimento

AF: non è per te. E’ per lo sbattimento. Cristo, non vivi, lavori sedici ore al giorno, il resto fai la tata, paghi spese anche ai vicini, non scopi.

I: dimentichi che scrivo male.

AF: beh, ma quello è secondario. Hai sempre scritto per scopare.

I: non è vero.

AF: …

I: ma ho scopato per scrivere.

AF: ce ne sta un altro?

I: no. Basta spritz.

AF: hai smesso di bere?

I: ho un figlio cazzo. Ha le mutande bianche e il reggiseno color carne.

AF: dica dottore, è indice di qualche malattia?

I: semplicemente non prevedeva di essere spogliata oggi. Nessuna donna si farebbe trovare brutta, sapendo di essere spogliata. Non le piace il cazzo. Punto. Esce, ad agosto, a fare un aperitivo e si mette a casaccio.

AF: tu hai il palato troppo fino. Devi tornare con i piedi per terra. Hai pascolato troppo in alto.

I: non immagini nemmeno quanto.

AF: nel paesino con i vecchietti reumatici?

I: sai cosa penso?

AF: ti prego, dimmelo. Mi interessa da morire.

I: che una delle più belle definizioni di pazzia è fare sempre la stessa cosa ed aspettarsi un risultato diverso

AF: quindi continuare a bere spritz nella speranza che lei si avvicini non è la strategia corretta?

I: lei non si avvicinerà mai.

AF: colpa tua

I: più precisamente del passeggino.

AF: vattene

I: lasciarti solo con una bionda? non sarebbe da amico

AF: tu finirai a gestire quel cazzo di forum di mamme. Diventerai un mammo guru.

I: sai che c’è la sezione su “eros e dintori”. E’ uno spettacolo. Si danno consigli come fossero amiche da anni, su come usare un vibratore, come tornare arrapanti. Uno spettacolo.

AF: tu non stai bene. Perchè non ti iscrivi a un sito di appuntamenti?

I: Cazzo, sto messo così male?

AF: scherzi a parte io ho trovato una niente male. Devi avere la forza di scremare. Sono posti assediati da balene acide.

I: Tu usi siti per appuntamenti?

AF: è molto comune all’estero.

I: tu usi siti per appuntamenti?

AF: davvero, è  una cosa normale.

AF: adesso cosa vuole?

I: andare a casa, mangiare, guardare la Peppa Pig, addormentarsi. In quest’ordine preciso.

AF: e tu?

I: seguo il programma fino ad “addormentarsi”.

AF: no. Decisamente no. Non voglio figli.

I: dovresti prima recuperare una donna con cui parlarne.

AF: non sono argomenti di cui parlare con una donna. E’ come confessare a uno sbirro che hai dell’erba in tasca.

I: voglio cambiare lavoro

AF: è solo che secondo me, quel culo, tolti quei pantaloni, potrebbe capicollare a terra.

I: e voglio cambiare anche moto.

AF: diffida dalle donne con il culo basso.

I: chiedimi se sono felice.

AF: …

I: avanti fallo.

AF: sei felice?

I: si.

AF: anche andare a puttane, potrebbe essere la soluzione.

I: …

AF: per un periodo, dico.

I: sono io che ho problemi, non li mio cazzo.

AF: vedi, hai perso il senso della frase.

I:..

AF: sarebbe stato perfetto:  sono io che ho cazzi, non il mio cazzo che ha me.

I: recupero il passeggino e andiamo

AF: dovresti venire a Formentera, una volta.

I: a fare cosa? La stessa cosa che fai tutto l’anno, aspettandoti un risultato diverso? Bere cuba, uscire, prendere una milanese mezza rifatta, parlare, provarci.

AF: potrebbe essere la soluzione

I: non penso

AF: rivaluta le puttane. Davvero

I: io non ho bisogno di hanky panky

AF: …

I: davvero.

AF: chiedimi se credo che sei felice.

I: credi che io sia felice?

AF: no, ma sei sulla buona strada

I: perchè rifiuto di andare a puttane?

AF: no, perchè hai grandi amici intorno.

I: a questo non avevo pensato.

AF: adesso fai una cosa da amico.

I: dimmi

AF: prendi un sito di escort, prenotatene una.

I: prima o dopo la Peppa Pig?

AF: accettalo un consiglio per una cazzo di volta.

I: è come un piromane che parla a un pompiere di come tenere il giardino rinsecchito.

AF: stai tornando a stare bene.

I: dici?

AF: si, metafore lunghe e non collegate. Il Vecchio Franz.

I: …

AF: ripulisci quel cazzo di blog. Davvero. Sfogati sul sito di mammine. E’ meglio.

I: ci ho pensato anche io.

AF: quando torno voglio trovarti in splendida forma.

I: quando torni?

AF: a Natale.

I: ok. Mi sembra ragionevole.

AF: e accompagnato.

I: …

AF: da una splendida donna

I: splendida dentro o fuori?

AF: stai diventando frocio. Questa è una frase da frocio.

I: …

AF: a Natale.

I: a Natale.

AF: con una splendida, giovane, arrogante, accattivante, selvaggia, donna.

I: pagando o non pagando?

AF: dettagli insignificanti.

 

 

In Polo al Polo.

Il Piccolo reclama la sua mamma. Comprensibilmente. E lo fa, comprensibilmente, urlando tutta la sua disperazione. Sembra una litania ortodossa, solo un po’ urlata. Il dettaglio da non tralasciare è che sono le cinque e dodici. 5.12. 

Buongiorno. 

Ne approfitto per ritentare l’approccio alla camicia, armato di ferro da stiro. Mi faccio un caffè, preparo un biberon, carico la lavatrice, stendo il bucato, lavo i piatti della sera prima. La lenta trasformazione in una massaia sta portando piccoli e grandi cambiamenti. Il passo dopo è comprare la crema per le vene varicose. 

Scaricato il Piccolo all’asilo butto la macchina nel primo posto libero che trovo davanti all’area Imbarchi. C’è una piccolissima possibilità che io non prenda una multa. C’è una piccolissima possibilità che non mi rimuovano la macchina. Ma ho, con esattezza, 42 minuti netti prima che il mio volo parta. 

Arrivo al mio sedile che assomiglio a un reduce da una maratona. Partiamo con un sole deciso, ma sei secondi dopo siamo intubati in una specie di cielo che assomiglia a quello del Signore degli Anelli. Non sono un’hobbit. E ho bisogno di fare colazione. Niente. Le due hostess stanno educatamente sedute, cinturate, sorridenti. Che significa, al netto di un centinaio di voli l’anno di esperienza, che atterrerò sudato, con un lieve senso di nausea, senza colazione e felice di essere vivo. 

Atterro sudato, con un lieve senso di nausea, digiuno e abbastanza felice di essere atterrato. Felice di essere vivo mi sembra eccessivo. Non capisco i cartelli, ma cerco l’odore di un caffè. Addirittura Illy. Non ho i loro soldi. E non so nemmeno come si chiamano. Pago un caffè con la carta di credito. Un euro il caffè, 75 centesimi di commissioni. Economia di scala. 

Dio esiste. Perlomeno a Varsavia. 

Lo shock termico mi fa rimpiangere l’uso della canotta. Quel simpatico gadget bianco, Intimissimi, Tezenis, Zara, che permette al tuo intestino di reggere quei sei o sette gradi centigradi separati da una porta automatica. Mai. La canotta mai. E’, ormai, una delle pochissime certezze. Morirò colitico, ma senza canotta. E’ come un brutto naso. Un brutto naso ti fa perdere un bel culo (cit.). Una canotta ti fa perdere un bell’uomo. 

Prendo un taxi, consegno il biglietto con l’indirizzo e mi godo il panorama post atomico.  Non smetto di sudare. Sento il battito accelerare. Conosco questo trip. 

Purtroppo. 

Conosco la trama della mia giornata alla perfezione. Lei mi aspetta, con un sorriso quasi vero. Sale le scale di marmo parlandomi in un inglese perfetto, quasi commuovente. Domande cortesi sul viaggio e sul tempo. Ha le mutandine di pizzo. Verdi. E’ tornato il pizzo. E’ tornato il verde. Quando ero frequentatore assiduo di Victoria Secret, mi intendevo di trend in materia. E regalavo intimo. Ho smesso. Dovrei ricominciare. 

Beh, mutandine verdi è molto educata e preparata. Mi fa vedere la casa, non esagera sui particolari, si ferma solo sulle finestre. Parla di vista mozzafiato. Sento il battito accelerare ancora. Cazzo. 

Mi fa vedere la piantina della città. Scorre con le mani, indicando aeroporto, l’ufficio, la casa. What else? Il contratto prevede anche la macchina. Che al momento è nel posto auto. Queste sono le chiavi. 

Conosco la trama. Ho una casa e una macchina. Ho due case e due macchine. Ma niente di tutto questo è mio. 

Mi lascia all’ingresso di casa, indicando quattro volantini sul mobiletto bianco. Qui ci sono alcuni riferimenti, mi dice. Un volantino di un ristorante italiano. Un volantino di un night, un volantino di un tour guidato, e una piccola guida ai musei. Mangiare, scopare e girare per la città. What else?

Ah quasi dimenticavo, dice mettendo mano alla borsetta. Verde. Associare mutandina e borsetta. 

Ecco una lista, precompilata, delle cose necessarie per una settimana in casa. La chiamiamo home start up. Nel caso avesse bisogno. 

Una lista delle cose che servono per vivere in questa casa. Scorro veloce. Sette camicie, tre pantaloni, due giacche, una sciarpa, ombrello, medicine. Scorro veloce, ma non trovo la casella che cerco: non mi sembra di vedere scritto da nessuna parte il suo nome. Non serve essere felici per vivere qui. 

Esco in strada. Ascolto il mio battito. Devo prendere tempo. Sedermi. Aspettare che arrivi. 

So che succederà. 

Credo che in ufficio mi stiano aspettando. Come si aspetta l’inverno. Come gli africani aspettano la siccità estiva. Con lo stesso, dilaniante, entusiasmo. 

Non puoi biasimarli. Io arrivo per generare cambiamento. Distruggere, pianificare, ri creare. Calcolare il peso specifico delle vittime. E’ il mio lavoro. 

Forse per questo non ho amici sul lavoro. 

L’ufficio in questione è un autobus alla deriva. Da troppo tempo. Io sono un carro attrezzi. Ho un compito. Trainare l’autobus in strada. Portarlo in rimessa. Valutare se smantellarlo, revisionarlo, buttarlo, lasciarlo così. 

Di lavoro faccio il carro attrezzi. 

Ecco.

Sale. Mi trema il braccio sinistro. Mi alzo. Cammino verso una fontana. Il centro di Varsavia non è male. Ma è troppo lontano dal mare. Non ci vivrò mai. Sudo. Respiro controllando il diaframma. 

Gestire una crisi di panico è parte del mio lavoro. Tendenzialmente nelle persone che incontro genero rabbia, rancore, crisi di panico. Incarno, il più delle volte, un pericoloso nemico. 

Poi, qualcuno, si accorge di aver sbagliato il tiro. Qualcuno. 

Sono un carro attrezzi. Al momento ho bisogno di un carro attrezzi. 

Esistono i carri attrezzi dei carri attrezzi? 

Esiste una lista delle cose da portare in una casa per una settimana di lavoro. Molti fanno liste delle cose da fare. Generano sicurezza. Le liste. Poi si dimenticano di fare la lista delle cose da fare, da tenere, da lasciare, nella vita. 

Prendo il mio quaderno. Scrivo. Lavorare su me stesso è sfiancante. Ma ho avuto un’estate difficile. Per non parlare della primavera prima, dell’inverno prima e dell’autunno prima. 

Leggo persone, tratti somatici, emozioni, corpi, per lavoro. Ho smesso di leggere il mio, ho generato un cambiamento distruttivo, mi sono fatto male, ho fatto del male, ho esagerato. 

Pago. 

Molte persone, la maggior parte di voi, dimentica una cosa molto importante. Siamo corpi. Lo sapete. Molto bene. Vi ammazzate di palestra, dieta, sport, nutrizionista, creme. Siamo corpi bellissimi. Ma poi siamo menti, spiriti, emozioni. 

Per ogni ora di palestra, non c’è nemmeno un minuto di meditazione. Parli di meditazione, alla gente, e ti prende per un cazzo di fissato induista. Parli di analisi, di coaching, di psicoterapia, e ti guardano come se fossi un pazzo. Poi, se prendono un kilo durante le feste, cadono dormendo sui tapis roulant della palestra correndo fino allo sfinimento. 

Splendidi corpi. Bellissime scatole. 

Ecco, io poi non sono mai stato splendido. Ma ho dimenticato di curare il resto. 

Ho generato cambiamento. Ho distrutto. Mi sono dimenticato di creare. 

Scrivo sul quaderno. Fitto. 

Il battito scende. Riprendo il controllo. Respiro. Respirazione con diaframma. Tecnica base. Se lo fai fare a qualcuno che non lo ha mai fatto ci sono discrete possibilità che scoppi a piangere. 

Mi incammino verso un taxi. 

Non sono felice. 

Non sono felice, senza di lei.

Prendere coscienza del problema. 

E’ già un passo avanti. 

Il taxista ha il potere di farmi risalire la nausea. in compenso, in sei minuti netti siamo davanti all’ufficio. Lo guardo da fuori. E’ brutto. 

Respiro. 

Entro. 

Sorrisi, di circostanza. Tentativi corporei di contatto. Strette di mano. Occhi che corrono a cercare appigli. Voci che chiedono conferme. I primi cinque minuti sono sempre un grande lavoro. 

Osservo le loro facce, le loro mani, il loro respirare, i loro vestiti. I dettagli. Gli anelli, i ciondoli, le foto sulle scrivanie, i disegni, i quadri, gli screen saver, i poster appesi nella cucina, le macchine nel parcheggio, il modo in cui si muovono, i colori che vestono, le schiene che si piegano, le teste che ondeggiano. E, nel frattempo, fingo di ascoltare, sorridendo. Non sento quello che dici, sto ascoltando il tuo corpo. Lavoro, insomma. 

Mi si alza il battito. Respiro. Controllo. Non posso adesso. 

Sudo, controllando il tremolio delle braccia. Non posso adesso. 

Lascio che la liturgia finisca. Mi abbandonano nel mio ufficio. Chiudo la porta. Mi appoggio. Cado per terra. Respiro. 

Fra sei ore devo essere all’asilo, a prendere il Piccolo. 

Mi siedo. Ho una scrivania bella. Bianca. 

Apro il mio quaderno. Scrivo. 

Esiste il grigio. Tra il nero e il bianco. Tra il fallimento e la vittoria. Tra l’amore e l’odio, tra il sesso e l’astinenza, tra la ragione e il torto. 

Esiste il grigio. Più di cinquanta sfumature. Fidati. 

Sarà un lavoro lungo, dicevo al mio carro attrezzi. Non ci frequentavamo da un po’. La ho chiamata con una certa urgenza. Ho bisogno, adesso, di una stampella. Lei lo fa di lavoro. La stampella. 

Sarà un lavoro lungo, rispondeva lei. Ma promettimi una cosa. 

Dimmi?

Inizia dalla cosa più semplice.

Inizia con l’amarti davvero. 

Voglio pranzare da solo con lei. Lei è la responsabile dell’ufficio. Io sono il suo nemico, il suo problema, il motivo, probabilmente, per cui non sta scopando da un paio di settimane con il marito. So che ha un marito. Due bimbi, una bella casa, una passione per il blu. Mani curate, diamante, orologio di plastica, scrivania in ordine, capelli raccolti. Inglese perfetto. 

Pranziamo. Io vorrei vomitare. Lei pure, suppongo. E’ tesa, stressata, sotto pressione. Mi va bene così. Non dice nulla di più di quanto vada detto, nulla di meno. Evito il suo sguardo. 

Questo manda in tilt le persone insicure. 

Rientriamo dal pranzo. Ritorno nel mio ufficio. Prendo la mia borsa. Lascio, volutamente, solo una penna sulla scrivania. Nient’altro. 

Direzione aeroporto. 

Mi vogliono qui a vivere. Se questo è vivere. 

Io non voglio.

Bianco e nero.

Il grigio è in questa trafila di aerei. Genero miglia per la mia tessera. 

Atterro in anticipo di cinque minuti. 

Prendo la multa. La butto. 

Guido verso l’asilo. 

Mi fermo ai giardinetti. Mi siedo vicino a una signora con il cane. Parla con il suo cane. Ci parlo anche io. 

E’ un bastardo, il cane. 

Bianco e marrone. 

La buona notizia è che anche questa cosa passerà. Prima o poi. 

Quella del pizzo. Come le culottes. 

Basta saper reggere. 

Tutte le donne della mia vita

Tempo previsto di lettura: 22 Minuti

Tipologia: Autobiografico.

Audio: clicca qui

Le donne della mia vita sono madri, sorelle, amanti, fidanzate, amiche. Le donne della mia vita sono tutte qui, questa mattina, intorno alla mia ombra.

Ho guidato solo, autostrada vuota, attraversando un pezzo di alba in mezzo alle nuvole. E sono arrivato presto. Troppo presto. Allora mi sono seduto in un piccolo bar. Guardando la statale, le nuvole, la barista e il mio caffè raffreddarsi.

Cercavo una canzone, sai tutti fanno l’errore di attaccare una canzone a un periodo della propria vita. La musica diventa ricordo, facce, muri, volti, sorrisi, respiri, profumi, colori, sensazioni.

Eccola qui.

Era novembre, poi Natale, poi gennaio. Era questa canzone, che ascoltavo sempre, guidando nella nebbia, scappando da te. Poi tornavo, sempre, come si dovrebbe fare. Come facevo. Come volevo fare. Una canzone. Un periodo, un profumo, un momento.

Scoprire la perfezione, converrai, è un’esperienza unica. Non può stare in una sola canzone.

Bevo il caffè, mi accendo una sigaretta.

Le donne della mia vita, tutte le donne della mia vita, adesso hanno qualcosa da dire su di me. Qualcosa, poco o molto, che brucia come il fuoco.

Le donne della mia vita, tutte le donne della mia vita, hanno amato e amano qualcosa di me. Mai il mio partire, sempre il mio tornare. Amano i miei capelli, ma non il disordine della testa, amano il profumo della mia pelle, ma non le mie cicatrici. Amano il mio respiro, ma odiano quando piango. Amano il mio camminare, ma non il mio correre. Amano il mio parlare, odiano il mio scrivere.

Io sono seduto qui solo. E non è solo lunedì mattina. E’ che sono qui solo. Davvero.

Intermezzo:

Stronzo. Egoista. Figlio di Puttana. Mongoloide. Incapace. Inconcludente. Idiota. Testa di cazzo. Coglione, Perdente. Mediocre. Pagliaccio. Meschino. Disturbato. Egocentrico. Vuoto. Ridicolo. Falso. Fottuto. Scemo. Cretino. Inutile. Brutto. Merda. Merdoso. Ritardato. Bastardo. E ancora Bastardo. E ancora Bastardo.

Direi che vince bastardo. Ma la lista di agosto è parecchio lunga. Articolata. Parole che pesano come sassi. Ho le tasche piene. Mi pesa camminare.

Questo è quello che le donne della mia vita, quelle importanti perlomeno, mi hanno scritto ad agosto. Mentre ero seduto a guardare il mare. Da giugno ascolto questa canzone: machines.

Mi ricorda Parigi. Mi ricorda te. Mi ricorda me. Mi ricorda molte cose. E’ una poesia perfetta. E’ quello che avrei voluto scrivere. A giugno. A luglio. Ad agosto. Adesso.

Le donne della mia vita mi urlano di smettere di scrivere. Nessuna di loro legge questo blog. Si sono dimenticate che scrivo per ricordarmi di essere vivo.

Le donne della mia vita usano i messaggi, scrivono la loro rabbia, battendo veloci lo schermo con  le dita curate. Scrivono parole che pesano come sassi, lanciano questi messaggi, vogliono colpirmi, per non essere colpite.

Per ogni passo avanti, devi ricordati di fermarti e portare con te le persone che ami. Non lasciare mai indietro nessuno. Tornare a prenderli è parecchio difficile e pericoloso.

Ho lasciato volutamente indietro qualche pezzo, quest’ estate. Ho bisogno di camminare leggero, se voglio amare. Ho lasciato indietro lei, che mi mandava le foto scottanti. E mi diceva che mi amava. Confusione lessicale. Amavi il tuo volermi scopare. Per sentirti desiderata. In lattice nero. Peccato. Le foto erano carine. Ho lasciato indietro loro, che usavano il mio tempo per sentirsi cercate. Ho scoperto di averle lasciate indietro molto tempo fa.

Poi ho voluto capire. Stare da solo. Seduto. Aspettare. Che salisse questa cosa. Molti dicono di aver paura della morte. Ma hanno solo paura di soffrire. Avevo paura di soffrire, da solo. Non ho paura di morire.

Le donne della mia vita, tutte le donne della mia vita, non hanno nemmeno lontanamente l’idea del male tremendo che ha fatto. Della stanchezza che ho portato a casa, del dolore, del disagio, del terrore, della paura, della lotta.

(hai finito la canzone di sottofondo? Ok, fatti questa qui. Non scherzo. Qui si tratta del nuovo Kurt Kobain. Guarda come cazzo tiene la chitarra da hipster. Guarda con quale tranquillità domina il palco, stonando e lasciando che la droga faccia il suo lavoro. Da due uomini mi sarei fatto inculare. Freddie Mercury e lui. E poi avrei voluto essere li, sotto al palco. Con la bionda sulle spalle. Mi piaceva avere una bionda addosso. Ma soprattutto, lei si è fatta tutto il concerto cantando tutte le canzoni a memoria e tenendo le dita con le corna o ballando come Pulp Fiction. Rock is not dead. Che figa. Sudata e puzzolente. Ma grande performer. Miracoli dell’MDMA. Quando i Biffy saranno a Milano, a dicembre, voglio rifarlo. Se conosci una bionda così fatta, ti prego noleggiamela. Solo per una sera. Avrei voluto chiedere a lei, ma cristo guarda che cazzo di energumeno l’accompagna).

Le donne della mia vita, tutte le donne della mia vita, odiano.

Me.

Hanno chiaro, le donne della mia vita, ogni singolo errore. Ricordano ogni singola parola. Odiano persino il ricordo di me che rido. Mi urlano di smettere di parlare. Mi implorano di smettere di respirare. Mi augurano di morire. Mi dicono che non credono più a quello che dico, a quello che penso, a quello che scrivo.

Le donne della mia vita si sono, tutte, perse un pezzo. Abbastanza importante.

Ho scritto molto. Ho letto molto. Ho bevuto molto. Ho nuotato molto. Ho perso peso, memoria, sorriso. Ma sono arrivato a settembre. (a meno che non mi uccidano in questi quattro giorni, ma nessuna mi vuole morto veramente. Servo vivo, a tutte loro).

Ho fatto un gioco. Molto pericoloso. Ho provato. Mi piace molto. Sono stato sincero. Sincero. Ho scritto loro, ad ognuna di loro, la mia sincerità.

Hanno risposto tutte. A modo loro. Muori, bastardo. Muori.

Vergognati, bastardo, vergognati.

Le donne della mia vita, tutte le donne della mia vita, hanno risposto.

Io, per una volta, davvero, nella mia vita, ho usato un arma di distruzione di massa.

La sincerità.

Ho detto quello che sento, quello che penso, quello che vorrei vivere.

Ho chiesto scusa.

Ho chiesto perdono.

E’ impossibile perdonare se non si ama davvero. Per questo ho chiesto perdono. Perchè anche io non sono stato capace di perdonare i loro tradimenti, le loro gelosie, il loro passato. L’ho fatto. Fa un male tremendo. Serve tempo. Silenzio. Serve un coraggio enorme. Serve memoria, serve pazienza. Serve, semplicemente, amore.

Ho perdonato le donne della mia vita. E ho chiesto perdono. Per i miei errori.

Scrivendo. E’ quello che so fare. E’ il mio modo di parlare. Ho scritto.

Seduto, ordino un altro caffè. Fumo un’altra sigaretta. Ho bisogno di nuotare. Ho bisogno di amore. Ho fame. Una fame tremenda. Ho bisogno di pelle, sudore, silenzio, respiri.

Resto fedele a un sogno, a una donna, a un’idea. Non male. Aspetto, paziente, controllando la fame. Nuotando, correndo, spingendo la moto fino al limite. Le mie mani, senza volerlo, hanno fatto molto male, credendo di accarezzare. Le mie labbra hanno tagliato credendo di cucire. Le mie parole hanno diviso, credendo di unire.

Resto fedele a lei. A Parigi. Al suo sorridere. A me solo.

Bastardo. Meschino. Egoista.

Credevo facesse meno male. Credevo di essere più forte. Credevo molte cose.

Credevo di essere stato un uomo, cercando un compromesso. Era paura di scegliere.

Ho scelto.

Il traffico comincia a salire. Mi rimetto in macchina.

Ho molte cose da fare oggi. Nessuna è meglio che amarti.

Ho molte cose da fare. Nessuna è meglio che amare.

Bastardo meschino egoista.

Eppure, amare, qualche volta, vuol dire prendere delle scelte anche per chi si ama.

Ma non sarò certo io a poter insegnare, alle donne della mia vita, cosa sia l’amore.

Sanno benissimo da loro.

Cosa non sia l’amore.

Per esclusione, hanno un’ idea di  cosa sia l’amore.

PS: chiedo perdono ai miei lettori di sesso maschile, eterosessuali (quel 3% scarso dei miei lettori). L’argomento è assolutamente inadatto a voi. Cercherò di recuperare con qualche post attira figa o su argomenti trash. Chiedo perdono alle mie lettrici di sesso femminile, le destinatarie di queste righe sono assenti. Non leggono queste righe.  D’altronde, codardo bastardo cane figlio di puttana maledetto, so solo scrivere e vivere. Recupererò anche con voi, ritornando ai soliti toni. Ho tempo. Devo pascolare per la Polonia per qualche tempo. Avrò tempo di scrivere.

PS II: in merito alla bionda per il concerto, potete scrivermi in privato. Avrei necessità di una giovane, automunita, che parli inglese (tendenzialmente che capisca i testi delle canzoni), disposta a starmi sulle spalle, ergo non superiore ai 60 kili. Nessun contatto sessuale previsto, nessun contatto sentimentale. Esigo serietà, depilazione totale, profumo fruttato, buona volontà, tacco 12. Scrivetemi.

Astenersi perditempo.

Life is short fritz, surf it

ah, quasi dimenticavo:

ti amo. Lo so per certo. E so di volertelo dire. 

Vittoria ai punti

Ho, decisamente, un problema di punteggiatura.
E’ l’ultimo pomeriggio di questo mare. Del mio mare. Arrivo con il battello di metà pomeriggio e mi siedo sul mio piccolo sasso. Vista sul nulla del mare.
Dio sa.
Dovrebbe sapere.

Il vento nasconde il sole, increspa l’acqua, svuota il cielo. Si vede la Francia. Si potrebbe immaginare la Spagna.
Dio sa.
Mi auguro che sappia.

Mi butto dagli scogli alti e mi lascio trasportare dalla corrente fredda per qualche minuto. Porta verso la città. Sembra che abbia fretta, questo mare, di farmi tornare.
Nuoto fino al mare aperto, il fondo scuro nasconde molte cose. Molte cose sono nascoste.
Ritorno sui miei sassi. Due tedeschi mangiano frutta, arroccati su una roccia vicino. Due coppie, a pochi passi, sono sedute immobili. Il bello di questo posto, oltre che la pressochè totale irraggiungibilità per le festose masse di idioti, è che il mare da spettacolo, costringendo quasi tutti a un religioso silenzio.
Possono urlare solo le cicale.
Da sempre.

Porta una donna, la donna che ami, qui. Su questo sasso. Siediti con lei. Osserva il suo sguardo. Se parla o se guarda altro che non sia il mare, non sarà la donna per te. Me lo sono sempre detto e ripromesso. Poi, quando era il momento non ci ho mai portato nessuna.

Quando i pensieri arrivano ad essere troppi, mi ributto semplicemente in acqua. Galleggio, nuoto verso il mare aperto, ritorno. Prima, poco prima, che mi venga, esplosivamente, da piangere.
Dio sa.
Dovrebbe, perlomeno, sapere.

Sono venuto qui per mettere un punto. Alcuni punti. Ho un problema di punteggiatura. Non ho messo nessun punto, mi sono scivolati in mare, cadendo sul fondo.
Torno senza aver messo un punto.
Sapendo bene cosa voglia dire.

Resto fino alla fine. E’ il mio ultimo pomeriggio qui. Ne sono abbastanza sicuro. Per quest’estate, intendo. Ma, cinicamente, non si può mai sapere. Il sole quasi tramonta.
Mettendo un punto a questa giornata, a questo mare, a questa estate.

Il battello è strapieno. Gente che vorrebbe restare. Di gente così, ne conosco, per fortuna, abbastanza. Sono quelli come me.

Servisse, tornerei subito. Punto.

Non è facile possedere la punteggiatura giusta. Nella vita.
C’è chi ci fa l’amore. Prendi Baricco. Puoi dire di tutto di Baricco. Ma è l’uomo che ha fatto innamorare la punteggiatura. Si vede da come si prendono per mano.
Prendi Carver. Il periodo perfetto, che deve finire al momento giusto, che deve seguire il senso della frase.

Eh già, il senso della frase.

La punteggiatura, nella vita, è quasi tutto. Saper mettere punti, nelle cose, alle situazioni, è questione di tempismo, follia, intuizione. Genio, insomma.

Mettere un punto.
Speriamo Dio stia vedendo.
Non che sia fondamentale. Ma aiuterebbe.

Tornare in paese è sempre abbastanza drammatico. L’umano catalogabile, in versione balneo-chic, passeggia per un immaginario struscio tra simili. Tacchi alti e mocassini, per me che starei a piedi nudi. E ci sto. L’imperfetto umano in mostra. Pance appoggiate su tatuaggi sbiaditi dall’abbronzatura. Tette che litigano con la gravità, che vince sempre. Peli pubici dimenticati da estetiste di fiducia che fanno capolino da costumi troppo stretti, occhiali che riflettono. Rumore. Maledetto rumore.
Mi siedo di fronte al porto.
Punto.
Pigato.
Un bicchiere.
E’ presto per il rhum.
Dice il popolo.
A vedervi, sento che è troppo tardi per il rhum, ormai.

Credo di aver finito le riserve di Zacapa del posto. Per la gioia del giovane barista, che ogni volta mi spilla cifre imbarazzanti.
Ieri sono passato al Saint Etienne. Meglio del Brugal.

Ieri non ci ho nemmeno provato, alla fine, a mettere un punto.
Guardavo le stelle, sul molo. Alle tre.
Le tre sono un’ora buona per guardare le stelle. Alle due c’è ancora gente. Alle quattro senti che dormirai troppo poco. Le tre sono un’ora buona.

Al posto di mettere un punto ho scritto una poesia. Ottima per Eleonora. Se solo conoscessi un’Eleonora. Sono disposto a vendervela. E’ davvero fenomenale. Se avete un’Eleonora da conquistare. La metterò su eBay. “poesia scritta per Eleonora. No altri nomi. No perditempo. Prezzo poco trattabile. Consegna a Mano solo su Milano. No paypal. Solo Rhum”.

Io non conosco nessuna cazzo di Eleonora. Cazzo. Punto.
E non ho visto nessuna cazzo di stella. Punto.
Avrei un desiderio. Prevalentemente uno.

L’ultima sera di vacanza. Per uno come me è già uno shock. Normalmente.
Figurarsi adesso. Prepara la bottiglia di Saint Etienne. E anche quella di Brugal, vista l’emergenza.
Lascia perdere quelle cazzate da villaggio turistico a Santo Domingo. Bicchieri baloon, cioccolato, arancia, caffè. Bevo a canna.

Aveva detto di amarmi. Punto. Questo non quadra.
Avevo detto di amarla. Punto. Questo non quadra.

Dopo un punto, questo la gente non capisce, c’è sempre una frase migliore. Un solo punto è definitivo, l’ultimo. A quello, spero, mi mancano ancora parecchie frasi. Per questo, in teoria, non mi spaventava. In teoria.

Lascio spesso frasi in sospeso, abuso di virgole, tentenno con il punto e virgola, ma ho sempre saputo usare il punto. A un certo punto. Quando, a parer mio, serviva buttarne lì uno.
Adesso no.
Speriamo Dio stia guardando giù.

Cerco una soluzione, e una sigaretta. Spesso le due cose si accompagnano. Per questo non smetto di fumare.
Ne fumo una dopo l’altra.
Ho la soluzione.

Sembrava difficile.
Come tuffarsi da quello scoglio.
Come respirare a fondo su quella salita.
Come andare fino in fondo a quel sentiero.
Sembra sempre difficile.
Prima di farlo.
Prima di crederci.

Ho messo un punto.
Vedrai che frase, la prossima.

Come
spesso
accade
la cosa più semplice
è scrivere.

Come
spesso
accade
la cosa più giusta
l’avevi scritta proprio tu.

Punto

riabilitazione – salsedine, ruggini, gabbiani e vino bianco

Al mattino esco spedito, evitando facce e sorrisi, correndo quasi verso l’edicola. Compro i giornali, cammino ancora più veloce, compro la crostata, mi siedo sulla panchina che da sul porto.
Osservo la gente passare, attraverso la cronaca nazionale. Poi nuoto.

Nuotare è un rimedio abbastanza efficace. Prima di tutto sott’acqua posso fare quello che voglio. Parlare con le piccole orate, provare a piangere, ricordarmi le tue mani che stringono le lenzuola.
E poi mi sfianca. Nuotiamo, a debita distanza, tenendoci d’occhio a vicenda. Ognuno con la sua lotta. Nuotiamo fino alla fine del piccolo golfo. Arriviamo agli scogli in fondo alla baia. A volte ci fermiamo, a volte nuotiamo indietro subito. Come se ci fosse fretta, un valido motivo, per tornare.

Aspetto. So che si tratta di un lavoro lungo. Di solitudine, di ruggine, di salsedine. Sono venuto qui per questo.

Al pomeriggio prendo il piccolo battello, mi siedo sulla prua, mi prendo gli schiaffi del mare e cerco di guardare in fondo all’orizzonte.
Poi cammino tra gli ulivi, l’acqua di un azzurro da far quasi male, le cicale, le rocce, il silenzio infinito. E penso a quanto vorrei, a quanto sarebbe perfetto, a quanto fa male.
Nuoto, verso il mare aperto. Sento la corrente fredda, guardo i pesci, galleggio sospeso. Poi cammino fino alla piccola trattoria, prendo un caffè che sa di bruciato, dell’acqua, una mela. E mi siedo all’ombra delle piccole barche. Scrivo. Di te. Mai di me.
Scrivo fino a quando non mi fa male il braccio destro. Il sinistro tiene le pagine.
Poi strappo le pagine. Le piego, ordinatamente, in quattro. Le tengo strette in mano. Mentre mi tuffo dalla scogliera.
Nuoto verso il largo, verso la tonnara. Le lascio lì. Galleggiano per qualche istante. Come storie carine, senza una trama decente. Poi affondano. Si appoggiano sugli scogli.
Poi nuoto, ancora.

L’ultimo battello è sempre pieno. Di gente, di voci e di casino. Devo mettere musica, molto alta. Mi siedo in poppa. Il ritorno è così.

Arrivo in porto e lascio che il battello si svuoti. Poi scendo e cammino fino al bar. Mi siedo e ordino del vino, bianco.
Mi sembra giusto farlo.

Guardo le barche ormeggiate. Muoversi pigramente. Il sole tramontare. La gente uscire per cena. Ascolto i profumi delle donne. Cerco il tuo. Stendo i miei piedi nudi, e guardo le scarpe eleganti degli uomini, riflettere la luce del tramonto. Finisco sempre la bottiglia. Ho tempo. E un dolore enorme.
Una bottiglia non basterebbe. Ma con il buio preferisco la spiaggia.
Vuota. Il vento fresco che viene da sud ovest, le stelle, i ragazzini che scappano sotto gli scogli. Ormoni e silenzio.
Ho imparato a parlare il meno possibile. Mi sono reso conto che escono lame affilate, parole pesate. Faccio male a chi ho davanti. Allora non lo faccio. A meno che, come un cane spaventato, non mi provochino. Silenzio.
Camminerei fino a non sentire più i piedi, alla sera, per venire da te, con del rhum e delle stelle. Rubarti una sigaretta, un bacio e un sorriso.
Invece cammino a piedi nudi fino al bar del molo, ordino Zacapa e me lo porto via.
E’ un lavoro di solitudine, che fa sentire incredibilmente vivi.
C’è un momento della notte in cui la luna tramonta. Allora vado a letto. Mentre i pescatori armeggiano nel porto.
Cerco, nel piccolo letto di legno, di dormire quasi subito.

E’ un lavoro di solitudine e salsedine. I tempi di recupero, visti da qui, sembrano essere biblici. Ma il mare e la ruggine mi hanno insegnato a non avere fretta. Il vino bianco scrive poesie bellissime e i gabbiani sembrano capire e mi lasciano dormire.

Tre regole per sorpassare in moto

Riconosco i posti, seguo pigro il panorama mentre la strada si infila nelle montagne. Le montagne che separano la città dal mare. Dal mio mare. Il motore borbotta allegro. Si è mangiato un kilo d’olio, ingordo, e adesso gode dell’aria che finalmente soffia dal mare. Strano vento, grandi nuvole. Riconosco i casolari, le fabbriche abbandonate, la statale che si snoda dentro la valle, sotto l’Autostrada.

Prima di partire per ogni viaggio in moto è bene controllare il carico, assicurarsi che sia legato a dovere e che non balli.

Ad ogni curva sento il grosso zaino nero ballare, a destra e a sinistra. Immagino sia anche brutto da vedere. Le corde, me lo ricordo, le ho trovate nel bauletto del Vecchio Generale Buendia, quando lo ritirai dal suo vecchio proprietario. Credo abbiano l’età del Vecchio Generale Buendia. Di elastico non hanno più nulla. Ma tengono ancora. O, perlomeno, hanno tenuto fino ad oggi. Lo zaino è più grosso del solito. Ho messo dentro troppi libri. Nemmeno un paio di scarpe. Non servono, qui, le scarpe. Non serve, qui, la camicia. O, perlomeno, non servono a me. Ogni camion che mi sorpassa, sposta lo zaino verso il fondo della moto. Devo, dovrei, fermarmi. Controllare. Dovrei. Tiro dritto fino al mare.

Essenziale, per un moto viaggiatore, è la protezione del corpo, durante il viaggio. Sia per eventuali urti e incidenti, sia dagli agenti atmosferici, insetti, sassi, sporco.

In effetti, ve lo dico per esperienza, un insetto qualsiasi, scagliato contro la mia faccia a centoventi kilometri all’ora, provoca un dolore acuto, immediato, fastidiosissimo. Viaggio in prima corsia, sto controllando il rumore della cinghia, che sembra essersi stufata di seguire il resto del motore. Ascolto la moto, con la testa appena abbassata. Non c’è nulla da fare. Se non fermarsi, in un officina. La settimana di ferragosto. Tiro dritto. Sento il colpo sul labbro, acuto, dolorosissimo. Ogni volta mi viene da chiedermi che tipo di insetto sia. Qualche volta, la rimozione del cadavere dalla faccia e dalle braccia richiede scavi archeologici di pinzette e forbicine. Sento il labbro pulsare. Fa male. Tiro dritto.
Sento, in bocca, il sapore del mio sangue. Roba non buona. Mi tocca fermarmi.
Nei cessi dell’autogrill, constato che la questione è seria. Servirà del rhum, questa notte.

Il vero motoviaggiatore è consapevole dei suoi limiti, capisce dove osare e dove non, e rispetta pienamente il suo mezzo.

Ogni tanto bisogna tirare oltre il limite, in moto, nella vita, per capire che poi l’andatura giusta è un’altra. Ha un bicilindrico generoso. Americano. Fatto per statali dritte, velocità fisse, distanze infinite. Appena a strada si fa nervosa, infilandosi nelle valli, rimpiango, lo faccio sempre, il Vecchio Generale Buendia. Matrice tedesca, motore parco, baricentro alto, curve facili facili. Con Triple Es è diverso. Lei non fa le curve. Le fai tu. Lei ti segue, quando ce la fa. Faccio urlare il motore, tiro al limite la terza, butto la moto sulle curve, puntando l’angolo morto, sento la ruota arrivare alla fine. Qualche volta tocco le pedane. Sono graffi importanti, sono cicatrici eroiche che Triple Es porta in giro. A memoria del fatto che mi segue, quando voglio fare le cose stupide, le strade ripide, la vita veloce.
La strada inizia a scendere verso il mare. Porto alla fine il motore, tengo stretto l’acceleratore. Rabbia cieca, potenza limitata.

Ogni moto viaggiatore ha rispetto degli altri utenti della strada, e del codice della strada. Non mette mai in pericolo se stesso o altri.

Mi fermo a fumare, seduto sull’Aurelia. La mia Aurelia. Provo a tirare su lo zaino, che ormai è aggrappato alla targa. Fiori viola, spuntano dai muri delle ville. Pini, oleandri, limoni. E’ un banchetto per un bulimico dei colori. Mangiare la vita. Mi resta questo, da fare, quest’estate.
Risalgo, inizio le curve. L’Aurelia, quando passa nei paesi, dalla Francia al Lazio, è un isterico serpente, di curve storte, di dossi maledetti, di rotonde ridicole. Conosco a memoria queste curve. E questi posti. Lui mi sorpassa arrogante, mangia strada schiacciando l’acceleratore. Una grossa macchina. Una grossa macchina tedesca. Scappottata.
Credo, a livello scientifico, si tratti di testosterone.

E’ semplicissimo sorpassare in moto. Basta seguire tre, fondamentali, regole.
Guardarsi intorno. Specchietti, altra corsia, eventuali passi carrai o fonti di pericolo. Scalare la marcia solo se necessario, effettuare una manovra ad elastico uscendo ed entrando armoniosi. Una manovra semplicissima.

Scalo due marce. Seconda. Urla, il bicilindrico. Quasi piange. Vibra, sull’asfalto sconnesso. La curva cieca da su una discesa che porta a un piccolo supermercato. Butto la moto nell’altra corsia, scivolo centimetri su asfalto bollente, gomme stanche, apro il gas fino a quando non c’è più ragionevole dubbio, sento la ruota posteriore disordinata nella risposta. Ci sono moto per correre e moto per viaggiare. Il saggio sa cogliere la differenza. Mi rimetto in corsia appena in tempo per finire la curva, cercando di non finire dritto contro il muretto di protezione. Deve far male. Deve far male quando sbagli le misure nella vita.
Alzo la mano sinistra, lascio che il dito medio si erga libero. Mi assicuro nello specchietto che lui veda. Poi do ancora gas, manca poco.

Al mio mare.
Al mio posto.
Un posto che nessuno conosce bene come me. Un posto dove non ci sono tracce dei miei fallimenti e delle mie paure, dove il mio passato conta pochissimo. Proprio perchè qui il mio passato io ce l’ho portato il meno possibile.
Un posto magico, dove il mare e la terra fanno l’amore senza pietá, senza nascondersi.
Un posto dove il rumore del porto, di notte, accompagna il vino e il rhum, fino a quando ne hai bisogno tu.
Il mio mare.

Arrivo, parcheggio, lascio che il caldo mi faccia sudare. Cammino tra i turisti, senza scarpe, sento tutto il mio passato rallentare, smettere di inseguirmi.

Cercavo questo.

Bisogna camminare molto. Fuori allenamento ci vuole quasi un’ora. Cinquecento scalini, nessna pietá. E poi la discesa verso il mare. Il piccolo molo, l’acqua e il vento.
Seduto, aspetto paziente che tutto arrivi.
Sarebbe immaturo sperare che tu non mi abbia lasciato cicatrici enormi. Sarebbe immaturo. Ma l’ho fatto, dandoti meno importanza di quanta te ne abbia data il mio cuore.
Allora mi siedo, aspetto il mare, il vento, l’acqua.
Sono venuto qui, come sempre.
Come ogni anno. Aspetto che arrivi. Cammino tra la gente, festosa. Scrivo sui miei quaderni, bevo caffè guardando il mare e la spiaggia riempirsi la mattina. Nuoto, fino a che non sento cadere le braccia. Mi fermo sugli scogli. Io e il mare.
Non rispondo alle mail, non rispondo al telefono. Ascolto conversazioni estive, su cellulite e abbronzanti.
Cammino, insieme a due dei miei fratelli. Parliamo pochissimo. Siamo tutti qui, come sempre, per leccarci le ferite.
La sera è il momento peggiore. La sera è il momento migliore.
Rubiamo quel momento in cui il sole si nasconde dietro le montagne bevendo vino sul molo deserto. Lasciamo che il freddo ci trovi nudi, alticci, e senza nessuna voglia di aggiungere altro.

Aspetto, paziententemente, che arrivi.

Quello che faccio qui, resta qui.
E qui faccio quello che tu non stai facendo.
Ascolto il mio cuore.

Bhudda disse un giorno: “il problema è che credete di avere tempo”.

Ogni anno qui, seduto alla fine delle luci del piccolo porto, faccio i conti su quanto tempo abbia sprecato.
Una volta bruciavo nei buoni propositi, adesso ascolto il vermentino, il rumore del porto, le luci, i tacchi delle signore a passeggio, il brusio di anime, e mi riprometto una sola cosa.

Amare.
Davvero.
Come se dovessi morire domani.

Sopravvivo a me stesso. E non è poco di questi tempi.

dieci ragazze il dieci agosto

Il Piccolo mi osserva in silenzio. Io cerco di darmi un tono, qualcosa che assomigli molto a:
“tuo padre sa quello che sta facendo, non ti preoccupare”.
Invece brancolo nel buio.
Solo che il Piccolo mi osserva. Quindi non posso brancolare nel buio. Fingo di eseguire delle mosse ben studiate, sentendo il peso dell’asse del letto sul piede.
Ho, scientificamente, divelto un letto. A mia discolpa va detto che il letto è fatto di nulla. Mi si è sgretolato in mano.
Fuori si alza il vento, il Libeccio. Porta pioggia, aria fresca, onde disordinate. Silenzio.
Riesco a distrarre il Piccolo, facendolo andare a sentire il vento sul balcone. Mi libero dall’asse sul piede, maledico una decina di albergatori, così per maledire il genere intero, e poi infilo tutto sotto la coperta.

Le abitudini sono, per noi, come punti cardinali. Il Piccolo si aggrappa alle sue, esegue i riti serali e si infila nel letto con la promessa di una giornata epica ad aspettarlo dopo la notte. Epica, per un bimbo di due anni, sta a voler dire: mangiare la banana, che è il frutto in assoluto più buono del mondo. Andare con la testa sott’acqua, che è l’avventura in assoluto più pericolosa al mondo. Camminare fino alla fine della stradina, dove finisce la luce dei lampioni, pura avventura. E poi, poter giocare con Carlotta, che sembra essere l’amore della sua vita. Amore, va detto, fatto di secchiello, paletta e qualche dispetto.

Ho preso il ritmo del Piccolo. Era inevitabile, e giusto. Ho scritto pochissimo, lavorato pochissimo, bevuto pochissimo, pensato pochissimo. Ho preso il ritmo di questo posto e dei suoi villeggianti. Non è male, una manciata di giorni l’anno. Non di più.

Ho fatto amicizia con i ragni che la sera camminano sul mio letto, ho litigato con il letto, e ho perso. Niente di più, niente di meno.

Ho bisogno di mare. Mio mare. Del molo, del silenzio, delle luci delle candele, dell’acqua azzurra, dell’assenza di turisti, di nuotare fino a non sentire più le braccia, di fumare guardando le stelle.
Questo ho bisogno adesso.

Il dieci agosto è sempre stata una serata chiave delle mie vacanze. Ero quello della prima quindicina. Ovvero quella metà di italiani che parte il primo agosto e torna il quindici.
Il dieci agosto era una serata di finali inaspettati. Si lavorava alacremente dal primo giorno, per arrivare al dieci agosto con un amore, possibilmente quello di una vita intera, pronto a passare la notte a guardare le stelle. E alle stelle che cadevano, si chiedeva sempre la stessa cosa. Di poter essere felici con quel grande amore. Romanticone del cazzo.

Claudia adesso fa la modella. Era già, a onor del vero, una bellezza da togliere il fiato. Parla poco italiano, ne parlava ancora meno, anche se, geografia politica, vive in Italia. Le ho scritto molte lettere. Per quasi un mese. Perchè la seconda quindicina, la fine del mese, si passava il tempo a scrivere lettere infinite, disperate, un mix letale tra Leopardi e Goethe. Spero la maggior parte siano state tenute. Potrebbero avere un valore storico.

Alessandra era più grande. Anagraficamente. Delle gambe infinite. Ma quell’anno pioveva, il dieci d’agosto. Così è stato più semplice contare i respiri tra una gamba e l’altra. E’ venuto bene, almeno credo.

Giulia era romana, divertente, sorrideva sempre, e mi aveva invitato a guardare le stelle sopra uno scoglio. Paola mi aveva rovesciato addosso una marea di paranoie, e lo fa ancora quelle poche volte che riesce a raggiungermi su Facebook. Maddalena io la guardavo e mi tremavano le gambe. Non avevo mai visto nulla di più perfetto nella mia vita. Francesca sembrava un maschio, e infatti aveva preferito fare il bagno di notte, facendo una gara di nuoto al largo.

Una volta ho passato la notte del dieci agosto su una spiaggia a Pacific Beach. Di stelle non se ne sono viste. Ma il Pacifico ha portato molta birra, molta erba, molta gente e tante ore che sinceramente non ricordo. Insieme all’Halloween passato a Shanghai, rimane uno dei momenti alcolici più bui della mia recente esistenza.

Riparto da questo mare. Voglio stare a Milano giusto il tempo di sentire il caldo, soffrire il caldo, lamentarmi per il caldo, andare dal sarto cinese, che tanto non capisce se mi lamento per il caldo, spiegargli a gesti le cose che voglio, passare in lavatrice magliette e sensi di colpa, e ripartire.
In moto. Verso il mare.
Il mio mare.

Sto aspettando, cercando nelle edicole con illusione infantile, l’ultimo numero di Kustom World. Dove ho scritto di nostalgia e viaggi. Mi hanno dato l’ultima pagina. Scrivo una rubrica che si chiama the voice of Franz.
O qualcosa del genere.
E scrivo pezzi per me.
Delle specie di promemoria motociclistici per la mia anima.
Finchè a loro sta bene, a me sta bene.

Mi spaventa la resa dei conti con il mare e il silenzio.
Ma è una guerra che va combattuta.
Noi della prima quindicina, la seconda quindicina la passiamo a scrivere lettere d’amore.
Ed è quello che farò.

Questo è chiaro.
Meno chiaro, decisamente fosco, chi siano i destinatari.