In Polo al Polo.

Il Piccolo reclama la sua mamma. Comprensibilmente. E lo fa, comprensibilmente, urlando tutta la sua disperazione. Sembra una litania ortodossa, solo un po’ urlata. Il dettaglio da non tralasciare è che sono le cinque e dodici. 5.12. 

Buongiorno. 

Ne approfitto per ritentare l’approccio alla camicia, armato di ferro da stiro. Mi faccio un caffè, preparo un biberon, carico la lavatrice, stendo il bucato, lavo i piatti della sera prima. La lenta trasformazione in una massaia sta portando piccoli e grandi cambiamenti. Il passo dopo è comprare la crema per le vene varicose. 

Scaricato il Piccolo all’asilo butto la macchina nel primo posto libero che trovo davanti all’area Imbarchi. C’è una piccolissima possibilità che io non prenda una multa. C’è una piccolissima possibilità che non mi rimuovano la macchina. Ma ho, con esattezza, 42 minuti netti prima che il mio volo parta. 

Arrivo al mio sedile che assomiglio a un reduce da una maratona. Partiamo con un sole deciso, ma sei secondi dopo siamo intubati in una specie di cielo che assomiglia a quello del Signore degli Anelli. Non sono un’hobbit. E ho bisogno di fare colazione. Niente. Le due hostess stanno educatamente sedute, cinturate, sorridenti. Che significa, al netto di un centinaio di voli l’anno di esperienza, che atterrerò sudato, con un lieve senso di nausea, senza colazione e felice di essere vivo. 

Atterro sudato, con un lieve senso di nausea, digiuno e abbastanza felice di essere atterrato. Felice di essere vivo mi sembra eccessivo. Non capisco i cartelli, ma cerco l’odore di un caffè. Addirittura Illy. Non ho i loro soldi. E non so nemmeno come si chiamano. Pago un caffè con la carta di credito. Un euro il caffè, 75 centesimi di commissioni. Economia di scala. 

Dio esiste. Perlomeno a Varsavia. 

Lo shock termico mi fa rimpiangere l’uso della canotta. Quel simpatico gadget bianco, Intimissimi, Tezenis, Zara, che permette al tuo intestino di reggere quei sei o sette gradi centigradi separati da una porta automatica. Mai. La canotta mai. E’, ormai, una delle pochissime certezze. Morirò colitico, ma senza canotta. E’ come un brutto naso. Un brutto naso ti fa perdere un bel culo (cit.). Una canotta ti fa perdere un bell’uomo. 

Prendo un taxi, consegno il biglietto con l’indirizzo e mi godo il panorama post atomico.  Non smetto di sudare. Sento il battito accelerare. Conosco questo trip. 

Purtroppo. 

Conosco la trama della mia giornata alla perfezione. Lei mi aspetta, con un sorriso quasi vero. Sale le scale di marmo parlandomi in un inglese perfetto, quasi commuovente. Domande cortesi sul viaggio e sul tempo. Ha le mutandine di pizzo. Verdi. E’ tornato il pizzo. E’ tornato il verde. Quando ero frequentatore assiduo di Victoria Secret, mi intendevo di trend in materia. E regalavo intimo. Ho smesso. Dovrei ricominciare. 

Beh, mutandine verdi è molto educata e preparata. Mi fa vedere la casa, non esagera sui particolari, si ferma solo sulle finestre. Parla di vista mozzafiato. Sento il battito accelerare ancora. Cazzo. 

Mi fa vedere la piantina della città. Scorre con le mani, indicando aeroporto, l’ufficio, la casa. What else? Il contratto prevede anche la macchina. Che al momento è nel posto auto. Queste sono le chiavi. 

Conosco la trama. Ho una casa e una macchina. Ho due case e due macchine. Ma niente di tutto questo è mio. 

Mi lascia all’ingresso di casa, indicando quattro volantini sul mobiletto bianco. Qui ci sono alcuni riferimenti, mi dice. Un volantino di un ristorante italiano. Un volantino di un night, un volantino di un tour guidato, e una piccola guida ai musei. Mangiare, scopare e girare per la città. What else?

Ah quasi dimenticavo, dice mettendo mano alla borsetta. Verde. Associare mutandina e borsetta. 

Ecco una lista, precompilata, delle cose necessarie per una settimana in casa. La chiamiamo home start up. Nel caso avesse bisogno. 

Una lista delle cose che servono per vivere in questa casa. Scorro veloce. Sette camicie, tre pantaloni, due giacche, una sciarpa, ombrello, medicine. Scorro veloce, ma non trovo la casella che cerco: non mi sembra di vedere scritto da nessuna parte il suo nome. Non serve essere felici per vivere qui. 

Esco in strada. Ascolto il mio battito. Devo prendere tempo. Sedermi. Aspettare che arrivi. 

So che succederà. 

Credo che in ufficio mi stiano aspettando. Come si aspetta l’inverno. Come gli africani aspettano la siccità estiva. Con lo stesso, dilaniante, entusiasmo. 

Non puoi biasimarli. Io arrivo per generare cambiamento. Distruggere, pianificare, ri creare. Calcolare il peso specifico delle vittime. E’ il mio lavoro. 

Forse per questo non ho amici sul lavoro. 

L’ufficio in questione è un autobus alla deriva. Da troppo tempo. Io sono un carro attrezzi. Ho un compito. Trainare l’autobus in strada. Portarlo in rimessa. Valutare se smantellarlo, revisionarlo, buttarlo, lasciarlo così. 

Di lavoro faccio il carro attrezzi. 

Ecco.

Sale. Mi trema il braccio sinistro. Mi alzo. Cammino verso una fontana. Il centro di Varsavia non è male. Ma è troppo lontano dal mare. Non ci vivrò mai. Sudo. Respiro controllando il diaframma. 

Gestire una crisi di panico è parte del mio lavoro. Tendenzialmente nelle persone che incontro genero rabbia, rancore, crisi di panico. Incarno, il più delle volte, un pericoloso nemico. 

Poi, qualcuno, si accorge di aver sbagliato il tiro. Qualcuno. 

Sono un carro attrezzi. Al momento ho bisogno di un carro attrezzi. 

Esistono i carri attrezzi dei carri attrezzi? 

Esiste una lista delle cose da portare in una casa per una settimana di lavoro. Molti fanno liste delle cose da fare. Generano sicurezza. Le liste. Poi si dimenticano di fare la lista delle cose da fare, da tenere, da lasciare, nella vita. 

Prendo il mio quaderno. Scrivo. Lavorare su me stesso è sfiancante. Ma ho avuto un’estate difficile. Per non parlare della primavera prima, dell’inverno prima e dell’autunno prima. 

Leggo persone, tratti somatici, emozioni, corpi, per lavoro. Ho smesso di leggere il mio, ho generato un cambiamento distruttivo, mi sono fatto male, ho fatto del male, ho esagerato. 

Pago. 

Molte persone, la maggior parte di voi, dimentica una cosa molto importante. Siamo corpi. Lo sapete. Molto bene. Vi ammazzate di palestra, dieta, sport, nutrizionista, creme. Siamo corpi bellissimi. Ma poi siamo menti, spiriti, emozioni. 

Per ogni ora di palestra, non c’è nemmeno un minuto di meditazione. Parli di meditazione, alla gente, e ti prende per un cazzo di fissato induista. Parli di analisi, di coaching, di psicoterapia, e ti guardano come se fossi un pazzo. Poi, se prendono un kilo durante le feste, cadono dormendo sui tapis roulant della palestra correndo fino allo sfinimento. 

Splendidi corpi. Bellissime scatole. 

Ecco, io poi non sono mai stato splendido. Ma ho dimenticato di curare il resto. 

Ho generato cambiamento. Ho distrutto. Mi sono dimenticato di creare. 

Scrivo sul quaderno. Fitto. 

Il battito scende. Riprendo il controllo. Respiro. Respirazione con diaframma. Tecnica base. Se lo fai fare a qualcuno che non lo ha mai fatto ci sono discrete possibilità che scoppi a piangere. 

Mi incammino verso un taxi. 

Non sono felice. 

Non sono felice, senza di lei.

Prendere coscienza del problema. 

E’ già un passo avanti. 

Il taxista ha il potere di farmi risalire la nausea. in compenso, in sei minuti netti siamo davanti all’ufficio. Lo guardo da fuori. E’ brutto. 

Respiro. 

Entro. 

Sorrisi, di circostanza. Tentativi corporei di contatto. Strette di mano. Occhi che corrono a cercare appigli. Voci che chiedono conferme. I primi cinque minuti sono sempre un grande lavoro. 

Osservo le loro facce, le loro mani, il loro respirare, i loro vestiti. I dettagli. Gli anelli, i ciondoli, le foto sulle scrivanie, i disegni, i quadri, gli screen saver, i poster appesi nella cucina, le macchine nel parcheggio, il modo in cui si muovono, i colori che vestono, le schiene che si piegano, le teste che ondeggiano. E, nel frattempo, fingo di ascoltare, sorridendo. Non sento quello che dici, sto ascoltando il tuo corpo. Lavoro, insomma. 

Mi si alza il battito. Respiro. Controllo. Non posso adesso. 

Sudo, controllando il tremolio delle braccia. Non posso adesso. 

Lascio che la liturgia finisca. Mi abbandonano nel mio ufficio. Chiudo la porta. Mi appoggio. Cado per terra. Respiro. 

Fra sei ore devo essere all’asilo, a prendere il Piccolo. 

Mi siedo. Ho una scrivania bella. Bianca. 

Apro il mio quaderno. Scrivo. 

Esiste il grigio. Tra il nero e il bianco. Tra il fallimento e la vittoria. Tra l’amore e l’odio, tra il sesso e l’astinenza, tra la ragione e il torto. 

Esiste il grigio. Più di cinquanta sfumature. Fidati. 

Sarà un lavoro lungo, dicevo al mio carro attrezzi. Non ci frequentavamo da un po’. La ho chiamata con una certa urgenza. Ho bisogno, adesso, di una stampella. Lei lo fa di lavoro. La stampella. 

Sarà un lavoro lungo, rispondeva lei. Ma promettimi una cosa. 

Dimmi?

Inizia dalla cosa più semplice.

Inizia con l’amarti davvero. 

Voglio pranzare da solo con lei. Lei è la responsabile dell’ufficio. Io sono il suo nemico, il suo problema, il motivo, probabilmente, per cui non sta scopando da un paio di settimane con il marito. So che ha un marito. Due bimbi, una bella casa, una passione per il blu. Mani curate, diamante, orologio di plastica, scrivania in ordine, capelli raccolti. Inglese perfetto. 

Pranziamo. Io vorrei vomitare. Lei pure, suppongo. E’ tesa, stressata, sotto pressione. Mi va bene così. Non dice nulla di più di quanto vada detto, nulla di meno. Evito il suo sguardo. 

Questo manda in tilt le persone insicure. 

Rientriamo dal pranzo. Ritorno nel mio ufficio. Prendo la mia borsa. Lascio, volutamente, solo una penna sulla scrivania. Nient’altro. 

Direzione aeroporto. 

Mi vogliono qui a vivere. Se questo è vivere. 

Io non voglio.

Bianco e nero.

Il grigio è in questa trafila di aerei. Genero miglia per la mia tessera. 

Atterro in anticipo di cinque minuti. 

Prendo la multa. La butto. 

Guido verso l’asilo. 

Mi fermo ai giardinetti. Mi siedo vicino a una signora con il cane. Parla con il suo cane. Ci parlo anche io. 

E’ un bastardo, il cane. 

Bianco e marrone. 

La buona notizia è che anche questa cosa passerà. Prima o poi. 

Quella del pizzo. Come le culottes. 

Basta saper reggere. 

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