Ink

Credeva di averla vista sorridere, ma i riflessi delle vetrine non dicono mai la verità fino in fondo. Lasciano quel margine di dubbio che è ragionevole tenere in molti momenti della vita, tranne quando si tratta di doversi buttare. Insomma, sarebbe stato fondamentale capire se di sorriso, vero e proprio movimento dei muscoli mimici, si trattava. O di smorfia. O di riflessi. 

La porta aveva dei simpatici cartelli scritti a mano, calligrafia ordinata, inchiostro nero su carta ormai ingiallita, con gli orari e qualche avviso. Il giusto spazio tra le lettere, la giusta dimensione. Una buona calligrafia è quasi tutto.

Entrando aveva sentito l’odore di cannella e il forte caldo umido che ci si sarebbe aspettati più in una pasticceria che in un posto del genere. Una luce fioca, mal distribuita, assente. Insomma, il buio. Angoli di luce in un grande buio. 

Sarebbe stato impossibile ritrovarla, tra il buio e il profumo di cannella. Grosse lampadine bianche, senza nemmeno un lampadario. Fili neri, fili rossi, filo giallo. Viti sporche, arrugginite.

Impossibile ritrovarla senza nemmeno un aiuto. 

Inavvertitamente si era messo in un angolo, sotto un cono di luce polverosa, aspettando che qualcosa succedesse. Qualcosa sarebbe dovuto succedere, sicuramente. 

Senza pensarci, sfiorava con le dita il muro, rugoso come una vecchia signora, lasciando che le imperfezioni rimbalzassero sul polpastrello, senza nemmeno darci troppo retta. Così si dovrebbe vivere, senza darci nemmeno troppo retta. Scorrendo veloci, rimbalzando sulle imperfezioni, andando avanti. 

Lei si sarebbe fatta trovare. Ne era sicuro. Il destino, il karma, Dio, il Fato, qualcuno aveva deciso di farli incontrare la prima volta. Sarebbe successo ancora. Se così era scritto. 

L’aveva seguita con lo sguardo, aveva visto il riflesso del suo sorriso, aveva sentito il suo profumo nel naso. Aveva giurato che, un profumo così non si dimentica mai. Uno sguardo così non si cancella più. Eppure non avrebbe saputo riconoscere più quel profumo. 

Da bambino non aveva mai avuto paura del buio. Un vecchio trucco insegnato dal nonno. Guardare le ombre dietro la porta, seguire i fili di luce, e aspettare pazientemente.

Al buio si sente il rumore del respiro. Si divertiva a contare i respiri. Adesso si diverte a passare il dito, sentendo le imperfezioni del muro. 

 

Niente, poi mi sono rotto il cazzo. Ho scritto venti pagine, ma poi ho lasciato lì. Un racconto non finito. 

Niente di imperdibile. Uno dei tanti. Non ho fatto nemmeno in tempo a dare un nome a lui e a dare un volto a lei. Forse per questo mi sono annoiato. Venti pagine senza capire lei, alla fine, che sorriso, che labbra, che naso e che occhi avesse. Non si può vedere. Non è suspance. E’ noia mortale. Forse per questo non ho fatto lo scrittore. Mi annoio. Venti cazzo di pagine. Ieri sera, devastato, stanco morto, bianco cadaverico con profonde occhiaie nere e blu, ho sentito il bisogno di farli avvicinare ancora, nell’androne di un portone, proprio nel sottoscala di un palazzo del centro. Ancora al buio. In una sera d’autunno. In uno di quei sottoscala dove ci infilano le caselle della posta, tutte uguali, numerate. E c’è la porta del locale spazzatura, chiusa, con il cartello della derattizzazione. E c’è umido, perchè fuori piove senza pietà. E loro si avvicinano. E lei sente il suo profumo. E lui sente il suo profumo. E si baciano. E lui sente le sue labbra, che non se le aspettava così. E lei sente le sue mani. Che lui ha questa cosa che fa sempre scorrere il dito, senza nemmeno premere troppo, passando sulla vita e sulle cose. E passa il suo dito, facendo il contorno dei pantaloni, e poi salendo sulla schiena. E poi scende ancora. E si sente, perdio si sente tanto, la voglia di andare avanti. Magari non in un sottoscala. Ma la vita è un po’ così. 

(poi mi sono seduto, davanti alla finestra a fumare. Cristo, sono sei mesi che mi chiedo come abbiano potuto costruire case così disumane come quella in cui vivo. Finestre piccole che danno su cortili brutti. Dio Santo). 

E vanno avanti, con le mani e con le labbra. E lui, per carità lo aveva già capito ma gli uomini hanno sempre bisogno di una conferma, ormai ha capito che quello riflesso nella vetrina era un sorriso. 

E si inginocchia. E lei non si oppone. Lo accarezza, cerca con le mani il profilo del mento, spigoloso. E lui inizia a baciarla. E sente il sapore salato perfetto. Perfetto per lui. 

(Gesti erotici pericolosi, rischiano sempre di rovinare un bel racconto). 

E lui si ferma, per un momento. E respira, il caldo di queste gambe. E sente, nel buio del sottoscala, tutta lei aspettare lui. E pensa, gli uomini hanno sempre bisogno di pensarci due volte, che per una cosa del genere uno potrebbe anche morire. 

Ma poi, si dice, non vorrebbe morire adesso. Perchè vorrebbe andare avanti, e avanti, e avanti. Per sempre. 
Esiste un “per sempre” di questo genere? Oppure la vita, le difficoltà, le salite e le discese, rovinano sempre questa voglia, quest’aria, questo profumo. Oppure, prima o poi, arriva la vita a dirti che è un semplice sottoscala umido di una casa popolare, e che il suo sorriso nella vetrina era per te senza sapere chi tu fossi e quale fosse la tua storia. 

Poi ho spento la sigaretta e mi sono messo a letto. Ho riletto. E ho deciso di lasciare li. 

Un mediocre racconto, con un pezzo bellissimo. Il buio, un dito che scorre su una schiena e un sapore salato nelle labbra di un uomo. 

Lei, secondo me, dovrebbe chiamarsi con un nome bellissimo. Corto e solenne. Ester. 

Lui, secondo me, dovrebbe farsi meno problemi. 

Il racconto avrebbe dovuto intitolarsi Ink. 

Comunque, novembre è sempre portatore di gran belle cose. Sto qui e aspetto. E sicuramente un racconto che si intitola Ink lo scrivo, prima di Natale. E, sicuramente, prima di Natale, voglio levare le mie chiappe da questa tristezza di neon, parcheggi e dormitori popolari che la gente chiama città. La mia, di città, è quella dei sottoscala umidi del centro. 

Post Scriptum:

il post precedente ha registrato 295 lettori unici. Sei di questi lettori mi hanno scritto. Due, donne, sostanzialmente dicendo che è bello dire di amarsi ma che loro, le due donne, si sono rotte il cazzo di uomini che si amano e che poi non amano. Altri quattro, sconosciuti con nickname divertenti, si lamentano del fatto che io sia sostanzialmente un qualunquista del cazzo. Una, sono sicuro sia donna anche se il nickname è asessuato, mi scrive addirittura che: “se tu solo avessi l’idea di cosa sia l’amore, non offriresti il costato a così tante banalità egoistiche”. 

Apprezzo, sinceramente, la profondità sintattica della frase. Solo una donna potrebbe scriverla. Un uomo mi avrebbe scritto: egoista del cazzo. 

Inoltre, da sempre, me ne sbatto sinceramente dell’opinione della maggior parte delle persone. Solo una stretta, strettissima cerchia di uomini e donne è portatrice del diritto di giudizio nei miei confronti. Sono i miei amici. Per il resto, procedo felicemente. Insomma, mi ci sciacquo le palle del petulante giudizio. 

Ma qui la questione è più grossa. Ho scritto una grande verità. E come tutte le grandi verità, non è una mia idea. Viene dal passato. Io sono riuscito a farla mia perchè per amore ho sofferto fino a morire, dentro e un po’ fuori. 

Ma come tutte le grandi verità, da un fastidio enorme. Due sono le reazioni, normalmente. Chi accetta il fastidio e prova a capire. E chi rigetta e si incazza. 

Ora, l’idiota guarda il dito che gli indica la luna. Tu guardi la luna, ne sono sicuro. O almeno credi. 

Perchè, in fondo, la verità è la luna, io sono il dito. Il ruolo di idiota è libero.

Grazie per i commenti. 

 

 

Il Segreto Dell’Amore (La regola per un amore felice)

Una delle cose che, quando sali di livello, ti è richiesta, è autopresentarti prima di iniziare una qualsiasi presentazione.

E’ molto divertente da fare. Devi presentare un progetto, un qualcosa, uno studio, un’idea, e i primi cinque minuti li passi ad autopresentarti.

Mi è stato discretamente facile, ovviamente, preparare le tre slides di autopresentazione. Adoro parlare di me. E per di più, parlarne bene.

Autopromozione del se, primo segnale del declino civile di una persona, di un popolo, di una nazione.

Ci sono diverse scuole di pensiero sul tema. Ovviamente, come la metà delle barbarie di business, è una cosa che abbiamo importato dagli States.

E, ovviamente, è una cosa che ha un senso quando tu sei veramente uno che conta.

Insomma, senza nulla togliere alla mia panettiera, che peraltro in canotta bianca sta anche molto bene e che per anni ho sognato mentre si rotolava nella farina, ma sembrerebbe quantomeno fuori luogo che, prima di chiedere due michette e un pezzo di focaccia alle olive tu ti dovessi sorbire una pomposa presentazione in Power Point.

Come potete vedere, mi sono laureata nel 2005, Lingue, con una tesi sul contributo di Joyce nella rivoluzione della punteggiatura nella letteratura inglese, per poi procedere con una carriera in ambito internazionale, in qualità di cassiera di McDonalds, ma quello dell’aereoporto, che parlavo un sacco di inglese. Poi, Alfredo mi ha messo incinta, che non si è capito se era colpa degli antibiotici o meno, ma la pillola non ha funzionato, ed eccomi qui, fianco a fianco con mia suocera. Michette e focaccia come al solito?

Ho scoperto, con il tempo, che questo vicendevole scambio di informazioni personali, corrisponde più o meno a quando i cani si annusano il culo a vicenda. Non importa come finirà, in una bellissima montata al parco o una notte dal veterinario con i punti alle orecchie, bisogna prima annusarsi.

Ogni tanto, in aereo, rivedo queste tre slide e le correggo. Sono il mio biglietto da visita nel magico mondo delle presentazioni corporate. Una scintillante foto di me pettinato, rasato e incravattato, ovviamente sorridente mentre sorreggo un misterioso oggetto, accompagnata da una pioggia di numeri, tutti positivi.

Certo, si parla di pubblicità baby. Non possiamo, non vogliamo, non dobbiamo dire la verità.

I miei altissimi standard di crescita sono espressi da un +25%, cinque anni di fila. Scrivilo, con la tastiera. Più, venti, cinque, per, cento.

Tutti i fottuti anni.

Io sono leggenda.

L’anno scorso, una rivista del settore, mi aveva anche messo nella classifica dei migliori manager. Del settore, ovviamente.

Una rivista per panettieri, letta da panettieri, ha messo la mia panettiera nella classifica dei migliori panettieri. Di Milano.

Niente di cui vantarsi, insomma, nella vita reale.

Molto di cui vantarsi, insomma, in questa splendida pausa dal mondo reale che sono le slide di autopresentazione.

Named as Best New Manager in 2012.

Se ci pensi, visto da fuori, fa un sacco ridere. E anche un po’ piangere.

Ma è così che va il mondo.

Quello dei soldi, perlomeno.

Si, lo so. Il tuo amico che ha aperto il baracchino in Brasile, e che vive del suo solo stipendio, mantenedo anche una modella conosciuta sul posto e follemente innamorata di lui, da cui ha avuto due splendidi bimbi, un maschio e una femmina, non ha bisogno di autopresentarsi in Power Point.

In verità nemmeno io. Ma visto che la liturgia lo prevede, lo faccio ben volentieri.

Ovvio che, se appena appena chiedessi in giro, quel più 25% di crescita si trasformerebbe in veri commenti. Ti sto facendo vedere il palazzo costruito, non ti faccio vedere gli operai sottopagati, il cantiere insicuro, le notti insonni, e tutto il resto. Se chiedessi a una delle mie fedeli compagne di avventura, quelle per intenderci che tengono in piedi la mia agenda con ostinata pazienza, ti direbbero che difficilmente sarebbero capaci di trovare uno più stronzo di me. E se chiedessi a uno dei miei venditori, ti confermerebbe che non esistono figli di puttana più figli di puttana di me. Se chiedessi a uno qualsiasi dei miei compagni di viaggio, ti risponderebbero più o meno così: arrogante, stronzo, figlio di puttana, isterico, lunatico, bastardo, egoista, pazzo. Lo so perchè me lo hanno detto. Ma, ovviamente, è più semplice scrivere 25%.

Alla fine delle tre slides ho messo una frase bella, che non centra un cazzo, ma in cui credo molto: Change is always for better.

Oggi mi è toccato fare tutto il giro. Tre clienti, a sorpresa. O forse no. Ho dei problemi di gestione dell’agenda. In ogni caso, la cosa sembrava abbastanza programmata, visto che la sala riunioni era pronta, il caffè servito e il proiettore pronto.

Snocciolo un benvenuto caldo e confortevole. Fatturato, posizionamento, mission e vision. Liturgia della Parola, inizio della Messa.

Poi le mie tre slides. Chi sono, perchè sono qui, perchè dovete fidarvi di me, come cambierò, in meglio, le vostre squallide esistenze.

Sussulto, solo un secondo, spacciandolo per un colpo di singhiozzo, leggendo la frase magica: Change is always for better.

Vado avanti, nessuno se ne accorge.

Chiudo e scappo.

Mi siedo sulla sbarra che da sui campi dietro l’ufficio.

A volte penso che non sia così male essere così in culo al mondo. Credevo di amare solo l’estate, ho scoperto di poter amare anche l’autunno.

E’ un vestito bellissimo, questo autunno, per Milano. E’ un peccato mortale non amare una donna così bella con un vestito così bello.

E’ un peccato, in vertià, non amare.

Credevo si trattasse di un piccolo cambiamento, è una transformazione. Con tutto il bene che porta, con tutto il male che porta.

Change is always for better.

Sono arrivato a ottobre, quasi a novembre direi, smontando con chirurgica precisione tutte le regole che avevo costruito e osservato, con certosina pazienza, per trent’anni.

Regole, pensavo, per definire, gestire e compattare un amore.

Regole che adesso stanno ordinatamente appoggiate vicino a altre cose della mia vita che ho buttato.

D’altronde l’amore, ci è stato insegnato, è l’arma principale da sfoderare, il vessillo da portare, lo scudo con cui difendersi, la via di fuga da percorrere.

Niente di più corretto.

Ecco. Formalmente non dovrei essere nella hot list di quelli che possono parlare d’amore.

Diciamo che, in una immaginaria lista di conferenzieri sull’amore, io posso fare la riserva della riserva. Tipo che se la star della serata ha una colica renale, il suo sostituto si è schiantato con la bici contro un tram, e il terzo si è perso in metrò, potete chiamarmi.

Ma, non confondetevi, solo perchè non ho voglia di parlarne. Solo per quello. Non certo per questo grande, grosso, casino. Perchè, questo ve lo devo dire, lo ho fatto e lo sto facendo per amore.

Ma ne scriverò, perchè parlarne è inutile, per ora.

 

Bentanto, siete qui giunti per ricevere una preziosa pillola sull’amore e sulla perfezione della vostra relazione.

Credo di poter dire di possedere il segreto più assoluto ed eccelso in merito.

Anche se, la maggior parte di voi non vorrà sentirselo dire, e tornerà a gestire delle noiosissime storie di incroci di egoismo, leccature di fallimenti, ingessature di paure, e tutte quelle forme di delirio che vi ostinate a chiamare amore.

Il segreto dell’amore perfetto è qui dentro.

No, dove cazzo guardi. Dentro la frase: il segreto dell’amore perfetto.

Il segreto dell’amore è l’amore.

Si.

Solo questo.

Ma aspetta.

Amore per te stesso.

Chi non si ama, non potrà mai amare. Credo che questa frase sia rubata a qualche cazzo di libro. Ma non ti so dire di chi. Giocherei un venti euro su Paolo Cohelo. Oppure su Fabio Volo. O su Fabio Cohelo.

Ma non importa.

Amati. Santissimi Numi, dici di voler amare, sei disperato, solo, angosciato, perchè non trovi una donna. Sei triste, depressa, infelice, perchè non trovi un uomo.

Perchè vorresti dare loro questa cosa tremendamente grande, che è il tuo amore, la tua vita, il tuo futuro.

E poi non ti ami. Ti deprimi, ti ossessioni, ti intristisci.

E che cazzo, è un po’ come il ciccione che vuole insegnare agli altri a dimagrire.

Io non amerei mai una donna che non si ama davvero.

Lo ho fatto. Ed eccomi qui.

Amati, cazzo.

Fallo. Tutti i santi giorni. Corteggiati, invitati a cena, sorprenditi con un libro, risolvi i tuoi cazzo di casini, tieniti bello per te stesso, accarezzati, fatti delle sorprese.

Saresti stata stupenda, te lo dico con il senno di poi, se ti fossi amata veramente. Ti avrei amato veramente anche io. Alla follia.

Amatevi. Cazzo.

Prima di amare gli altri.

Si, anche in senso fisico. Amate il vostro spirito. Amate il vostro corpo. Amate il vostro passato. Correggete il vostro futuro. Amatevi.

Il Segreto dell’amore è nell’amore.

Ho finito.

Amen.

Ma è molto vero. Molto. Davvero.

Poi, dirvi che sia facile sarebbe mentirvi. Ma tutte le cose belle sono difficili da ottenere. Un buon rhum richiede anni di invecchiamento. Un libro richiede notti insonni. Una modella russa richiede molti soldi. (ecco hai rovinato tutto, vecchio maiale, sembravi quasi meglio di Fabio Volo).

Non sapete nemmeno quanto io veda, tutti i giorni, gente che si lamenta di non essere amata e che non si ama.

Amen, fratelli.

Io vi amo. Direttamente quanto amo me stesso. Quindi molto. Ma posso migliorare.

 

Svariati Post Scriptum (lettura opzionale):

Fabio Volo è morto. Come personaggio. Dai, fatevene una ragione. E’ finito.

Tra pochi giorni esce al cinema il film sul “Paradiso Degli Orchi”. Bene, amatemi e portatemi al cinema. Fatemi una sorpresa. Vi prego. Chi non ha letto Pennac non merita il mio amore. E più in generale non merita l’amore.

E’ pur vero che dietro a ogni successo ci sono molti fallimenti. Iniziare ad amarvi potrebbe costarvi molta fatica. Perlomeno a me sta costando molta fatica.

Il prezzo medio di una modella russa varia da città a città. Diciamo che mediamente, in Europa, costa sui 200 Euro l’ora. E’ un prezzo particolarmente elevato se pensate che, pur essendo modella, pur essendo russa, pur essendo pagata, farà con voi esattamente le stesse cose che farebbe la, che ne so, vostra vicina di casa, o la vostra dirimpettaia di scrivania. Vi invito, pertanto, a considerare l’investimento e offrire una cena, dello champagne e due tulipani alla vostra vicina, alla dirimpettaia, alla panettiera.

L’autopresentazione (Self Short Overview) è un processo iniziato dal MIT di Boston, per i suoi speakers e i suoi graduates che negli anni ottanta iniziavano ad andare in giro per il mondo. Consta in tre slides, generalemente tre, che devono ottenere l’ambizioso risultato di far vedere al vostro pubblico che siete decisamente preparati, di successo e orientati al futuro. Se non lo avete mai fatto, fatevi la vostra SSO. E’ figo averne una. Poi se non avete nessuno a cui farla vedere, io ci sono. Un bicchiere di rhum e vi ascolto. E’ molto figo farsi autopubblicità.

Nonostante le cicatrici della mia vita aumentino a dismisura ogni giorno, sono davvero convinto che il cambiamento sia sempre positivo. E, anche se il vecchio Steve è stato gonfiato a dismisura negli anni, vi lascio un prezioso regalo: qui. Risponde alla domanda che, nei vostri picchi depressivi, vi siete fatti troppe volte: e se morissi domani? Ecco, il vecchio Steve un giorno si è accorto che quel domani era davvero domani. E si è risposto. Devo a Steve Jobs questa cosa: io la chiamo fretta di vivere, e mi possiede e mi divora. Perchè l’unica domanda vera è: cosa succederebbe se davvero domani fosse il mio ultimo giorno? Faresti ancora tutte le cazzate che fai oggi per giustificarti, fingere di amarti, nasconderti? Non penso.

Ti ameresti. 

(ovviamente il video è in inglese. Ti ami poco se non lo capisci. L’inglese, dico. Ma sono cazzi tuoi).

E se tu morissi domani? 

Life is short fritz… 

Io Sono Leggenda (Lo ScacciaFighe)

Ieri, abbozzando un difficile sorriso davanti al cielo grigio, al freddo atomico, e a una pila di cose da stirare alta quasi come un bambino di sei anni, ho riepilogato brevemente l’elenco di libri, dispense, materiale vario, che devo preparare per l’esame di venerdì. Mi manca, a oggi, la lettura (lo studio, in verità) di un intero tomo di 426 pagine, dall’accattivante titolo: Lean Thinking. Wow. Un rapido calcolo matematico mi ha fatto arrivare alla conclusione che devo abbozzare un centinaio di pagine a sera. Quattro sere. Si lo so, sono cinque. Ma non si inizia mai a studiare la sera stessa. E’ molto meglio passare una sera intera seduti fissi davanti al mobile bar, odorando il posacenere e bevendo rhum. Io non ho nemmeno un mobile bar. Ma ho un posacenere bello pieno. Cento pagine a notte, comunque. 

Il Taylorismo e il Fordismo a confronto con il Toyotismo. Argomentone. Il ragionamento sul Muda, lo spreco (in giapponese, perchè questo cazzo di libro è tutto sui termini giapponesi) che è il vero nemico. Come il Peccato per i cattolici, lo Spreco per i Toyotisti è una cosa gravissima. 

Va da se che se sei cattolico giapponese e toyotista, il peggio che ti può capitare è peccare sprecando. 

Nel buio della tua stanzetta da giapponese cattolico toyotista, nella solitudine della notte, lasci che la mano cada lentamente verso le mutande. Ah, fermo è peccato! E per di più, ogni singolo spermatozoo sprecato è un Muda! 

Questo genere di ragionamenti scorrono piacevoli nella mia mente mentre affronto con stile la pulizia del bagno, spruzzando detergente ovunque e passando con una spugna sporca che ho trovato sotto la lavatrice. 

Ecco, senza lamentarsi troppo, ma è evidente che in questa situazione sia necessario fare due importanti ragionamenti. 

Il primo, piacevole autoerotismo mentale, è che la mia cultura cresce a ritmi spaventosi. Ormai, la mia delirante deriva tuttologica veleggia verso un mare di macro conoscenze generaliste. So un po’ di tutto. 

Ma il vero ragionamento drammatico è nel constatare quanto questo sia segnale preoccupante di scacciafighismo. 

Io sto diventando uno scacciafighe. 

Meglio, io sto diventando una leggenda nel settore: Lo Scacciafighe. Il Gran Visir degli Scacciafighe, il Boss dei Nerd, la quintessenza della solitudine sentimentale, la Mecca dell’astinenza sessuale. 

Niente, solo per constatarlo. 

Non che mi preoccupi, al momento, la cosa. Sono concentrato sulla regolazione dello spruzzino detergente, che mi sembra lievemente otturato e pertanto non riesce ad erogare un getto uniforme sull’asse del cesso, costringendomi a un doppio passaggio di mano con la spugnetta, provocando un Muda interiore e un pericoloso spreco di energie cinetiche. Le ripercussioni sono gravissime. Dal piccolo problema dell’erogatore, al doversi alimentare ulteriormente per sopperire alla carenza energetica generata dal numero ulteriore di passate di spugna, fino al gravoso gap economico da sostenere per alimentarsi ulteriormente, per arrivare al fallimento finanziario il passo è brevissimo. 

Un battito d’ali di farfalla a New York provoca un terremoto a Pechino. Un cazzo di erogatore potrebbe mandarmi in rovina. 

Oh cazzo, sto diventando uno ScacciaFighe. Lo sono già.

Appoggio lo spruzzino detergente, mi siedo e mi accendo una sigaretta. 

Quando, tutto questo, è iniziato? 

Abbandono per un attimo i necessari ragionamenti sull’apertura dell’infisso per fumare, con conseguente spreco di calore, lievitazione della bolletta, pericoloso deficit economico, eccetera eccetera, per concentrarmi. 

Dunque. 

Io ho un grande vantaggio rispetto alla media dei maschi che mi circondano. Io sono in grado di capire, nella maggior parte dei casi, il modo di ragionare delle donne. In tutte le delicate fasi della loro vita. Le capisco. Questo mi ha sempre dato un vantaggio competitivo enorme, perchè, va da se, capire una donna ti mette nella facile condizione di poterla circuire e dominare. 

Cosciente del mio dono, per anni ho seguito attentamente moltissime donne, accrescendo la mia esperienza e giungendo a un livello di affinità elettiva difficilmente replicabile dal maschio medio. 

Inoltre possiedo un discreto gusto nel vestire, un corpo nella media, una massa doverosa di capelli, e lo spirito giusto per prendermi in giro. Elementi fondamentali per far sentire una donna a proprio agio. 

Ho una macchina con i sedili di pelle, le figure sul navigatore, e il riscaldamento bi zona, elementi che attirano inevitabilmente una donna, illudendola del fatto che alle spalle di questo ci sia stabilità, forza e dinamismo. 

D’accordo, non possiedo una cabrio. Quello è un rigore a porta vuota. Sto ancora studiando la relazione tra alcuni elementi e il crollo delle difese di una donna. Tipo il fisico da nuotatore. Che non possiedo. Ma ho compreso che quello è lo standard di perfezione che una donna ritiene necessario per cedere in tempo record, utero, dignità e vestiti. 

La cabrio è la stessa cosa. Non ho ancora capito che relazione ci sia tra cavalli fiscali, tetto hard top, sedili in pelle e figa, ma posso con certezza affermare che la forza centrifuga esplosa durante una forte accelerazione di una Porche o di una BMW, nel maschio provoca un lieve indurimento del pene e l’arrivo dell’intestino nella trachea, ma nella femmina provoca fenomeni molto più interessanti quali l’approssimativo orgasmo sensoriale, la caduta dell’inibizione, e un forte senso di sottomissione. 

Poco importa se poi tu non sia proprietario della suddetta autovettura. Per comprarla, nel 98% dei casi, hai fatto rate massacranti. Questo, fisicamente, ti rende proprietario di un finanziamento impegnativo su un asset che perde la metà del suo valore in meno di due anni. Insomma, un investimento da deficiente. Ma questo non è importante. 

Alcune donne, una minoranza, è sessualmente attirata dal fallimento e dai suoi luoghi comuni. 

Funky hippies del cazzo che non lavorano, non studiano, non fanno una beneamata minchia tranne che coltivare una barba ispida e un gusto orrendo per i capi di velluto di H&M. 

Hipster del cazzo. 

Artisti falliti, scrittori incompresi, artigiani mancati, cinquanta sfumature del fallimento. Una miriade di femmine sono attirate dal ferormone del fallimento. Diventano, in pochi istanti, inconsapevoli seconde madri, accoglienti tate, forti compagne pronte a giustificare il tuo non fare un cazzo per tirarti fuori. 

Sono le donne più pericolose. Perchè odiano il successo e la realizzazione degli altri, e giustificano in ogni caso il deciso procedere dei loro uomini verso la morte intellettuale. Tra l’altro, sono le stesse donne attratte dalla musica latino americana e di conseguenza dagli enormi peni dei ballerini cubani. 

Ecco, questo non è il mio genere di donna. Anche perchè io tendo a fallire a modo mio. E non ho bisogno di una seconda madre. 

Insomma, ho sempre avuto un discreto fascino e la capacità di caricare un discreto numero di complimenti e apprezzamenti. 

Non sono mai stato afflitto dall’annoso problema della uteropenia, la carenza di uteri, nonostante io abbia un ritardo medio sulle mode (abbigliamento) di due stagioni (oggi mi vesto come andava di moda nel 2011), nonostante i miei gusti musicali siano decisamente ostici per una femmina, nonostante la mia (non nascosta) venerazione per la cinematografia d’autore sovietica, nonostante il mio malcelato cattocomunismo serpeggiante, nonostante la lieve forma di compulsività ossessiva con cui ripeto le mie abitudini, nonostante il fatto che io dica (la maggior parte delle volte) quello che penso, sotto forma di giocosa battuta (ed esprimendolo con un linguaggio più adatto a uno scaricatore portuale stanco di una dura giornata di lavoro). 

(dire quello che penso è, nella maggior parte dei casi, un irrimediabile errore umano, sappiatelo). 

Nonostante tutto, insomma. 

Però, or ora, mi trovo a dover ammettere che, inspiegabilmente, c’è un certo qual margine di discussione sul fatto che io stia davvero diventando uno SacciaFighe. 

Non lo potrò mai diventare totalmente. Non mi intendo di calcio, non mi puzzano le ascelle, e controllo con una certa regolarità il tartaro. In più il mio reddito iniziale, insieme a una certa arroganza professionale (su cui baso tutto il mio lavoro) mi rende sempre salvo. 

Però, è innegabile, qualcosa è cambiato. 

Finita la sigaretta, finisce anche il problema. 

Ritengo, al momento, il problema dell’erogatore di detergente e le quattrocento pagine da studiare, prioritari rispetto alla quasi totale mancanza di relazioni con esseri umani di sesso opposto. 

Ma, lentamente, si insinua in me la consapevole essenza dello Scacciafighe. 

So come combattere questo male. 

Una volta finito di combattere il fordismo, combatterò lo Scacciafighismo. 

Sulla questione degli erogatori, cazzo, devo ammettere di essere impotente. 

Eppure, è da queste piccole cose che si vede un uomo vero. 

 

 

 

 

Guida Inutile per Dubai – tariffario puttane aggiornato

Mentre inizio a scrivere un compatto gruppo di puttane entra nella lobby, portando una ventata di caldo umido e una rassegna di profumi degni di una vera e propria perversione olfattiva.
Camminano su tacchi impressionanti, quasi scivolando sul marmo, verso l’entrata del night dell’hotel.
Una turista americana, dallo sguardo bovino e dalle tette gonfie, le osserva mentre procede decisa in una delicata pulizia delle unghie del piede destro.
Il sinistro, corredato di cerotti per calli, è appoggiato sulle ballerine. Il fidanzato, forte di una muscolatura più adatta a un bufalo che a un uomo, sta giocando da mezz’ora con un cammello dorato.
Due tavoli più a destra, due balene tedesche conversano animatamente, fermandosi solo per bere del the bollente.
La routine delle lobby è una delle cose che preferisco per dissolvermi nelle storie degli altri.
Ordino del Sangre De Toro, un vino che dovrebbe costare meno di una decina di euro a bottiglia e che qui mi costa la bellezza di quarantacinque dollari a bicchiere.
E’ la mia ultima sera.
Non è facile, staccarsi dal caldo e dal mare. Mi ero ripromesso di scrivere una lista delle dieci cose che mi sono piaciute di Dubai, mentre ero a rosolare sotto il sole cocente sulla terrazza della piscina, ma sono rimasto coinvolto in un affaire di cannocchiali e panzoni.
Una storia troppo interessante per essere evitata. Ero a conoscenza dell’esistenza di un vasto pubblico di appassionati di aerei.
Quelli, per intenderci, che si mettono contro le recinzioni per fare le foto mentre tu atterri e guardi fuori.
Non so come si chiamino. Ma trovarmene una decina, appostati sull’angolo della terrazza dell’hotel, armati di computer, cannocchiale e birra, mi ha lasciato parecchio perplesso.
In effetti l’hotel è in una posizione strategica, perlomeno per loro e per le puttane.
C’è del fermento, in questo clan, perchè la Emirates spalma nel corso della giornata un paio di partenze di A380, il nuovo Airbus a due piani gioiello dell’aviazione e simbolo del progresso.
Così si sono presi un aereo, un Boeing 777, ci tengono a precisare, da Francoforte, per fare due giorni qui. In osservazione.
Non riesco a nascondere la mia perplessità. Il panzone con cui parlo, lasciandosi un baffo di schiuma di birra sul labbro superiore, scivola in uno dei cinquecento luoghi comuni che affollano il Medio Oriente.
Mi dice, compiaciuto, che la Emirates, in quanto più grande compagnia al mondo, è la prima per investimenti di rinnovo della flotta.
Argomento, peraltro, di cui nessuno tranne che un manipolo di spostati armati di cannocchiale, potrebbe apprezzare.

Ma la cosa mi fa sorgere un dubbio, un atroce dubbio. Che anche voi siate di quella vasta schiera di uomini e donne che vivono nel fango della disinformazione?
La Emirates è la migliore compagnia al mondo secondo SkyTrax, ma i vecchi baffoni della Lufthansa sono la prima compagnia aerea per ricavo operativo e gli yankee della Fed Ex per tonnellate.

Dubai, specialmente per un italico cittadino, è piena zeppa di luoghi comuni. Con i quali, l’italico medio, non si scontra nemmeno troppo, felice di puttane, piscine e sole.

Anche qui, va detto, i concittadini si riconoscono con discreta facilità, anche se la Palma d’Oro per tamarraggine va agli amici russi che uniscono l’abile cafonaggine dell’ostentazione a un particolare gusto per le impossibili associazioni cromatiche.

Eccoci quindi a una breve, ma densa, guida per Veri professionisti del turismo, veri uomini e vere donne, dall’animo senza confini.

Partiamo dalla base, la domanda che ulcera l’intestino delle mogli rimaste in Italia e che sollazza i sogni dei mariti imbarcati sull’Emirates delle sette e un quarto. 

Ma è vero che a Dubai ci sono le puttane?

Bene, la risposta è semplicissima. Il numero di prostitute presenti a Dubai è superiore al numero di prostitute presenti in tutta Europa. Tutta Europa, hai capito bene.
Dubai è un’emirato, uno dei sette, arabo unito. E sono emirati che applicano la legge islamica. La Sharia, credo si chiami.
Insomma, non puoi limonare in strada, non puoi fare il dito a un coglione che ti taglia la corsia, non puoi trombare in macchina, e nemmeno lasciare che la tua fidanzata provi la minigonna a passeggio. Nemmeno farti una birra su una panchina. 
Però Dubai è anche un immenso conglomerato di hotel. E la legge, non scritta, è che quello che succede in hotel rimane in hotel.
Occhio non vede cuore non duole, rivisitato in salsa mediorientale.

Dubai, per il turista europeo, è una grande Las Vegas senza casinò.

La tamarraggine a cui tende il cittadino medio europeo, qui è portata ai massimi livelli, grazie a un proficuo connubio con il petroldollaro.
A Dubai puoi fare paracadutismo, surf, kite surf, wind surf, montagne russe, sciare, mungere una cammella, snowbordare sulle dune, guidare una Ferrari e cenare sul porto nello stesso giorno.
Il sogno di ogni tamarro fatto realtà.

Devi però sapere che:

– il sistema economico che vedi luccicare nelle finestre dei grattacieli è crollato miseramente. Addirittura svendono i monolocali e i bilocali, e molti restano sfitti. Quindi non ti illudere. Il gioco è finito. Se non ci fosse l’emiro di Abu Dhabi, il cugino incazzoso, sarebbero messi come l’Italia.
Beh, come l’Italia senza Berlusconi. No, non come l’Italia senza la mafia. Qui la mafia è discretamente importante.
Il 97% delle attività passa dalla famiglia reale. Che a casa mia si chiama mafia. Insomma, se vuoi aprire la piadineria che sogni da sempre, proprio vicino all’hotel a forma di vela, (Burj Al Arab), sappi che devi farti amico qualcuno della famiglia reale.
Che è un concetto abbastanza allargato. Tipo al quindicesimo grado.
Cugini dei cugini dei cugini dei cugini dei cugini. Camorra, Desert Version.

– Gli Emiri sono tutto tranne che integralisti. Smetti con questi cazzo di commenti da leghista ubriaco di Tavernello alla festa della Lega di Sedrina.
Dubai è il primo paese al mondo per immigrazione. I locali, per darti un’idea, sono il 20%. Gli immigrati, se la matematica non ti molla proprio adesso, l’80%.
Tanti, tanti davvero, indiani e iraniani. No. Di italiani non ce ne sono tanti. Inoltre, per tua deliziosa informazione, Dubai ha pagato e costruito una chiesa cattolica e un tempio indhi.
Proprio mentre tu guardavi Borghezio minacciare di mangiare maiale sulla terra dove avrebbero dovuto costruire una moschea.
La chiesa, ci sono stato, Saint Mary, è un multisala. Più di millesettecento posti, due proiettori, aria condizionata, e due altari. Roba da lusso

– Si, è tutto bellissimo, ma tutto ha un prezzo. Ricostruire l’America e l’Europa in mezzo al deserto, ha un prezzo molto alto in termini di inquinamento.
Giusto per fartelo sapere. So che non ti senti in colpa. Ma ultimamente frequenti i mercatini a kilometro zero, e compri le prugne coltivate dal tuo vicino.
Poi vieni qui e bevi birra Peroni, prodotta in uno stabilimento di Roma e comodamente aviotrasportata. E piazzi l’aria condizionata a meno sette.
Fallo. Io ieri ho bevuto Prosecco mangiando pesce francese. Ma poi non comprare le prugne.

– Gli Emiri hanno una forte accezzione cazzodurista. Devono, per forza, fare tutto in grande. Il palazzo più alto (che si chiama Burj Khalifa perchè lo ha finito di pagare Al Khalifa che è l’emiro di Abu Dhabi, poi ci torniamo), il porto più grande, l’hotel più grosso, l’hotel più alto, l’hotel più largo, lo scivolo più lungo.
All’infinito. Dev’essere una forma di cazzodurismo senile che prende chi ha tanti soldi.

– Quello con il soldi, appunto, è l’emiro di Abu Dhabi. Che, nei ritratti appesi ovunque, è parecchio incazzoso. Lui ha il 90% del petrolio degli emirati. Ergo, un sacco di potere. Una banca, fatta di perforazioni e grande fiducia nel fatto che le auto elettriche restino un sogno hipster per ricchi sfigati. Da qualche tempo, paga i debiti del cugino meno fortunato, quello di Dubai, che vive di turismo e denaro in nero. (Dubai è interamente costruita sul riciclaggio indiano, pachistano e iraniano, ma questo è poco cool da sapere). Passando per le ville della famiglia reale, in effetti, vieni preso da una certa tristezza.

Però, dall’alto della mia perversione statistica, qualche numero è davvero interessante. Tipo, Dubai ha 1500 moschee.
Millecinquecento. Per due milioni di abitanti. La metropolitana (verde e rossa, facile facile, come Milano) è la più lunga al mondo senza guidatore. Noi milanesi stiamo aspettando l’Expo 2015 per avere due stazioni della linea Lilla senza guidatore, questi ne hanno 75 kilometri.
Il Dubai Mall, con 31 milioni di metri quadrati di superficie commerciale, è il centro commerciale più grande al mondo.
Immaginalo come un grosso, grasso, vibratore.
Davvero.
Gli effetti sono gli stessi. Su tua moglie, che mugola di piacere ogni due vetrine, e su di te, che senti un forte dolore rettale ad ogni passaggio della carta di credito e che, umanamente, ti stanchi dopo dieci minuti.

Davanti c’è la torre (Burj Khalifa, appunto) più alta al mondo. Con dentro un hotel di Giorgio Armani. E settantacinque ascensori. E un sacco di coda per salire a vedere giù (che è uno sport che adoro fare: Chicago, Taipei, Singapore, Shanghai…) 

L’Atlantis, che è l’hotel che sta sulla punta dell’isola a forma di Palma (penisola per esattezza), è stato inaugurato con quindici minuti di fuochi d’artificio, una roba in piccolo, per la famiglia. Un miliardo di dollari di fuochi. Dividilo per quindici minuti.

Mi piace, questo cazzodurismo.

Mi perplime il turismo, Dubai è un posto che non meriterebbe più di quarantotto ore. Ma forse, nemmeno trentasei.
Ma sembra l’unica occasione, al momento, per osservare da vicino la replica perfetta di Babele. 

PS: il tariffario delle puttane al momento non è disponibile. Attendo ancora l’aggiornamento del mio collega tedesco che, leggenda narra, sia stato avvistato al bancomat a prelevare duemila dollari americani.  In ogni caso, portati la carta di credito. Servirà. 

 

Arabesque e Burlesque

Mi ero dimenticato di un interessante particolare.
La camera è addobbata a festa. Rose rosse sul tavolino, una bottiglia di champagne con due flut, petali di fiore in bagno.
Sembra più il set di un porno di Siffredi old style. Sul letto, petali di rosa e un bigliettino con il benvenuto del direttore che ha il piacere di offrirci una scatola di Godiva.
Il valletto, mai nome più appropriato per un idiano che peserà venti kili e mi arriva alla cintura, aspetta pazientemente la sua mancia. Cerco in tasca e gli metto in mano due banconote.
Sono la fortuna di tutti i valletti, visto che il mio cervello per convertire la valuta locale in euro ci mette circa, mediamente, quattro giorni. Potrei avergli dato duecento euro. Non ne ho idea.
Ma dal sorriso, minimo e forzato, è più probabile che gli abbia dato venti cent.
Lo chiudo fuori, mi tolgo le scarpe, mi siedo sul letto e prendo un petalo di rosa.

Welcome in Dubai, We hope for you a wonderful HoneyMoon!

Eh già.
Appeso contro l’armadio, il mio smoking a noleggio aspetta di essere portato in giro. Per lei, un comodino pieno di libri che il suo personal shopper le consiglia di leggere. Per me, una raccolta di sigari, con scritto piccolo piccolo il prezzo.
Prendo un Romeo Y Julieta. Lo annuso.
E’ un bene che io non abbia soldi sufficienti a fare questa vita tutto l’anno.
Sarei morto da un pezzo.

Accendo il Sigaro, lentamente, come mi è stato insegnato. E’ tristissimo essere sul set perfetto di un film romantico. Perlomeno se sei solo, sudato fradicio e stanco.

Ormai, mi dico, visto che ci siamo, balliamo.
Apro lo champagne. Dio, quanto mi piace, lo champagne.
Apro la scatola di Godiva, cerco lo stereo, accendo e metto Frank Sinatra.

Seppure Witchcraft sia spettacolare, la canzone migliore per fingere di essere Frank Sinatra, armeggiando a piedi nudi con uno champagne in un hotel di lusso, è You Make Me Feel So Young.
Metto un volume vergognoso. Mi scolo lo champagne, mi piazzo davanti allo specchio e parto.
Iuuuuu end aiiiiiii, ranin a cros of medal, iu meik mi fil so ianggggggg, ene iven uen aim old end grei….

Potrei, tranquillamente, vincere tutti i concorsi di Franksinatrismo davanti allo specchio. L’ambiente aiuta.
Anche il mio pubblico mi ama… Dio, vogliono il bis.

Allora parto con il mio pezzo forte.
Ai gat iu ander mai schiiiiinn, aiv gat iu diip in de art of meeeeee.

aiv gat iu aaaaaander mai schinnnn. Ai trai so not tu giv innnn, ai set tu maiself dis afer never go so uelllll.

Ci metto anche lo schiocco di dita, che il mio pubblico adora.

In verità, I’ve got you under my skin è il mio pezzo forte per davvero. Visto che era la canzone del mio primo Thanksgiving day. Secoli fa. Abbandonato in un hotel del centro di Chicago.
Ho passato la serata da solo a bere vino rosso e cantare sottovoce Frank Sinatra. Da quel momento, è diventata la mia canzone per questo genere di momenti.
Che, a quanto pare, si ripetono con allarmante frequenza.

L’umore torna normale. Rimuovo rose, petali e auguri di tutti i manager dell’hotel. Chiamo in reception e annullo un paio di massaggi di coppia, una cena in terrazza, un tour domenicale, il personal shopper.

– Ma quindi il signore è solo?
– Corretto
– Sono davvero spiacente.
– Io, al contrario, estremamente sollevato.
– Desidera compagnia per questa sera?
– No, ho lo champagne. Grazie

Esco in strada, la botta tra aria condizionata a diciannove gradi e i trentasei con umidità al 87 percento mi fa salire il pranzo pressurizzato.
L’odore di gasolio, i clacson, l’aria pesante, le luci dei grattaceli. Bentornato a Dubai.

Recupero un paio di colleghi, che fingendo di non capire, si stavano infilando nel night di fianco all’hotel.
Andiamo a bere, compagni di viaggio. Andare a puttane alle otto e mezza di sera è terribilmente nordico. Abbiate pietà del buongusto, certe cose si fanno dopo la mezzanotte.
Sembro convincente, visto che mi seguono fin dentro a un ristorante iraniano.

Quando non capisco cosa c’è scritto sui menù, faccio due cose: chiamo la cameriera, ordino pollo e riso, che sicuramente mangerò e poi quattro piatti a caso. Così, per vedere cosa mi arriva.

Ho voglia di camminare, il caldo non molla, l’odore di smog nemmeno.

Lascio i colleghi davanti al night, perlomeno in un orario più accettabile per questo genere di cose, e parto verso il nulla.

Passo vicino a una lunga serie di taxi. Scendono turisti fuori forma, sudati e allupati e sottilissime ragazze, su vertiginosi tacchi, con minime minigonne e enormi tette fuori.
Se, appena appena, ti siedi fuori da questo spettacolo, respiri tutto il profondo squallore del gesto atletico.
No, non mi rifersico al pompino in camera, con il panzone sudato che rantola e la ragazza che, suppongo, si domandi come sia possibile avere una pancia così grossa e un pene così piccolo.
Mi rifersico al camminare per strada, sorridendo e scherzando con una puttana, solo per la sicurezza delle sei o settemila miglia che ti separano dalla moglie e dal freddo.

Mi fermo a un chiosco, bevo della Fanta a non so quale gusto.

Punto verso una moschea, e mi siedo sul muretto. Posso osservare il viale, la gente, il casino e le luci.
Devi saperlo, a me Dubai mi perplime parecchio.

Anche perchè farmi cinque ore di volo per fare una foto su un grattacielo e ammazzarmi di shopping al fresco, gelido, di un super centro commerciale non è propriamente l’idea di viaggio che ho.
Guardo verso ovest. Credo sia ovest. Non ho nessun fottuto punto di riferimento.
A parte che non so leggere le stelle, nonostante lo abbia millantanto per anni pur di limonare in spiaggia, ma qui non si vedono stelle.
Fottuto inquinamento luminoso.
Guardo verso est. A tre ore di macchina da qui c’è l’infinito dell’Oceano. Altro che cazzo di piscine e puttane.
Anche se, volendo, una bella, si lasciatemelo dire, vi prego lasciatemelo dire, avanti, cazzo, una bella, dai lasciatemelo dire, una bella, sfiancante, nuotata in piscina ci vorrebbe proprio.

Ritorno verso l’hotel. E’ tardi, sono stanco, domani inizia la battaglia.

Post Scriptum:
Seppure il disco dove Robbie Williams scimmiotta Frank Sinatra sia una divertente variante sul tema, su una cosa non transigo.

Somethin’ Stupid, nella versione originale, dove Frank duetta con Nancy Sinatra, è la canzone perfetta.
Ha il sapore dello champagne.
Per questo, salito in camera, mi concedo l’ultimo ballo e mi finisco la bottiglia.

Io, quando scoppierò d’amore, prenderò una donna e le dirò che non so ballare. E la prenderò per mano e la farà ballare sulle note di Somethin’ Stupid.
E la bacerò, precisamente, quando la voce di Nancy si disperde nella cuffia destra.

Dio come sono romantico.
Ed essere romantico in questo puttanodromo mediorientale non è roba da tutti.
Nemmeno scolarsi una bottiglia di champagne da solo prima del meeting più importante dell’anno.

Se vogliamo, nemmeno addormentarsi nudo con intorno petali di rosa e cenere di sigaro. 

 

Life is short fritz, Inshallah!

Le donne che non voglio frequentare (sono di fretta)

Nei prossimi sedici giorni, sarò in Italia meno di ventuno ore. Di cui quattro in aeroporto, due per arrivarci, e otto per dormire. 

Diciamo che sono, un filino, sotto pressione. Normali contrazioni della mia agenda. 

Mi fermo, venti secondi, per ingerire una banana, prima di entrare in sala riunioni. E’ la mia ultima riunione in Italia. Poi, per un po’, mi levo dai coglioni. E percepisco una certa felicità, probabilmente dovuta al fatto che le donne che ho davanti percepiscono la mia sparizione come una liberazione. 

Sono abituato a questa sensazione. Molte donne lo hanno fatto. 

Le ho tutte davanti. Con le loro ballerine, con i loro profumi. 

Ho ancora la banana tra la trachea e il colon. Ho un rapporto difficile, in questo periodo, con tutto quello che mi fa perdere tempo. 

Tipo mangiare, stirare, le donne, e fare la raccolta differenziata. 

Annuncio il mio ritorno per la metà di ottobre. Respirate adesso, che lo potete fare. 

Dato che sono di fretta, mi appoggio ai cari amici del Deboscio per un breve riassunto delle donne che non voglio frequentare

qui

Poi, visto che le donne che frequentano questo blog, che hanno un cane nella borsetta e le Hogan ci rimangono male, anche per loro metto qui una lista: 

qui 

Insomma tutti contenti. 

Io corro, scusate ma devo farlo. Poi, quando mi fermo, vi racconto. 

Però, una cosa la pensavo davvero: io non riesco a tollerare le persone che mi fanno perdere tempo. Ecco, passino le tue Hogan o il fatto che tu sia pelato e guidi una Z4. Fai, della tua vita, quello che vuoi. Ho smesso, quasi un anno fa, di avere ragione su tutto. Al momento mi sento anche meglio. A non avere ragione su tutto. Ma ti prego, non mi far perdere tempo. 

Con tutte le tue cazzate. 

Saluti, amici lettori. Adesso vado. Faccio due valigie, una leggera, magliette e camicie, una pesante, maglioni e scarponcini. Una la lascio a casa, una me la porto in aeroporto. Poi butto i vasetti di yougurth. Prendo le ventisei camicie che devo stirare. Non le butto. Le porto in tintoria. Insieme ai vasetti di yougurth. O no. Poi vado a salutare il Piccolo. Cosciente del fatto che fino a tre anni i bambini non hanno il senso del tempo. Quindi è inutile che, con tono malinconico, mi sieda di fronte a lui e gli dica: Piccolo, papà parte e torna fra due settimane. E’ meglio che mi sieda davanti a lui e ci si finisca, in due, e velocemente prima che la mamma ci becchi, un pacchetto di Dixie. 

Io, a pensarci bene, a quello che mio padre ha fatto nel corso degli anni, sarei stato più contento con un pacchetto di Dixie finito abusivamente. 

Poi corro in aeroporto. Prendo un aereo, fidandomi ciecamente della prenotazione fatta da una delle mie donne, quella con i mocassini e i pantaloni a sette ottavi. Che poi di aerei, nelle prossime due settimane, ne prenderò parecchi. 

See ya fritz 

 

Me Di Cine

Sala riunioni nuova nuova. Quell’indecifrabile odore di nuovo che i mobili da ufficio emanano. Un misto tra ospedale e brutto albergo. Sedie nuove nuove. Proiettore nuovo nuovo. Tavolo nuovo nuovo. Un peccato dover inaugurare tutto questo nuovo nuovo con una riunione così. Ordine del giorno, chiede a gran voce uno della vecchia guardia. Ordine del giorno, in effetti, potrebbe richiederlo solo uno della vecchia guardia. 

Semplice. 

Rispondo io. Che per cultura aziendale sono nato e cresciuto nella simplicity. Era tutto un Simplicity quando ero pivello. Simplicity nella vendita, Simplicity nelle relazioni, Simplicity nel supporto. Qualcosa, era inevitabile, mi è rimasto dentro. Oltre alla devastante gastrite dovuta all’abuso di caffè. Ma in quegli anni faceva tanto figo bere tanti caffè. Non posso rinnegare, proprio adesso, una parte così importante del mio passato professionale. Ore, forse interi giorni, alla macchinetta del caffè. Con un grosso cartello sopra: Simplicity. 

Semplice, rispondo io. 

Come sapete, le cose non stavano andando proprio al massimo ultimamente. Ecco, laddove nessuno credeva fosse possibile, le cose stanno andando ancora peggio. Se poi, senza farlo pesare a nessuno, concordiamo sul concetto di ultimamente, includendo le annate dal 2008 a oggi, si potrebbe supporre, ma solo supporre, che qualcosa non stia andando nel verso giusto da parecchio tempo. 

E fino qui, è tutto nella norma. Niente di nuovo. Ho davanti una platea di venditori. Dio come li amo. Io amo le vendite. Io sono le vendite. Io adoro i picchi umorali, l’ostinazione cieca, l’illusione della svolta, le sfacchinate in macchina, in aereo, in treno, le riunioni assurde, le previsioni future fatte giocando con excel. Io adoro questo mondo. 

La mia platea è abbastanza assortita. Ci sono tre generazioni di venditori. La vecchia guardia, nata nei cinquanta/sessanta, gonfiata dagli ottanta, pronta a sparire nei venti. I rampanti disillusi, quelli sfigati che hanno perso gli ottanta per un pelo, e sperano di campare fino a rivedere un momento così. E poi la mia generazione. Quelli che, proprio per parlare di sfiga, non hanno nemmeno mai sentito parlare di bei periodi. Quelli che, da quando lavorano, c’è crisi, congiuntura, disagio. 

Forse è un bene, pensavo, per la nostra generazione, averlo sempre preso in culo. Prima o poi uno si abitua. E se ne fa una ragione. 

Solo che, semplicemente, oggi si è rotto l’incantesimo. Una rabbia calda e pervasiva, lava aziendale eruttata dal vulcanico CEO, durante un serrato management meeting dove si è permesso anche di dire che sarebbe disposto a chiudere. Chiudere? E noi cosa faremo, ci siamo tutti detti? Che ne sarà dei nostri suv, delle nostre bollette telefoniche, delle trasferte gonfiate, del cazzeggio? Che ne sarà di una sudata carriera aziendale fatta di anni di rinunce per arrivare proprio qui? Allora i più anziani, i più saggi, quelli con il suv più grosso e anche la segretaria, hanno decretato che si è fatto il momento di parlare alle vendite. Ovviamente non loro, i sommi vertici, Loro desterebbero spavento e terrore. No, non è corretto, non è umano, far del terrorismo. E poi, pensavo io, anche perchè loro non sanno nemmeno più dove siano situate, queste fantomatiche vendite. Questi animali da basso organigramma. Allora che ci vadano i nuovi manager, i giovani, quelli con il Suv più piccolo e senza segretaria. Ovvero io. Eccomi.

Buongiorno. 

E’ mio dovere segnalare che, intravedendo nel prossimo semestre un ulteriore contrazione del mercato industriale sul territorio, la Proprietà sta valutando una precisa riorganizzazione, per meglio affrontare le importanti sfide che ci aspettano. 

Lo dico con calma. Senza smettere di pensare al coglione sinistro. Il mio testicolo, prezioso portatore del sacro seme, è andato in crash. Da questa mattina, all’alba, quando mi sono seduto in macchina emulando Hazzard. Solo che, forse, negli anni 80 avevano le palle più piccole o i jeans più spessi. O il Generale Lee aveva dei sedili diversi dalla mia Volvo. 

Insomma, mi sono schiacciato un coglione sul sedile. Un urlo di dolore lacerante ha interrotto il sonno della periferia. Mi sono ripreso dopo quasi un’ora di macchina. 

All’Autogrill ho eseguito una visita di controllo, in mezzo ai cessi, giusto per capire se si possa ancora parlare di due testicoli o sia più corretto dire un testicolo e quello che rimane dell’altro. Tutto bene, mi dico mentre tasto con immenso piacere, constatando la presenza del testicolo destro e di quello sinistro. Tutto bene. Il camionista appoggiato al lavandino di fianco al mio mi guarda male. Ma non mi interessa. Ho due palle. Posso rompermele tutte e due. Posso usarle tutte e due. 

Solo che, incomprensibilmente, il ricomparso coglione sinistro ha preso a prudermi. Insensatamente. Assurdamente. Continuamente. Ho passato il resto del viaggio a grattarmi. Come se un esercito di zanzare mi avesse punto in contemporanea. 

Ho anche pensato di cancellare la riunione. Ho un coglione fuori uso, ragazzi, capirete bene che è impossibile parlarvi di business quando la mia virilità è compromessa nel suo centro nevralgico, nel suo cuore pulsante. 

Poi la mia dedizione all’azienda, il mio instancabile focus sugli obbiettivi e il fatto che mi trovassi nel parcheggio della filiale, circondato da venditori mattinieri (diffidatene, un venditore non può essere mattiniero. Sono animali pomeridiani, e dalla settimana corta), ha reso impossibile ogni fuga. 

Ho preso un caffè in una deliziosa pasticceria. Con una deliziosa pasticcera. E il mio delizioso prurito. 

Per tenere lontana la mano dal coglione devo forzare il mio fisico e la mia mente. Riesco, lo faccio. Sono un uomo forte. Ma sento incredibile la pulsione a mettere la mano. Devo farlo. Devo grattare. Con forza. Oddio. Sto per morire di prurito. Muoio. Addio. Sento bollire tutta la gamba sinistra, sento il coglione destro che, per solidarietà, un po’ prude anche lui. 

Vado avanti con il mio commuovente discorso. La mia bocca rilascia velate indicazioni su dove siano le uscite di sicurezza, per chi volesse abbandonare l’aereo prima del decollo. Insomma, se poi ve ne volete andare di vostra volontà… La mia mente pensa intensamente alla palla sinistra. Oddio. Devo. Devo. Devo, grattarmi. 

Chiudo la prima parte annunciando una serie serrata di face to face. Incontri romantici tra venditori e capi area dove, seduti a un tavolo nuovo nuovo, con problemi vecchi vecchi, bisogna trovare un modo per, come si dice in gergo, uscirne vivi. 

Adesso tutti caffè. Via

Perplessi. Anche perchè abbiamo iniziato da venticinque minuti. Ma io non posso andare avanti. Corro verso il bagno. Nuovo nuovo anche questo. Penso, brevemente, a chi cazzo abbia autorizzato il budget per tutto questo nuovume. Mi chiudo dentro. Suppongo sia quello delle donne, perchè c’è un cestino, nuovo nuovo, per assorbenti. Ritengo necessario chiarire, dopo che avrò controllato lo stato dei miei testicoli, a chi di dovere che il cestino per gli assorbenti è un lusso che non possiamo permetterci. In fondo, penso, si possono tenere gli assorbenti in mano e poi buttarli nel cestino della sala riunioni. 

Non credo le Risorse Umane abbiano nulla in contrario. E poi, preso da un illuminante verità, mi dico, cazzo al momento qui ci sono solo due donne. Su venti. Due donne. Un cestino. Mi sembra davvero eccessivo. Va bene il bagno diviso, ma addirittura un cestino tutto loro…

Ma non posso distrarmi dal drammatico spettacolo. Nudo, davanti allo specchio, trattengo il respiro. Devo, assolutamente, chiamare il medico, un ospedale, la protezione civile. 

Senza scendere in macabri particolari, mi limito a dirvi che quei babbuini dei documentari, quelli con il culo bordeaux, non sono nulla in confronto a me. 

Dio. Che morte orribile. Anche se non so bene di che morte si tratti. 

Torno in sala riunioni evidentemente provato. Per ovviare al prurito ho inserito con precisione della carta igienica bagnata, che al momento avvolge il mio apparato urogenitale per intero. 

Adesso capisco quando il Piccolo si lamenta di avere il pannolino pieno. E’ una sensazione parecchio fastidiosa. Ma raggiungo l’obbiettivo, le palle a bagno maria non producono più nessun prurito. 

Continuo la mia orazione funebre della filiale, toccando momenti di epica letteraria quando, allo scorrere dei risultati passati non posso che augurarmi che il settore sia davvero in controtendenza. Se tutti performano come performiamo noi, Dio Santissimo, qui solo la guerra ci può salvare. 

Uso parole comprensibili, concetti semplici, evito allusioni sessuali. Ma cerco l’applauso quando, sul finale, chiedo ai capi area di portare ancora salda la bandiera con i colori della filiale, convinto che i cavalli di razza di questa sala riunioni possano, nel rush finale, dimostrare tutta la loro agguerrita determinazione. 

Sento le palle colare. Un rigolo caldo di acqua mi corre fino al calzino. Come se mi stessi pisciando addosso. 

Mi rendo, ovviamente, disponibile tutto il giorno per approfondimenti. 

Insomma, vuol dire che mi metto in un angolo, mi faccio i cazzi miei, ma se volete rompermi i coglioni, siete autorizzati a farlo. 

Poi scappo ancora in bagno. Rimuovo la medicazione professionale. La appoggio sul coperchi del cestino. 

Respiro di sollievo. L’orrendo colore viola è sparito. Ho le palle rosa. Come tutti. Dio, che bella sensazione. Avere due palle. Prima di tutto. E rosa. Dio che bello. 

Non morirò. 

Ritorno in sala riunioni. Mi rendo, come promesso, disponibile. Nel frattempo cerco su google: arrossamento testicoli, coglioni viola, palle colorate, testicoli che esplodono, coglioni che prudono. Tutte keywords che portano ad orrende malattie mortali. 

Beh, è bello sapersi sopravvissuti. 

Mi avvicina una segretaria. Una delle due donne per cui ci permettiamo il lusso di un intero cestino per assorbenti. 

Dobbiamo parlare di una cosa.

Dimmi, cara. 

Del bagno. 

Ah ecco, ammetterai che, pur essendo una azienda estremamente attenta alle donne, ai gay, ai bambini, e agli ingegneri, e tutte le altre minoranze, un cestino, dico uno intero, e per di più nuovo, e che cazzo. Ma mi limito a dire: dimmi. 

Sei andato tu nel bagno delle donne prima?

credo di si.

Posso chiederti solo una cosa?

Ovvio che si

Quando ti togli il pannolino fradicio e tenti di buttarlo nel cestino, ricordati di aprire il cestino. Adesso dobbiamo staccarlo dal coperchio, e sinceramente fa un po’ schifo. E’ per questo che i cestini hanno il coperchio.

Va bene cara.

 

 

Come tirare fuori il meglio da una vecchia baldracca

Kurt Lewin diceva, a proposito del cambiamento, a proposito della gestione del cambiamento, che ci sono tre fasi. Lo scongelamento. Ovvero il crollo delle abitudini e delle difese. La confusione della transizione. E il congelamento, ossia quando tutto torna sotto controllo.

La maggior parte delle persone, la quasi totalità secondo John Grinder, non riesce a gestire un cambiamento in maniera appropriata, preferendo ritornare nella fase iniziale.

Insomma, la gente si scongela e si ricongela. Senza mangiarsi.

La California mi ha insegnato (faccio una, adorabile, dolcissima, deliziosa, lista):

– come mettere la paraffina in maniera corretta sulla tavola

– come mangiare organico

– che quelli che dicono che la Florida è un posto figo è perchè non sono mai stati in California. Perchè uno, quando è stato in California, smette di dire che la Florida è un posto figo. Diciamo che uno, dopo la California, usa l’aggettivo “figo” in modo decisamente differente.

– che puoi sapere tutte le lingue del mondo, ma l’idioma con il quale puoi recuperare dell’erba, un cellulare rubato o delle birre ghiacciate in piena notte è solo, esclusivamente, lo spagnolo.

– Dio perdona, la polizia no.

– dove ci sono le otarie ci sono gli squali

– il Pacifico è freddo, Cristo.

– si può vivere bene nel Chianti, senza essere nel Chianti.

– se non credi tu nel tuo progetto, non ci crede nessuno

– se ci credi, credici fino in fondo. Il confine tra tutto e niente è una sottile linea.

– non so il colore della suddetta linea. Ma non credo abbia importanza. Perlomeno in California

– tutto è molto, estremamente, provvisorio. Tutto.

– la pasta all’Alfredo è una roba sfigata da East Coast.

La lista potrebbe andare avanti molto. Sono stato tanto tempo in California. O meglio, ho vissuto molto in California.

E sono partito in un settembre caldo e bagnato. Maliziosi. Pervertiti. Un settembre caldo, bagnato, aperto. Maiali. E ho preso il mio cazzo di aereo che avevo un sacco di certezze e un sacco di piani. E un sacco di idee. E sono atterrato. E ho dovuto seppellire tutte le mie certezze, senza nemmeno un funerale dignitoso, perchè non sapevo dove trovare del buon rhum.

Mi faceva paura da morire una sola cosa al mondo, la solitudine.

Più della morte. Diciamo che il cocktail perfetto era: paura di morire in solitudine.

La solitudine. Essere soli.

La prima cosa che ho provato in California è stata la solitudine.

La seconda. La prima è stata il controllo passaporti di Los Angeles. Il terzo posto più affollato che ho visto al mondo.

Bene, pensavo, seduto sul letto queen size della mia camera, mentre passavo con l’alluce il tappeto peloso. Bene, ho uno scendiletto. Avanti, brutto stronzo, dormi. Sei imbottito di melatonina e bud light. Dormi cazzo. Niente.

San Juan Capistrano, San Diego, Palo Alto, Sacramento, San Francisco, Dana Point, Santa Barbara, Long Beach, Santa Cruz. Letti queen size. Scendiletto. Birra. Melatonina. Eppure niente. Mesi.

L’insostenibile leggerezza dell’essere.

Ho iniziato a camminare. Di notte. Per questo mi si è reso necessario rinfrescare il mio spagnolo. Per sopravvivenza. La California è molto bella anche di notte. Non proprio tutta. Ma, possiamo dirlo, meglio dell’hinterland milanese o della periferia torinese. Senza che gli abitanti di Settimo Torinese o di Pero si sentano inferiori a quelli di Santa Barbara. Per carità.

Poi, un giorno, su un ponte di legno che collegava una strada a un campo, giusto sotto l’inizio di Orange Country, ho avuto l’illuminazione.

No, non ho ricevuto nessun messaggio messianico. Non mi sono apparsi santi. Nessuna madonna. Anche se, in quel periodo studiavo con attenzione Rael. Se siete atei, sappiate che gli atei non esistono. Tutti credono in qualcosa. Se siete nel periodo in cui non sapete bene che religione farvi, vi prego di valutare attentamente i raeliani e Rael. Una figata cosmica. Il mio vicino di appartamento, messicano, era un Raeliano convinto. Roba molto figa. Lo stato americano con più raeliani è la Florida. Ho detto tutto.

Ho avuto l’illuminazione, dicevo. Ricorderò sempre quel posto. Anche perchè l’Orange Country è un gran bel posto per osservare grosse tette rifatte che fanno jogging insieme alle loro padrone. Ma non lo ricorderò solo per questo.

Al tempo pesavo quasi novanta kili. “Quasi” in positivo. Nel senso che ne pesavo novantacinque. E sudavo come una vecchia baldracca accaldata in una notte di luglio. Se siete appena appena sovrappeso, sapete bene quello che intendo. Vi sudano anche le tette. Insomma, mi ero fermato su quel ponte per prendere un filo di fresco, respirare, fumarmi una sigaretta, e aspettare che qualche milf in fase jogging cambiasse la mia giornata.

Non sapevo nulla delle leggi che regolano il cambiamento. Di Lewin, Argyris, Schon e di tutti gli altri. Però, su quel ponte, sudato come una vecchia eccetera eccetera, arrivai, il passato remoto è d’obbligo, alla geniale conclusione.

E’ ovvio che stare da soli fa così tanto male. E’ l’unico momento in cui hai l’esatta percezione del disagio. Vorresti ricongelarti, insieme a tutte le tue certezze. Ma più stai da solo e meno lo puoi fare.

Credo fermamente nelle leggi del cambiamento. Anche perchè ci lavoro, ci mantengo un delicato ecosistema di bambini, motocicli, appartamenti e rhum (si noti come evito, nel menzionare l’ecosistema da me mantenuto, di citare le vecchie baldracche. Un duca).

E credo che una delle cose che mi hanno fatto meglio, oggi pomeriggio, sia  stata la solitudine. Ancora un po’. Ancora per un po’.

Si, hai ragione. Non sai nemmeno quanto possa far male. Questo lo puoi dire a tutti. Tranne a me.

Che con pelosi  scendiletto, latinos ubriachi e spaventosi silenzi, ho fatto una deliziosa gavetta.

La California mi ha insegnato il valore di una casa, il valore di una promessa, il valore di un sogno. Ma queste sono cose troppo serie.

Mi ha insegnato come tirare fuori il meglio da una vecchia baldracca sudata con il pizzo, appoggiata sul corrimano di un ponte di legno.

Dedico questo post alla mia famiglia. Quella acquisita con gli anni. I miei amici, i miei fratelli e le mie sorelline. Che sono le persone che amo. Una delle ragioni, i loro sorrisi, per le quali torno. A loro, che non hanno avuto la fortuna di essere grassi come delle vecchie baldracche, di essere in California, di avere un vicino raeliano (ma l’altra vicina era una super figa che faceva provini per concorsi di bellezza. Lo yin e lo yang. Rael e la topa).

Magari il vostro momento, per capire quanto sia prezioso guardarsi dentro, senza fare nient’altro, è arrivato adesso.

E’ pur sempre un caldo, bagnato, aperto, settembre.

Appendice:

Alla lecita domanda, ma Franz non citi le puttane. Vuoi velatamente dire che la California non ti ha insegnato nulla in merito? Rispondo semplicemente che noi, della Baja California, quando si voleva fare le zozzerie, si andava in Nevada. Che Las vegas l’hanno inventata per quello.

Inoltre io non sono certo quel tipo d’uomo. Perlomeno, non lo ero.

The Flu

Dell’influenza mi piacciono parecchie cose. La prima, forse la più importante, è la possibilità di compiangersi, fino quasi a farsi pena. Dio come mi piace. Mi piace tutto, girare per casa con la felpa, i capelli unti e accartocciati, un manipolo di Scottex rinsecchiti, i calzini che potrebbero tranquillamente camminare verso la cesta del bucato da soli, il pigiama maleodorante e quella fottuta, geniale, libertà di azione che solo la febbre alta ti sa dare. Guardare il palinsesto del mattino, trovandosi interessati nel sapere che hanno aperto un centro di accoglienza per i lupi marsicani, osservare l’oscillazione dei prezzi delle pentole con fondo in ceramica nelle televendite, fermarsi davanti al frigo per scegliere di mangiare solo cose grasse. Bere the caldo a tutte le ore, disseminando briciole di Oro Saiwa per tutta la casa. 

Credo, da un punto di vista meramente legale, sia anche concesso di emanare fiati, da qualunque sfintere, senza pagare le conseguenze sociali che normalmente paghereste. Insomma, rutto libero, e non solo. 

Ecco. 

Tolti i capelli unti, l’odore nauseabondo dei calzini e la pila di Scottex (mi sono messo il rotolone direttamente sul letto), non ho potuto destreggiarmi con il resto. Intendo il televisore e il frigo. 

Non possedendo il primo e avendo il secondo pieno di rhum e acqua, ho pensato di adagiarmi sul piccolo divano di pelle e compiangermi in modo alternativo. 

Io faccio due grandi influenze l’anno. Le grandi influenze si distinguono dalle piccole influenze, dal punto di vista medico scientifico, per la presenza di sintomi medici chiari. Le piccole influenze, ne farò una ventina l’anno, non sono riconducibili a nessun sintomo conclamato. Semplicemente mi adagio nel letto, sospirando e aspettando che morte mi colga. Solitamente la febbre, nelle piccole influenze, non supera i 36.2. 

Questa, questa qui di questi due giorni intendo, è una grande influenza. Abbiamo avuto anche testimonianze da parte del termometro di febbre fino a 38. Tosse, e a giudicare dalla quantità di Scottex consumato anche un notevole ammontare di catarro. Adorabile. Stupendo. 

Una delle cose che mi piace di più delle grandi influenze è la resurrezione. Quel particolare momento in cui decidi di smettere di essere malato. Esci dal letto, producendo sinistri rumori e rantoli, butti la felpa, il pigiama e i calzini, fai una doccia bollente, ti radi e di colpo sei un uomo nuovo. Perfetto. Scendi le scale di casa annusando il profumo di libertà, prendi il primo caffè al bar come se fossi uscito di prigione. 

Una delle cose che mi piacciono di meno delle mie grandi influenze è che mi stanco subito a leggere e a scrivere. Posso solo, beatamente con lo stesso sguardo di un Bassethound, osservare il mondo intorno. 

Un’altra  delle cose che mi piacciono di più delle mie grandi influenze è la sordità. Divento sordo. Quasi completamente. Ed è uno spasso. Finalmente libero di ignorare per qualche ora il pedante starnazzare del mondo. 

Dato che sono un uomo dalle mille risorse non spengo mai il cellulare. Rispondo sempre. Sempre. Io rispondo sempre. Da dieci anni. Però posso permettermi, durante le mie grandi influenze, di essere scorbutico, sordo, fastidioso, distante. Una figata pazzesca. Essere se stessi per quasi due giorni senza dover rendere conto a nessuno. 

Ecco, questa è la prima grande influenza che faccio in questa casa. E devo ammettere, per dovere di cronaca, che alcuni elementi fondamentali per poter godere appieno di una grande influenza sono venuti a mancare. Ad esempio i piatti. Sono due giorni che mangio scavando nelle buste di affettato. Non bello da vedere. Subito a seguire la carta igienica. Credo di averla comprata, in un passato remoto. Credo anche di poterla ricomprare, in un futuro prossimo. A oggi, consumo Scottex. 

Inoltre la mia presenza in uno spazio delimitato da muri genera entropia. E’ un dato di fatto. E’ quello che i maligni identificano come “disordine”. In verità è il mio modo sinergico di utilizzare lo spazio. Ecco, quando, bei momenti, possedevo una donna delle pulizie, queste permanenze casalinghe forzate non mi pesavano così tanto. Adesso, sinceramente, vivo nell’incubo di dover ripulire tutto questo incredibile bordello che ho generato. Il tavolo della cucina sembra tratto da un documentario sui sequestri. Giornali, acqua, medicine, sigarette, un Rolex (non mio, credo), lucido da scarpe e uno scontrino di Zara (non mio, credo). Il letto sembra un’installazione neorealista tedesca. Uno stuolo di mutande, magliette, un iPad, un computer, tre rotoloni di Scottex, una decina di Scottex secchi, due bottiglie di acqua vuote e, inspiegabilmente, una bolletta del Gas. 

Ecco, sulla resurrezione, questa volta, credo di essere meno entusiasta. 

Life is short fritz, do not let a flu fuck you! 

PS: “possedevo una donna delle pulizie” in senso, ovviamente, figurato. Non ho mai sognato di possedere la donna delle pulizie, in senso biblico. Mai. Giuro, mai. 

duemila miglia premio

Schiphol, ora di cena, digiuno dal mattino, voglia di una birra, un letto, caldo, con ripieno, se possibile. Voglia di surf.

– se rispondi a delle domande, ti pago con duemila miglia premio sulla tua frequent flyer, ti va?
– saresti la prima donna a pagarmi. Di solito è il contrario…
-…
– dicevo per ridere.
– era una battuta terribilmente sessista.
– io sono terribilmente sessista. Vuoi ancora regalarmi duemila miglia?
– dovresti rispondere ad alcune domande.
– se mi accompagni fino al bar, volentieri. Ho voglia di una birra.
– sono domande su quanto voli, dove vai, cose così.
– mastichi sempre la cicca con così tanta forza?
– …
– sembra tu voglia romperti i denti.
– è che non posso fumare quando lavoro.
– mettiamoci nella smoking room. Io bevo e tu fumi.
– tu non fumi?
– ho fumato più nelle ultime trenta ore che negli ultimi sei anni.
– stress?
– routine
– potrebbe uccidere. Che lavoro fai?
– vendo
– cosa?
– me stesso. Al miglior offerente.
– dico sul serio
-…
– sul serio… tu? passi il tuo tempo a intervistare gente in aeroporto?
– per adesso si. È da poco che sono qui.
– birra?
– non bevo
– non sai cosa ti perdi
– a non bere?
– a non bere con me.
– stai flirtando?
– non potrei mai. Sei negra.
-… che cazzo stai dicedo
– scherzo
– …
– ma sei davvero nera. Di dove sei?
– Honduras
– …
– ci sei rimasta male per la battuta razzista?
– beh, mi sto abituando alla classe europea.
– ti sta giá andand molto bene. Questa è Crazy Mary.
– questa cosa?
– canzone. Pearl Jam. Crazy Mary. Pura poesia.
– non mi piacciono i Pearl Jam.
– ognuno ha i suoi difetti… Le mie duemila miglia?
– te le devi guadagnare. Venti domande.
– venti risposte. Non credo di averne così tante…
– in che senso?
– è un periodo in cui sono a corto di risposte. In generale
– questa mi fa ridere… (ride, con i denti che mi fanno rivalutare il concetto di colore bianco)
– non era una battuta. Ma hai un bel modo di ridere
– è la cosa che mi ha detto il mio fidanzato. La prima cosa, quando mi ha visto.
– è gay?
– no, perchè?
– hai un modo di ridere bello. Ma ti giuro che è almeno la quarta o quinta cosa da dirti, volendo fare la classifica delle cose che si notano.
– stai flirtando…
– no. Bevo un’altra birra.
– vuoi ubriacarti?
– sarebbe lunga. No. Voglio bere e tornare a casa.
– italiano?
– si vede tanto?
– è scritto sulla copertina del passaporto
– il tuo fidanzato è di qui?
– francese
– cristo. Hai scelto il peggio di tutto quello che l’Europa offre.
– in che senso?
– vivi qui?
– si.
– e stai con un francese. Se mangiassi cucina bavarese avresti chiuso il cerchio.
– anche a lui non piacciono gli italiani.
– non ne dubito. L’inferiorità genera invidia.
– quanti voli hai preso quest’anno?
– inizi con le domande?
– si
– ottantasei
– davvero?
– davvero
– allora devi avere uno status davvero alto
– abbastanza
– e non te ne fa nulla di duemila miglia…
– in effetti no.
– …
– però mi sto bevendo una birra chiacchierando. Tutti hanno diritto almeno a questo, il venerdì sera.
– hai la fede. Hai qualcuno a casa che ti aspetta.
– …
– ho detto una cosa sbagliata?
– non credo. No.
– hai bambini?
– uno. Stupendo.
– chissà perchè voi europei ne fate solo uno.
– non ti ho mica detto che ho finito di farli. Ho tempo.
– non sembri giovane.
– ne voglio tre. Quanti anni mi dai?
– quaranta.
– cristo santissimo (in conversazione originale tradotto come Holy Christ).
– troppi?
– no. Vanno bene. Tu quanti anni hai?
– quanti me ne dai?
– venticinque?
– trentuno.
– il francese quanti anni ha?
– trentaquattro
– è giá entrato nel pessimismo egocentrico?
– cosa?
– tutti i francesi entrano nel pessimismo egocentrico passati i trenta. È nella loro natura. Fidati. Guarda i film che fanno. Ascolta la loro musica.
– a me piace la loro musica
– sei accecata dall’amore
– può darsi. Qual’è la destinazione non europea che hai visitato con maggior frequenza?
– Hong Kong. Quattro volte negli ultimi sette mesi.
– incredibile.
– cosa?
– andate tutti negli stessi posti.
– io e chi?
– i due che ho intervistato prima di te
– allora non sono il primo… siete tutte uguali
(ride ancora. Cazzo solo un francese potrebbe guardare i denti senza accorgersi di tutto il resto. Galli del cazzo).
– quanti te ne fai in un giorno
– venti. Venticinque
– e lui non è geloso?
– …
– ti sei spenta… è geloso davvero?
– molto.
– che palle
– in effetti. Non è facile.
– no. Dicevo che palle, adesso inizi a parlare della gelosia.
– tu non sei geloso?
– solo delle donne sbagliate
– sei mai stato tradito?
– è uno strano questionario. Questa è la domanda dopo Hong Kong?
– vuol dire si?
– vuol dire si. Spesso.
– anche io.
– da lui?
– no. O almeno non credo. Spero. Insomma. No.
– chi può dirlo.
– in che senso
– mah. I francesi, in fondo, sono quelli che hanno inventato il tradimento.
– davvero?
– no. Credi sempre a quello che ti dicono uomini sconosciuti?
– tu mi sembri buono.
– è giá un complimento.
– non lo sei?
– non avere paura del tradimento.
– …
– abbi paura di non amare abbastanza
– …
– e fallo tutti i cazzo di giorni. Come se domani dovessi morire
– parli sempre così alle sconosciute?
– sei tu che mi hai promesso un regalo. Io mi sono seduto ad aspettare.
– abbiamo altre diciotto domande…
– rispondi tu
– in che senso
– rispondi quello che vuoi. Avanti non dirmi che non lo hai ancora fatto. Sbattitene, scrivi quello che vuoi.
– ma non posso.
– se osservi tutte le regole, prima o poi ti troverai a infrangerle tutte. Una dopo l’altra. Inizia oggi. Rispondi per me.
– a che ora parti?
– tardi.
– non è una bella vita
– ti ci devi abituare. Anche per me intervistare gente in aeroporto non è una bella vita.
– ma io non lo farò per sempre.
– nemmeno io. Credimi.
– Quanti voli hai fatto in business class quest’anno?
– nessuno
– che servizio vorresti offerto sull’aereo, per i voli a lungo raggio?
– pompini
– scusa?
– pompini
– …
– scrivilo davvero, per favore.
– non lo farò mai.
– okkei allora rispondi tu alle domande.
– …
– mangio qualcosa. Hai mangiato?
– non posso mangiare mentre lavoro. Ma stacco tra mezz’ora.
– beh, vado da solo.
– non è triste mangiare da solo in aeroporto il venerdi sera?
– nella media.
– allora rispondo da sola alle domande.
– ottima idea. Mettila quella cosa dei pompini. E’ un valore aggiunto.
– mi sono divertita molto.
– per forza. Sei abituata a un francese…

Cazzo, è tristissimo mangiare da soli, alle nove di sera, a Schiphol.
Adesso che ci penso.
Potevo pensarci prima.
Davvero.
Ma quanto prima?

che poi è la domanda del momento.