Me Di Cine

Sala riunioni nuova nuova. Quell’indecifrabile odore di nuovo che i mobili da ufficio emanano. Un misto tra ospedale e brutto albergo. Sedie nuove nuove. Proiettore nuovo nuovo. Tavolo nuovo nuovo. Un peccato dover inaugurare tutto questo nuovo nuovo con una riunione così. Ordine del giorno, chiede a gran voce uno della vecchia guardia. Ordine del giorno, in effetti, potrebbe richiederlo solo uno della vecchia guardia. 

Semplice. 

Rispondo io. Che per cultura aziendale sono nato e cresciuto nella simplicity. Era tutto un Simplicity quando ero pivello. Simplicity nella vendita, Simplicity nelle relazioni, Simplicity nel supporto. Qualcosa, era inevitabile, mi è rimasto dentro. Oltre alla devastante gastrite dovuta all’abuso di caffè. Ma in quegli anni faceva tanto figo bere tanti caffè. Non posso rinnegare, proprio adesso, una parte così importante del mio passato professionale. Ore, forse interi giorni, alla macchinetta del caffè. Con un grosso cartello sopra: Simplicity. 

Semplice, rispondo io. 

Come sapete, le cose non stavano andando proprio al massimo ultimamente. Ecco, laddove nessuno credeva fosse possibile, le cose stanno andando ancora peggio. Se poi, senza farlo pesare a nessuno, concordiamo sul concetto di ultimamente, includendo le annate dal 2008 a oggi, si potrebbe supporre, ma solo supporre, che qualcosa non stia andando nel verso giusto da parecchio tempo. 

E fino qui, è tutto nella norma. Niente di nuovo. Ho davanti una platea di venditori. Dio come li amo. Io amo le vendite. Io sono le vendite. Io adoro i picchi umorali, l’ostinazione cieca, l’illusione della svolta, le sfacchinate in macchina, in aereo, in treno, le riunioni assurde, le previsioni future fatte giocando con excel. Io adoro questo mondo. 

La mia platea è abbastanza assortita. Ci sono tre generazioni di venditori. La vecchia guardia, nata nei cinquanta/sessanta, gonfiata dagli ottanta, pronta a sparire nei venti. I rampanti disillusi, quelli sfigati che hanno perso gli ottanta per un pelo, e sperano di campare fino a rivedere un momento così. E poi la mia generazione. Quelli che, proprio per parlare di sfiga, non hanno nemmeno mai sentito parlare di bei periodi. Quelli che, da quando lavorano, c’è crisi, congiuntura, disagio. 

Forse è un bene, pensavo, per la nostra generazione, averlo sempre preso in culo. Prima o poi uno si abitua. E se ne fa una ragione. 

Solo che, semplicemente, oggi si è rotto l’incantesimo. Una rabbia calda e pervasiva, lava aziendale eruttata dal vulcanico CEO, durante un serrato management meeting dove si è permesso anche di dire che sarebbe disposto a chiudere. Chiudere? E noi cosa faremo, ci siamo tutti detti? Che ne sarà dei nostri suv, delle nostre bollette telefoniche, delle trasferte gonfiate, del cazzeggio? Che ne sarà di una sudata carriera aziendale fatta di anni di rinunce per arrivare proprio qui? Allora i più anziani, i più saggi, quelli con il suv più grosso e anche la segretaria, hanno decretato che si è fatto il momento di parlare alle vendite. Ovviamente non loro, i sommi vertici, Loro desterebbero spavento e terrore. No, non è corretto, non è umano, far del terrorismo. E poi, pensavo io, anche perchè loro non sanno nemmeno più dove siano situate, queste fantomatiche vendite. Questi animali da basso organigramma. Allora che ci vadano i nuovi manager, i giovani, quelli con il Suv più piccolo e senza segretaria. Ovvero io. Eccomi.

Buongiorno. 

E’ mio dovere segnalare che, intravedendo nel prossimo semestre un ulteriore contrazione del mercato industriale sul territorio, la Proprietà sta valutando una precisa riorganizzazione, per meglio affrontare le importanti sfide che ci aspettano. 

Lo dico con calma. Senza smettere di pensare al coglione sinistro. Il mio testicolo, prezioso portatore del sacro seme, è andato in crash. Da questa mattina, all’alba, quando mi sono seduto in macchina emulando Hazzard. Solo che, forse, negli anni 80 avevano le palle più piccole o i jeans più spessi. O il Generale Lee aveva dei sedili diversi dalla mia Volvo. 

Insomma, mi sono schiacciato un coglione sul sedile. Un urlo di dolore lacerante ha interrotto il sonno della periferia. Mi sono ripreso dopo quasi un’ora di macchina. 

All’Autogrill ho eseguito una visita di controllo, in mezzo ai cessi, giusto per capire se si possa ancora parlare di due testicoli o sia più corretto dire un testicolo e quello che rimane dell’altro. Tutto bene, mi dico mentre tasto con immenso piacere, constatando la presenza del testicolo destro e di quello sinistro. Tutto bene. Il camionista appoggiato al lavandino di fianco al mio mi guarda male. Ma non mi interessa. Ho due palle. Posso rompermele tutte e due. Posso usarle tutte e due. 

Solo che, incomprensibilmente, il ricomparso coglione sinistro ha preso a prudermi. Insensatamente. Assurdamente. Continuamente. Ho passato il resto del viaggio a grattarmi. Come se un esercito di zanzare mi avesse punto in contemporanea. 

Ho anche pensato di cancellare la riunione. Ho un coglione fuori uso, ragazzi, capirete bene che è impossibile parlarvi di business quando la mia virilità è compromessa nel suo centro nevralgico, nel suo cuore pulsante. 

Poi la mia dedizione all’azienda, il mio instancabile focus sugli obbiettivi e il fatto che mi trovassi nel parcheggio della filiale, circondato da venditori mattinieri (diffidatene, un venditore non può essere mattiniero. Sono animali pomeridiani, e dalla settimana corta), ha reso impossibile ogni fuga. 

Ho preso un caffè in una deliziosa pasticceria. Con una deliziosa pasticcera. E il mio delizioso prurito. 

Per tenere lontana la mano dal coglione devo forzare il mio fisico e la mia mente. Riesco, lo faccio. Sono un uomo forte. Ma sento incredibile la pulsione a mettere la mano. Devo farlo. Devo grattare. Con forza. Oddio. Sto per morire di prurito. Muoio. Addio. Sento bollire tutta la gamba sinistra, sento il coglione destro che, per solidarietà, un po’ prude anche lui. 

Vado avanti con il mio commuovente discorso. La mia bocca rilascia velate indicazioni su dove siano le uscite di sicurezza, per chi volesse abbandonare l’aereo prima del decollo. Insomma, se poi ve ne volete andare di vostra volontà… La mia mente pensa intensamente alla palla sinistra. Oddio. Devo. Devo. Devo, grattarmi. 

Chiudo la prima parte annunciando una serie serrata di face to face. Incontri romantici tra venditori e capi area dove, seduti a un tavolo nuovo nuovo, con problemi vecchi vecchi, bisogna trovare un modo per, come si dice in gergo, uscirne vivi. 

Adesso tutti caffè. Via

Perplessi. Anche perchè abbiamo iniziato da venticinque minuti. Ma io non posso andare avanti. Corro verso il bagno. Nuovo nuovo anche questo. Penso, brevemente, a chi cazzo abbia autorizzato il budget per tutto questo nuovume. Mi chiudo dentro. Suppongo sia quello delle donne, perchè c’è un cestino, nuovo nuovo, per assorbenti. Ritengo necessario chiarire, dopo che avrò controllato lo stato dei miei testicoli, a chi di dovere che il cestino per gli assorbenti è un lusso che non possiamo permetterci. In fondo, penso, si possono tenere gli assorbenti in mano e poi buttarli nel cestino della sala riunioni. 

Non credo le Risorse Umane abbiano nulla in contrario. E poi, preso da un illuminante verità, mi dico, cazzo al momento qui ci sono solo due donne. Su venti. Due donne. Un cestino. Mi sembra davvero eccessivo. Va bene il bagno diviso, ma addirittura un cestino tutto loro…

Ma non posso distrarmi dal drammatico spettacolo. Nudo, davanti allo specchio, trattengo il respiro. Devo, assolutamente, chiamare il medico, un ospedale, la protezione civile. 

Senza scendere in macabri particolari, mi limito a dirvi che quei babbuini dei documentari, quelli con il culo bordeaux, non sono nulla in confronto a me. 

Dio. Che morte orribile. Anche se non so bene di che morte si tratti. 

Torno in sala riunioni evidentemente provato. Per ovviare al prurito ho inserito con precisione della carta igienica bagnata, che al momento avvolge il mio apparato urogenitale per intero. 

Adesso capisco quando il Piccolo si lamenta di avere il pannolino pieno. E’ una sensazione parecchio fastidiosa. Ma raggiungo l’obbiettivo, le palle a bagno maria non producono più nessun prurito. 

Continuo la mia orazione funebre della filiale, toccando momenti di epica letteraria quando, allo scorrere dei risultati passati non posso che augurarmi che il settore sia davvero in controtendenza. Se tutti performano come performiamo noi, Dio Santissimo, qui solo la guerra ci può salvare. 

Uso parole comprensibili, concetti semplici, evito allusioni sessuali. Ma cerco l’applauso quando, sul finale, chiedo ai capi area di portare ancora salda la bandiera con i colori della filiale, convinto che i cavalli di razza di questa sala riunioni possano, nel rush finale, dimostrare tutta la loro agguerrita determinazione. 

Sento le palle colare. Un rigolo caldo di acqua mi corre fino al calzino. Come se mi stessi pisciando addosso. 

Mi rendo, ovviamente, disponibile tutto il giorno per approfondimenti. 

Insomma, vuol dire che mi metto in un angolo, mi faccio i cazzi miei, ma se volete rompermi i coglioni, siete autorizzati a farlo. 

Poi scappo ancora in bagno. Rimuovo la medicazione professionale. La appoggio sul coperchi del cestino. 

Respiro di sollievo. L’orrendo colore viola è sparito. Ho le palle rosa. Come tutti. Dio, che bella sensazione. Avere due palle. Prima di tutto. E rosa. Dio che bello. 

Non morirò. 

Ritorno in sala riunioni. Mi rendo, come promesso, disponibile. Nel frattempo cerco su google: arrossamento testicoli, coglioni viola, palle colorate, testicoli che esplodono, coglioni che prudono. Tutte keywords che portano ad orrende malattie mortali. 

Beh, è bello sapersi sopravvissuti. 

Mi avvicina una segretaria. Una delle due donne per cui ci permettiamo il lusso di un intero cestino per assorbenti. 

Dobbiamo parlare di una cosa.

Dimmi, cara. 

Del bagno. 

Ah ecco, ammetterai che, pur essendo una azienda estremamente attenta alle donne, ai gay, ai bambini, e agli ingegneri, e tutte le altre minoranze, un cestino, dico uno intero, e per di più nuovo, e che cazzo. Ma mi limito a dire: dimmi. 

Sei andato tu nel bagno delle donne prima?

credo di si.

Posso chiederti solo una cosa?

Ovvio che si

Quando ti togli il pannolino fradicio e tenti di buttarlo nel cestino, ricordati di aprire il cestino. Adesso dobbiamo staccarlo dal coperchio, e sinceramente fa un po’ schifo. E’ per questo che i cestini hanno il coperchio.

Va bene cara.

 

 

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