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Uno strano modo di vedere le cose. 

Davvero. 

Seduto in mezzo alla stanza, apparentemente vuota se non per un tavolo di cristallo e un mobile d’appoggio di finto mogano. 

Aspetto. 

Passo molto tempo ad aspettare. 

Lo posso dire con certezza. Tengo precisi diari della mia vita da quando ho scoperto quanto male possa fare rileggersi, quanto bene possa fare rileggersi. In ogni caso, quanto serva rileggersi. 

Sorrido, qualche volta, rileggendo tutta la vita che butto in situazioni che poi si rivelano marginali se non inutili. 

E la poca vita che metto, invece, in questioni che lentamente diventano di fondamentale importanza. 

Parte del mio lavoro è anche questo. Stare seduti, cercando la posizione meno ebete possibile, procedendo nella selezione delle cose che si possono e non si possono fare. 

Mi viene servita dell’acqua. Pressochè congelata. Una giovanissima assistente. Le si intravede il reggicalze nero, di pizzo. Le si intravede anche tutta la stanchezza di servire bicchieri d’acqua e caffè a ignobili guardoni. Le si intravede anche una abbronzatura fugace. Non sorride. E’ più forte di me. 

Quella sensazione, ripida come una discesa su un costone di montagna, veloce come un’onda, quella botta di adrenalina, quella droga precisa, di prendere il controllo. 

– Dice che ci sarà molto da aspettare?

– La dottoressa le chiede scusa, ma è impegnata in una conference call

– Posso chiederle di rendermi l’attesa più piacevole? 

Detto con calma, scandendo le parole, lasciando che gli occhi, volutamente, si appoggino su quelle piccole tracce di abbronzatura che fanno da sfondo a una collana con una perla. Finta. 

Il potere di giocare con le parole. Che sono la cosa più innocente. Che sono la lama più affilata. Che sono l’elemento che distingue la potenza dal potere. 

E’ qui che lei sente, improvvisamente, la vita scivolarle addosso. Tutta in un secondo. Troppe informazioni non corrispondono. 

E’ una frase da porco. E’ un porco. Come tutti quei bastardi che mi guardano le tette mentre servo il caffè. 

Eppure, parla con calma e mi guarda fisso. Allora non è un porco. 

Forse non è una frase da porco. Sono confusa. Mi guarda. Sento gli occhi. Eppure è sicuro di quello che dice. Cosa ha detto esattamente? Non riesco a ricordarlo…

Lo so. 

Quasi ti cade il vassoio. E poi resti, poveretta, sospesa a guardarmi. Perchè non capisci. 

E io ti posso giurare che questo è meglio dell’adrenalina per me. 

Ora, questione di istanti, è necessario rientrare immediatamente in un canone da lei conosciuto. In modo che possa riprendersi. 

– intendevo, se sia possibile abbassare l’aria condizionata. Rischio di morire congelato. Forse sono vecchio, ma non reggo questo clima

Sorride. 

Rilassata. Allora non è un maniaco. Allora mi sono sbagliata. Sorride e riprende il controllo del vassoio. 

Nessun grande cacciatore uccide la preda in un solo colpo. 

La sensazione di recuperare la vita, riporta sangue al cervello, riequilibra i valori ormonali, fa rientrare il senso di pericolo che ha prodotto piccoli incidenti tra ghiandole sudoripare, globuli bianchi, adrenalina e un’altra ottantina di componenti chimiche. 

Insomma, il sudore e il rossore rientrano. 

Dominare un uomo indossando un reggicalze, una scollatura con una perla, finta, sull’incavo delle tette, è una di quelle cose che ti hanno insegnato in televisione. Gestire un uomo che spinge semplici parole fuori dal contesto è un altro livello. Non potremmo mai stare insieme. Nemmeno per una notte. Io brucerei tutte le tue certezze e tutta la mia noia.

Si gira per armeggiare con il telecomando appoggiato sul mobile in finto mogano. 

 

E’ il momento di uccidere. 

– Normalmente non mi piacciono le donne con gli occhiali. Ma devo ammettere che questa montatura le sta molto bene. Ha qualcosa di sexy anche se resta molto professionale. 

E’ panico. Puro.

Un fottuto porco. Che mi sta guardando il culo. Maledetti bastardi. Tutti gli uomini.  Bastardo porco. 

Beh, a dire il vero, niente di quello che ho detto è vero. Mi piacciono le donne con gli occhiali. E anche quelle senza. Insomma non è un fattore determinante. Gli occhiali, a differenza dei ricordi, si possono togliere dagli occhi e appoggiare su un comodino. Si possono anche dimenticare. Elemento di contorno inutile. 

Inoltre quella montatura è quasi ridicola. Rubata sicuramente a qualche serie televisiva. Gonfia l’ovale del viso rendendolo comicamente gonfio.

Ma tant’è. 

– Grazie

Lo dice quasi sottovoce. 

Cerca di guadagnare la porta. 

Imbarazzo. 

Pungente imbarazzo. 

– posso chiederle…?

Lascio sospesa la frase. Perchè lei possa arrivare in fondo, rovistare nei luoghi comuni che l’hanno portata fino a qui. Il cellulare? facebook? il nome? 

Pensaci bene, piccola. Dove credi che porti una cosa del genere?

Si gira.

Controvoglia.

E’ rossa. 

Paonazza.

Adesso non si distingue più l’abbronzatura dal resto. 

Incollo gli occhi ai suoi. Tengo lo sguardo. Come se volessi davvero chiederle… 

– se avete una connessione wifi. Così posso mandare un paio di mail nel frattempo.

– si. 

– si ricorda la password per caso?

Non ce la fa più. 

Riprendo 

– sa, le password sono come le donne. Le più belle sono quelle più difficili. Le più facili sono anche le più stupide e semplici da dimenticare. 

Che poi, leggetela così, è davvero una metafora del cazzo. Robaccia per intestini semplici. Elementari delle emozioni passate a pieni voti e poi bocciatura alle medie del sentimento. 

 Sorride.

Esce. 

Mi sono divertito. 

Lei meno. Credo. 

Io non avrei voluto, oggettivamente, portare la nostra storia di perfetti sconosciuti oltre al semplice constatare che da assistente di una direttrice di linea ti permetti di indossare dei reggicalze. E che tendi generosamente a mostrare gli stessi a tutti, indossando gonne troppo corte. 

E’ che quel genere di particolari stimola, nei miei simili, la concentrazione di sangue al cazzo. Comunemente chiamata erezione.

A me, disfunzione, il sangue arriva al cervello. 

Scusa.

A nome mio e di tutti quelli che ti hanno infastidita. 

Inganno l’attesa. 

 

PS: la password è 1a2b3c4d5e0000. Che non è una bella password. Ricordatevi di creare password belle, se dovete darle agli sconosciuti. 

PS2: scrivete un diario. Serve sempre. E lasciatelo senza password. Perchè chiunque possa leggervi dentro. Non create inutili copertine, lasciate che tutti possano leggere in voi le cose che poi potrebbero trovare in loro.

Amen

PS3: il reggicalze, se non accompagnato da un intraprendente spirito da ragazza di facili costumi è un inutile drappello estetico. 

 

Life is Short Fritz, write your memories before your memories will kill you

 

 

Impulse

Cerca di capire il contesto. 

A volte è meglio dell’aneddoto. 

Ho una rabbia gigantesca, che mi mangia l’intestino. La gestisco. Ma devo scavare. Lavorare di fino sull’anima, che sfinita tenta di ribellarsi. Scrivo fitte pagine sul mio quaderno, rifletto, prendo spunto, ne discuto con chi è più preparato. Insomma, ci lavoro. Mi costa un sacco. Mi costa la digestione, il sorriso e al momento il sonno. 

Pertanto, qui inizia il contesto e finisce l’aneddoto, mi ritrovo su una seggiolina di vimini quasi sul bordo di una statale, davanti a una fontana illuminata a led. Prima rosso, poi rosa, poi violetto, poi blu, poi ancora rosso. 

Alla barista bionda ho ordinato uno Zacapa. Un bicchiere grosso, ho specificato. 

E’ mezzanotte. Ventisei gradi, umidi e sudici. 

Sudo rhum e rabbia. 

Non capisco perchè ti deve sembrare tanto strano. Non fai una piega quando ti ritrovi in palestra madido di sudore per lavorare sui pettorali. Lavoro sul corpo. Lavoro sull’anima. 

Scrivo sul mio quaderno, osservando il via vai di gente che entra nell’hotel. 

Uomini che mi girano intorno.

A venti metri lineari, appoggiata sotto la luce di un bancomat, una ragazzina. Pallida, mora, alta, nuda. Con una minigonna talmente corta da sembrare un perizoma fuori taglia. Guarda annoiata il traffico sulla statale. Nessuno la carica. Non che lei faccia nulla per essere caricata. E’ molto meglio la bionda sull’altro lato della strada. Che appena una macchina rallenta, sapientemente tira fuori le tette. 

Un venditore dal dubbio gusto umano è seduto sulla sedia di fianco alla mia. Cerco di mettere al massimo la musica, ma mi tocca ascoltare brandelli di conversazione. 

Chiama a casa, con un forte accento romano. Routine. Una tenera chiamata alla moglie e al figlio. O forse alla figlia. Parlano delle vacanze al mare mentre lui suda nel suo completo cachi. 

Finisce la conversazione. Pochi istanti. Una sigaretta accesa, due tiri. Riprende una conversazione,  molto più piccante. Con l’amante. Parlano di vacanze al mare. E di scopare. Al mare. Mentre lui guarda la bionda sull’altro lato della strada. 

Quando la fontana si illumina gli brilla il Rolex. 

Quando i camion passano, la bionda sfodera le tette. 

Quando si emoziona, stringe il telefono e si tocca la gamba destra, e poi ride. 

Che è questo il vero tradimento. Ridere con un’altra persona. 

Arrivano due pullman di turisti. Scaricati come animali sul piazzale di fianco all’hotel. 

Una pioggia di sandali con calzini che tradiscono germaniche origini e cattivo gusto. 

Bermuda improbabili a quadrettoni, canotte e magliette con I (cuoricino) Roma. 

Sudo.

Ho prenotato la colazione in camera, per le 5.45

Vorrei dormire almeno cinque ore. 

Ma finirà che scriverò. 

Ne ho bisogno. 

Finalmente caricano la mora. 

Si avvicina ondulando a una ford grigia. 

E sale in macchina. 

Con lo stesso entusiasmo con cui andrebbe a un funerale. 

Alzo il volume. 

Ascolto questo.

Quanti ricordi.

Fottuti ricordi. 

Si aggiungono al gruppo delle sedie di vimini due coppie. 

Hanno occhiali con montature colorate, camicie su misura, sandali con tacco, orologi di lusso. Ordinano Prosecco. 

Sudo anche per loro. 

Sto facendo un pauroso lavoro di riordino. 

Sommessamente provo a consigliarlo a tutti. Di lavorare sull’anima. Ma fa male. 

Ovviamente. 

Scavare e scrivere non mi fa dormire, e finisco a guardare puttane slave che battono senza stile su statali dimenticate da Dio e dal Demanio, mentre un venditore scopa telefonicamente con l’amante a un metro da me. 

Sudando dentro il vimini. 

Bevendo Zacapa caldo. 

Cosa fai stasera?

Niente, pensavo di bere Zacapa caldo scavandomi dentro. 

Tu?

Passano macchine veloci, che rallentano in prossimità della bionda. 

Torna la mora.

Dodici minuti dopo.

Ora, io mi dico. Dodici minuti. 

Mah. 

Mi raggiunge un collega. 

Sottoposto, a voler essere precisi. 

Che non dorme. 

E che vuole parlare. Ma io non voglio parlare. Voglio ascoltare. Ho parlato troppo. Per troppo tempo. 

Osserva la bionda. Commenta. Sulle tette. Risposte impulsive al marketing base. 

Tiro fuori il portafoglio. 

– Se ci vai davvero, te la pago io

– mah. 

– l’hai detto. Hai detto che era figa. Vacci. Adesso.

– insomma. Il mio capo che mi paga una puttana…

– Sto semplicemente capendo quanto hai i coglioni. Hai detto che è figa. Fallo. 

– Beh, figa è figa

– E allora?

– ma cazzo andare a puttane…

Si allontana per ordinare una tisana.

Uomini che bevono tisane. Il mondo sta andando a puttane. Ma solo in senso figurato.

Caricano ancora la mora. 

Mi incuriosisce capire. 

Ma sto già cercando di capire altro.

 

Moto (andare)

Argomento profondamente scacciapassera. Nel senso che le puntuali e puntigliose lettrici di questo blog, troveranno questo post inadeguato, sotto tono, fastidioso. Solo perchè parleremo di moto. Eppure, molte di loro provano un atavica attrazione per il disordine umano che le moto, come oggetti, si portano dietro, ovverosia i loro piloti. 

Essere motociclista è un buon punto di partenza per farsi una vita sentimentale. 

Se mio figlio mi dovesse chiedere mai:

– Papà, per avere una donna bellissima che mi ama, cosa mi consigli di fare: compiere imprese epiche come scoprire un nuovo vaccino oppure circumnavigare uno dei poli oppure guidare una moto? 

– Mio caro, non pago i tuoi studi, tra l’altro salatamente, perchè tu possa abusare del termine “circumnavigare”, ma perchè tu possa trovarti un lavoro in poco tempo e mantenermi. In ogni caso, rispondendo alla tua domanda, e partendo dal fatto che dipende da che tipo di donna tu voglia trovare, diciamo che scoprendo vaccini e circumnavigando i poli tu attirerai una pletora di adoranti fans, tra le quali anche qualcheduna bella. Ma possedendo una moto, sicuramente, con molta meno fatica otterrai molti più risultati. Ricordati, però, di arrivare vergine al matrimonio e di mettere la canottiera dentro le mutande che se no mi prendi freddo al pancino. Lo so che hai ventiquattro anni, ma le congestioni non guardano in faccia a nessuno. E chiama mammata quando arrivi. 

Io possiedo moto da prima che iniziassi a possedere donne. E solo ultimamente ho collegato le due cose. Ovvero che con un mezzo rispettoso si acchiappa.

In ogni caso. 

Parliamo di moto.

Uno dei miei vicini di casa, proprio mentre tentavo di insegnare l’arte dello skate al Piccolo all’ombra di un nespolo in cortile, è comparso dal portone armato del seguente kit:

– Maglietta verde nera semi fluorescente con scritta Kawasaki 

– Marsupio Ducati, rosso e piccolo, stile testicolo con varicocele (da operare con urgenza)

– Cappellino con visiera piegata recante sigla: Vale 46. 

Io, dal canto mio, uomini del genere li butterei tra il bidone verde e quello marrone della differenziata. 

Eppure ci salutiamo.

Le nostre mogli sono amiche. I nostri figli sono amici. Lui ha provato ad invitarmi a vedere la MotoGp a casa. 

– Preferisco guardare un documentario sui virus intestinali. 

Ho risposto. 

E lui ha riso.

Ma io non ridevo. 

Dicevo sul serio.

 

– Vado al Mugello. 

– Bene. Bravo

– Tu non passi?

– Dove?

– Al Mugello?

– Direi di no

– Dai cazzo. Sembra davvero che sarà un week end epico

– mah

– ho capito. Problema a convincere la moglie. Se vuoi ci penso io a farlo. 

– con mia moglie?

– coglione. Davvero. E’ imperdibile

– mah. Devo insegnare al Piccolo ad andare in skate e domani vorrei godere dei frutti del mio insegnamento. 

Non risponde. E’ abituato ai miei no. 

Deluso, procede verso il suv parcheggiato davanti a casa. Si vede che è gasato. Lo si può sentire. 

E’ uno di quelli che stanno contro le cancellate urlando a squarciagola mentre gli passano davanti bolidi a duecentoquaranta all’ora. 

Non vedi quello per cui tifi, ma vai a sensazione. 

Ora, io sono estremamente ecumenico, in termini motociclistici. 

Scherzando dico sempre che sarebbe meglio la moglie sul marciapiede che una moto giapponese. 

(mica tanto scherzando)

Ma poi, in fondo, amo la moto in tutte le sue forme. 

Ascolto pazientemente tutte le opinioni. Mi faccio asciugare dai biemvuisti, montati a mille dalla sensazione di schiacciante superiorità dei loro mezzi, armati per una missione nel deserto. Ascolto i ducatisti del quartiere, che partono in quattro e tornano sempre in tre, per qualche maledetta batteria, qualche maledetto contatto, qualche maledetta saldatura. Ascolto, ovviamente, gli harleisti. Ma anche i bonnisti, gli englisti, quelli della Victory e quelli della Suzuki. 

Non solo. Leggo e mi aggiorno su praticamente tutto. E condivido gioie e dolori. Ad esempio Ducati ha da poco presentato in un box giallo dentro il suo stabilimento, con ombrelloni e longboard skate, quella che sarà l’erede della Scrambler. 

Notizia che, a dirla tutta, non cambierà molto la mia vita. Però si è creato un piccolo caso nel pubblico ducatista. Perchè dicono che la vera presentazione al pubblico avverrà in autunno. Probabilmente a Colonia più che a Milano. Offesa immorale! Sui social è venuto fuori un casino molto più grosso di quello relativo alle tangenti del Mose. 

(Ha ragione Grillo, quando si dispera pensando a voi). 

Ora, a parte che Ducati è di Audi, elemento che legittimerebbe di molto la presentazione di una moto nuova in quel della Germania, ma il problema è davvero minore.

Eppure partecipo alle discussioni. 

Condivido le gioie e i dolori. 

Non giudico mai un giro dal numero di kilometri e nemmeno dalle foto che pubblicate.

Non giudico mai un uomo dalla sua moto. 

Sarebbe come giudicare un uomo dalla sua donna. 

Anche i migliori possono sbagliarsi.

E poi redimersi. 

Però questa fretta di andare a vedere ragazzi che sfrecciano a trecento all’ora girando su una pista d’asfalto. 

Però questo bisogno viscerale di imitarli e di buttarsi a pesce sulle statali facendo i peli ai cordoli. 

Questo non è andare in moto.

Questo è usare un elettrodomestico. 

Volevo dire solo questo.

Avevo un quarto d’ora buco tra una riunione e l’altra e ho pensato bene di spenderlo al bar per bere un caffè. E mi è toccato subire un incontro ravvicinato con un altro pasionario di questa cazzo di disciplina del correre di fretta. 

Mah. 

 

Agosto

Un giorno, di molti anni fa, nel mezzo di un torrido agosto, seduto sul terrazzo di casa, fumavo una sigaretta composta per il trenta percento di avanzi di tabacco reperiti sul pavimento dello stesso terrazzo, un dieci percento di avanzi di erba reperiti in un cassetto, e il resto carta. Aspettavo l’ora di cena. Non ricordo la ragione precisa per la quale non ero partito. Posso con certezza ricollegare la cosa al fatto che il mio conto in banca fosse in rosso. Avevo deciso di imbiancare casa. E avevo coinvolto nell’opera la mia ragazza. Più che altro per far passare in secondo piano la totale assenza di ferie nella nostra vita di coppia. Così passavamo il giorno a imbiancare, la sera a fumare e la notte a fare l’amore. Più o meno. Guardavamo vecchi dvd, bevevamo vino bianco gelato e ascoltavamo il silenzio del centro città. 

Ovviamente niente di paragonabile alle vostre ferie a Santo Domingo, con buffet all inclusive, ma nemmeno troppo male. 

Prendevamo la Vespa gialla, al mattino presto, e andavamo a fare colazione in centro. Nella stessa pasticceria dove mi piace prendere il caffè oggi. Compravamo i giornali, leggevamo seduti sugli scalini della chiesa, e poi tornavamo a casa. 

In tutta la via eravamo rimasti noi, il portinaio filippino del palazzo davanti e un paio di vecchietti. In centro succede così. 

Il sabato prendavamo la Vespa e andavamo al mare. 

Ora, non so se abbiate mai provato realmente a farlo. Perchè fa molto Muccino, prendere la Vespa e andare al mare, ma in verità è un’epopea drammatica. Ci vuole una vita. La velocità media richiede la destrezza di restare sospesi tra la prima corsia e la corsia d’emergenza, e il caldo uccide. Lasciate perdere l’idea romantica che il cinema vi ha inculcato. 

Tornavamo a casa che era già notte. 

Leggevamo Neruda. Io leggevo e lei ascoltava. 

Mi piaceva, mi piace, leggere Neruda. 

E’ poesia, musica di parole. 

Ascoltavo la mia voce come unico rumore nella città. 

Ci piaceva stare insieme. Era un modo intelligente per nascondersi dal resto del mondo. 

Le nostre famiglie non approvavano. Da parte mia, mio padre non approvava a priori. Era una questione d’insieme. Non approvava quello che studiavo, quello che guidavo, quello che mangiavo e quello che amavo. Ma poi si rassegnava. 

Da parte sua, suo padre e sua madre non perdevano occasione per farci sapere che la coppia era sbagliata e che lei avrebbe potuto avere di più. Velatamente. Ma quotidianamente. 

Il bello di quando hai ventiquattro anni, rispetto ai trentacinque, è che il giudizio degli altri su quello che ami è un rumore di fondo paragonabile al ronzio di una zanzara.

Ascoltavamo musica scaricata da internet. Ci volevano almeno due giorni per scaricare un intero album. 

E la mia penna USB teneva 128 Mega. Ci stavano trenta canzoni, circa. 

Di notte, ogni tanto, camminavamo per il quartiere. Senza una meta precisa. Giravamo intorno ai vecchi giardini, arrivando ai confini del Duomo. Raramente incontravamo qualcuno. Raramente ci tenevamo per mano. 

Raramente ci guardavamo negli occhi.
Ma sapevamo di trovarci sempre, se c’era bisogno. 

Quella sera, fumando, pensavo ad alta voce. 

– Mi piace l’estate. Adoro il caldo, la città deserta, il senso provvisorio delle cose. Non so cosa farò da grande. Ma voglio celebrare ogni estate. 

Lei beveva moltissima acqua. Roba truccata con magnesio, sali, mirtilli. Roba imbevibile. Per i glutei. Sorseggiava, seduta per terra. 

Avevamo questa cosa, che non ho più ritrovato in nessuna donna. Non avevamo paura di perderci, sapevamo sarebbe successo. Non avevamo paura di stare nudi. Sapevamo sarebbe successo. 

E’ successo 

 

 

17.23pm

– mi fa male qui

– dove?

– in basso, vicino al cuore.

– a buona ragione, il cuore dovrebbe essere in alto. Un po’ a sinistra

– il mio pende

– in che senso?

– troppo pesante

– per cosa?

– anni di robe. Inutile che te lo spiego. Comunque pende. E adesso mi fa anche male

– … 

– sarà un infarto

– sei giovane. E poi li, dove ti tocchi tu, sarà la milza. Piuttosto che un infarto

– come fai a dirlo?

– perchè li, dove ti tocchi, c’è la milza. Lo stomaco, il colon, e la milza. 

– Il mio cuore è qui. 

– ancora? Ricominci?

– Che cosa stiamo aspettando?

– che passino le cinque e mezza

– perchè?

– fino alle cinque e mezza non possiamo muoverci. Ce lo ha detto il capo. 

– dopo?

– dopo, andiamo. 

– dove?

– facciamo il nostro lavoro, e chiudiamo la cosa. 

– senti, io penso di non farcela più

– a fare cosa?

– il lavoro

– sei nato facendolo.

– si ma adesso basta.

– smetti di dire cazzate, per dio. Mancano sette minuti, siamo pronti. Punto. 

– Basta.

– Piantala

– Ho il cuore che mi fa male anche per questo 

– cazzate

– Vorrei essere da un’altra parte

– Anche io.

– andiamocene

– non dire cazzate. 

– piantala di fare il duro. Non ce la fai più nemmeno tu

– facciamolo. Poi ti offro una birra. 

– Sto morendo di birra, di noia e di tutto questo

– allora ti offro un gin

– muoio

– fallo dopo le cinque e mezza

– io me ne vado

– se solo fai un passo, il primo colpo del caricatore è tuo.

– dove mi spareresti?

– al cuore

-…

– quello vero.

– sei sadico

– mi pagano per esserlo

– io me ne vado

– okkei

– ciao

– è più un addio. Appena ti giri ti sparo

– Va bene. 

– dici sul serio?

– si. Ma mira il cuore, come hai detto. 

– sei pazzo.

– almeno morirò facendo qualcosa per me. 

– contento tu

– anzi

– dimmi

– sparami adesso

– tu sei pazzo

– si. Forse si. Ma ho finito. Basta.

– mah. 

– fallo.

– parliamone a lavoro finito. Davanti a una birra

– mi fa cagare la birra. E anche il lavoro.

– fattene una ragione.

– sparami

 

4.23pm

Sono le quattro e ventitrè. 

Il mare non sembra un granchè. Minaccia pioggia. Invano. Perchè poi non piove. 

Fa già caldo. Complice l’umidità, avrebbe detto mio padre. 

Appoggiato contro un muro di cotto e calce, sente il sole cuocere la pelle, cerca con gli occhi un punto preciso sul mare, annusa il profumo del limone che esce dal giardino. 

Tutto al presente. Lo sta facendo adesso. 

Un pedalò passa, a rallentatore, tra l’orizzonte e il mare. 

Il vento, manca il vento. 

Per questo si sente l’umido, avrebbe detto mio padre. 

Per questo si sente il limone, pensa annusando distrattamente. 

Rimangono due rivoli di nuvole, che cadono verso il mare, e le nubi delle fabbriche, lontane sopra il porto. 

Un traghetto passa, a rallentatore, porta gente al mare. 

La magia dell’attesa sta in questo silenzio che si infila fin dentro le radici delle piante, e lascia passare i ricordi. 

L’attesa dovrebbe essere dolce, pensa. 

Lei aspetta, seduta sul davanzale della finestra, sorridendo nel riflesso del piccolo specchio.

Sa che lui è arrivato. Sa che lui sta aspettando. 

Sa che mancano una rampa di scale, quarantasei battiti, sette minuti, due sospiri e un po’ di fiatone, un sorriso, e poi finalmente potranno essere una musica sola. 

Scritta da lei, eseguita da lui, pentagramma di ostinazione e verità, di desiderio e silenzio.

Definisci l’amore.

Definiscilo a vent’anni.

Definiscilo a trenta. 

Definiscilo adesso.

Scrivi di questo profumo, di limoni, di estate, di sudore, di mare, di porto, di gabbiani, di muschio.

Scrivi di questo silenzio, fruscio di tende, accostate per far passare un poco di luce, un poco di vento, un poco di vita. 

Sa che lui sta aspettando. 

Pazientemente.

L’attesa, lei la passa al davanzale, guardando gli ambulanti rimettere la verdura sui furgoni. Sente le voci, le bestemmie di un accento lontano.

Si può morire aspettando.

Oppure.

Oppure, si può definire una cosa grandissima senza usare nessuna parola.

Oppure si può ostinatamente volere, fino in fondo, che succeda. 

Fino a quando, poi, succede. 

 

 

Op scio nal

Dicono che poi parli sempre di sesso, tra le altre cose in modo decisamente scurrile e non adatto alla sopraffina narrativa che mi contraddistingue. 

Forse, penso io, perchè nulla succede, che possa perlomeno essere raccontato. 

Ma non lo dico, che poi la gente ci rimane sempre male quando ha la percezione che la sua quotidianità, che da dentro sembra un compressore pieno di pressione, emozioni e rivoluzioni pronto a sparare, da fuori non è altro che un preciso cliché di un b movie francese. 

Tra l’altro ho anche ricevuto una mail di protesta per il post precedente. Questo blog ha l’indirizzo mail pubblico da 10 anni, e questa è la settima mail che ricevo. Perlomeno pertinente a quanto scritto o detto e non per vendermi cialis oppure per farmi ereditare grandi somme da zii in Nigeria prematuramente scomparsi. 

La mail è firmata Tania. Intuisco si tratti di una donna. Che mi accusa di essere, oltre che volgare tra le righe, “ossessionato dalla donna sessualmente parlando, e sicuramente pronto a un percorso riabilitativo psicologico”. 

Vedi cosa succede a far studiare le donne? 

Che poi divengono coscienti dell’incredibile potere del percorso riabilitativo psicologico. 

Che poi ne avrei bisogno davvero. Non per questa questione di ossessione per le donne, sessualmente parlando, ma per gli schiaffoni che la vita mi ha tirato negli ultimi quattro anni. 

Un bel percorso riabilitativo psicologico, con sedute di approfondita analisi e ipnosi. E poi se ci scappa, anche un pompino.

Così. 

Insomma, rivedo i miei fratelli, quasi tutti insieme.

Usiamo il giovedì sera per metterci in pari con la vita, per leccarci le ferite, per far finta di essere capaci di non pensare al resto, per ridere, per fare quello che tutti gli uomini fanno da sempre, semplicemente lasciarci il segno a vicenda. 

Ora, a livello puramente biografico, nessuno dei suddetti amici, me compreso, ha una storia sentimentale lineare, semplice e soprattutto facilmente spiegabile. 

Alcuni hanno fame. Altri hanno sete.

Gli uomini sono così. 

Arrivano tutti in ritardo. E’ una abitudine consolidata. Inizia anche a piovere. 

L’abbordaggio delle povere vittime avviene con disinvoltura. 

La zona, per noi, è zona conosciuta, palmo a palmo. E’ lo stesso bar da anni. Le stesse serrande, lo stesso casino. 

Le povere vittime sono due tipiche utenti del posto. Radical Chic, non milanesi, carine, particolari. Il genere di donne che bisognerebbe frequentare.

Non che la caccia sia lo sport tipico. Il branco si trova all’ombra di questa oasi per leccarsi le ferite inferte da altre femmine e da altri maschi. Solitamente è un branco chiuso. 

Ma si sa, la stagione degli accoppiamenti e la sensazione che essere senza figli a 35 anni genera nel maschio una psicosi spastica che erutta nel disordinato approccio di femmine coetanee. Come se bevendo insieme a trentacinque anni potessimo ancora credere di avere tempo. Dal canto loro, le trentacinquenni hanno una fretta imperiale di chiudere il discorso ovuli fecondati e foto di famiglia, sentendo il rimbalzante richiamo biologico. Quindi cercano, più o meno inconsciamente, un padre biologico. 

Esistesse la sincerità sarebbe:

– ciao, sei carina, coetanea, e dalla scollatura intuisco anche pronta per un eventuale accoppiamento

– ciao, ho bisogno di essere protetta, curata, messa incinta, e poi tenuta in alto nelle tue priorità.

– ah. Beh, anche io voglio un figlio. Maschio che gli insegno la moto, il surf, lo skate e tutte quelle cazzate a cui mi attacco per sentirmi ancora ragazzo. Solo che poi vedo quelli che hanno un figlio, e insomma mi sembrano cazzi amari. 

– Sei il tipico irresponsabile del cazzo, che fa surf e va in moto e che si veste in modo tremendamente originale. Provo attrazione sessuale nei tuoi confronti, ma so che mi ferirai fino alla morte. Forse ti amo. Anzi si. Però tira almeno giù la tavoletta dopo aver pisciato. 

– Beh, io vorrei scopare con te. Ovviamente con una cena prima, che abbiamo trentacinque anni se no sembra che ti tratto da puttana. Ma per il dopo, non saprei dirti. Iniziamo con lo scopare e con il fatto che tu mi lasci il martedì per il corso di yoga, il mercoledì il calcetto, il giovedì il corso di tastiere heavy metal, il venerdì per gli amici, il sabato per lo skate e la domenica il surf. 

– Ok. Sedotta e abbandonata. E’ un copione che conosco bene. Mi va bene. Anzi perfettamente. Mi ricordi Luca. Il mio ex. e Giulio, il mio ex ex. E Carlo. il mio ex ex ex. Lunedì ti presento i miei

– no. Il lunedì vado in moto con gli amici. Pompino veloce dietro la macchina e la facciamo finita? 

– E’ squallidissimo

– In effetti si. Ma volendo riassumere… 

 

Invece

Invece la conversazione piacevolmente cade su alcuni luoghi comuni riguardanti le origini, le vacanze, il sole, il mare, quanto piove a Milano. Occhi che scivolano veloci, saltando la scollatura per rispetto. Mani che cercano un contatto. Lei scava nella memoria per capire a chi assomigli, a cosa è dovuta tutta quell’abbronzatura e perchè sente forte il bisogno di fare un bambino con te. 

Io sono spettatore privilegiato. Posizione eccellente. Mi resta, sporco lavoro, l’intrattenimento dell’amica. 

Appoggio fraterno. 

Adoro la sensazione di illuminante dominio provvisorio che scintilla negli occhi del mio fratello cacciatore. 

Quell’inebriante potere, estremamente temporaneo e volubile, che si attiva quando credi di avere una donna in pugno. 

La serata scivola sotto la pioggia fino all’abbandono del tavolo da parte delle giocatrici. Siamo abituati. Siamo abituee. Nel senso che alla fine, mogli, amanti, amiche, conoscenti, rimaniamo sempre qui. A chiedere l’ultimo giro pensando al mal di testa del venerdì. 

Voglio bene a questi uomini. Un bene enorme. 

So che loro me ne vogliono. 

Vogliamo bene a questa piccola abitudine. Questo show, che sta in piedi da solo, nel quale ogni nuova donna si sente protagonista. 

Cacciatori che diventano prede. Un confine labile con copione conosciuto. 

Finisce sempre così.

Ma io, fossi donna, uno di noi lo sposerei subito. Uno qualsiasi di questi quattro cani scappati dal guinzaglio. 

Perchè sono sicuro che uomini così capaci di amare non ne esistono molti. 

E anche di uomini così capaci di nascondere questo amore enorme sotto una folta pelliccia di difetti e luoghi comuni. 

Abbiamo bisogno di donne pazienti. Abbiamo bisogno di donne pronte a sedersi sulla folta pelliccia e scavare con le mani. 

Abbiamo delle donne pazienti. Bellissime. Perchè le loro pellicce di difetti sono ancora più folte delle nostre. 

Uno si sposa a luglio. Mese inopportuno per sposarsi, se la prendi dal punto di vista dell’invitato che vuole ubriacarsi e non sudare come uno svedese dentro una sauna. Credo sia pronto per farlo. Perchè esplode d’amore. 

E’ il momento giusto per farlo. 

Uno vuole un figlio. 

E’ il momento perfetto per farlo.

Anche un’altro vuole un figlio.

Sarebbe perfetto farlo. Ma da soli risulta difficile. 

Un’altro vorrebbe solo essere amato. 

Tutti lo vorrebbero.

Insomma, le solite cose. Per questo ogni tanto mi dimentico di raccontarle. 

Non potete nemmeno immaginare quanto io ami queste solite cose. Solo perchè sono le solite cose nostre. 

 

PS: l’unico accenno sessuale di tutto il pezzo è semplicemente dovuto al fatto che è la verità. L’inossidabile verità. 

Poi, potete anche darmi del buzzurro. Ma nessun uomo con due Negroni in corpo, cercherebbe una donna al solo scopo di sposarla. E’ scritto. Come è inevitabile che l’immediato paragone con la lista di ex (conviventi, mariti o amanti) porti il candidato a un incredibile percorso ad ostacoli atto al raggiungimento dell’atto. Basta solo avere lo stesso profumo di Carlo o lo stesso lavoro di Nicola per essere egoisti come Carlo o stronzi come Nicola. Quanto è misero il mondo della memoria d’amore. 

Che poi è il motivo per il quale lei si è allontanata ieri sera, fratello. Impara ad osservare. Era uscita per una lunga serata “memorial di xxx” nella quale confidarsi con la prode amica su quanto fosse stronzo Carlo o Nicola o Paolo. Un libro aperto di memoria.

Impara ad origliare le conversazioni prima di buttarti a pesce con quel tono da Brad Pitt di Ostuni e quell’accattivante sorriso perfetto che fa capire che, in fondo, sei molto peggio di Carlo/Nicola/Paolo messi insieme. Ma sei molto più bello. 

A giovedì.

 

Ingoio (Quattro motivi per concludere un pompino felicemente)

(Ora, ritrovarsi a scrivere sempre le stesse cose, ne converrete, risulta estremamente noioso per lo scrittore e per il lettore. Restano due varianti: smettere di scrivere, o semplicemente spiegarsi in maniera differente).

 

Insomma, io ingoio. Ingoio da un pezzo. E malvolentieri. Ma tant’è. 

Dicono, quelli che leggono Osho, quelli che fanno yoga, quelli che bevono the verde e tisane drenanti alla sera, che la vita è fatta di alti e bassi, e che ingoiare è solo una fase. Che poi è così, anche se il tempo scorre in modo decisamente diverso, tra quando sei in alto e quando sei in basso. Dev’essere una questione di gravità. In alto scivola veloce,con le giornate che finiscono sempre troppo presto, le stagioni che corrono. In basso le ore sembrano anni, e ti tocca di raddoppiare il rhum per reggere. 

Nel grafico della mia vita, sto scavando con le mani per recuperare, dato che ormai sono uscito dal foglio da parecchio tempo. 

Dicono, quelli che leggono Osho, che vanno ai corsi di Programmazione Neurolinguistica, che pagano l’analista e che fanno sesso senza dire le parolacce, che bisogna contestualizzare. Dividere la vita a compartimenti stagni, e osservare le stanze della propria esistenza, capendo dove si va male e dove si va bene. Insomma non è tutto nero o tutto bianco. Ci sono cinquanta sfumature di grigio. Saper apprezzare il bianco, contestualizzando il nero, dicono.

Che poi, a quelli che leggono Osho, non vale nemmeno la pena di rispondere. E che poi, per esempio, il colore della morte e del lutto, in India, è proprio il bianco. 

In ogni caso, io i compartimenti stagni li osservo da un pezzo. E sono tutti pieni zeppi di merda. 

Non è questione di pessimismo. E’ questione di tempismo. 

Insomma, vi dicevo, ingoio. 

Nulla di male. 

Parte del gioco. 

Cerco di liberarmi con una mossa efficace e antica, fingendo una chiamata sul cellulare, da una chiacchierata noiosa, per trovare un angolo di riposo. Che, in una fiera piena zeppa di gente, non è roba facile. 

Sono sveglio dalle cinque. Sono le quattro. Sono in piedi, fisicamente sui miei piedi, dalle otto. E sono le quattro. Non mangio dalle sette, e sono le quattro. Parlo dalle dieci, e sono le quattro. Sono riuscito a fumare una sigaretta in piedi, mentre pisciavo e mi controllavo la cravatta. Che poi non si potrebbe, fumare e controllarsi la cravatta insieme. Che è un attimo, bruciarsi la faccia. 

Sono stanco. Ma ingoio. Reggendo il gioco. Alle otto faccio colazione con una piccola orda di venditori. Alle otto e mezza mi chiedo quando arriveranno le sei e mezza. Ingoio. Alle dieci faccio una video intervista con un cameramen sovrappeso che sbadiglia mentre gioca con l’inquadratura. I miei video aziendali fanno una media di cinquanta visualizzazioni l’anno. Che è un grande stimolo. 

L’argomento, la Fabbrica del Futuro e gli eventuali sviluppi delle tecnologie cross border, è un’altra stimolante leva. Capisco lo sbadiglio del cameramen. E ingoio. 

Spenta la telecamera e il faretto che mi ha reso un sudario, vengo gentilmente trasportato in una tavola rotonda di amministratori delegati. Tutti abbronzati e sospettosi. Chiedo a una assistente con una camicia di raso trasparente e un culo a se stante, dell’acqua. Forse si dimentica. Forse non conto un cazzo, nella piramide alimentare degli amministratori delegati. Sta di fatto che l’acqua non arriva. Ingoio. 

Mentre mi alzo, vengo raggiunto da un cliente che si ricorda benissimo il mio nome e che vuole parlarmi con urgenza di una cosa molto importante. Mi risiedo. Richiedo dell’acqua. Non mi viene portata. Stacco il cervello e lascio che il cliente parli. Si anima e suda. Fa un cazzo di caldo, penso. Ma l’acqua non mi arriva. Mi arriva un cappuccio. Con la schiuma. 

Io il cappuccio lo odio. Come alimento. Ingoio. 

Mi alzo, viene richiesta la mia presenza per una riunione confidenziale. Tavolino di cristallo, prosciutto di San Daniele tagliato al coltello, Prosecco e frutta fresca. Chiedo dell’acqua. Una assistente con gli occhi incredibilmente azzurri e profondi me la porta. Vorrei sposarla, buttarmi ai suoi piedi e ringraziarla, amarla. Bevo. Mi sembra di essere tornato nel mondo dei vivi. Qualcosa va per il verso sbagliato. La riunione si anima, il tavolino diventa troppo piccolo e scomodo per tutti e quattro. Si allentano cravatte, partono velate minacce, sparisce il Prosecco. Mi pagano per esserlo. Allora lo faccio.

Arrogantemente mi alzo e me ne vado. Mi pagano per essere arrogante. Peccato per il Prosecco. 

Ingoio. 

Cerco di puntare il cesso delle hostess. Non per altro, nessuno può cercarmi qui. 

Incrocio Francesca, che da giovane doveva essere bellissima e felicissima. Che è una donna in carriera e che oggi porta un ridicolo paio di sandali con la zeppa in sughero. Mi prende e mi porta in un angolo. Ci sediamo. Insieme a due individui dalla giacca troppo grossa e dalla cravatta troppo vistosa. 

Il primo mi indica, con una Montblanc evidentemente di plastica, un plico di fogli. Il secondo accenna ad eventi successi e passati. Appoggio la schiena allo schienale di plastica. Cerco con gli occhi un’assistente. I due non hanno una assistente. Non contano un cazzo. Peccato, avrei voluto dell’acqua. 

Bevo troppo, penso. Potrei avere un tumore ai reni. Penso. O forse, solamente una grande sete. Odio la gente che indica con la penna e allude a contenuti che non mi fa vedere. Noto un piccolo callo di postura sul piede di Francesca. Un peccato indossare un sandalo con un callo. Sbuffo, involontariamente. 

Ingoio. 

Ci alziamo, ci stringiamo le mani, mi giro. Sto immobile in mezzo al corridoio della fiera. Osservo una Fender bianca e lucida appoggiata su un divano, e un pianista robot che suona Freddie Mercury. 

Punto la Fender. Mi siedo. La prendo in mano. Hanno un’impugnatura miracolosa, questi oggetti.

Suono qualcosa. 

Samantha, Daniele Silvestri. 

Daniele Silvestri è un poeta, ma pochi lo sanno. Samantha è una grande canzone. Dal vivo è uno spettacolo. Giulia mi aveva fatto scoprire Roma, Daniele Silvestri, una mansarda in Trastevere e il suo modo di limonare strano. Poi è sparita. Lasciandomi Roma e Daniele Silvestri. 

Samantha è divertente da suonare alla chitarra. 

Inizio a respirare. 

Ma c’è una canzone stupenda di Silvestri che mi piace suonare. Eccola. Suono l’inizio. Questa è una di quelle dieci o venti canzoni che hanno un peso specifico nella mia vita. Una di quelle canzoni che mi riattaccano i profumi e i colori di quel preciso momento in cui l’ho sentita per la prima volta. Ricordo i brividi sulla schiena, il filo di sudore sulla sua, il silenzio apparente dell’alba, l’odore di mare e rosmarino, la certezza nel vedere le sue mani tremare davvero, insieme al respiro, insieme al mare. 

Mi si siede di fianco un vecchio con una cravatta rossa. Canta, con precisione millimetrica:

– Così dicevi perchè i miei occhi pieni di balconi e chiese non tornassero più.

 

 Si alza, mi guarda:

– Daniele Silvestri è un poeta

E se ne va. 

Concordo. 

Giulia non mi tornava in mente da vent’anni. Chissà se fa ancora l’amore con il suo amico romano al campo Scout, chissà se beve ancora il vino rosso a canna dalla bottiglia. Chissà se porta ancora i suoi amici per mano dalla stazione alla mansarda in Trastevere e ci fa l’amore tremando come una foglia. Chissà se se li dimentica alla Stazione, lasciandoli con una scatola di ricordi e un sorriso. Chissà se poi quel progetto di rifarsi le tette è andato in porto. Chissà se si ricorda anche lei di aver vissuto cinque minuti che valevano la pena di essere vissuti, sospesi sopra il molo della ferreria, sul mare. 

Mah. 

Vengo recuperato da un venditore, affamato di vendetta e famoso per essere simpatico come un foglio di excel. 

Si siede. Mi tocca appoggiare la chitarra. 

– Hai gli occhi stanchi. 

– Troppe slides.

– eh, la fiera stanca.

– non esattamente

– …

– ingoiare, stanca. 

 

Ora, con sommo dispiacere devo interrompere l’immensa poesia creatasi con l’ascolto di Strade Di Francia (ma davvero non conoscevate Samantha? La versione dal vivo è perfetta. Eccola). 

Orbene. Con una rapida ricerca su Google sarete cascati qui incuriositi sul come convincere la vostra, o il vostro, partner, nel finalizzare la sublimazione del rapporto orale con un gesto di poesia e decisione: ingoiando. Insomma, della mia difficile settimana in fiera, del rotolare della mia vita verso il basso e di tutto il resto non ve ne fotte un cazzo.

Volete un pacco di buone ragioni per convincere la vostra donna e chiudere la questione, perchè poi nei discorsi da bar siete gli unici che non hanno inseminato il cavo orale, e vi sentite inferiori. 

Probabilmente lo siete. 

In rete trovate discussioni estremamente interessanti sulla questione. Come al solito, il sito di riferimento è ForumAlFemminile. Un sano scambio di idee sul gigantesco problema mondiale:

– Se ingoiare o meno

con una piacevole disgressione su:

– baciarsi dopo aver ingoiato

In ogni caso, la questione è chiusa da Ginevra84, che con un forte impulso femminista degno del sessantotto migliore, giustamente fa notare che ” è roba sua, ci mancherebbe”. Tutto il forum le si accoda, infrangendo la regola aurea che ritiene fisicamente impossibile che tre donne messe insieme possano trovarsi d’accordo su qualsiasi argomento. (regola peraltro infranta anche dalle mie ex, che tutte, senza esclusione di colpi, mi definisco un pessimo stronzo). Qui trovate l’accorato appello di Ginevra84.

Per completezza, qui il link al forum famoso a cui accennavo prima (dove peraltro una utente si lamenta del cattivo gusto dello sperma del suo attuale compagno, ma ci tiene a sottolineare che con quelli prima mica era meglio). 

Da una mia breve ricerca quantitativa e qualitativa, eseguita in rete ma anche sul campo, con anni di estenuanti fatiche, posso con certezza da moderno sociologo affermare che: 

– il 40% delle donne non sa eseguire correttamente la manovra, eccedendo goffamente nella meccanica del gesto e trasformando il tutto in un controllo andrologico. Sono solitamente quelle più convinte della loro bravura. E sono anche quelle che te lo fanno pesare. E’ strano pensare che nell’era di YouPorn e Redtube ci siano ancora donne che non si sono documentate, ma è purtroppo vero. L’errore meccanico è chiaro segnale di scarso interesse sull’argomento e di mancanza di banda larga in casa. Offritele un’abbonamento Vodafone, oppure stampatele qualche guida. (qui una delle più dettagliate sulla meccanica).

– un buon 50% delle donne esegue il gesto con due principali intenti: chiudere velocemente la cosa per tornare a casa e lamentarsi su what’s up con le amiche di come sia una merda il mondo degli uomini, oppure semplicemente per evitare una scopata. Si chiama “pompino di ripiego”, e dovrebbe, a rigor di logica, essere vietato dallo Stato. Ma si sa, questa corrotta classe politica non ha interesse a promulgare leggi intelligenti. 

– il restante 10% del mio campione sul campo è indiscutibilmente dotato in materia. Esegue il tutto con desiderio e gioia, colora la questione con la necessaria malizia, sembrando estremamente pronta per un piccolo clip su Redutbe, conosce il ritmo ancestrale delle cose, e non si pone il problema di come chiudere la questione, lasciando al maschio un ventaglio di opportunità sul come e dove che coloriranno per anni i racconti tra amici. Queste sono, a livello statistico, le donne da sposare o da assumere. (Mai, dico mai, fare entrambe le cose con la stessa donna). 

Purtroppo non ci sono modi semplici per riconoscere uno dei tre macro tipi di donna esternamente, anche se un buon campione statistico dice che ci potrebbe essere una certa correlazione tra l’altezza del tacco indossato e la reale capacità di fare pompini. 

Posso anche affermare che il peso (più correttamente la massa grassa) di una donna non incide sulla sua capacità nel gesto. Era una interessante tesi offertami da un collega studioso, che in qualità di ristoratore ha un buon campione di clienti e che ha trovato nel deposito adiposo un tratto caratteriale delle donne ingordamente brave nell’atto. Una mia ricerca ha invece dimostrato il contrario. Le donne magre, e le donne con un difficile rapporto con il cibo, hanno un ottimo rapporto con i genitali maschili. Credo sia una questione di karma. 

In ogni caso, posto che esista una correlazione tra scarpe con tacco alto e felicità (cosa in cui credo fermamente), e che quindi se siete stati degli accorti selezionatori non avrete di questi problemi,  eccovi serviti i quattro validi motivi per i quali la vostra compagna (o il vostro compagno) devono accettare questa cosa.

Partiamo dal presupposto che i due grandi problemi a cui la maggior parte delle donne fa riferimento sono: 

– il sapore

– il sentirsi poco rispettate.

E partiamo anche dal presupposto che, se il mondo non fosse schifosamente maschilista, entrambi sarebbero validi argomenti. 

Voglio vedere voi, a bere un mezzo bicchiere di una roba che, nel migliore dei casi ha la consistenza di un uovo, il sapore di sale e schifo e che lascia anche un senso di pesantezza nello stomaco. 

In ogni caso:

 

1) La storicità del gesto. Prendetela alla larga: citate misteriose edizioni del kamasutra e anche Sting (che alle donne gli piace associarvi a Sting, perchè lui, come conferma ForumAlFemminile, scopa per otto ore di fila, e voi non superate il minuto e mezzo). Tutti gli esseri umani sono più convincibili, se il resto del popolo, in passato, ha fatto la stessa cosa. 

2) La mia ex lo faceva. E anche bene. Anzi, anche meglio. Lo spirito competitivo e l’ossessione per l’abbandono, vi garantiranno l’immediato piacere. Ma sappiate che questa strada è estremamente pericolosa. Perchè “quellatroia” (generalmente così viene chiamata) è una buona leva su cui forzare, ma può essere anche un boomerang. 

3) Ci sono degli evidenti benefici medici e psicofisici. Lo sperma infatti, contiene l’osmoproteina, necessaria all’ovulo fecondato per generare le difese immunitare. L’osmoproteina, insieme al citoprondone, presente nello sperma giovane o “fresco”, agiscono in maniera sorprendente sul sistema immunitario. Inoltre, l’assunzione quotidiana di citoprondone richiama le cellule neuronali, dando un senso di sazietà e eliminando naturalmente lo stress da fame improvvisa. Lo sperma ha, inoltre, una alta carica idroelettrica, grazie alla presenza della Sabinina, una molecola usata in quasi tutte le creme drenanti. 

Niente di quanto scritto è vero o ha un senso logico. Ma la verità non è importante, se confezionate una menzogna credibile. 

4) Ho mangiato l’ananas dopo cena e in più ti rispetto di brutto. Dicono che l’ingestione di alcuni alimenti cambi il sapore dei liquidi che espelliamo. Anche dei solidi. Dicono. Non mi sono mai addentrato nella questione, nel senso che non uso bere dal water e non siedo a tavola con Gianni Morandi. La correlazione logica tra l’ananas e molte delle leggende che lo circondano è nulla. 

L’ananas dopo cena non fa dimagrire. L’ananas non migliora il sapore dei vostri liquidi. L’ananas non è poco zuccherato. 

Ma lei potrebbe crederci. 

Sul rispetto, in effetti, basta essere convincenti. Il rispetto non si misura nel letto. 

In ogni caso mi urge sottolinearvi che la quesitone del rispetto è davvero importante.

 

4b) (bonus): Ti ho pagata, cazzo. Pur essendo estremamente pericoloso, potreste far notare alla vostra partner che, per questo servizio avete pagato. Magari non direttamente, ovvero dandole soldi in mano, ma cazzo la cena, con pure la bottiglia di Vermentino e il mirto, porca troia, vi è costata. A saperlo prima, si faceva un bel Burger King con limonata nel parcheggio. Usate questa motivazione, in ogni caso, solo come ultima possibilità. Alle donne non piace arrivare a capire la questione finanziaria del rapporto. Escludendo, ovviamente, le amiche che frequentate sulla vecchia statale. 

Spiace farvi arrivare alla fine per dirvelo, ma una donna che non conclude la cosa è una donna che non vi ama. 

E se questa donna è la vostra compagna, siete inferiori. Ve lo scrivevo prima. 

Tutta questa questione non si dovrebbe nemmeno porre. 

Insomma, se siete arrivati a questo punto, fatevene una ragione. Avete sbagliato donna. 

Forse vi sarete fidati di quel misero tacco cinque, oppure di quell’ammiccante perizoma. 

Errore. 

Errore madornale. 

Se siete legalmente in tempo, ovvero non incorrete in onerosi pagamenti di alimenti, cambiate partner, questa volta mettendovi davanti a un negozio di scarpe di Manolo Blahnik, per sicurezza. 

Diversamente provate a convincerla con uno di questi quattro motivi. 

Ma, sappiatelo, il problema si ripresenterà. 

Inutile staccare le foglie, quando le radici sono marce (Osho). 

 

Life is Short, sisters! Make good blowjobs! 

 

 

 

 

 

 

Rock and Roll (trentenni che sentono la vita)

Infatti la pirma chiamata è la sua. E’ sempre così. Mi chiama, lo so per certo da fonti ben informate, appena uscito da casa, sulla via per la chiesa. Infila questo momento paterno tra il trittico chiesa-cornetto-giornale. Raramente mi chiama nel giorno giusto. Diciamo che su una media ponderata di quindici anni, mi ha chiamato il giorno giusto quattro volte. Mi chiama sempre il giorno prima, che è il compleanno di mia sorella. E facciamo sempre la stessa telefonata.

– Auguri davvero con il cuore

– …

– da parte mia e ovviamente della mamma

– grazie papà, ma è domani

– ah, ma sono fatti con il cuore, valgono lo stesso. Come stai?

Puntuale come una guardia svizzera al picchetto, chiama alle 7.44. E facciamo la nostra telefonata. Questo è un anno giusto. Uno di quelli in cui azzecca il giorno. 

E mi chiede: come stai? 

E non posso rispondere. 

Non è il caso. 

E lui, in fondo è mio padre, suo sangue nel mio sangue, capisce che il silenzio è una piccola bugia già di suo. 

E allora rientra nei ranghi della sua preziosa routine, e mi liquida velocemente minacciando un prossimo brindisi famigliare. 

Dovrebbero, gli uomini in età della ragione, insomma superati i quindici anni e non arrivati ai sessanta, svegliarsi il giorno del proprio compleanno con un pompino. Non scherzo. Avrei potuto scriverlo in otto modi differenti, carpendo gli assensi consapevoli di tutte le instabili compagne che affollano i vostri letti. Magari alludendo all’amore e alla passione. Ma so che tutti gli uomini tacitamente approvano. Non tanto per il pompino in se. Roba dozzinale, ne convengo, anche se miracolosa e curativa. E’ questione di controllo. 

Insomma, il compleanno è una questione di corpo contro l’anima. Il corpo avanza, inevitabilmente, mentre l’anima vorrebbe arretrare. 

E questo gesto, sportivamente elargito, è un buon gesto per il corpo.

Mi sveglio, invece, in un condensato di bollette da pagare, piccoli cazzi amministrativi, organizzazioni millimetriche della settimana. Un po’ è il difetto di fare gli anni il lunedì, un po’ è la mancanza di tatto degli abitanti della mia camera da letto, un po’ la mia prolungata assenza amministrativa. 

Viaggiando verso casa guardavo i grossi nuvoloni carichi di pioggia che minacciavano la città, per evitare di pensare al dolore fisso all’osso sacro. Tenevo appena il manubrio, lasciando che il motore portasse la moto. 

E pensavo a cosa mi sarebbe piaciuto vedere, svegliandomi il giorno del mio compleanno. 

Più invecchi più la lista dei regali si accorcia, incredibilmente. Più invecchi più la lista dei regali diventa una questione di anima. Sempre meno oggetti, sempre più soggetti. 

Voglio delle cose che il denaro non può comprare. Può, il denaro, collaborare alla generazione, ma è una questione di anima. 

Mi sono rimasti, per dovere di cronaca, venti fottuti euro. 

Succede.

A volere tutti questi oggetti, tutta questa formalità, una casa, un balcone con le piante grasse, un lavoro, un mutuo trentennale, una macchina, una casa per le vacanze, un piano pensionistico, una assicurazione sulla vita intestata a tua moglie, succede.

Che poi alla fine ti ritrovi con una sola banconota da venti euro nel portafoglio. 

Il problema del giorno del mio compleanno è che aumenta esponenzialmente la quantità di persone che ti chiede:

– e poi come stai? 

Aumenta esponenzialmente il numero di persone a cui tocca mentire.

– tutto benone. 

Anche perchè, a dirla tutta, potrebbero fare ben poco. Volendo rovesciare addosso alla loro gioviale e idiota domanda tutta la verità. 

Non possono, anime come la mia, stare bene, se non insieme a anime come la mia. 

Il problema delle anime come la mia è che, per stare con anime come la mia, rischiano di distruggere le anime come la mia.

Chiaro, no?

E questo, per un’anima come la mia, è un periodo difficile della vita. 

Sapevo, in qualche modo, che sarebbe arrivato. Ho la lucida follia di poter dire che lo sapevo, che sarebbe arrivato. 

 

E’, anche, il compleanno di questo blog. Che compie dieci anni. 

Come me, non è molto cambiato. Migliora, come me. Lentamente, come me. 

Quando ho iniziato a scrivere qui sopra non pensavo potesse essere così divertente, vivere questi dieci anni. 

Credevo di aver visto tutto. Non sapevo che il meglio doveva ancora venire. 

Sai, uno a venticinque anni ha il testosterone dei venti e l’intelligenza dei trenta che inizia a fare capolino. E si sente padrone del mondo e del futuro. Del mondo. 

E io, comprensibilmente, molto di più.

E poi uno, a venticinque anni, ha un passato che fa molto meno male. Anche se sembra, agli occhi di un ventenne, che sia il passato più doloroso del mondo. 

Scrivevo, dieci anni fa, per vivere di un sogno. Adesso scrivo del mio presente, poco prima che diventi passato. Ho amato donne stupende, ho letto libri fantastici, mangiato piatti superbi, guidato moto emozionanti, viaggiato in quattro continenti, incontrato persone fondamentali, perso persone fondamentali, giocato partite perse che ho vinto, perso battaglie che credevo di avere in pugno, sognato e realizzato, sognato e mai realizzato. Ho vissuto. Iniziando a raccontare. 

Certo, mi sarei aspettato compleanni più semplici di questo. 

Senza dirlo a nessuno, sono scappato dentro il mini market gestito da indiani e mi sono comprato una bottiglia mignon di rhum. Robaccia, sembra benzina. Mi sono messo a berla e a scrivere seduto sul ponte della ferrovia. Nessuno qui mi conosce, nessuno mi chiede:

– come stai?

E io scrivo, meglio. 

Poi mi sono fermato, e ho pensato: davvero rifaresti tutto?

si.

Senza nemmeno dubitare.

si.

Tutto.

Forse perderei ancora meno tempo nel farlo. 

Tutto quanto.

Questo è bello da sapere.

Perchè non posso propriamente rispondere:

– sto bene, grazie! 

Ma posso rispondere:

– rifarei tutto. Tutto quanto. 

 

E questo è un bel modo di guardarsi indietro.

 

 

 

Pezzi Sparsi

– Ridendo e scherzando è passato quasi un anno

– odio quelli che mi ricordano le scadenze e gli anniversari.

– si, ma è passato un anno. Era maggio, e c’era il sole. 

– a Maggio c’è sempre il sole. 

– come fai a dirlo?

– me lo ricordo. Da sempre. Ho iniziato a tenere il conto dei miei compleanni da quando, un pomeriggio di maggio ascoltando gli Operation Ivy sul letto, mi sono reso conto che nessuno lo faceva più per me. 

– parti ancora?

– si.

– perchè parti sempre per il tuo compleanno. 

– perchè ha sempre meno senso restare. Ma poi torno. Sempre.

– hai la faccia di uno che non vorrebbe tornare.

– sono nato con questa faccia. 

– è piena di cicatrici. Non ci sei nato con questa faccia. Te la sei fatta tu. 

– dici?

– beviamo una cosa insieme, come ai vecchi tempi?

– non posso berci sopra.

– a cosa?

– alla voglia di partire. 

– …

– bevo solo quando arrivo. Butto un sorso per terra, ringrazio Dio e bevo il resto. 

– la tua moto nuova è davvero bruttarella. 

– Serve per partire, viaggiare e arrivare. Non per essere bella. 

– da donna è necessario che ti dica che è davvero bruttarella. 

– da uomo ho sempre amato le tue piccole imperfezioni. 

– tu mi hai mai amata?

– non credo.

– nemmeno io.

– infatti

– nemmeno quando scopavamo?

– era troppe vite fa. 

– ti sei dimenticato?

– mi ricordo alla perfezione i particolari importanti. Ci ho anche scritto un racconto.

– davvero? Sulla nostra storia?

– noi non abbiamo avuto una storia. Abbiamo mischiato le carni e basta. 

– io ero innamorata.

– tu ti innamori sempre delle persone sbagliate. E io ero una di quelle. 

– infatti non mi sento felice. 

– dovresti partire.

– tu scappi, non parti

– possibile. 

– …

-…

– insomma a maggio c’è sempre il sole

– a maggio piove e torna sempre il sole. 

– anche nel resto dell’anno.

– si ma a maggio, in generale, gli uomini hanno più aspettative. E sono più felici quando torna il sole. 

– stai dimagrendo ancora troppo.

– anche tu. Si vede l’ombra delle costole sotto le tette.

– non dovresti guardarmi le tette.

– non dovresti guardarmi l’anima. 

– in effetti. Ma mi è sempre piaciuto osservarti da lontano. Sei un maschio bello da osservare. Meno da vivere.

– questo te lo appoggerebbero tutte le donne della mia vita. 

– cosa ti ricordi esattamente di noi due?

– il tuo modo di inarcare la schiena e appoggiarti tenendo le mani sulle mie cosce. E poi il tuo sguardo, quando avevi voglia di sederti nuda sul balcone a fumare. 

– solo questo?

– ricordo anche di essere stato felice con te. Di quelle felicità che arrivano mentre sei seduto nudo sul balcone ma poi vanno via quando ti rivesti. 

– non è un bel complimento. Mi stai dando della puttana, in pratica. 

– non cercare una definizione per tutto. Eri quella cosa lì. Non una puttana. Eri solo quello. 

– io volevo sposarti.

– alla luce degli eventi hai sicuramente fatto bene a non farlo

– ovvio

– e hai fatto bene a volerlo.

– in che senso.

– nel senso che non avresti inarcato la schiena in quel modo se non avessi visto tutto il futuro possibile dietro alle mie mani. 

– non capisco. 

– difficilmente le donne lasciano entrare un uomo nel loro presente se non lo vedono chiaramente nel loro futuro. 

– …

– difficilmente gli uomini lasciano che le donne stiano nel loro futuro.

– … 

– …

–  buon viaggio

– grazie.

– cosa ti piacerebbe ricevere per il tuo compleanno

– ho una lista lunghissima

– dammi qualcosa di semplice e con un budget ragionevole

– le cose che voglio sono tutte difficili e con budget infiniti

– …

– per questo me le regalo da solo. 

 

Stay Tuned Fritz!