La (mia) grande Bellezza

Approfitto di una lieve distrazione per fuggire a grandi passi verso la piscina. 

Facile facile. 

La piscina, per me, è un surrogato. 

Del mare. 

La piscina sta al mare come il caffè americano sta all’Illy in tazza calda senza zucchero. 

Però noi milanesi abbiamo una grande capacità di adattamento ai compromessi. 

Il progetto originale, come il peccato, è di sedersi sul tavolino di plastica nell’angolo del giardino, e mettermi a lavorare. 

Posso farlo. Per lavorare mi serve un computer, un telefono, quattro dita per battere sulla tastiera, e un pacchetto di sigarette. 

Non sono mica un dentista o un ginecologo. 

Che poi anche il ginecologo potrebbe lavorare in piscina, vista l’impressionante crescita di micro costumi che lasciano cadere fuori le disgrazie e gli errori di estetisti pasticcioni. 

Devo tassativamente redigere un piano B che abbia un senso e uno spessore. Mi serve tempo. 

La piscina è un buon compromesso.

Di andare al mare non se ne parla, almeno fino a venerdì. 

Io sono un essere puro ed etereo in piscina. L’unico probabilmente. 

Si respira un ormone, a bordo vasca, che nemmeno a un orgia romana durante Nerone. 

Sguardi pesanti, che si appoggiano senza nasconderlo. 

Petti gonfi, pacchi con calzino (me lo gioco sicuro perchè è impossibile, fratello, che tu abbia quel cazzo. E’ scientifico che quel rotolo è almeno due calzini. Se è vero, non voglio saperlo mai), costumi micro. 

Io no. Io sono nebbia, che si confonde con lo sfondo.

Primo perchè sono a disagio, con il costumino aderente nero. 

No, non tanto perchè è ridicolo. Lo è, ma questo è il meno. Il 75% del mio guardaroba è ridicolo. 

Se mai, dico mai, mi dovesse venire in mente di avere un inizio, piccolissimo inizio, di erezione, dentro quel costume, se ne accorgerebbe anche il bagnino dall’altro lato della vasca. 

E’ sconveniente, concorderete, intrattenere una donzella, mostrandole vistosamente la vostra attrazione sessuale nei suoi confronti sotto forma di colossale erezione amplificata dalla lycra del costume. 

Secondo perchè io in piscina ci vado per stare con l’acqua e nuotare.

Non sono di quella categoria di persone che si innamora dell’analista. Ergo non mi innamoro della piscina e del suo contenuto. 

E poi perchè, ammettiamolo, è l’unico posto al mondo, insieme ai miei scogli, dove posso stare in pace. 

Inforco i miei infradito, che risalgono a Ios, 1999, quando ancora andavano di moda, ed esco. 

Punto il mio tavolino.

Apro il pc.

Respiro.

Perfetto.

La piscina, ad orari così espliciti, è frequentata da poche persone. Mamme con bimbi, disoccupati, turnisti e nonnini. 

C’è una donna sdraiata nel prato. 

Ha un costume a fiori. 

Una collana sottile. 

Capelli raccolti, castani. Orecchie proporzionate. Il culo no. Ma non si può avere tutto dalla vita. 

Si gira, come una cotoletta, a prendere il sole in faccia. 

Ha un seno divertente, le tette distanti, come se avessero litigato tra loro. La pancia snella. Mi spalanca le gambe in faccia. Nemmeno fossimo a letto insieme lo farebbe così.

Vengo proiettato in uno di quei film brutti dove un’estetista sovietico, dai modi burberi, (non Burberry), taglia pezzi di pelo senza una ragione. Spuntano peli. D’accordo, non dovrei guardare. 

Ma poi perchè no?

Che brutta cosa. Mi hai ucciso baby. 

Inarca il collo e cerca qualcosa nella borsa. 

Tira fuori un pacchetto di Muratti.

Credevo avessero smesso di venderle nell’84. 

Cose da paninari, morte insieme al Moncler e ai calzini con i fiocchi di neve. 

Ma torna tutto. Il Moncler, i calzini e le Muratti. 

Armeggia nella borsa. 

Si innervosisce.

Armeggia ancora.

Si alza sui gomiti, contorcendosi. 

Armeggia ancora. 

Con la sigaretta in bocca. 

Apro il blog.

Vorrei scrivere una lettera a mio padre, visto che le lettere mi vengono parecchio bene in questo periodo. Sul fatto che non mi abbia insegnato ne a nuotare ne ad amare. 

Ma sono distratto dal movimento. 

Sbuffa, chiude la borsa, si gira. 

Mi guarda.

La guardo.

Sopra i trentacinque anni, mi è impossibile definire l’età di una donna. Sbaglio sempre. Tipo io le darei quarantadue anni, ma so che è sbagliato. Che poi ne ha trentotto. E ci rimane male. 

E queste cose, mio padre, me le ha insegnate. 

Ci guardiamo.

Sorride.

Sorrido.

Mi fa il gesto della fiamma con il pollice.

Le annuisco con la sigaretta in bocca. Un Marlon Brando con il naso troppo grosso e il costume aderente. 

Mi alzo per portarle l’accendino, che sono un signore. 

Ho le mani sudate. 

Scivola, come un pesce.

Oplà

Dritto nell’area grigia che divide un gesto carino da un flirt.

A trentasei centimetri dalle sue gambe, sul confine dell’asciugamano. Che se ci chiniamo insieme, prima di tutto ci facciamo un gran male a cozzare con le teste, e poi arrossiamo e ridiamo.

Lascio il colpo.

Si allunga a prenderlo.

Accende la Muratti.

Me lo porge. 

Dall’alto, osservo due cose. La prima è che lei deve avere proprio quella vista lì. Precisa sul pacco. Ergo, convengo con me stesso che non avere erezioni in piscina rimane una buona teoria. Inoltre che ha un bellissimo taglio di occhi. 

E un marito.

Ha la fede.

Rientro alla mia postazione.

Inizio la lettera a mio padre.

Hey baby.

Ah no. Questo non lo capirebbe come inizio.

Ho sempre avuto un problema a iniziare i discorsi con mio padre.

Per quello preferivo non farli del tutto. 

Mi immergo nello schermo. 

Sudo. 

Io sudo bene. 

Cioè, ho una sudata omogenea, dilagante, totale. Mica solo le ascelle.

Sudo.

Concentratissimo.

Lei arriva all’angolo sinistro del tavolino.

– scusa se rompo

-…

– ma mi si è spenta

-… prendilo è lì, ci mancherebbe

– grazie

– di nulla

-…

– anzi se vuoi tienilo. Ne devo avere un altro nella borsa

– non è normale avere accendini nella borsa della piscina

– metti che servono a te. Io ce li ho

Ecco. Questa frase non serviva. E’ una evidente invasione di campo della zona grigia. Quella tra il flirt e il nulla. E io non volevo il flirt. Devo scrivere a mio padre.

Ho la sindrome del Vitellone. Cristo.

Mi scappano le frasi da vitellone senza nemmeno volerle. 

Lei sorride e se ne va. 

Ricomincio a scrivere, ma mi sorge da riflettere su questa cosa qui, che sparo frasi da vitellone a sconosciute nemmeno belle. 

E non lo voglio fare.

Sia ben chiaro.

Chiudo il pc.

Vado a nuotare.

Avanti e indietro. Avanti e indietro. Avanti e indietro. Dieci stile, dieci dorso, dieci stile. Dieci rana. Respiro. Piscio. 

Esco ad asciugarmi. 

Forse a mio padre non è il caso che scriva. Abbiamo, noi maschi della famiglia, il cuore debole. 

Tengo tutto per me. Tanto il dado è tratto. Ho imparato a nuotare e ad amare. 

Autodidatta. Andata. Fatto. 

E nuoto anche da dio.

Ritorno al mio tavolino. 

Mi siedo. Scivolo sulla sedia di plastica. 

C’è un biglietto sotto lo zaino. 

Scritto su un pezzo di carta di giornale. 

Corriere, credo.

“grazie dell’accendino. Sei carino”.

Prendo l’accendino.

Brucio la carta di giornale. 

E voi direte, tu ci racconti tutto questo per dirci che vieni broccolato in piscina. Vecchio marpione. Per gonfiare il tuo ego. Noi siamo il calzino che ti serve per gonfiare il tuo ego.

Cari lettori, amate lettrici, non sia mai. 

Il mio ego è perennemente gonfio. 

Non ho certo bisogno di voi. 

La verità è che quel biglietto mi ha ferito. Più di un colpo di pistola nel petto.

Cercherò di essere conciso.

io, da sempre, ho un effetto strano sulle donne. 

Io o piaccio cento o piaccio zero. Cioè o sono bellissimo o bruttissimo. 

Concordo, peraltro, con entrambe le scuole di pensiero.

Nessuna, mai, mi ha lasciato nel mezzo. 

Carino si dice a un gatto. O a un portafoto dell’Ikea. O a un bambino. 

Tra le altre cose, non puoi dire carino a un uomo che hai visto quasi totalmente nudo.

O ti piace tutto o non ti piace nulla. 

Sono in costume. Non puoi dire: carino si, ma dovrei vedere gli addominali.

Te li ho spiattellati in faccia. O meglio, non te li ho spiattellati in faccia, non avendoli. 

Ah, carino, ma sai io sono una che guarda i piedi degli uomini.

Impossibile che tu non li abbia visti. Sono la cosa più lunga che ho del mio corpo.

Carino, cristo, è indegno.

Ma chi ti vuole, indecisa donna sposata che si rosola in piscina?

Chi ti ha cercata?

Carino.

Bah.

Cioè:

– scusi, per lei Franz è:

1) Bellissimo

2) molto bello

3) brutto

4) mortacci che cesso

5) non sa/ non risponde

Non esiste la cinque, baby. Carino non esiste. 

Mi fa piacere essere uno o due. Ma anche tre e quattro. Ci sono abituato. Ma cinque no. 

Carino, no. 

Mi ha rovinato la serata. 

Non ho scritto a mio padre.

Non ho un business plan.

E sono carino.

Carino.

Carino va di pari passo con quello che suona la chitarra in spiaggia mentre gli altri limonano duro dietro le sdraio. 

Che poi era quello che facevo, suonare la chitarra.

Carino va di pari passo con quel genere di risposte che sono dei giri di parole per dirti che sei un gioco che non vale la candela. 

Carino.

Io nella vita voglio essere tutto tranne che carino.

Maledetto me che ho dato da accendere a una che fuma Muratti.

 

Life is short fritz. Smoke Muratti and be Carino!

 

Conversation is over

E sono cazzi.

Ho aperto la tenda, verde, della camera, e il cielo mi ha detto: 

E sono cazzi. 

Oh cielo, ho risposto. 

Io la sindrome da lunedì non ce l’ho mica. Sono cazzi, professionalmente, quasi tutti i giorni. 

Fidati,

oggi sono cazzi. 

Imbocco la mastodontica tangenziale nuova nuova, che mi ricorda tanto Los Angeles. Guido una macchina che ha una radio con un potere straordinario. Non fare la radio. Tu cerchi una stazione. E non la trova. Ne cerchi un’altra. E niente. Dopo dieci minuti di ronzio, passi sulla tua musica. Ma la radio non legge il telefono. Che non legge la radio a sua volta. Che non legge niente. Cazzo. 

Finisci con il telefono a massimo volume, incastrandolo nel sifoncino dell’aria condizionata. 

Lo facevo con la vecchia Panda rossa. 

I tempi sono maturi per rifarlo. 

Il lunedì mattina adoro fare colazione da solo. Io adoro fare colazione da solo tutti i giorni. Ma mi rendo conto che la cosa non sia vista bene. C’è tutta una religione sulle colazioni. Spalmarsi il burro a vicenda sulle fette biscottate sembra essere di fondamentale importanza nell’amore. Io vivo il settanta per cento del mio tempo in hotel. 

Posso forse spalmare il burro sulla fetta biscottata del mio vicino di tavolo, peraltro bavarese con i baffoni e per altro di dubbi gusti sessuali? 

Eh no. 

Il lunedì, inoltre, escono Afffari E Finanza e il Corriere Economia. Che devo assolutamente leggere. Assolutamente. Mi da un senso di pace. Sapere che le acciaierie kazake hanno ribilanciato gli investimenti aprendo le porte a fornitori stranieri mi da un senso di pace. 

Inoltre, sia Affari E Finanza sia il Corriere Economia sono liberi. Come le due ragazze brutte della terza C. Tutti prendono la Gazza. Il lunedì mi va facile a me. 

Scendo dalla macchina e mi appropinquo al mio bar di riferimento del lunedì mattina. E’ piccolo, sulla statale, ingolfato da uno spaccio di scarpe sulla sinistra e un outlet sulla destra. Ha tutti i giornali che voglio, una barista carina anche d’inverno e anche da sobri, un caffè decente, delle brioches che sembrano aver subito un brutto incidente aereo, ma hanno il loro sapore. 

Tipo, quella di cioccolato, sa di cioccolato. 

Ordino un caffè. 

Mi impossesso dei giornali. 

Tutto scorre, perfettamente peraltro. 

– Ha la faccia stanca

Sono due anni che le do del tu. E lei mi da del lei. Come a dire: tieni le distanze vecchio porco lettore di economia del lunedì. Non voglio uomini il lunedì.

In effetti dovrei provare il martedì. 

Magari cambia. 

– Ho la faccia solita. Ho dormito poco. Ho letto tutta la notte. 

– Leggere è bello. 

– si, suppongo di si. 

-….

Morte naturale di una conversazione nata sotto una cattiva stella. 

Finirebbe qui se non fosse per me. Vengo dal mare. Ho bisogno di capire alcune cose che il mare mi ha detto. 

– Tu quando ridi, cioè ti piace ridere con gli uomini?

Mi rendo conto che la domanda sia posta male. Sia da un punto di vista sintattico, sia da un punto di vista concettuale. 

– In che senso?

– Ti piace che un uomo ti faccia ridere?

– Certo. 

– Bene

Entrano due pensionati. Finisco il caffè, pago. Lascio sempre la mancia, da due anni. Da quando vado. Insomma, sono un signore. 

– Lei è uno che fa ridere?

– E’ quello che mi stavo chiedendo anche io. Cioè si. So di far ridere. Ho fatto ridere molte donne. Ma mi chiedevo quanto. Tipo una classifica. 

– Sembra sempre così serio

– perchè sto andando in ufficio. 

– Eh ma le donne hanno bisogno di ridere sempre. 

– ecco. Tu però non ridi mai.

– Io rido un sacco con mio marito. E’ simpaticissimo

E mi indica una foto con due in costume. Lei è lei. Con la panza da alcool. E un costume brutto. Lui è il marito. Suppongo. Sorride, in effetti. 

– siete sposati da tanto?

– tredici anni

– cristo

– tutti bellissimi

– l’amore dura tre anni

– non credo

– fidati. 

– che brutta cosa che ha detto. Dovrebbe farmi ridere. Non farmi riflettere. 

– ma io non devo conquistarti. Tuo marito è un bell’uomo, grande e sorridente. Ridi con lui. Mi sembra ok. 

– era per dire. 

– era per dire anche la mia frase. 

– si diverta in ufficio

– lo dubito ma ci provo. 

 

Passano le ore. Scrivo una mail appassionata e pungente, piena zeppa di concetti importanti, e la perdo in un posto non ben definito del mio pc. Mi alzo per berci sopra un caffè, e me ne rovescio metà sul piede destro. 

L’altra metà cade sulla gonna di una collega. Che tento di pulire. Ma palpeggiando maldestramente la coscia. Che credevo meglio, comunque. 

Lei non ha il coraggio di lamentarsi. 

Ma sta pensando che sono un rincoglionito e un porco. 

Non sono telepatico. E’ che poi va in bagno a dirlo al marito sussurrandolo.

Ma il bagno è di fronte a dove mi fumo la sigaretta. 

Io non sono rincoglionito. Mi ero distratto.

Una telefonata, una sola, cambia, e di molto, le carte in tavola. 

Mi ritrovo seduto sul gradino del parcheggio. 

C’erano due amanti, qualche anno fa, che venivano qui a fare l’amore. 

Mamma, dove hai conosciuto papà?

Sulle scale seminterrate del parcheggio del centro direzionale. 

No, non funziona. 

Mi ritrovo seduto e vuoto. 

Mi si sono sgretolate un’ottantina di certezze.

Lavorative. 

Ho trentacinque anni. 

Lavoro da diciassette anni. 

Al momento vorrei, d’istinto, andare in pensione. 

Fumo

Sopraggiunge una ragazza. Forse ragazzina. Con quelle canotte che vanno adesso, con i delfini blu piccolini, i jeans stretti, le ballerine. E sorride. 

Suppongo si tratti del nuovo acquisto dei vicini. 

La stagista brasiliana. 

Anche perchè deve lavorare qui per forza. Nesssuno passerebbe di qui così per passare. 

– buonjorno 

– buongiorno 

Mi hanno parlato di lei, i colleghi che l’hanno vista al bar. Conosco le sue tette ancora prima di averle viste. 

– scus se disturbo ma ja d’ascendere?

Si siede a fumare due gradini sotto di me. 

Fossimo stati ancora al liceo, sarebbe scattato l’amore immediato. 

Mi da le spalle. E legge Facebook. 

Poi riceve una chiamata e si alza di scatto. 

E scappa. 

Mah.

Finisco la sigaretta. 

Chi sono io per preoccuparmi per il mio lavoro. Insomma, ho talento da vendere, un grande grosso curriculum, una propensione alle sfide e una salomonica capacità di aspettare. 

Inciampo.

E’ un attimo. 

Vedo la terra arrivare. Dentro me. Il pavimento. Ma non ho tempo di fare molto. 

Cado in una sorta di posizione yoga. Come se facessi le flessioni con i piedi a tre scalini d’altezza. 

Ho un gran bel riflesso.

Penso. 

Mi rialzo. 

Nessuno mi ha visto. 

Eppure le scale, a spanne, sono otto anni che sono li.

Si

Ma non i Rayban che ho spappolato. 

Cristo.

Mentre provo a elaborare velocemente una strategia che preveda il racconto di un marocchino, anzi uno zingaro, che è passato e li ha schiacciati, oppure che erano già schiacciati, oppure che io non vedo, sono ipovedente, e li ho schiacciati ma non lo sapevo, oppure negando tutta l’evidenza, la dolce donzella fa ritorno. 

– credo di aver lasjiat qui i ochiali

E li vede

E mi guarda

E io tengo lo sguardo. Anche perchè ad abbassarlo di due tacche, dritti sulle tette, non si farebbe bella figura. Sento il bisogno di farlo. Di abbassare lo sguardo.

Non è il momento

Scoppia a ridere. 

Ride. 

Di gusto.

Hanno ragione i colleghi. E’ bella. Mica cazzi. 

Le ballano anche le tette, quando ride. Che adesso che non mi vede posso abbassare lo sguardo di due tacche. 

– ah ho capito. Non sono tuoi. Ridi per questo

ride e con la mano destra mi fa cenno di aspettare. 

Io aspetto, baby. Posso farlo. 

– tu non capijscj

– eh no. Decisamente.

– tu hai fato fascja. Nooo

e ricomincia a ridere

– tua fascja sembrava quela di cane pichiato. Tu hai fato fasjia molto cane pichiato. Tua fasja è stupenda. 

– eh si

– davero. Tu hai fato fasja di bambino e cane insieme. 

– ti ho rotto gli occhiali, credo. 

– ah no preocupa. sono finti. pecato, perchè hano lenti colorate bele. Ma li ricompro.

– eh mi spiace. Ti devo qualcosa

– per cosa?

– per gli occhiali?

– figurati. Ofrime un cafè un jiorno. Eco. Meglio

– beh, ok 

– no ma tu mogli molto fortunata. Tua fasja quando tu fai casate è stupendi. Cane bastonato

– …

– davero. Cane bastonato

E si allontana ridendo.

Niente. 

Questo è quanto. 

 

Le cose che ho imparato nuotando

Sapevi che non sono per nulla portato per ballare?
Ho proprio una mancanza genetica per il ritmo e le sue connessioni con gambe e mani. Vai tu a spiegarlo alle ragazze, quando hai diciotto anni, la discoteca esplode di gente, tutti vogliono limonare, tutti, per farlo, devono ballare. Almeno un po’.
Forse per quello ho imparato a bere e guardare.
Comunque, ballo male.
Inutile dirti che quindi quando senti dire

– ho proprio bisogno di staccare e farmi una serata a ballare

puoi facilmente intuire che non sia il mio caso.

Di contro nuoto. Cristo se nuoto. Potrei farlo per ore.
Per due ragioni. Mi piace sentirmi piccolissimo nel mare grandissimo.
E mi svuota la mente. Completamente,

Comprensibilmente, mi occorre di essere al mare, per fare la cosa, nuotare, alla grandissima.
Dal campanile al vecchio hotel sono 560 metri, andando dritti in linea d’aria paralleli alla spiaggia.
Come nella vita, zigzagando ci metti qualcosa di più. Dipende da come ti perdi e da quanto ti vuoi sentire perso. Il campanile e il vecchio hotel rimangono sempre lì.
Come nella vita.

Le cose che ho imparato nuotando sono molte.

In primis, viene difficile pisciare e nuotare contemporaneamente. Anche ai più esperti. Conviene fermarsi. Non so le donne. Ma le grandi nuotatrici che ho conosciuto nella mia vita, davano l’idea di donne che pisciano in piedi.
Poi che davvero importa poco la distanza. Conta il passo.
La bracciata. Avere braccia forti nell’acqua è tutto. Prendere il proprio ritmo, e andare.
Poi che il silenzio svuota, ma non riempie. Alla faccia del cazzo, diresti.
Adoro le donne dirette. Hanno un vantaggio enorme sugli uomini.
E sono sempre bellissime. Perchè sanno come esserlo senza girarci troppo intorno. Quando c’è da mettere il cuore mettono il cuore, quando c’è da mettere la vita mettono la vita, quando c’è da mettere la lingua mettono la lingua.
Inutile, comunque, nuotare per aspettarsi di uscire pieni zeppi di risposte. Non funziona. Ci ho provato per anni.
Poi ho imparato che le meduse pungono, le anguille ti osservano sospettose, i branzini hanno la stessa espressione che aveva il mio professore di latino durante i compiti in classe, le orate sembrano disorientate, e se stai fermo i polipi vengono sempre fuori.
Poi ho imparato che le cose quando ne sei fuori sembrano sempre più facili.
Prova tu, baby, a tenere il ritmo per tutto quel tempo, fino al vecchio hotel.
È tanta strada.
Come sempre.
Insomma, prima di parlare della nuotata di qualcun altro, fatti la tua.
Poi che indipendentemente dalla compagnia che ti scegli, le braccia sono le tue.
E solo le tue.
Ma, lasciami mettere un ma in una frase che stava bene anche senza, tirar su la faccia e vedere qualcuno che nuota con te, fa un gran piacere.
Ti senti meno solo, perchè il mare è grosso vero.
Le persone che ho scelto accanto nella vita sono più o meno dei gran nuotatori. Qualcuno galleggia meglio degli altri.
I più stronzi galleggiano sempre meglio.
Io galleggio che è un piacere, baby.

Poi che nuotare fa venire fame. Tu entri pieno di pensieri e esci pieno di pensieri, ma affamato come una iena.
E tu dirai, perchè nuoti, bambinone?
Perchè è il mio modo di giungere a delle conclusioni.
Aiuta il processo.
Io ho il grande pregio di non prendere troppo sul serio le minacce della vita. E il grande difetto di esserne fatalmente attratto.
Allora nuoto, circola il sangue, mi prende la stanchezza, sento la fatica, riprendo il contatto con il mondo.

Oggi faceva, ad esempio, un brutto mare di Libeccio.
Acqua sporca, correnti, disordine. E di arrivare al vecchio hotel non se ne parlava nemmeno. Una bracciata ti spostava di qualche centimetro, poi ti ritrovavi insaccato tra due onde e tornavi dov’eri.

Questo ho imparato oggi: che magari basta fare a tappe.
Che se il mare è mosso davvero, una tappa intermedia va bene uguale.

Questo voglio fare. Adesso.
Tappe intermedie.
La corrente è troppo forte.

Postilla vocale. Dialogo tra un pescatore e un nuotatore.

– belin sembri sempre sul punto di scoppiare
– sembra, ma poi rientra
– non farlo troppo spesso.
– cosa?
– di rientrare
– in che senso?
– nel senso che poi si capisce che era meglio quando stavi fuori.
– rientra sempre
– adesso. Sempre non si può dire mai. Adesso.
– ok. Adesso rientra

Discorso Per Lo Sposo

Luglio, 2014, lo dico per chi credesse si tratti di fine ottobre. 
 
Carissimo fratello,

Carissimi tutti,
 
è sempre molto difficile prendere la responsabilità di un discorso, per lutti così grandi.
Anche se il cordoglio per un amico, la devastazione per un fratello, lo smarrimento per un bravo uomo, sono fortissimi, dobbiamo alzare i calici e brindare, perchè così vuole la tradizione. 
 
In questi istanti, noi tutti siamo portati a vedere solo il cielo nero, le nuvole basse, il freddo del vento. 
E’ normale. 
Siamo Uomini.
 
Parlo come un fratello, per un fratello. La nostra amicizia, che tante volte ci ha salvato, questa volta nulla ha potuto, davanti alla forza di un temibile destino, davanti al vorticoso disordine della vita, davanti a un matrimonio. 
 
Come moltissime delle malattie sessualmente trasmissibili, anche il matrimonio, complice la scarsa sensibilizzazione della popolazione giovane, agisce nel chiaroscuro del detto non detto. 
Si fa poco, consentitemi amici una piccola digressione politica, per arginare questa emergenza. 
 
Ma chi siamo noi, per giudicare le scelte di un uomo?
Chi siete voi, gentili ospiti, parenti, colleghi, semplici scrocconi, per giudicare quest’uomo che ha scelto, nel pieno delle sue facoltà, deliberatamente, un così terribile modo di morire?
 
Perchè, perdonatemi, ma la domanda è solo questa. 
 
Noi, amico fraterno, siamo fratelli. Uniti dalle cicatrici della vita, uniti dalle gioie, uniti dalle noie, uniti dalle    . 
 
Noi, uniti dalla Brotherhood, abbiamo deciso di camminare insieme, abbracciati, verso il destino.
E noi, fratello, cammineremo abbracciati con te. Perchè mai ti lasceremo. 
 
Lo abbiamo scelto. 
 
Di non lasciarci mai. 
 
E questo faremo. 
 
Uno dei capisaldi della nostra fratellanza è il rispetto delle scelte, questo gentili ospiti e pavidi scrocconi dovete saperlo. Noi non giudichiamo le scelte dei membri della fratellanza. Le appoggiamo. 
 
E anche in questo tragico errore di valutazione, noi ti appoggeremo. 
 
Fratello. 
 
Lasciami però dire una cosa, davanti a questo caro pubblico di, tutto sommato, persone che ti conoscono o fingono di farlo. 
 
Tu sei un uomo tutto d’un pezzo. Onesto, deciso, forte e molto pragmatico. 
Tutti difetti che, in un modo o nell’altro, ti si ripercuoteranno contro durante la tua vita. 
 
Tu sei anche l’unico tra di noi ad essere in grado di essere estremamente posato nella vita, e completamente psicotico in moto. Questo porta a quel tuo tipico stile di guida che i più definirebbero da pazzo mentecatto. 
Ma noi ti appoggiamo. 
Quando hai sorpassato su un rettilineo davanti a Camp Derby, un autoarticolato, rientrando per evitare l’autobus 55, rimanendo vivo per un soffio. Eravamo li.
Quando hai sorpassato, in curva cieca, le lo hai fatto in molte regioni italiane e anche in terra francese, noi eravamo lì.
Quando ti fai interi pezzi di autostrada a 195 orari, senza senso, zigzagando tra le corsie, noi siamo li.
Indietro. Per sicurezza. Ma siamo lì. 
 
Abbiamo affrontato insieme la pioggia, il vento, la sabbia, la salsedine, le montagne, i laghi, i canyon. E siamo tutti qui. Che statisticamente è già un bel paradosso. 
Affronteremo insieme anche questa. 
 
Tu sei un uomo di fede. Credi in Dio. A vedere come guidi, lui crede molto in te. 
Sei ricambiato nella fede. Sei fortunato. 
Tu sei un grande lavoratore. E questo fa di te, potenzialmente, un futuro apprezzato professionista.
Nessuno, tra i tuoi famigliari vecchi e nuovi, saprà di quando giravi per Ostia nudo con il casco, o di quando a Saint Tropez hai ballato freneticamente con una amabile signora di 87 anni. Abbiamo i video. Ma li terremo per noi. 
 
Tu sei un uomo molto sensibile. Questo fa di te potenzialmente, un buon padre. Oppure un serial Killer. 
Oppure tutte e due le cose. Che tra l’altro va di moda. 
 
Tu sei un romanticone, un tenero, un docile mulo delle fatiche dell’amore. 
Ti inerpichi, per amore, sulle mulattiere della vita. Non parleremo qui delle mulatte. Abbiamo le foto. 
 
Fratello, auguri. Davvero. Ti serviranno. 
 
Di lei, nulla possiamo dire. 
Una donna perfetta. Ricordo ancora quando l’abbiamo conosciuta, a Trastevere, alle cinque della mattina, completamente ubriaca, in mezzo a degli inglesi travestiti da senatori romani. Se la prima impressione è quella che conta, è stato bellissimo. 
Lei ti ama. E tu la ami. 
 
Che abbia chiaro, lei, che se ama te ama anche noi. 
E noi ameremo lei. 
 
Stai facendo, fratello, un passo importante della tua vita. Non sarà l’ultima volta, certo. Ma è importante. 
Godi di questo, e sii felice. 
 
Fratello, per amore stai facendo questo passo.
E io devo dirti, fallo. 
 
Perchè per Amore vale la pena di vivere. 
 
Delle nostre cicatrici, e del nostro cammino, molto possiamo raccontare. Ma è solo per Amore che vale la pena vivere e, come nel tuo caso, morire. 
 
L’Amore è tutto. 
 
Di questo ne ho certezza. 
 
E per questo io sono felice, nel segreto del mio cuore, per te. 
E anche per il parroco, che comunque la sua bella cifra l’ha intascata. 
Per amore. 
 
Forse, fratello, sbaglieremo e inciamperemo. 
Ma se lo facciamo per amore, ci rialzeremo. 
 
Per questo ti dico, fallo. 
Rispettala, portale dei fiori, seguila, precedila, accompagnala, sorprendila, falla ridere, imbarazzala (non in senso ginecologico, ma poi anche si), proteggila, baciala tra dieci anni come oggi e oggi come non fosse mai successo. 
Prendi la sua pelle, e fanne il tuo vestito. (ricorda che è una metafora). 
Prendi le sue labbra e fanne la tua casa. 
Prendi il suo destino, e fanne uno solo con il tuo. 
Fate di voi una casa capiente, perchè l’amore invade. 
Fate di voi un fiume che scorre, perchè il percorso è tortuoso per chi non sa essere acqua. 
Fate di voi un profumo dolce, perchè gli altri capiscano che abita l’amore in voi. 
Non avere paura del destino, sorridi al presente insieme a lei. 
Non addormentarti mai senza averla amata, non alzarti mai senza averla baciata.
Sorridile, perchè in fondo siete complici di un crimine. 
Piangi con lei, le lacrime lavano i dubbi.
Stringiti a lei quando avrai paura. 
Stringila quando lei ne avrà.
Se avete paura tutti e due, chiamate qualcuno che vi stringa. 
Non avere paura del suo passato, non spaventarla con il tuo passato. 
Non serve a niente. 
Ammetti le tue colpe e chiedi scusa. 
Perdonala, perlomeno un po’. 
Insomma, non ti devo insegnare certo nulla, soprattutto io. 
 
Ama
 
Questo, fratello, è quello che mi sento di dirti. 
Ama. Non sbaglierai mai. 
 
Condoglianze, fratello.
Che Dio ti abbia in gloria. 

Amore, Piove! Piove amore

Hey Baby,
sono in un periodo in cui scrivo lettere.
Ė così bello. Scrivi e ti scarichi di tutte le responsabilità delle tue parole, mica che aspetti la risposta come con i messaggi.
La risposta forse la sai giá. Forse non l’aspetti nemmeno.
E poi mi viene in mente Nanda. Che mi diceva sempre di scriverle. E io le scrivevo lettere. E le dicevo, Nanda, queste sono lettere d’amore. E lei mi diceva, che poi tutte le lettere sono d’amore. Nanda. Forse non te l’ho mica detto, ma io mi sono innamorato davvero della Nanda.
Mica mi capita spesso, di innamorarmi.
Lo faccio con dedizione e senso del disastro.
E quando lo faccio, lo faccio bene.
Mi sono dimenticato di dirti alcune cose che ritengo importanti.
E tu dirai, cazzo ci parliamo sempre. Si ma io mi dimentico le cose, in generale. Ho un’agenda, due quaderni e sei app. Per queste cose.
Per esempio parlavamo d’amore.
E mi sono dimenticato di darti una definizione.
L’amore che smotta, destabilizza, ti solleva, ti fa sentire stupido, ti fa ridere. che ti attrae vorticosamente verso un ombelico, che ti lascia senza parole, che lo aspetti. Quella cosa li, che non centra niente il mondo intorno, che aspetti di sentire un profumo, perché sei convinto sia quello giusto. Quella cosa lì che fare l’amore diventa una piccola lotta, perché mica è la stessa cosa. Sembra tutto nuovo, e pianti le bandierine correndo con le dita sulla schiena e contando i secondi che dura una gamba. E poi, a dirtela tutta, ci scopi sopra. All’amore che hai fatto. Per compensare.
Ecco, io parlavo di quella cosa lì.
C’è un film che mi fa piangere. Oltre a Iron Man, intendo.
È la versione di Barney.
A dirti la veritá è un concetto di scale.
Giá mi commuoveva il libro. Figurarsi il film.
Che poi mica è sempre così. Prendi Ottobre Rosso. Cazzo, salvato in calcio d’angolo da un appena sufficiente Sean Connery, perchè il libro è una bomba. Come Le Belve. Che Don Winslow scrive libri perfetti, e il film traballa.
A me La Versione di Barney mi fa piangere. Sempre.
È un pianto misto. Piango d’angoscia, poi piango di gioia. Per quasi tutto il film.
E in questo pezzo io mi sciolgo.
L’amore è Myriam.
Ecco
Tra l’altro sarei fiero di un padre come Izzy.
L’amore inopportuno, dai tempi sbagliati, quello è una roba che ti fa sentire il sangue nelle vene.
Mi sono dimenticato di dirti anche che ho paura. Alcune cose mi fanno paura.
La guerra. Ad esempio. Non tanto che si sparano, e che muoiono. Mi fa paura il dopo. La sofferenza.
La corruzione. Quella da cento e quella da centomila euro. Mi fa paura, perchè è una malattia devastante e contagiosa.
Mi fa paura la noia. Quella che uccide, che porta i viziati ragazzi ricchi a morire senza un progetto. Di conseguenza mi fanno paura i viziati ragazzi ricchi.
Ho paura anche della sofferenza. Non della morte.
In compenso non ho paura di fare a pugni, di esagerare, di trovarmi nel posto sbagliato con le persone sbagliate, di amare, di soffrire per amore, e di rimettere tutto in discussione.
Mi sono dimenticato di dirti che ho un problema con la carne, con i parcheggi, con le code, tutte le code, e con il tempo.
Insomma non mangio carne, fatico a parcheggiare in senso lato, sia me stesso sia una macchina, e non riesco a stare in coda per più di due minuti. Che mi sembra di perdere tempo, e io ho un problema con il tempo.
Infatti ti scrivo di notte.
Piove, baby. È un luglio strano.
A me non cambia molto. Ho questa cosa che le cose intorno mi scorrono addosso. Che mi concentro su quello che mi interessa e me lo prendo.
Ah ecco, io sono arrogante. Egocentrico, e parecchio saccente. Ma tolto questo, risulto molto simpatico.
A dispetto di quanto pensi, io ascolto tantissimo.
Per me è vitale ascoltare.
Io ascolto tutto.
Seleziono, e digerisco.
Io ascolto i dettagli di un profumo, le sfumature delle parole che usi, come muovi la mano destra quando ridi, e il girarsi della tua testa.
Le parole, ascolto anche quelle. Ma sono meno importanti del resto.
È una deformazione. Leggo i corpi. E non li giudico.
Ma ho sufficiente freddezza da poter anticipare un comportamento.
Che poi si traduce nel fatto che dico quello che penso.
Che va bene a pochi. Irrita molti, imbarazza molti.
Io dico quello che penso.
Io quando mi innamoro lo dico.
E anche quando poi basta.
Sono brutto quando mi arrabbio. Perchè la rabbia riesco a controllarla solo in mare. E mica giro con il mare intorno.
Questa cosa del dire quello che penso mi ha dato qualche problema.
Ma non si può fare granchè.
Ah, sono ipocondriaco semestrale. Da settembre a marzo faccio più analisi di un intero reparto. Se non fosse per le code al mattino presto fuori dall’ambulatorio, mi rilasserei anche.
Svengo davanti a infermiere rumene che mi succhiano sangue e aspetto gli esiti con fremito.
Credo, in ogni caso, di stare inutilmente girando intorno alla cosa.
Io sono stato un capitolo difficile nella vita di alcune donne.
Ecco.
Per dirla tutta.
Le donne della mia vita o mi hanno amato alla follia, o mi hanno odiato alla morte.
Solitamente, tra l’altro quelle che mi hanno amato alla follia, poi mi hanno anche odiato. Per vedere com’era, penso io.
Io sono uno che ti piace subito a mille. Oppure niente.
Devi trovare bella la mia faccia, che non è una faccia facile. È scappata la mano su un paio di dettagli a Dio. Tipo che mi ha messo due nasi. Ne bastava uno. Tra l’altro, tutti e due, funzionano a metá. Sento solo gli odori che voglio sentire. E mi ha messo gli occhi di un pugile sconfitto. Che anche quando rido, tirano giù a valle.
Ti deve piacere questa faccia.
E io sono autodidatta, nell’amore. Ne conosco tanti, di autodidatti. Io so di esserlo. Nessuno mi ha insegnato ad amare. Ho imparato io.
Oggi sto meglio di dieci anni fa. Perchè ho imparato a non fare male, mentre amo una persona.
Ma ogni tanto mi scappa.
Preservati.
Io credo in Dio. È giusto che tu lo sappia. Leggo molto sull’argomento. Credo ci sia un Dio.
Io mi vesto. Ma adoro stare nudo. Ecco.
Io camminerei a piedi nudi ovunque.
Io fumo nudo alla finestra dell’hotel.
Scrivo tantissimo. Adoro farlo. Leggo tantissimo. Adoro farlo. Di conseguenza non faccio altre cose.
Non ho il senso dell’ordine. Ma so ritrovarmi dentro a un casino.
Mi pagano per uscire da gigantesche merde. Ma mi ci affogano loro. A giorni mi piace.
Mi piace la statistica, il football americano, il surf e le gare di pompini in spiaggia. Ma non ne ho mai vista una dal vivo.
Io, è bene che tu lo sappia, non amo le macchine. No. Proprio non le amo.
Credo siano elettrodomestici. Tipo che non mi piace parlarne, nemmeno guidarle. Forse mi piace, ma non ho erezioni sospette in curva.
Di contro, io ho un problema con le moto. Grosso.
Credo di riuscire a mascherarlo ancora per un po’ sotto forma di passione.
Mi piace la forma, il contenuto e il significato della mia moto.
Ma ne vorrei almeno altre quattordici.
Quella che incarna il mio desiderio massimo, al momento, è questa.
Tedesca, sexy, assoluta.
Conosco molta gente, che gira intorno alle moto. E ho potuto constatare che la maggior parte sono degli spostati.
Me ne rallegro e mi aggiungo al gruppo.
Ah, io ho un figlio. Sono, quindi, un padre. La cosa non si esaurisce li intorno al passeggino.
Io vorrei invecchiare in Europa, ma sul mare.
E vorrei invecchiare con una donna e con dei libri, che sono le uniche due cose che sono sicuro mi diano ancora da pensare, fra molti anni.
E con i miei amici.
Io ai miei amici l’ho detto, che li amo.
Sono gli unici uomini a cui l’ho detto. Anche a Freddie Mercury. Ma era giá morto.
I miei amici non sono ingombranti.
Ma li porto sempre con me.
È un modo per difendermi dalla vita.
Comunque sono pochi. Si contano su una mano.
Io sono destro. Ma scrivo poesie con la sinistra.
No, la storia degli emisferi creativi e razionali del cervello è una cazzata per lettori di Mente e Salute.
Ah ecco. Un’altra cosa che mi fa dannatamente paura. La saggezza convenzionale. Fare il bagno dopo tre ore. Pisciare sulle punture di medusa, gli studi approssimativi, la politica urlata, che gli uomini non si possono innamorare dopo una certa etá.
Mi piace ascoltare la gente che nuota nella saggezza convenzionale. Osservare i pesci in una boccia piena di cazzate.
E mi piace anche quando le certezze crollano.
I crolli, in generale, mi piacciono.
Se anticipati da un’esplosione. Di qualsiasi natura.
Le bombe urlate da chi litiga per amore sono le mie preferite. Ma mi piacciono anche i crolli degli uomini che piangono.
Odio la discoteca.
È bene che tu lo sappia.
Adoro il vino rosso e il rhum.
Sul rhum ho una certa cultura. Documentabile dalle ultime analisi del sangue.
Mi sembra di aver finito, anche se mi restano un sacco di cose da dirti.
Diciamo che, per fortuna, le cose meno importanti te le ho dette.

Ah, io quando amo non mento mai. Che sembra bellissimo, ma fa malissimo.
Io amo, al momento, sei persone.
Ovviamente una sei tu.
Che cazzo di discorsi.
Il problema potrebbe porsi nell’unicità.
Non mi far tornare sull’argomento.
Ti prego.
Ricordati che non mento mai. Sia quando farà benissimo, sia quando farà malissimo.

Tuo Ragazzone

PS: devo andare che sono indietro con un discorso di cordoglio per un amico che si sposa fra poco. È sempre stato il mio sogno fare un discorso di cordoglio a un matrimonio. E ne ho fatti parecchi. E non mi sono mai sbagliato. Questa volta non mi è stato chiesto di farlo. Quindi non vedo l’ora di farlo.

3450 giri

Primo Tempo

Partiti di buon mattino, con davanti le nuvole migliori che un luglio travestito da novembre potesse mostrare, lasciata la periferia che poi diventa campagna che poi diventano paesoni sperduti, siamo arrivati alla diga che non faceva ancora caldo.
Forse non fará mai caldo alla diga.
Alla diga si fermano i cacciatori, i pescatori, i ciclisti e quelli come noi, che il rumore del motore è perfetto se rimbomba nelle valli.
La statale è la SS25, una vecchia camionabile che portava i carichi delle navi dal porto di Genova alle città padane. Finisce dritta nel porto di Genova, da una parte, e dritta nel carcere di Opera dall’altra. Dei tempi beati in cui le strade si disegnavano con il cuore e il sesto senso.
Dalla diga, la strada si fa nervosa, sale in montagna, stringe le curve, e ogni tanto viene mangiata dalla foresta.
Sono, dalla città al mare, quattrocento sessanta sei curve.
Tradotte in due ore e mezzo senza soste, anche se a me piace fermarmi nel vecchio bar del paese appena dopo la montagna, che sembra di saltare vent’anni indietro. Bere il caffè che sa di bruciato, sfogliando la cronaca locale e osservando il traffico.
E poi fermarmi sul fiume, guardando l’acqua blu diventare bianca, poi azzurra e poi nera.
Ci sono diversi modi di prendere la cosa.

La puoi prendere estremamente seria, correndo sui cordoli, sfiorando l’asfalto, con il collo piegato sul serbatoio. Lo fanno in tanti. Tute di pelle colorate e lo sguardo soddisfatto di chi sa che sta per farlo ancora.

La puoi prendere a passo turistico, che ci sono rocche, castelli, piazze, il fiume e i costoni di roccia. Diventa un viaggetto da trattoria tipica e bed and breakfast. Week end a pochi passi da casa. Over cinquanta.

La puoi prendere come facciamo noi, che corriamo dove tutti rallentano e ci fermiamo a fumare dove non c’è niente da vedere.

Ho finalmente trovato il punto di non ritorno di Hernest. Tutte le moto hanno un punto di non ritorno. Sono macchine. Progettate per finire il loro lavoro entro certi termini. Ognuna ha un punto di non ritorno.

Come quando trovi quel punto lì in una donna. Magari dietro l’orecchio, sotto il piede, nell’incavo della schiena. Dietro le spalle. Che passi il dito e ti rendi conto.
Il respiro si fa veloce.

Il punto di non ritorno.

Hernest va messo a bada con qualche piccolo accorgimento che sulle prime porterebbe qualsiasi motociclista a dire: che moto del cazzo.
Giudizio molto affrettato, perchè il mio grosso compagno ha molte risorse nascoste.
D’accordo, è ingestibile in curva, gli ammortizzatori sono alla frutta e il manubrio vibra come un vagone di un treno.
Carattere.
Si tratta di carattere.
Ho trovato, quasi per caso, il punto di non ritorno di Hernest, tornando una notte da una cena di lavoro.
Sotto un cavalcavia, dentro una pozzanghera, ho aperto la seconda, arrivando a 3450 giri.
Il motore rincula come dopo uno sparo, lo sterzo perde aderenza, il posteriore scula come una sapiente passeggiatrice, la moto in se perde il contatto con il mondo.
Diventi un proiettile sparato su trecento chili di ferro.
Il punto di non ritorno.

Ho passato una buona parte della mattina a cercare di dosare il polso, per arrivare a tremilaquattrocentocinquanta giri, proprio nel momento preciso in cui Hernest perde i sensi abbandonando la sfida fisica dello stare acceso, in equilibrio e in moto lineare.

Hernest in curva scarena. Non regge l’emozione.
Delle curve.
Non è un mezzo nato pronto per queste cose.
Per questo lo porto su queste strade.
E non ha abbastanza freni per arrivarci preparato.
Alle curve.

Ma poi fa la voce grossa, e ne esce tuonando l’orgoglio delle moto grasse e goffe.
Ho un polso pesante, perchè ci appoggio tutto il nervoso della vita, ma Hernest ha quel ritardo perfetto per farmi ragionare.
Come se volesse darmi il tempo per recuperare l’errore.

A 3450 giri, in seconda, Hernest è perfetto.
Nessun margine d’errore.
Proprio a quei giri lì.
Devi solo calcolare come uscirne, prima.
Perchè non è facile, quando ci sei dentro.
Diventi protagonista di un corto di cui non sei il regista.

Di tutte le statali che portano al mare, la SS25 è quella che ha ucciso più motociclisti.
Ha curve, verso il mare, disegnate sbagliando traettoria e pendenza.
Un delirio di asfalto, con enormi cicatrici lasciate dagli smottamenti di queste terre.
Ci sono cartelli a ogni curva, e le corone di fiori ingrigite.
Funzionano meglio quelle dei cartelli che invitano alla prudenza.
Certo che a vederci da fuori, sicuramente non deve sembrare tutto a posto.

Intervallo

Conosco ogni vicolo, ogni anfratto, ogni difetto di questo posto. Che è uno di quei due posti dove mi sento a casa.
Bevo vino sul porto, mangiando e ridendo, e poi lascio che l’acqua gelata mi svegli dal torpore.
Viene perso un anello sugli scogli davanti al vecchio molo.
In vent’anni ho visto cadere di tutto.
Telefoni, chiavi, occhiali, gioielli, bicchieri, sigarette, magliette, mutande, guinzagli, ombrelloni.
È un posto, quello sul vecchio molo, non adatto a chi ha cose importanti da portare e non solo la voglia del mare.
Gli scogli, con il vento e le mareggiate, mangiano tutto e non rendono nulla.
La voracità del vecchio molo dovrebbe superare di gran lunga la fama romantica del borgo e insieme alla stronzaggine puntigliosa dei vigili, diventare la principale attrazione.
Venite a Camogli, patria dei vigili più precisi del vecchio continente e del molo vorace che inghiotte i vostri preziosi.
Io qui sono a casa, come in pochissimi altri posti al mondo.
Io qui potrei far da guida, conosco le storie delle case, delle persone, degli amanti che si incontrano dietro la volta del porto, o dei ricchi e decadenti che dormono nel vecchio baraccone. Conosco i sentieri e i tramonti, la tana del polpo del porto e anche come tirare fuori un sorriso ai pescatori. Ho passato tantissime notti ad ascoltare racconti, leggende, confessioni.
Attentamente, accompagnato dal fresco della notte e dal silenzio del porto.

Ma non dico nulla a nessuno, talmente è prezioso per me questo tesoro. Sono tutte storie che tengo per me. Che mi sono raccontato ancora, nella piccola camera sopra le barche dei pescatori.

Io sono un turista avido di racconti, dell’acqua cristallina, degli scogli sperduti che nessuno sa arrivarci, del vino, spettatore dello struscio di una classe media che vuole sentirsi importante, dei mangiatori di focaccia, delle nonne del molo, le mie amiche, e dei sorrisi che solo di notte passano qui sopra.

Secondo tempo

Libeccio caldo.
Merda. Promette solo merda. Il libeccio porta umido, vento senza onde, e grandi grossi temporali. Insomma non surfi, non dormi, non peschi, e soprattutto rischi una gran bella lavata.
Questo quando sei seduto sul vecchio molo.

Saliamo sulle moto con il caldo che entra nelle giacche, iniziando i tornanti sull’Aurelia sapendo giá di essere predestinati a un rientro, perlomeno, umidiccio.

La pioggia inizia appena dopo la prima galleria.
Non c’è niente di esaltante e di poetico nel prendere pioggia in moto.
Non fidatevi dei Diari della Motocicletta.
È una situazione paradossale.
Perchè il buon senso, la ragione comune e anche un dedalo di parenti, ti vorrebbero seduto al caldo che osservi la pioggia battere intensamente sui vetri della finestra.
Si possono fare un sacco di cose quando piove.
Leggere, far l’amore, piangere, litigare, cucinare, ridere, camminare sotto i balconi, baciarsi annusandosi discretamente.

Invece.

Invece sei pericolosamente sospeso a ottanta centimetri da un denso fiume di acqua e terra, che solchi con uno pneumatico che di colpo diventa troppo sottile. La moto scivola.
Senti di non avere il controllo totale.
La pioggia si infila in buchi e spazi che pensavi di aver coperto. Sui polsi, sulle caviglie, dentro la mascherona che smette di aver senso e si appanna.
Le mani gelano, le braccia si irrigidiscono, un soffio di buonsenso ti fa avere una sana e logica paura.
Il resto, pancia compresa, ti chiede di andare avanti.
Cento venti sei kilometri. A settanta kilometri orari. Da solo. Con la pioggia.
I tuoi soci procedono nelle stesse condizioni. Luci rosse traballanti a venti metri dal tuo naso bagnato.
Potresti prenderla molto male.
C’è, in effetti, chi si ferma. Sotto i ponti, negli autogrill.
Sei spacciato. Se lasci che la paura vinca, che quell’angolo di follia si inzuppi di dubbi, invece di tirare avanti.
Tiro su lo straccio che avvolge il collo, fino a sopra il naso. Passo il dito dentro le lenti. Ogni camion che ci sorpassa è una doccia. Freddina.
Acqua che si infila dentro gli stivali.
Ogni giunto, ogni fottuta imperfezione nell’asfalto, diventa una piccola scommessa.
Io canto.

Mi è stato insegnato a dare una forma al problema.
Se la vedi come la vedo io, kilometri totali, diviso velocitá media, sommate le soste per bestemmie e sigarette, fanno due ore e mezza.
Nella migliore delle ipotesi.
Io due ore e mezza a gestire la paura non ce la faccio.
Il sole spunta tra i nuvoloni neri, spettacolo surreale.

Canto forte, probabilmente anche molto stonato.
So che non lo farò per due ore e mezza.
Che poi arrivano i pensieri del tramonto e quelli della pioggia.
Cose belle, leggere, amalgamate a cose brutte.
Stare da soli con un motore che urla sotto il culo per due ore e mezza, a velocitá costante, è una primitiva forma di terapia.
I grossi curvoni dell’autostrada diventano sfide al rallenty.
Mi viene da cantare cose che non ricordavo di ricordare.
Il freddo alle caviglie diventa uno spiffero di chiodi sulla carne.
Il gruppo rallenta.
Siamo piegati.
Autogrill.
Brividi, piscio e caffè.
Ripartire. Senza aspettare troppo.
Nuvole basse, in mezzo alle montagne. Pioggia battente, un grande temporale estivo. Da telegiornale.
Il posto peggiore per Hernest per arrivare a tremilaquattrocentocinquanta giri.
Mi sovviene, troppo tardi, con un ascolto ritardato delle urla del motore, che Hernest viaggia serenamente verso l’orgasmo meccanico.
Il punto di non ritorno.
Il culo grosso del vecchio Hernest ondeggia sinuoso sull’asfalto zuppo.

Pochi secondi.
Tanti pensieri.
Uno.
Prima degli altri.
Sei.
Una.
Testa.
Di.
Cazzo.

Lascio la mano destra, metto il peso sul serbatoio, canto.
Highway to Hell.
Nomen Omen.

Invece Hernest recupera, di sua spontanea volontà, il controllo.
Mica male, il vecchio bastardo.
Inaspettato, per un grassone da passeggiata, penso mentre il colon riprende la sua posizione usuale e le braccia tornano normali.
Il resto è noia.
Molto bagnata, ma noia.

Roba che racconteremo davanti a una birra.
A noi stessi, che questi racconti ci piacciono solo a noi.

Arrivo a Milano e decido di attraversare la cittá, che non ne posso piú di autostrade bagnate.
E c’è la gente del venerdì sera, le Smart e le Mini lucide, e la musica a palla, e il rumore del traffico.
E gli sguardi ai semafori, che devo essere tutto tranne che bello, ma molto pittoresco probabilmente.
E i tacchi alti, e le gonne, e le camicie bianche, i capannelli fuori dai ristoranti e i venditori di rose.
Questo, tutto questo, mi stringe lo stomaco quasi quanto i giunti dei ponti dell’autostrada.
Che quelli, ad andarci durante una tempesta, lo hai scelto tu.
Invece tutto questo no.
È il contorno.
Di un piatto un po’ indigesto.

Life is short firtz, ride your fucking dream

Bambini (del perchè un trentenne parla dei propri figli)

Succede che quando scrivo un pezzo per la rivista che non sia al cento per cento sulle moto, alcuni si lamentino. Succede, per dirla tutta, anche il contrario. Scrivo di altro, e qualcuno si lamenta che non scrivo di moto. Succede anche qui. Il lettore, con tutto il suo carico di diritti (vi metto il link ai diritti del lettore secondo Pennac, che condivido pienamente in qualità di lettore distratto e avido) non ha, apparentemente, nessun dovere. E’, in gergo, un consumatore. E come tale, esercita il suo diritto di lamentela sul prodotto. Che è un prodotto molto difficile da definire. Forti dell’anonimato e dello pseudonimo, su questo blog in molti si esprimono pro e contro alcuni pezzi. E’ la forza di internet, baby. Io di quelli che in gergo si chiamano feedback me ne sono sempre altamente sbattuto. Scrivo perchè mi va, quando mi va, quello che mi va. 

Ma su una cosa, devo ammetterlo, è necessario fare chiarezza. 

Io sono un professionista, un motociclista, un viaggiatore, un lettore, un ascoltatore di musica, un discreto bevitore, e un sacco di altri ruoli. Uno dei quali è il padre. Sono padre da più di tre anni. Sono diventato padre a trent’anni. Una cosa, culturalmente, nella norma. Solo che, apparentemente, poco condivisa. Siamo una minoranza. Statisticamente. Sempre meno figli per la nostra generazione. Per tutta una serie di motivi. Alcuni futili, altri più realistici. Abbiamo, maledetta generazione, ambizioni di carriera eccessive. Abbiamo una cultura famigliare spenta, abbiamo trent’anni, ma il rinculo dei venti, tecnicamente sindrome di Peter Pan, si fa sentire. Abbiamo sempre meno fiducia nel futuro. Abbiamo problemi economici. Abbiamo problemi psicologici. Avete. Perchè io ho varcato la soglia.

Non vorrei mai annoiarvi con le ragioni che mi hanno spinto a farlo. (qui un sunto brevissimo e poetico).

Riassumendo, approssimativamente e con il senno di poi, è un elenco lunghissimo che si traduce in una sola parola: amore. 

Io sto cercando, nel ruolo di padre, di essere un padre decente. Non è semplice. Ma ho capito che quando non sai cosa fare, basta che ami. 

Diversamente da tutti gli altri ruoli, il ruolo di padre ha degli sviluppi e delle conseguenze difficilmente prevedibili. Se non lavori, sai di poter essere licenziato. Se non vai in palestra, osservi il tuo sex appeal calare. Se trangugi una bottiglia di rosso tutte le sere a cena, hai discrete probabilità di avere problemi al fegato. 

Essere padre è, tutti i giorni, una matassa di errori e di amori, di orrori e di splendori, dalle conseguenze imprevedibili. 

No. Non è come avere un cane. So che molti di voi confondono cani e gatti con gli esseri umani. E’ una patologia abbastanza diffusa. Si chiama antropologizzazione dell’animale. Tappare la vostra solitudine con un gatto è, a livello statistico, più salutare che bersi una bottiglia di vino da soli tutte le sere. Muore meno gente per possesso di gatti che per eccesso di alcool. Inoltre guidare con un gatto in braccio è meno pericoloso che con due bottiglie di Montenegro in corpo. Ma a livello psicologico le cose si assomigliano moltissimo. 

Un figlio è diverso da un gatto. Anche se fare un figlio per credere di risolvere alcuni problemi interiori ha le stesse conseguenze del comprare un gatto. I problemi non si risolvono, e per di più ci sono discrete probabilità che in futuro un figlio vi rechi più problemi di gestione di un gatto. (Inoltre, abbandonare un gatto diventato spacciatore di coca è più tollerato che abbandonare un figlio minorenne diventato spacciatore)

Tenendo conto del contesto culturale e dei dati statistici, ho vinto alla lotteria. Mio figlio viaggia serenamente, e inconsapevolmente, verso quella che è stata definita Lost Generation. Economicamente, lavorativamente, politicamente, è fottuto. Lo dicono i dati e le previsioni. Gente che studia il futuro, avvalendosi del passato, pagata profumatamente nel presente. Si chiamano Mega Trends.

Ma torniamo a noi.

Va abbastanza di moda, tra chi non ha figli, criticare apertamente chi ha figli e ne parla. Argomento, dicono, decisamente non interessante. Noioso, non pertinente. 

Anche io, prima che la scansione del tempo diurno fosse regolata dalle cagate del pargolo e la scansione del tempo notturno fosse regolata dalle sue poppate, notavo un certo ossessivo ritornare sull’argomento da parte dei miei coetanei genitori. Parlano solo di merda. Tra l’altro con una complicità assente per altri tipi di secrezioni umane. 

Poi ho avuto il mio primo contatto con la cosa. Ho cercato di prepararmi. Non sono il primo a diventare padre.

Tra gli scrittori, peraltro, c’è una certa facilità, una volta diventati padri, a parlare dell’argomento. (leggi qui). 

Ora, di tutto il pacchetto emotivo della sala parto, dei primi quattro giorni, delle tette che si gonfiano e si sgonfiano, della merda e del suo inequivocabile odore, della carenza di sonno, del primo sorriso, e di tutto il resto, ho parlato abbastanza. 

Questo perchè, in fin dei conti, il diventare padre cambia, decisamente, le carte in tavola. 

E’ qui che chi non ha figli cade nel tranello. Si, le vostre serate in discoteca fino alle quattro sono piene zeppe di aneddoti. Anche le vostre vacanze in Namibia con finto rapimento. Per non parlare dei week end a Levante dove avete conosciuto un tipo troppo interessante. Per non parlare della vostra passione per il cinema polacco. E che dire della vostra ultima bici stile olandese? 

E’ necessario precisare una cosa: i genitori trentenni sono, al momento, una decisa minoranza. E come tutte le minoranze, sono all’opposizione. Nell’organizzazione della cena di sabato, chiedere un luogo e un orario gestibili armati di passeggino è come chiedere un menù vegano in macelleria. Sei fuori luogo. Come è giusto che sia. Sei una minoranza. Pure maleducato, cazzo. Fattela una tata. Non in senso letterale. Paga una tua coetanea per tenere tuo figlio e mangiare di corsa e ritornare a casa. 

In più, inconsapevolmente, tendi a ridurre la tua cerchia iniziando a frequentare solo soci della tua minoranza. Un accolita di mamme e di papà. Tutto vero. Anche perchè gli amici non genitori tendono ad abbandonarti. 

E hanno ragione. 

1) La merda non è argomento interessante in nessun contesto. Seppure per te sia una rivoluzione copernicana, perchè ti tocca di odorarla, togliertela dalle mani, e gestirla, se non avessi un figlio capiresti bene che non è argomento di interesse per nessuno. 

2) La tua cronica stanchezza non è giustificabile. In una società dove a trent’anni è normale fare le quattro di mattina al venerdì, o al giovedì, che poi è il nuovo venerdì dei trentenni, tu sei out. Anche se poi, le quattro le fai più spesso di tutti. Ma tirare il cordino del carrilon e osservare le api di cartapesta che girano in tondo nella penombra, converrai, non è socialmente attraente come un breve ma sentito scambio di salive nel cesso di un posto dove servono cocktail con ghiaccio pestato. 

3) Oggigiorno è socialmente più accettato un tenero cucciolo di labrador di un bambino. Di conseguenza, i tuoi argomenti sono meno interessanti di quelli dei padroni di labrador. Mangia secco o umido? Lo iscrivi a Agility? Ma vai a correre con lui? Se hai un labrador e un bambino, invece, oltre che avere un problema di gestione della merda superiore alla media dei padri e dei padroni dei cani, hai anche buone chance di avere argomenti interessanti di cui parlare. Anche se, quando inizierai a parlare troppo del cane, verrai additato come padre assente. 

Osservare il fenomeno da dentro, ovvero come membro di questa minoranza, è deliziosamente sadico. 

Essere genitore, a livello genetico, spegne alcuni centri nervosi, generalmente quelli del buon senso. Pertanto dal giorno zero, una buona parte dei neo padri e delle neo mamme, perdono il lume della ragione. Persone precedentemente estremamente ragionevoli, diventano incomprensibilmente idioti. Pochi restano lucidi. E in qualità di genitori lucidi vengono isolati dai coetanei non genitori e dai coetanei genitori non lucidi. 

Sull’educazione del pargolo si scrive moltissimo (21% di tutto il parco libri pubblicato in un anno).  Strano per una minoranza, se non fosse che è un mercato estremamente sensibile, perchè regolato dalla paura. In fondo, il seggiolone più caro, il seggiolino più ergonomico, il rivelatore di apnee notturne (un oggetto che rileva se il piccolo smette di respirare durante il sonno, suonando come un allarme dei pompieri, generando cardiopatie nel padre) il biberon con il ciuccio che non altera la conformazione del palato, sono tutte robe che hai comprato per paura. Paura che tuo figlio morisse, stesse male, restasse menomato. La paura è la leva di marketing più potente al mondo. D’altronde bevi Coca Zero per paura di diventare grasso. Sbaglio? Vogliamo parlare del cellophane con cui incarti la valigia in aeroporto? Restare lucidi, è difficilissimo. Per questo adoro la statistica.

 E’ statisticamente più probabile che tuo figlio muoia per aver ingoiato inavvertitamente degli oggetti che per una caduta da un seggiolone. Inoltre è più probabile che tuo figlio anneghi in piscina piuttosto che morire per le ferite inferte da un cane. Eppure i cani, specialmente i molossoidi, sono visti come un incombente pericolo. Non le piscine.  Allontani tuo figlio da un pitbull,  ma lo lasci in piscina. In barba alla statistica. E’ scientificamente dimostrato che il seggiolino ergonomico della macchina è un palliativo nemmeno troppo funzionale, rispetto al tradizionale sedile. Cioè le probabilità che tuo figlio si faccia male in macchina non sono legate ai soldi che hai speso per un seggiolino rispetto all’altro, ma al tuo stile di guida, alla regione dove vivi e al traffico. Ovvero, a parità di spesa, due padri uno di Milano e uno di Bombay comprano lo stesso seggiolino. Il top. Quello anche con i cuscinetti laterali. Roba che la Nasa è sorpassata. Eppure il padre di Bombay sta solo buttando soldi. Suo figlio ha 8 probabilità in più di morire nel traffico rispetto al piccolo milanese. Anche il padre milanese ha buttato soldi. Suo figlio ha più probabilità di morire per un incidente domestico che per un incidente automobilistico ( 5 a uno). Eppure, in casa non lo lega a un seggiolino ergonomico. Le probabilità che un bimbo contragga un virus, apparentemente innocuo ma poi letale, toccando un altalena sono inferiori alle probabilità che cattive abitudini alimentari portino all’infiammazione dell’appendice, che curata in ritardo porti (peritonite) alla morte. Eppure i parchetti straripano di salviettine umidificate e le cucine di patatine, coca cola e cioccolato. 

Inoltre, come tutti i mercati interessanti, il mondo infantile straripa di esperti. Che hanno l’obbiettivo, ragionevole, di mantenere le loro famiglie vendendo libri, saggi, consulenze, seminari, sull’argomento. E che hanno, come in nessun altro ambito, la capacità di smentirsi ciclicamente. 

I bambini devono dormire da soli. I bambini devono dormire con i genitori. I bambini dei genitori separati sono dei futuri handicappati emotivi. E’ meglio separarsi che fingere amore, creando degli handicappati emotivi. I bambini devono dormire sulla schiena. I bambini devono dormire sulla pancia. Vaccinarsi è bene. Vaccinarsi è male. Gli antibiotici sono bene, gli antibiotici sono male. Ciclicamente. 

Un ciclo dura in media mezza generazione. Così accade che fratelli con i medesimi genitori crescano con abitudini differenti dovute a differenti culture. Tu mangi carne, io no, perchè fa male. 

Io sono cresciuto nel ciclo in cui una pippatina di antibiotico andava sempre bene, e ho passato l’asilo e le elementari a ingoiare vassoiate di antibiotici. Facessi lo stesso con mio figlio adesso, sarei additato come ignorante. Ignorante. Perchè non aggiornato. Gli antibiotici fanno male. Mio figlio ha girato per casa con le tonsille gonfie come due tamburi per due settimane prima che la madre, in ogni caso non convinta, lo portasse dalla pediatra che, in ogni caso non convinta, gli prescrivesse degli antibiotici. Comprare antibiotici per il bimbo in farmacia è un gesto non semplice. La reazione del farmacista, alla richiesta, è la stessa di quando i tossici chiedevano le siringhe. Disprezzo e incomprensione. Inoltre le tonsille, a cavallo dei novanta, si toglievano a priori. Taglietto, gelato al limone, e via. Adesso vanno lasciate li, sempre e comunque. 

Comprenderete che essere genitori è complesso. Richiede una lucidità che va costruita di giorno in giorno. In più, il genitore non è una creatura monocellulare. Esiste il genitore 2, il partner, il compagno, il socio, amore picci picci, cucciolotto. 

Che ha, per statistica, opinioni divergenti. 

E che pone quesiti che fino al giorno prima non riuscivi nemmeno a pensare. 

– Che ne dici se il Piccolo l’anno prossimo inizi a frequentare l’asilo internazionale?

– Che cazzo di roba è l’asilo internazionale?

– Niente, un asilo privato dove insegnano psicomotricità e inglese. 

– Insieme?

– cosa?

– Psicomotricità e inglese? In pratica chiedono al Piccolo di correre in inglese? 

– Non scherzare! E’ importante, secondo me, che il Piccolo inizi da subito

Essere padre è roba tua. Essere genitore è roba per due. Due cuori, due fegati, quattro braccia, quattro gambe, una testa. 

Dopo aver protetto, più o meno lucidamente, tuo figlio dagli agenti esterni che ne possono causare il decesso, e dopo aver discusso della sua educazione internazionale ed esserti assicurato che possa ordinare il Cornetto parlando fluentemente quattro lingue, credi di aver finito. 

I coetanei critici e non genitori, difatti, credono che la cosa si fermi qui. 

Io credo che qui sia l’errore. 

Occuparsi del proprio prodotto genetico è il trenta per cento del lavoro di un uomo. Resta da gestire la parte emotiva, con la compagna, moglie o amante, la parte lavorativa con il calo di prestazioni e l’incastro della festa dell’asilo con la conference call con la delegazione sinoamericana, la parte personale con la sensazione di voler essere qualcosa di più di un evoluto autista per monovolumi piene di seggiolini ergonomici e bottigliette di acqua San Benedetto. Tutto il resto. 

Essere uomini. 

Insomma, la discussione non sta tanto sul fatto che sia giusto o meno essere diventati genitori. E’ assodato che per la nostra generazione, avere un figlio sia equiparabile a un piccolo handicap. Con rischiose implicazioni sul lavoro, nella sfera emotiva e nella vecchiaia. Io ho scelto il mio piccolo handicap. Lo rifarei. E anche molto prima. 

La discussione non verte sul fatto che la merda non sia argomento da pizzata tra ex compagni. E’ evidente che, al pari del dettagliato racconto sull’epilazione laser dell’inguine e del week end agroalimentare dove avete imparato la raccolta delle castagne, la merda di un neonato non sia argomento interessante. Solo che il week end agro alimentare e l’epilazione del vostro inguine sono, a livello numerico, meno impegnativi della merda del piccolo erede. 

Insomma, parliamo di pannolini, per cercare le parole giuste per raccontarvi la rivoluzione totale che è nascosta nella piccola parola “genitori”. 

Cambia tutto. E talmente tanto che cambiano anche i punti di riferimento esterni. 

E’ sempre stato così. Sempre lo sarà. E’, diciamo, incluso nel pacchetto. In qualità di animali sociali, tendiamo a riprodurci. Nel riprodurci, essendo dotati di intelletto, tendiamo a confidare molto nel risultato e a seguirlo per qualche annetto. E’ nel pacchetto. 

Solo che oggi è meno in voga di prima. 

In fin dei conti avete ragione voi: gli argomenti di un genitore sul proprio figlio sono di una noia mortale. Sono il primo a sbadigliare quando altri padri attaccano il pezzo sul corso di rubgy dei figli. 

Mi permetto solo di osservare che anche i vostri palliativi, come palestra, corsi su discipline dal nome impronunciabile, maratone goderecce alle Baleari, sono noiosi uguali. 

Ma perchè un trentenne parla dei propri figli?

Facile: l’impatto del Piccolo è totale. La rivoluzione è talmente grossa che in molti restano vittime, tornando bambini, e in molti passano all’opposizione, mollando il colpo. 

E’ roba totalizzante, quella di diventare genitore. Non quantificabile. Difficilmente spiegabile. Per questo proviamo a parlarne in continuazione. Per raccontarcelo. 

Fatelo. Fidatevi. E’ molto meglio di un golden retriever, e da ottime giustificazioni per bere di più e meglio. 

 

Post Scriptum:

Ovvio che in qualità di padre mi trovi a difendere la categoria. Anche se vorrei difendere solo i padri lucidi. Però devo ammettere che: 

– la cravatta con Minnie, o i gemelli di Pippo non fanno per un cazzo ridere. E nemmeno casual. Sono orrendi 

– La macchina invasa di giornali della Peppa Pig è impresentabile. 

– il racconto della notte insonne non è interessante, a meno che non ci siano svolte improvvise (picchi narrativi), tipo la presenza di un serial killer in cameretta. 

– il racconto del saggio di danza è palloso, a meno di non soffermarsi sulle tette dell’istruttrice. 

– a volerla dire tutta, quasi tutti i racconti legati ai vostri pargoli sono noiosi, a meno che non siano raccontati bene o abbiano impensabili risvolti. Fatevene una ragione 

– siete, siamo, una minoranza. Pertanto è necessario agire come tale. I bambini non devono disturbare in metropolitana, è fatto divieto di ridere fragorosamente in treno e anche di mangiare le patatine in fondo alla chiesa. Si, sono d’accordo, è follia. Ma la maggioranza metrosessuale ha voluto così. Essere all’opposizione è un lavoraccio. 

– non usate i vostri figli come giustificazione per le vostre cazzate. Andare a travestiti, ubriacarsi alle cinque di pomeriggio, e aver preso sedici kili non è imputabile ai vostri eredi. 

La vostra tristezza non è imputabile a loro. 

La vostra felicità è imputabile a loro. Il segreto della felicità è in un compendio di ossa grosso più o meno come un cane di taglia media. Ed è una felicità totale. Stupenda. Rivoluzionaria. 

E’ questo che fa incazzare la maggioranza. 

 

Hey

Ciao,

è finita che per smaltire una passeggera sbronza diurna, da birra e caldo, mi sono sdraiato a scrivere, finalmente in silenzio. Che fuori c’è ancora luce, e lascio tutte le luci spente, e sto qui al buio.

Finalmente sono solo. Che poi, sai, non è facile star da soli.

Finalmente posso farlo.

E sdraiarmi, al buio, lasciando passare i pensieri, e scrivendo. Ti stupiva quanto io potessi scrivere. Ti stupirebbe sapere quanto ancora lo faccio. No, non ho concluso niente. Però ho iniziato degli splendidi racconti. A dirti la verità, una decina li ho anche finiti. No, quella cosa di fare lo scrittore, poi non è andata in porto. Ho bisogno di viaggiare, morire, urlare, sorridere, ancora molto, prima di scrivere per vivere. 

E non so nemmeno se mi piacerebbe farlo. Una delle cose che mi piace dello scrivere è che nessuno mi chiede di farlo, nessuno mi paga per farlo, nessuno mi dice come farlo. Mi sdraio sul pavimento freddo, sento le piastrelle gelate, aspetto che venga fuori qualcosa, nel buio della stanza, nudo. Solo. 

Sono cresciuto sai. Non immagineresti nemmeno quanto. Invecchiato, forse. Cresciuto. Non tutto è andato come doveva andare. Lo si conta sotto i miei occhi, nelle rughe e nel sorriso. Ho la barba. Mi piace toccarla e lasciarla in disordine. Mi piace il disordine. Come sempre è stato. Trovo un’infinita poesia nel disordine delle cose, delle persone, del mondo. Lo guardo con amore, il disordine. Perchè è dal disordine che ho visto nascere le cose più belle. 

Mi sono innamorato. Come mi chiedevi di fare. Di cose, persone, posti, e anche di ricordi. Del disordine. Mi innamoro del disordine. Io mi innamoro, costantemente, del disordine. Tanto da trovarlo anche dove, apparentemente, regna l’ordine. 

Facile, dicevi.

Basterebbe lasciarsi andare, come quando ti senti cadere, ma poi sei sicuro che qualcuno ti prenderà. Ecco, l’amore è quella cosa lì. Quella sicurezza di essere presi, poco prima della caduta. 

No.

Ho capito che quella sicurezza è solo amor proprio. Volersi sentire protetti. L’amore è sapere che anche se si cade, ci si vuole lasciare lo stesso andare. E sapere che, se farà male, lo rifarai comunque. Rialzarsi e lasciarsi cadere ancora. 

L’ho fatta, quella cosa di lasciarsi andare. 

La vertigine della fiducia. 

Ah. Ho perso i capelli.

Ancora.

Di più.

Rideresti. Me ne sono rimasti pochi. Che ostinatamente tengo lunghi. Si, quel genere di trentenni con una specie di riporto giovane. Adesso va anche abbastanza di moda. Riderò, riderà mio figlio, delle foto di questi anni. 

Perdo peso. Mangio poco. Non ho tempo.

Questa cosa del tempo, te lo devo dire, mi ossessiona. Mi sembra troppa la gente che perde tempo in cose decisamente inutili. Ho anche lavorato molto su questa cosa. Del perdere tempo. E tento di non farlo. Ma ogni tanto mi piace sedermi in un posto a perdere tempo.

Guardare il mare, osservare una partita di bocce, contare le foglie di un albero, abbassare lo sguardo per terra e stare così. 

Lo faccio.

Ti ricordi la mia paura di volare? Vivo in aereo. Credevo di averlo scelto. Mica tanto. Ma per ora va bene così. Prendo più aerei in un anno di quanti una persona normale ne prende in una vita. E mi sono abituato. L’abitudine ha ucciso la paura. 

Faccio in tutti i modi per evitare che uccida me. 

Ho provato in tutti i modi a togliere la televisione da casa. Ma ho tenuto tutti i dischi. I libri hanno invaso la casa, lentamente e inesorabilmente. I primi sono gialli e consumati.  Mi piace ancora sentire il notiziario la mattina mentre mi faccio la barba. La BBC. Esatto. Certe cose non cambiano. 

Ho sedici camicie bianche, venti camicie azzurre e una serie limitata di camicie bianche a bacchette azzurre. Facile. 

Ho tre paia di jeans, uguali. E tutte le magliette che ho mi ricordano qualcosa. Indosso ricordi. Lo trovo semplice. 

Ma sbaglio ancora, qualche volta, a mettere insieme i colori. 

Ho comprato una casa. Tecnicamente, la finirò di pagare tra una ventina d’anni. Ma ci siamo. Basta non pensarci. Ho comprato anche una moto. Per andare via di casa e tornarci. Ho capito che non serve una casa per sentire il bisogno di tornare. Ma ormai, con il crollo del mercato immobiliare, era invendibile. La casa, non il bisogno di tornare. 

Ho fatto piangere molte persone, ho pianto per qualcuno. Faccio ridere molte persone, pochissimi mi fanno ridere. 

L’anno scorso ho pianto e riso per la stessa persona. E mi sembrava una cosa molto vicina a quella cosa lì di lasciarsi andare e cadere. 

Ho risolto la cosa stando seduto su quello scoglio che ti facevo vedere in foto. Torno sempre li. Lo sanno tutti. Eppure nessuno mi viene a cercare. 

Credevo facesse meno male, starsene seduti lì da soli sullo scoglio a trentacinque anni. 

Invece, ti giuro, mi mancava il respiro. 

E piangevo, mentre la gente prendeva il sole.

E pensavo di essere davvero solo.

Ma ci sono restato. Poi tornavo al porto. Ordinavo vino bianco e leggevo libri nuovi. 

E poi tornavo allo scoglio.

Un giorno ha smesso di farmi male. Stare li seduto da solo. 

E ho iniziato a pensare alla felicità. 

Non è una questione che risolvi seduto su uno scoglio, questa della felicità. 

Allora ho fatto quello che so fare. Mi sono messo a cercare. Tra i libri, tra le persone. 

Non ho ancora finito. 

Ma ho capito la differenza tra felicità e piacere. 

E ho iniziato a dare un nome alle cose. 

E un giorno di marzo, che nessuno lo sapeva, ho preso la macchina e sono andato fino alla piccola chiesa. E poi a piedi giù fino allo scoglio. 

Per vedere il mare a marzo. E per pensare.

E ho ricominciato a piangere. 

Di tutte le volte che ho pianto, te lo posso garantire, non ho mai pianto per il futuro o per il presente. Io piango al passato. 

C’è gente che piange per il futuro. Gente che piange per il presente. Io piango per il mio passato. Non so bene perchè. 

Ho pianto e non sono più tornato. Ne sull’argomento, ne sullo scoglio.

Ecco un’altra cosa che ho imparato. A non nascondermi niente. Che tutto torna, lentamente. La corrente porta tutto quello che hai lanciato. 

E allora qualche giorno fa sono tornato. Sull’argomento. Sullo scoglio. Schivando qualche riunione, saltando qualche turista arroccato, e non rispondendo al telefono. 

E niente. 

Questa cosa della felicità e del piacere è facile facile. Come se ti chiedessero il colore della luna. E’ che qualche volta, la luna, sembra bianca, o più gialla del suo giallo. Ma è un momento.

E’ che qualche volta il piacere sembra dello stesso colore della felicità. Ma è un momento.

E non c’è niente da piangere. E non c’è niente di male. 

Ecco. Avevo bisogno di tornarci sopra un po’ di volte. 

Mi stupisce, sai, che nessuno venga mai  a cercarmi. Hanno aperto un albergo, a picco sulla scogliera, con una finestra azzurra che da sul mare. La vernice, secca e rotta dal vento e dalla salsedine, lascia intravedere il legno scuro. Dalla finestra si vede solo il mare. Nient’altro. Tutto. Che sembra nient’altro. Che invece è tutto. 

E mi fermo, adesso, a curiosare nei piccoli particolari. Trovo il piacere, e non lo confondo con la felicità. Se proprio non so capirlo, aspetto. 

Accarezzavo il legno della finestra, respirando la salsedine e cercando con gli occhi un punto nel mare. E ho pensato che forse ho pianto per tutte quelle volte in cui ho confuso i colori. Ma non è che me ne si possa fare una colpa. 

E ho iniziato a dare un nome alle cose. Come se fossi uno spettatore della mia vita. Seduto a guardarmi non è che mi diverta molto. Ma ho tutti i diritti di uno spettatore pagante. Eccome se mi faccio sentire! 

Non credo di averti detto tutto quello che avrei voluto dirti. Ho scritto di fretta. E adesso, mi succede così, ho voglia di leggere e di fumare. Sempre nudo, seduto sul pavimento. 

Smetto di scrivere sempre che mi sembra di avere ancora un sacco di cose da scrivere. Forse per questo ricomincio. 

Scusa se mi sono dilungato. Così a naso mi vengono in mente almeno sei cose da dirti ancora.

E poi non sono mai stato capace di finire le cose. 

Mi sforzo. Lo faccio. Ma io sono un grande costruttore di inizi. Le fini mi vengono così così. Zoppicanti. 

 

PS: la sai la differenza tra ciao e addio? Non credo. Mi hai detto ciao e sei scomparsa. Avresti dovuto, a rigor di logica, dirmi addio. E io ti avrei risposto, solamente: sbagli, è per forza un ciao. 

 

2B or not 2B

Breve riassunto dei punti salienti della mia vita. 

(ultimo aggiornamento, oggi, ore 06.42 CET)

– Il Piccolo, nelle ultime giornate, mi usa indistintamente come cesso e confessionale. Non contemporaneamente. Arriva da me per due fondamentali ragioni: o si è cagato addosso, oppure mi vomita nelle mani, oppure mi attacca caccole collose sotto i palmi delle mani. Oppure mi confessa i piccoli drammi umani che subisce: l’acqua fredda della piscina, il gioco rubato dal compagno, il sassolino nel sandalo sinistro, la scomodità del cuscino, la morte del pesce rosso. Non gli interessa poi molto capire le cause di questi grandi eventi. Ha solo bisogno di una spalla su cui appoggiarsi e poi una valida alternativa per dimenticare la sofferenza. Nel novantacinque percento dei casi, un ghiacciolo alla menta è una valida alternativa a quasi tutti i problemi.

– Riporto ordinatamente sul diario gran parte del casino che mi sta uscendo dalla testa. Ultimamente sembra un diario di guerra. Mi consola pensare che tutti hanno avuto il loro periodo dark, o blu, o di lotta. Mi consola meno constatare quanto mi costi sopravvivere. Ma, a furia di vino, me ne faccio una ragione. Sarebbe più comodo non guardarsi mai dentro. Tirare dritto. Come fate voi. Beviamo lo stesso vino. Voi per avere qualcosa da ricordare, io per provare a dimenticare. Avete ragione voi. (non lo penso, ma lo dico)

–  un concerto al terzo anello di San Siro non vale la pena. Nel senso che ti perdi quasi tutto. Hai la percezione di essere parte di un grande evento, ma come spettatore laterale. Questo è esattamente quanto successo mentre i Pearl Jam tiravano un filotto di 34 canzoni in una delle date, a detta dei grandi fan, più memorabili della storia del gruppo. E’ stato bello, per una sera, ricordare un’intera adolescenza. Meno bello, cercare di capire il pezzo che stavano suonando dalla lettura del labiale di quelli seduti di fianco. Ottima idea, migliorabile l’esecuzione. 

– Dopo una sommaria osservazione del chiringuito davanti allo stadio, convengo con me stesso su due punti cardinali: a me le serate con musica house a palla, divanetti di plastica con tavolino con cartellino “riservato Franco x 12, H 23”, lo sciame umano con tacco 12, mini short, camicie in elastene, macchine lavate per l’occasione, mi fanno angoscia. Proprio angoscia. Sento fortissimo il bisogno di scappare. Infatti, seconda cosa, quando scappo, salendo sulla moto, mi sento meglio. Credevo fosse un problema mio, che mi precludesse un futuro. 

– sono ormai due mesi che pianifico, alacremente, una fuga al mare. Non il mare generico. Il mio mare. La cosa, vista da fuori, non dovrebbe presentare complessità di alcun genere. Se non fosse che un impressionante connubio di eventi mi sta impedendo di raggiungere il mio scoglio. Che nel frattempo, come sempre succede, sarà occupato da qualche inglese di passaggio, armato di sandalo tecnico da trekking, macchina reflex, zaino da roccia con borraccia termica, cappellino stile narcos, moglie sovrappeso ustionata e prossima al collassio cardiaco. Ogni anno devo, pazientemente, procedere all’esproprio. Non vorrei che la mia assenza illudesse gli amici esploratori d’oltremanica di un provvisorio senso di possesso. 

– Non leggo un buon libro da almeno due mesi. L’ultimo, fugace, suggerimento, è stato Tiziano Terzani. Che ho letto quasi per scommessa. Credo si tratti dell’unico libro in cui è decisamente più interessante l’introduzione della moglie, che i diari del marito, che poi sono il vero e proprio libro. Eppure sapevo, ma ci sono cascato. Alla Mondadori in Duomo mi hanno aiutato con uno scaffale interamente dedicato al genere. Osho, Terzani, Coelho. Basta, semplicemente, camminarci attorno. Tenendo dovuta distanza. 

– io, d’estate, vivo meglio. 

In ordine sparso, ma comunque è tutto qui 

 

Collegamenti

Una semplice domanda, fatta senza nemmeno voler ascoltare la risposta, mi ha scatenato. 

Dicono che sia una patologia, una malattia. 

Era un gioco, quando ero bambino. Mi dicevi una parola, ti rispondevo con un’altra parola. Un nesso logico, per forza, doveva esserci.

Non vinceva mai nessuno, ma riempivamo il tempo. 

– mare

– acqua

– doccia

– bagno

– carta igenica

– cane labrador

– pompini 

– ma come pompini?

– ti ricordi Claudia, di Milano 2?

– eccome.

– …

– ah ho capito. 

– ho vinto.

– in che senso?

– non sei andato avanti…

 

Collegamenti. 

 

Ecco, io a questo gioco non ero bravissimo. Perchè i miei collegamenti sono solo miei. 

Tipo:

– mare

– Isola D’Elba

– Aretha Franklin 

– ma come cazzo fai a dire Aretha Franklin, Franz, diobono? Che cazzo centra? 

– fidati. 

– di cosa? 

– Io ho scoperto Aretha Franklin all’Isola D’Elba, anno domini 1999. Figata pazzesca. Ascoltavamo tutte le sue canzoni a palla, mentre vivevamo un’estate super figa. Mi sono anche innamorato di una bionda stupenda, dolcissima e altissima. Tutte e tre le cose allo stesso tempo. Ascoltando Don’t Play That Song For Me ( You Lied). Poi non è più finita. Mi sono innamorato dell’America di quegli anni. Di quella musica. Della Motown. Della poesia superba di questa gente che scriveva canzoni dolcissime e viveva vite pericolosamente sospese tra droga, violenza, squallore e paranoia. 

– … 

– Ti dirò di più. Andando avanti ho scoperto che Elvis si riempiva di droghe, un cocktail pazzesco. E Frank Sinatra era peggio. Eppure hanno scritto dei pezzi mitologici. Tra l’altro nella stessa estate ho scoperto la canzone perfetta con cui fare l’amore. Questa qui. E’ stupenda. Dio santo, ti da tutta la lentezza di una mano che scorre lieve sulla schiena. Senti il rumore dei respiri. Non ti viene anche a te?

-…

– E poi è un attimo. Davvero. Tutta questa dolcezza tutto questo mondo incredibile, la cultura afro. E ti arrivano subito in testa Ferlinghetti e la City Light Bookstore. I capelloni. I Beat. I libri stupendi, la guerra, la sete, il deserto, l’acqua, l’America, Baldini, i vigneti, il diabete, San Francisco. 

– Tu non stai bene. Queste non sono associazioni mentali. Questi sono salti quantici.

– Che poi appena penso a San Francisco mi vengono in mente tre cose

– ti prego, dimmele. Sono curioso di capire.

– La prima è i beat. E mi viene in mente la Pivano e i beat italiani. Le comunità che occupavano le cascine appena fuori Milano negli stessi anni in cui mio padre andava tutti i giorni al lavoro e si radeva con il suo Bic monouso blu puntando a una scrivania più grande e a una tredicesima più sostanziosa.  Due mondi. La seconda è Castro, il primo quartiere gay. Milk. Un eroe. La perfezione di Sean Penn in quel film.  La storia delle battaglie degli uomini, tutta in un quartiere. Il senso dell’amore. L’AIDS, i pettorali unti, il tram di Milano che usano a Frisco per portarti a Castro. 

– la terza?

– la donna più perfetta che ho avuto

– A San Francisco?

– no

– Devi farti vedere da uno bravo. 

– Dovrei scrivere di più

 

Una delle cose che La Signora lamenta incessantemente, in merito alla nostra storia, è l’apparente assenza di attenzione con cui seguo le vicende della sua vita. Confonde il mio silenzio con la distrazione. Ma io ascolto tutto. Anche i rumori di fondo. So distinguere nelle parole il rumore di fondo di cose irrilevanti, e i piccoli segreti che vorresti non dirmi ma che mi hai già detto. Ascolto ogni singolo movimento delle tue mani. Che parlano più della tua bocca.  E’ che associo. 

Un giorno ho iniziato a scrivere su una pagina bianca tutte le associazioni che facevo. Mi sono divertito per un pomeriggio. Le persone migliori della mia vita erano poi quelle che capivano queste associazioni, senza nemmeno mai averle vissute, e le rivivevano con me. Prendimi la mano, ti porto in una foresta stupenda di collegamenti inesistenti, dove le piante più alte sono storie bellissime. Ho viaggiato per metà della mia vita, l’altra metà l’ho passata a sbagliare e sognare. Ho una foresta stupenda in cui portarti. E lo faccio volentieri. Non con tutti. 

Questo poi, a volerlo spiegare bene, è il collegamento con la donna meravigliosa che ho amato, per troppo poco tempo, che mi viene in mente quando penso a San Francisco. Lei era San Francisco, portato in una periferia di Milano nemmeno troppo lontana dall’aeroporto. Sul suo terrazzo c’erano gli stessi gelsomini che c’erano nella pensione davanti a Macy’s in cui dormivo. Lo stesso profumo. E anche la stessa libertà. Aveva le gambe disegnate dallo stesso dio che ha disegnato le colline su cui corrono i vecchi tram di Frisco. Aveva la stessa disperata sete di vino che hanno avuto i beat di Ferlinghetti, le stesso colore di unghie del marmo bianco della cattedrale italiana, a poche strade dal Pier 39. E la stessa voglia di perdersi dentro me che avevo io. Incoscientemente non sapevo di essere seduto nella più bella città della mia vita. Non lo sapevo nemmeno ad Hong Kong. Succede così. Ti ritrovi seduto su una scala di marmo, e non ci pensi. Ti ritrovi sospeso sopra un sorriso, mentre ancora ansimi per quello che, a memoria d’uomo, è stato il punto della tua vita più prossimo alla perfezione, e non lo sai.

Scrivo, per riordinare questi ricordi. 

Scrivo, per raccontarmi queste associazioni.

 

Sommaria lista di associazioni libere

Mare – Via Aurelia – Limoni – Lavanda – Sabbia e Sandali (Daniele Silvestri) – odore dell’acqua – umido – mutandine Les Tropezien – Sassofoni – Biffy Clyro – Amicizia – quel sapore dolce, troppo dolce, della crostata del piccolo panificio all’angolo della piazzetta di Camogli, che tutti comprano la focaccia e noi compriamo sempre la crostata – la piazzetta di Camogli, che poi è l’unico posto dove posso camminare a piedi nudi ordinando del vino e berlo seduto sospeso sopra la barca di Vittorio – il rumore del porto di notte – il rhum – Londra – il mio viaggiare infinito – la sigaretta all’aeroporto di Shanghai insieme a un travestito con un profumo acido – la fede sconsiderata che ho nella felicità – camminare al mattino presto vicino a tutte le città – nuotare per liberarsi – mare. 

Poi, non dico che sia facile seguirmi, ma credo che non sia una patologia. 

Credo sia la mia unica ricchezza.