Micia

 

 

Ho chiesto a Micia di aspettarmi nel solito posto. Il parcheggio del supermercato. La prima volta ha fatto un po’ di storie. Capricciose, le bionde sono capricciose. Diceva che il posto è squallido. A me i parcheggi dei supermercati non sono mai sembrati posti squallidi. C’è di peggio in questa città, da quando governa la sinistra. Molto di peggio. E poi con quella bestia di fidanzato che si ritrova, anche lei rischia parecchio a scegliere posti diversi. Ma forse non ci arriva.

Micia è la mia valvola di sfogo. Una deliziosa valvola di sfogo di un metro e sessanta, con tutte le giunture al loro posto, non so se capite cosa intendo. Micia è il nome che le ho dato la prima volta, in Motel, quasi tre anni fa. Non le piace tanto. La storia del motel, ed essere chiamata Micia. Non le piace nemmeno quando le dico che è la mia valvola di sfogo. In effetti ho smesso di dirlo, per non farla arrabbiare. Se si arrabbia anche la mia valvola di sfogo, capirete che il gioco smette di funzionare. E che cazzo.

Ho diritto a uno sfogo. Lavoro sei su sette, fino a quando ho gli occhi rossi. Fare l’imprenditore è tutt’altro che semplice. In Italia poi. Altro che le cazzate che mi hanno insegnato in Bocconi. Coltello tra i denti e andare. Pago le tasse. Ne pago talmente tante che mi rimane poco o niente, colpa anche di quell’idiota di Besenzoni, il mio commercialista. Che Micia, poi, è la sua segretaria.

Se lavorassi come scegli le segretarie, gli dico sempre, saresti il migliore.

Sei giorni a lavorare, e non mi rimane niente. E la domenica mica mi riposo. A star dietro ai figli. Che la famiglia vuole i suoi spazi. Ed è giusto così. La messa, l’aperitivo, il pranzo e poi la passeggiata in centro. Capisco che sia giusto, ma arrivo al lunedì che son contento di andare al capannone e accendere il generale della luce. Una moglie e due figli è un impegno gigantesco, altro che palle. Chiunque nella mia situazione avrebbe bisogno della sua valvola di sfogo.

Ricordo che Micia al Motel non ci voleva venire. Ma ci vuol poco a convincere una donna, se sai come fare. Ho tutte le carte in regola per farlo, e lo so. Non è certo la prima a cadere nella ragnatela di una bella cena al lago, un giro sulla Mercedes e una serie di muscoli che, nonostante l’età, il lavoro e la famiglia, riesco a tenere al posto giusto.

La prima volta che le ho visto il culo, impacchettato in un perizoma nero, mi è quasi mancato il respiro. E mica è una professionista, la mia Micia. Mica è una di quelle che lo fanno di lavoro. Dio, due nocciole perfette.

Micia perchè si muove come una gatta, a letto. Quasi da far perdere la logica. Fossi un uomo di pochi valori, avrei messo in gioco molte cose per questo suo saper graffiare, non so se capite cosa intendo. Una brava Micia non morde, le dico sempre. E una brava Micia sta sempre al suo posto, le dico sempre.

Che lei ci rimane male, è ovvio. Capisco il fascino, il mio fascino, e capisco anche i desiderio. Ma io ho una famiglia e una reputazione. Cristo, una segretaria. Cosa direbbero in Confindustria?

Lei sembra non capire. Una volta non si è fatta trovare per due giorni. Una cattiva idea la fuga, le ho detto, quando sono andato dal Besenzoni per un paio di operazioni bancarie in Svizzera. Le Micie non scappano mai dai loro padroni, le ho detto.

Poi, poco prima dell’estate, ho avuto quell’idea di far due giorni insieme sul mare. Mi sembrava romantico. E un bel regalo. Dopotutto sono tre anni che stiamo insieme io e Micia.

Allora ho messo insieme due rigori a porta vuota. Portofino e un bel giro in Mercedes. Roba che funziona per forza, il Top. Beh, forse il top sarebbe una Sardegna a luglio, o anche un Formentera a giugno, ma ho famiglia, non posso star fuori troppo. E poi ho l’azienda da mandare avanti.

Due giorni a Portofino, in settimana, mi sembrava più che corretto. L’albergo è lo stesso dove ho portato mia moglie a un paio di anniversari, li conosco e so che sono gente che si sa fare i cazzi propri. Micia da nell’occhio, quando è tirata da sera. Mica risparmia, su quei tubini neri e su quelle scarpe alte. Ma so di poter contare sulla discrezione e sulle mance.

Due giorni bellissimi, per lei. Me lo sentivo. Quando non hai accesso alla vita vera, il buffet a letto per colazione, l’idromassaggio, il servizio in camera, tutte queste cose ti sembrano straordinarie.

Niente che una banconota viola non possa comprare è straordinario, le dico sempre.

E io ne sono pieno, bellezza. Aggiungo.

La sera, avevamo bevuto qualcosa di troppo, le ho chiesto di mettersi quelle scarpe che le ho fatto comprare. Quelle che assomiglia a una delle ragazze della lapdance di Lugano, le dicevo. Perchè Micia, messa alla pecora con le scarpe, non la batte nessuno. Anche mia moglie, prima dei figli, non la batteva nessuno. Ma i figli cambiano molte cose. Poveretta, si difende, dico sempre al tennis, ma ormai è una lotta contro il tempo.

E le ho detto, Micia, facciamolo cabriolet. Che io di questi cazzo di goldoni mi sono rotto le palle, cristo. Roba da comunisti checche ammalate i goldoni. Roba da gente che non ha valori e che si ammala. I goldoni.

Lei ha detto no. Mi piace quando dice no. Così posso farlo, e vederla lamentarsi. Una brava Micia non si lamenta. Le dico sempre.

E insomma, abbiamo fatto un giro cabriolet. Io sono sano e robusto, mica ho bisogno di queste cose qui. E che cazzo.

Solo che avevamo bevuto qualcosa di troppo. Soprattutto lei, che quando senti che sto per venire dovresti toglierti, puttana.

Ma le donne come Micia non sanno reggere l’alcool.

E abbiamo combinato il danno.

Che sono tornato a casa domenica e ci ho pensato tutto il giorno.

E poi la ho chiamata. Micia, senti, ieri a messa ho pensato che non devi far cazzate e per sicurezza vai a prendere la pillola del giorno dopo.

E lei stava zitta, che credevo che ascoltasse.

Ma poi, per fare questi cristo di figli ci ho messo quattro anni, che mia moglie mi inseguiva per casa, a dirmi quali erano i giorni migliori. Figurarsi se una botta cabriolet funziona.

Insomma, mi sono messo tranquillo. Ho una azienda da mandare avanti, io. Non ho tempo da perdere in cazzate.

Che poi continuiamo con la nostra routine.

E io mica mi accorgo di niente.

Una sera, al parcheggio che la stavo riportando dal Motel, mi dice

senti, io sono incinta di te e sono felicissima.

Sono un uomo di polso. Mica uno scemo. Ho una azienda di sessanta persone e fatturo più di molti altri in Confindustria, anche se do meno nell’occhio che la Finanza non vede l’ora. E non ho detto niente.

Ma poi ci ho pensato.

E ho deciso di non vederci più.

E le stavo per scrivere una mail per dirle che, a conti fatti, era finita.

Ma poi, mi son detto, guarda che le mail restano. Allora ho detto, vediamoci.

Micia è finito tutto, kaput, le ho detto. Basta, it’s finished.

Lei piangeva ma non ha detto niente.

Credevo avesse capito.

Invece un mese dopo mi scrive una mail. Che io ignoro. Ho altro da fare che star dietro alle bizze di una donna. Che quando sono incinte hanno gli ormoni che ballano.

E una seconda. Che ignoro. E’ chiusura d’anno fiscale, son pieno di lavoro.

E una terza.

La quarta l’ha scritta sulla carta. Spedendo il tutto a mia moglie.

Una brutta idea.

Secondo me.

Un gesto codardo, cazzo.

Mia moglie non aspettava altro. L’ho anche detto all’avvocato: questa deficente sono anni che non aspetta altro che fottermi i soldi. Per niente, tra l’altro.

Mia moglie è diventata stronza. I figli cambiano molte cose.

E mi ha fatto scrivere dall’avvocato, mentre stava a dormire da sua sorella, con i bimbi.

Codarda pure lei.

Mica capace di affrontare la vita.

Infatti oggi pomeriggio eravamo d’accordo che sarebbe passata da casa a prendere le cose.

E io, che sono un uomo con le palle, ho deciso di aspettarla, per chiarire.

Che nella vita può succedere a tutti. Che abbiamo una famiglia, che cazzo di valori vuoi che insegniamo ai nostri figli se ci separiamo?

Ma lei non ha voluto sentire ragioni.

Stronza. Con i figli diventano stronze.

La prima sberla era un gesto correttivo. A volte le sberle sono educative.

La seconda, lo ammetto, era di rabbia. Chi non si sarebbe incazzato, nei miei panni?

Poi è scivolata sul mobile della cucina e ha sbattuto la testa.

Ingrassando un po’, ha perso la sua flessibilità. Era bravina, mi ricordo, a ballare e a ginnastica, al liceo. Ma si vede che i figli…

Insomma, cade e sbatte la testa. E tutto quel sangue. E lei che non risponde.

Mi spiace, ma te la sei cercata. Mi son detto. E poi, scivolare è proprio sfiga.

Poi mi è venuto in mente di precisare alcune cose anche con Micia.

Questa cosa della lettera mica mi è andata giù.

Le ho detto di aspettarmi al solito posto. Al telefono.

Mi sono tolto il sangue dalle mani, che si asciuga e secca sulla pelle, e sono andato con calma al parcheggio.

Micia, così non si fa, le ho detto.

Lei piangeva.

Che cazzo piangi? le ho detto.

Odio le donne che piangono delle loro debolezze. Anche alcune mie operaie lo fanno.

Quello che mi fa paura della democrazia, una volta ho detto a una cena di lavoro in Confindustria, è che i deboli hanno gli stessi diritti dei forti. Quando c’era lui, so che sembra scontato da dire, ma le cose andavano ben diversamente. E che cazzo.

Le ho tirato una sberla bella forte. Per farla riprendere.

E lei si è girata per scappare.

Dove scappi, Micia? Le ho detto.

Che ci manca solo da far casino al parcheggio, che è l’unico posto che ci rimane per incontrarci.

Ma lei niente. E’ corsa fin dietro agli alberi sull’altro lato della strada.

Verso un campo di zingari.

Rincorrendola ho sentito l’incazzatura salirmi.

Mi tocca far ragionare tutti sempre io. E che cazzo.

Ho cercato di fermarla, ma siamo scivolati per terra.

Ha iniziato ad urlare.

Le donne fanno così.

Come le galline.

Allora, per farla smettere le ho messo una mano sulla bocca e ho stretto.

Che ci manca solo che ci trovino qui per terra con te che urli, le ho detto.

Cazzo, hai un fidanzato, io ho una famiglia. Ma che cazzo ti passa per la testa?

Ma non rispondeva più.

Donne deboli. Dico io.

Tornando al capannone mi sono deciso a bere una cosa, che giornate così di merda speri sempre che non ne capitino poi tante. Ma poi succede.

E sono arrivato al capannone che c’erano due volanti dei Carabinieri.

O Cristo, ho pensato. Per fortuna non è la Guardia di Finanza.

Ma anche i Carabinieri, con la storia della Magistratura di Sinistra, son diventati pericolosi, con buona pace di Nonno Attilio, che è stato un bravo maresciallo.

E mi dicono che son qua per chiarimenti su cosa è successo a casa mia. Che la donna delle pulizie dice di averli chiamati in lacrime.

Meno male, penso.

Se fossero venuti perchè qualche operaio li ha chiamati per qualche storia sulla sicurezza.

Quelli son casini veri, che finisce che hanno sempre ragione loro. Bastardi.

Niente, vi seguo volentieri, ho detto.

Sarà facile spiegare, vedrete.

Mi guardavano strano.

Ma poi capiranno, mi son detto

Rivelazioni

(qui, il sottofondo)

E’ tanto, mia piccola Tess, che non ti scrivo. Talmente tanto da non ricordare più il bianco dei tuoi seni e il nero dei tuoi nei, a dar forma a quello scacchiere che è la tua pancia, dove uomini più forti di me hanno segnato la loro resa incondizionata. L’amore, forse, è una resa incondizionata. Non saprei. Sono tornato in città, insieme ai tuoi dubbi e alle mie spalle larghe, che tutto caricano senza sentir peso. L’amore, per come sembra a me, è una scommessa, Tess.

L’amore vero è solo per grandi giocatori, gente che non ha paura di consumarsi come vecchie candele, gente che non ha paura di perdere. Forse l’amore è l’unica scommessa in cui un po’ perdi sempre. Ma è bello, in fondo, perdere per amore. 

Tu assomigli, con quel modo di passare da una riva all’altra con gli occhi, che lo sguardo sembra un fiume che si appoggia su ciò che guardi, a una stupenda sconfitta. 

Io sono un grande scommettitore, mia amata Tess. 

Ho perso tutto quello che avevo, più di una volta. E ho capito che senza nulla in tasca, si può perdere ancora tantissimo. 

Ho vinto molto. Ma come tutti i grandi giocatori, sono più le sconfitte. E’ un bilancio che piace vedere positivo, ma che assomiglia a una strada in discesa. Non ne ho paura. Sono un giocatore. Conosco il rischio.

Quando ho visto, per la prima volta una sera fresca di città, la tua schiena, ho subito capito il rischio che corre un uomo che scommette su di te. Quella schiena è la migliore delle discese che portano dritte alla più dolce delle sconfitte. 

Ho scommesso vino, bianco e freddo, su di noi. Lo rifarei. Ho scommesso tempo su di noi, rubato all’estate che lo ha rubato all’inverno. Lo rifarei. Ho scommesso tutto, sul tuo sguardo che sa di peccato dolcissimo. Lo rifarei. 

Mia amata Tess, cammino solo per una strada vuota di città. Come sempre mi manca il mare. Mi manca il sale sulla pelle, che tira secca e scotta per il sole. Mi manca il sentire i miei piedi nudi che grattano la terra e la sabbia. Mi manca la distanza infinita, solcata lentissima a bracciate fiduciose. Mi manca il tempo, che questa città e la sua gente mi rubano i momenti migliori, come il mattino, quando il sapore del the e dello yougurth mi ricordano il tuo collo. O alla sera, quando stappo vino bianco fresco e bevo pensando a quando tu tornerai ancora. Mi manca il profumo dei prati, che guardavamo pigri dalla veranda, lasciando che le schiene calde si sfiorassero. 

Di te, mia amata Tess, io so molte cose. Del tuo tempismo, io sono un accorato fan. Ricordo ancora quando, al freddo di novembre, a Boston, tu sei entrata nel TT Bar, che ascoltavo distrattamente un concerto. Ricordo di come sei entrata nella mia vita. Non vorrò mai sapere come ne uscirai. Perchè tu non ne uscirai. Il momento in cui, da sotto quei portici, mi hai sorriso delusa dalla mia camicia bianca, il momento in cui hai deciso di aprire quella scatola piena di profumo di lavanda, il momento in cui hai aspettato che le mie mani raccogliessero il tuo segreto migliore. Ecco, questi sono i tuoi tempi, Tess.

Come una mareggiata, vai aspettata e seguita. Forse questo è l’amore. Aspettare e seguire. Forse l’amore è una scommessa con il mare. Facile perdere.

Adoro perdere scommesse con il mare. Adoro il conto, salato, che l’acqua ti presenta quando esageri. 

Da qui, Tess, da questa città, sembra così lontano questo mare che l’unico pensiero che mi fa dormire è sapere che, prima della luna nuova, tu torni qui. 

Sarà bellissimo incontrarti ancora, tra le vie lungo il fiume. 

Tuo Frank

San Francisco, Agosto 1982 

 

 

A Casa (Zombie reloaded)

Che in fondo anche questa fottuta normalità ha un suo senso e una sua musica. Certo, la città popolata di zombie abbronzati in bermuda e ciabatte che pascolano tra supermercato e bar aperti in centro, il tempo che fa immaginare giornate splendide di mare, le edicole chiuse, i viali deserti, i vagoni del metrò abbandonati a intere ballotte di rappers in canotta e cappello dritto e lucido, ecco tutto questo potrebbe sembrare terribilmente noioso.
Terribilmente noioso.
Difatti, cristo, tutto questo è terribilmente noioso.
Rientro in zona giusto in tempo per passare dal pub, dove i vicini di casa si salutano frastornati raccontandosi le ferie. Ah le Marche, uh l’Abruzzo, eh la Costa Azzurra. e l’Elba? Vuoi mettere la Liguria.
Questa mattina ho salutato le nonnine della zona, ordinatamente in coda davanti all’unico bar aperto, cornetto e cappuccio.
I padroni dei cani, che mi ricordo i nomi dei cani. Le ragazze che corrono. Il benzinaio e l’edicolante, con bermuda talmente lunghi da sconfinare in uno sgraziato pinocchietto multitasche. Il vicino, che come ogni fottuta domenica, con il garage aperto si inventa lavori importanti come rifilettare viti di tubature di bagni, che uno si chiede ma quanti cazzo di bagni hai messo in quella cazzo di casa?
I sudamericani che scendono dal bus per andare al parco a grigliare, gli zingari che passeggiano verso il supermercato, le badanti dell’Est che si ritrovano sotto i faggi a raccontarsi, suppongo, di quanto caghi uno o non dorma l’altro.
Tutto questo, cristo, è mortalmente noioso.
Si muore di questo.
Ne sono certo.

Potrebbe succedere qualcosa di straordinario, ma funzionale a rendere questo posto un posto “interessante” in cui vivere?
Mentre la gang di rapper che sta nel vagone del metro insieme a me inizia una jam session su una vecchia canzone dei Club Dogo, per non provare fastidio ho due possibilità.
Uno: dire la verità. Ehy fottuti emarginati del cazzo. Volete saperne una? I vostri idoli al momento sono a Formentera. A scopare veline e altro troiame. Gesto ineccepibile. Ma che vi rende anacronistici. Il rap è morto, perchè quel disagio che denunciate con rime fuori tempo è la prima cosa da cui scappate appena fate due soldi. Capite? Cazzo, i punk facevano i soldi e restavano punk. Al massimo morivano affogati nel loro vomito di champagne e non di pessimi liquori. Ma ci affogavano lo stesso.
Capite cazzo? Scoparsi la Minetti è una cosa molto bella, sia da dire che da fare. Ma tutto il resto è out. E per di più, le rime o si fanno bene, o fanno cagare. Per dire, o si va di quattro quarti e endecasillabi per tutto il pezzo, oppure no. Non si mischia. Le basi, cristo. Le fottute basi.

Non credo che la prenderebbero bene. E sono tanti, palestrati e fumati.

Due: isolarmi a scrivere.

Qui sorge il problema. Vivendo la zona, mi si sterilizza la vena. La normalità routinaria uccide le mie parole. Le adorabili vecchine, i vicini, i padroni dei cani, le signore a passeggio, le mamme dei giardinetti, mi annientano.
Mi ritardano la scrittura. Come quei programmi che trascrivono sotto dettatura, che non capiscono il 25% delle parole, che ti tocca rileggere e che perdi il ritmo.
Ho bisogno di disordine per scrivere.
L’ordine mi appassisce.

Che se solo la Signora Corbazzi, terzo piano scala B, fosse davvero la serial killer che io intravedo nei nostri rari incontri, sarebbe una scala, la scala B, interessante, Lei ha la faccia di una che surgela i gattini nel freezer. Ma lo penso solo io.

E Roberto il benzinaio. Io ne sono certo. Lui ha un giro di baby prostitute, che fa alloggiare nella piccola officina dietro alla stazione. Si vede da come fuma i sigari mentre ti fa benzina.
E la ragazza del palazzo in fondo alla strada, lei uccide su commissione. Per questo le sorrido sempre. È una mercenaria, al momento al soldo di un governo centrafricano.
La giovane del primo piano, dio benedica il suo culo. Lei attrae i giovani in casa. Questo lo vede tutto il quartiere. E con quel culo, è un rigore a porta vuota. Ma quello che nessuno sa è che li indottrina, mentre si fa montare contro lo specchio in finto legno Ikea Svajuikaslla, al credo di Rael. Una raeliana a caccia di proseliti.
E i due teneri vecchi che danno da mangiare a quei fottuti gatti. Beh quelli sono di Lotta Comunista. Lo si vede dalla costanza con cui scodellano manzo in gelatina. Ascoltano, con quegli auricolari, le conversazioni nelle case, e riportano tutto alla casa del Popolo, loro quartier generale, nascosto sotto le mentite spoglie dell’Outlet Della Scarpa.

Dio, se solo fosse così.

A Casa

La via è vuota, restano le pozze d’acqua, a confessare che non si sia trattato di un agosto facile facile. Le siepi disordinate e il silenzio della notte fanno il resto. Sembra Londra, periferia di Londra addirittura. Londra, a onor del vero, è uno degli ultimi posti dove vorrei vivere. E questa città, le sue vie e le sue mode, vogliono assomigliare sempre più a Londra. 

Vivrei a Madrid, ci stavo bene davvero là. Vivrei a Marsiglia, forse a Barcellona. Vivrei in una città del Mediterraneo. O non troppo lontano dal mare. 

La casa è chiusa da un pezzo, e come tutte le case chiuse per troppo tempo, invecchia da sola. Ma è esattamente come è stata lasciata. Ci sono ancora le scatole di libri che devo finire di mettere a posto, due bottiglie di vino, le foto vecchie nei porta foto impolverati e gli elefanti da rimettere sulla mensola. 

Scriverei un trattato sui letti. Dormo, mediamente, in un centinaio di letti diversi all’anno. Me ne sono fatto una ragione. C’è stato un momento della mia vita in cui giravo con il mio cuscino. Ovunque andassi, lo portavo, convinto di poter dormire solo con quello. In dieci anni di trasferte, ho dormito con cuscini di tutte le forme e tutti i gradi di durezza. 

Il mio letto è perfetto per me. Quando lo abbiamo comprato era un tavolo da thè indonesiano. Ha le gambe corte e panciute come tutti i mobili indonesiani, e il colore perfetto del legno rovinato dal mare. E’ bastato aggiungerci un materasso, per farlo diventare un letto perfetto. 

Mi ci sdraio dopo aver girato per qualche minuto per la casa, insieme al Piccolo che è lontano da questo posto da due mesi. 

Prendo Sedaris e mi metto a leggere. Fuori inizia a piovere, forte e disperato. Un’estate strana. 

Mi sono portato nove libri, ne ho letto uno. 

Mi sono portato un cesto di buoni propositi, e non ne ho aperto nemmeno uno. Li ho lasciati li tutti impacchettati ad aspettare una vera vacanza. 

Mi sono portato un intero scatolone di sonno arretrato, e lo ho riportato indietro ancora chiuso. 

Chiudo il libro, e ci penso.

Non ho voglia di far bilanci, forse non c’è nemmeno bisogno. 

Mi addormento. Di un sonno stanco. 

Mi sveglio in un temporale, con la grondaia che canta disperata a un ritmo folle. 

Ho il cuore che urla la stessa musica, di pioggia e freddo. 

Ho bisogno ancora di mare. 

Di storie di mare. Di uomini di mare. Di star da solo a fare i conti su uno scoglio. 

Sono tornato a casa.

Ma riparto.

 

Pensami, oppure amami che fai meglio

Mumad tirava su con il naso, cercando la bottiglia e guardando il cielo. Era il suo modo di far previsioni. Accurate come quelle di un uomo che vive ascoltando il vento. E fumando dell’ottima erba. Che tirava fuori da una piccola saccoccia di pelle che teneva nei jeans lisi e sporchi. Arrotolava canne di un certo spessore, senza l’ombra di tabacco e filtro. Tubi di erba, coltivata dalle sue parti, tirata su a salsedine e sole. Faceva due tiri, illuminando con le braci la notte buia e buttando il fumo con il naso. Poi mi passava la bottiglia e la canna. Parlavamo nella lingua degli uomini che si vogliono capire, ma nemmeno troppo, degli uomini che si sono trovati insieme e insieme sanno che cammineranno per un pezzo delle loro vite. Parole in inglese, parole in francese, molti gesti. Conversazioni bagnate da quel ouzo caldo, affumicate da quella yerba buena, sotto le stelle, sdraiati sul legno umido del ponte destro della barca.
Eravamo clandestini. Anche se, a tutti gli effetti, io ero ospite, promesso sposo, lui era comandante.
Di giorno non ci parlavamo. Nella sua divisa, ridicolo retaggio classista che piace tanto ai ricchi che noleggiano sogni a due alberi, navigava da una caletta a un porticciolo, eseguendo gli ordini e ascoltando i capricci.
Lasciava, al mattino presto, due spesse lenze a poppa, che si trascinava dietro per tutta la mattina. Orate, branzini, qualche pesce difficile da identificare. Che poi finivano sulle griglie che faceva mettere dall’equipaggio a terra, tra le rocce. Non amava fermarsi in porto la notte. Così finivamo a beccheggiare in rada, immersi nelle stelle e nel silenzio. Finite le chiacchiere della cena, finito l’entusiasmo di quel vino bianco secco e un po’acido che diceva di aver portato dall’Asia, tutti rientravano nelle cabine. Rimanevamo sul ponte in due.
Fumavamo in silenzio, bevendoci sopra.
Mi salutava con un cenno della mano, girando il polso e nascondendosi sulla sua amaca a poppa, sospesa sul mare nero.
Mi infilavo nel mio sacco a pelo a prua, aggiustando una piccola torcia elettrica incastrata in un govone e aprendo il libro, umidiccio, per leggere.
Finivo addormentato, in un sonno pacifico come solo il mare, l’erba e l’alcool sapevano darmi.
Lei arrivava quando anche gli ultimi occhi indiscreti avevano ceduto al dolce beccheggiare. Quando la notte lasciava quasi spazio alla luce, che le stelle lentamente si spegnevano in un cielo che cambiava colore.
Si infilava nel sacco a pelo, sapendo di letto, calda, con un buon sapore e un profumo docile che saprei ritrovare oggi a occhi chiusi.
Le mani cercavano, sottovoce, quello che le bocche non potevano raggiungere. I piedi si incrociavano, facendo un amore splendido. Le pance, appoggiate una sull’altra, si scaldavano.
Poi scivolava via, raccogliendo il pigiama e i capelli in un nastro bianco. Le punte dei piedi scivolavano sul legno, lasciandomi ad occhi aperti, nel silenzio dell’alba. Il sole sorgeva sempre dal mare, una pancia placida che si illuminava di colori stupendi. Scaldava fin troppo, fin da subito. E il mal di testa di questa routine di alcol, erba, amore insonne. Mi buttavo in acqua dalla scaletta, con il mare ancora buio. Sbracciavo verso il largo, lasciando cadere il costume e prendendolo con la mano sinistra.
Nuotavo nudo come per lavarmi da quel peccato originale di essere ospite traditore. L’acqua fredda aiutava le gambe e le braccia. Il respiro profondo prendeva l’umido del mattino. Le vespe di mare volavano basse intorno alla mia testa, una volta una tartaruga mi ha toccato un piede, grossi polpi si nascondevano negli scogli quando mi avvicinavo. Mi sedevo su uno scoglio, guardando l’alba, la barca, aspettando che tutti si svegliassero e salissero fuori coperta, nei loro pigiami ridicolmente ordinati e cittadini. Mi rivestivo e tornavo a bordo.
A colazione Mumad mangiava olive nere, pomodori, feta e qualche fetta di pane, senza nemmeno guardarmi.
Lei spalmava marmellata di fichi su fette di pane nero, muovendo le mani come di notte con me. Osservavo i movimenti, tenendo un segreto grosso come il mare, tutto chiuso in quel muoversi di mani. Non mi guardava.
E finivo impigliato in qualche ridicola conversazione, da colazione tra amici.
Lentamente dimenticando i miei peccati. Le sue mani, le mie mani. Era questione di notte e di mare. Iniziavamo a navigare presto. Prendevamo il largo lasciando le baie in silenzio, fuggendo lentamente da terra, con tutti sdraiati sul ponte a guardare le magie di un capitano serio e puntiglioso.
Io, seduto a poppa, lo osservavo al timone. Nel riflesso del sole guardavo lei. E lui. Sdraiarsi insieme. Ridere di un nulla. Tenersi per mano.
Non pranzavo mai con loro, preferendo uscire a pescare con Mumad e uno dei suoi mozzi. Stavamo in un piccolo gozzo, ridicolmente stipati come clandestini, con quattro canne corte, e sei lenze appese ai bordi.
Quando il mal di mare si faceva insopportabile, come la noia, come il peccato, mi buttavo in mare, nuotando pigramente intorno alla barchetta.
Rovinando la pesca.
Rientravamo per le tratte del pomeriggio.
Rubavo qualche sul sguardo, mentre leggevo sul ponte, mentre lui osservava mappe insieme a Mumad, fingendo di capire i segreti del mare.
Non capiva niente di mare e di donne. Questo, probabilmente lo ha salvato.
A cena, aspettando i mozzi che da riva portavano il pesce grigliato, bevevamo ridendo di poco. Compiaciuti e vissuti, come veri uomini di mare.
Poi, la notte.
Chiedevo a Mumad il tempo indicando il cielo e poi facendo sue e giù con la mano a cucchiaio.
Tirava su con il naso, sdraiato su un cuscino, cercando la bottiglia.
Mi sorrideva. Ci sarebbe stato il sole. E mi passava la bottiglia.
Cercavo, buttando fuori il fumo denso dell’erba, il Grande Carro.
Ascoltando le ultime chiacchiere sotto coperta. Sospiri, sottovoce, che sentivo solo io.
Dopo giorni, tanti, così, dopo notti, tante, così, ci siamo trovati in un aeroporto a salutarci.
Gli addii di terra sono molto più dolorosi degli incontri di mare.
Sono stato un ospite divertente ed educato. Mi hanno salutato tutti sorridendo.
Tranne lei.

Suocere

La placida nonnina, tinto biondo, occhiale a maschera e copri costume con strani disegni psichedelici , sicura ereditá di qualche figlia tossicomane, si siede da due settimane tutti i giorni nell’ultimo tavolo a destra. La cosa non mi disturba affatto.
Una silente convivenza.
Io nel tavolino di fronte.
Nessun problema, un educato scambio di buongiorno, buon pomeriggio e arrivederci. Quando il Piccolo arriva correndo, sorride compiaciuta. Mio figlio ispira compiacimento. Ogni tanto lo accarezza sui capelli, materna come solo una nonna può essere. Al Piccolo le vecchie fanno fastidio. Le carezze fanno fastidio. Le vecchine che accarezzano lo mandano fuori di testa. Quindi scappa.
Io fumo. Ho scelto questo posto con criterio. Posso essere un discreto spacca coglioni in queste cose. Il tavolo è esposto al sole, posso ordinare il caffè stando seduto, vedo il Piccolo senza alzarmi, ed è uno dei pochi coperti dal rumore di zarri e discoteca, grazie al muro del bar.
Si vede che il caldo, si vede che l’umiditá, si vede che oggi doveva andare così, la vecchina mi ha dichiarato guerra. Prima timidamente, con pungente disapprovazione al mio lasciare che il Piccolo ciondolasse nudo in giro. Poi con plateali gesti di disapprovazione per il fumo della mia sigaretta.
Attacchi che ho deciso di ignorare. Oggi tutte le donne della mia vita mi hanno dichiarato guerra, simultaneamente. Ignorare, restando fermo al sole, funziona per le lucertole. Non vedo perchè non dovrebbe funzionare per me.
Inoltre lo Stato in cui viviamo consente di corrompere funzionari pubblici, evadere le tasse e fumare in pubblico. Sul girare nudi a tre anni, non credo ci siano delle leggi. Ma non trovando il costume da bagno, ritengo accettabile che succeda.
L’attacco frontale avviene alle 15.34, Orario atlantico, fuso di Roma. La vecchina si alza, mostrando anche un interessante processo di incartapecorimento del seno, che sembra abbrustolito e secco e mi punta a passo svelto. Ci dividono due metri lineari, cinquant’anni, e sei gradi di colore sui capelli.

– non vorrei far da suocera, ma senza crema, col sole di oggi, rischia di bruciarsi le spallucce, piccola bestiolina.
– dice a me?
– si.
– signora, la ringrazio, non metto creme.
– dicevo la creatura
– ah. Credo che sua madre abbia qualcosa. Ma al momento ignoro dove sia sua madre.
– disgraziato. Si brucia.
– succede. Succedeva ai suoi tempi. Non avevate mica la protezione 50, eppure avete tirato su generazioni grandiose, negli anni 50
– io ho 55 anni
– ha mai messo la protezione 50?

Andandosene ha manifestato tutto il suo disprezzo guardandomi dritto negli occhi.
Povera nonnina. Arsa dal sole, ne dimostra settantacinque. E io, sopra i quattro anni, non so definire l’età di una donna. E oggi rispondo acido come il lime spremuto. Rimedierò, forse, domani, offrendole un tamarindo. Credo che sia questo il beverone che si ciuccia tutti i santi giorni.

Non ho una suocera. Ne avessi una, sarebbe, sicuramente, una relazione problematica. Lo so di mio. Sono spigoloso, spacca cazzi, rude e odio le intromissioni nella mia vita. Soprattutto quando sto leggendo il giornale in spiaggia.
Non ho mai pensato veramente al problema. Ho conosciuto la madre della donna che ho sposato, e ho trovato adorabile l’amore incondizionato che mi ha dato fin da subito. È stata gentilissima, dolce e molto comprensiva. Quando la malattia ha preso anche la ragione, in una delle serate interminabili che facevo nella stanza d’ospedale, le ho accarezzato una guancia e la ho ringraziata. Baciandola leggermente, per non dar fastidio alla morfina.
Quella prima, di suocera, aveva il pregio della sincerità. Le sono stato sul cazzo dal primo momento, e dal primo momento me lo ha fatto capire. Una gran donna. Tutta d’un pezzo.
Una, una volta, mi ha lanciato un rotolone di Asciugoni Regina adosso, minacciandomi di morte se avessi ancora fatto soffrire la figlia. Che, per dovere di cronaca, nel mentre era impegnata a leccarsi le ferite del nostro ultimo litigio con un amico. O a leccare direttamente l’amico.
Una, adorabile donna, aveva iniziato il progetto di sostituirsi a mia madre, appena morta. Una missione resa facile dal fatto che io cercassi di essere in casa loro il più possibile. A onor del vero, presenziavo con costanza per quel discorso del passaggio dalla teoria alla pratica che nel sesso è abbastanza importante. Ma lei cucinava per me, mi stirava le magliette, mi ascoltava e mi suggeriva i libri. Cose che mia madre aveva smesso di fare circa dieci anni prima. Ai vizi ci vuol poco a riabituarsi. A lei devo Baricco e Pennac. A sua figlia devo molte altre cose. Bella famiglia.
Una aveva deciso di amarmi fin da subito. Fin da subito significa che, nel momento in cui aveva deciso di amarmi io accompagnavo a casa la figlia, per il semplice fatto che era sulla strada di casa. A furia di darle passaggi, e di sentire questo amore incondizionato della madre, mi ero anche deciso a fermarmi a cena. A furia di cene, passaggi e amore materno, mi ero anche deciso a scoparci. Sul letto materno. A furia di tutto questo siamo anche finiti insieme per un po’. Ma, nonostante la madre tifi per me ancora oggi, lei è sposa di un adorabile commercialista che sembra Winnie The Pooh, più grasso e meno sicuro di se.
Una, la migliore, aveva deciso di essere mia amica. Probabilmente per scroccare a furia di chiacchierate la verità su quella figlia così chiusa con i genitori e così aperta con quasi tutta la Facoltà di Scienze Politiche, che non parlava mai e rincasava sempre troppo tardi.
Girava una battuta su di lei.
– Sai la differenza tra una ciellina e Veronica. La ciellina prende trenta, Veronica ne prende trenta.
Risate compiaciute del gruppo, in cui i due o tre che non si erano passati Veronica si sentivano davvero indietro.
Ovviamente le raccontavo tutto. So essere amico delle donne io.

Inevitabile pensare a mia madre. Sarebbe stata una buona suocera. Per dire, aveva bigodini enormi e colorati, copri vestaglie con fiori esotici e ciabatte di plastica con la pianta anatomica. Aveva anche quegli occhi, che mi ha regalato, che sembra sempre che siano tristi. Si sarebbe divertita a trovare il filo conduttore di tutte le donne della mia vita. Avrebbe riso, con la sua risata rumorosa, e forse lo avrebbe accorciato di un bel po’, quel filo.
Avrebbe amato il Piccolo, accarezzandolo in testa e dandogli la protezione 50. Gli avrebbe comprato i giochi didattici della Montessori, gli avrebbe vietato tutte le cose buone dell’industria alimentare, tollerando contro voglia un bicchiere di Cola come premio. Lo avrebbe portato in chiesa spesso, ma questo lo fa il nonno in ogni caso. Li, sull’ultima panca, è stato insegnato al Piccolo a salutare la nonna che sta in cielo. Gli avrebbe messo quelle ridicole tute da sfigato con cui sono cresciuto e i calzettoni di cotone bianchi, che tanto mi hanno fatto soffrire, ma che a detta sua erano molto igenici.
E forse, sedendosi al mio tavolino, spostando il giornale, mi avrebbe detto quelle cose che solo una madre saprebbe dire oggi. Perchè prima di esser suocera, sarebbe stata madre.

Allucinazioni e Nuvole

Piove.
Bora da Nord, forte, pungente, che porta nuvole nere, basse, di quelle che fanno spaventare anche il mare. La ciotola con i pinoli raccoglie la pioggia, i pinoli galleggiano, le candele si bagnano e i pini marittimi sventolano come bandiere. Una tempesta da Nord, arrivata con qualche avvisaglia di freddo nella notte. Sembra il ponte dei Morti.
Camminiamo, io e il Piccolo, in cerca di altri pinoli, in un parcheggio sul retro della pineta. Armati di un sasso e di una piccola busta di plastica.

– basterá?
– per cosa, amore?
– per prendere tutti i pinoli
– credo proprio di si. Qui ce ne staranno almeno cento.
– io ne voglio di più. Dobbiamo prenderli per mangiare tutti.
– tutti chi?
– Baloo, Paperino, Ettore.
– Ettore?
– Ettore il bagnino.

Il Piccolo è molto ecumenico. Insieme al suo orso preferito e al suo peluches, aggiunge anche il bagnino Ettore per il lauto pranzo a base di pinoli.
Ettore, in veritá, remava sconsolato sul suo pattino, invitando i russi incuranti del freddo ad uscire dall’acqua.
Questo fine agosto, mi ha detto, non porta nulla di buono.
Da che punto di vista?
Fidati.
Di un bagnino?
Te sei svelto, cittadino.
Piú che altro, ho fatto il bagnino.

Credo che la depressione del giovane sia dovuta alle massicce partenze delle giovani russe che popolavano la spiaggia.
Il ricambio non sembra aver portato nulla di buono per la caccia grossa di Ettore.
Pallide famiglie, uscite da un luglio d’inverno, pronte per il sole, e arrivate con la pioggia.

Il mare piatto e scuro, gli ombrelloni chiusi, il vento freddo, lasciano, questo posto senza il suo carnevale migliore. E lasciano i bambini ciondolare per i vicoli, obbligati a trovare qualcosa da fare.

Leggo, ascoltando il rumore della pioggia, e il freddo che entra nel costume. Dopo l’abbuffata di pinoli, Paperino e il Piccolo russano placidamente.
Paperino, dopo una settimana di mare, sembra uscito da un lungo rave. È sporco, umido, spettinato e con delle strane macchie sul becco.

Mi godo il primo giorno senza il vetro nel dito del piede, dopo una pericolosa operazione chirurgica eseguita in giardino da un prestigioso staff medico armato di catino, acqua, forbici sterilizzate con accendino con scritto I Love Sea, rhum e tre lumache come assistenti. Esito positivo, piede in ripresa, diritto allo skate abusivo a piedi nudi riacquisito.

Quando sono stanco ho le allucinazioni. Da sempre. Entro in una specie di viaggio allucinatorio in cui confondo la vita con il resto, rispondo in ritardo agli stimoli e fatico a interagire con il mondo.
Cercavo un posto per dormire, l’altra notte, senza aver la forza di dormire.
Appoggiato a un muro, di un angolo abbandonato, mi sono addormentato respirando pianissimo.
È stato li che Eddie Vedder, scendendo le scale, mi ha suonato NothingMan sorridendomi.
– grazie fratello, ci voleva.
– di nulla. Chiamami se vuoi anche Sirens.
– mah, adesso dormirei un po’ che ho paura di avere le allucinazioni dalla stanchezza.
– stai in pace, fratello! Ah, e non scaricare musica illegalmente.

Mentre Eddie si allontanava, con passo feroce si è avvicinata Courtney.

– sei proprio un pagliaccio
– amore ti posso spiegare
– non devi spiegare un cazzo. Figlio di puttana.
– davvero aspetta
– solo perchè lei fa le pompe meglio di me, non è vero?
– non ricordavo tu mi avessi fatto delle pompe
– stronzo, io ti amo
– cazzo a saperlo prima mi organizzavo meglio.
– tu sei… tu sei… un vigliacco. Solo perchè lei è più figa di me. Stronzo vigliacco.

Girandosi mi ha lanciato un pacchetto di M&Ms finito.

È sempre stata irruente, Courtney Love. Da sempre.
Anche gelosa, a quanto pare.

Mi sveglio per il rumore di un paio di infermieri che scendono le scale e urlano fra loro. C’è luce fuori. E ci sono le M&Ms ai miei piedi.
A riprova, andando a sillogismi, che Courtney Love mi faceva le pompe e che ci siamo lasciati per una ancora meglio. Sorrido. Direi che va alla grande, se è così.
O più semplicemente a riprova che mi sono addormentato a un metro dai bidoni della differenziata in fondo alla tromba delle scale. Direi che va di merda, se è così.
Opto per la versione in cui io e Courtney ci siamo amati.
Fermo un infermiere e chiedo dove ci sia del caffè.

– sempre al solito posto, dove c’è il bar. Ma guarda che il SERT è chiuso oggi, niente metadone.
Non credo di aver bisogno di metadone.
Solo di un letto e di una pausa di venti o trenta ore di sonno.

Trentasei ore dopo mi trovo a guardare la pioggia. Io il pacchetto di M&Ms lo ho tenuto. A riprova di quanto la vita sia, a volte, pittoresca.
Io e Courtney, se ci penso…

Padri Adriatici

Sono giorni che tento di finire quel dannato racconto. Niente da fare. Sono giorni che tento di leggere. Sedaris, Terzani, Pessoa. Niente da fare. Appena mi siedo, appena mi appoggio al letto, appena mi rannicchio contro il pino marittimo, mi metto a pensare. I pensieri, leggeri e belli, mi divorano come le zanzare, e finisce che bevo il mio vino, accendo l’ultima sigaretta e lascio che il sonno mi mangi lentamente, partendo dalle gambe.
L’umiditá della sera, la luna piena, la rana nascosta nella siepe, e la processione di insetti che ingorgano il pavimento del terrazzo come la tangenziale di Milano al mattino mi portano dritti nel letto. Inconcludente.

Qualche settimana fa, in preda alle celebrazioni del buon vivere, camminando a piedi nudi per la piccola piazza di Camogli, mi sono inflitto la punizione peggiore: un coccio di vetro infilato dritto nell alluce.
Oggi, a distanza di tempo, davanti a un mare molto diverso, quel piccolo pezzo di vetro mi ricorda tutte le sfide che i miei piedi hanno perso. Scogli, ricci, sassi, vetri, ceneri, aghi di pino, sole, sabbia cocente.

Un brulicante coro di voci prende spunto e disapprova sonoramente il mio camminare a piedi nudi, il mio andare in skate a piedi nudi, il mio stare nudo in genere.

Oggi, armato di buona volontá, ho insegnato al Piccolo a pescare le sogliole, che si nascondono nel basso fondale, portate dalla fiducia nello Scirocco e nel caldo umido che rende le acque popolate più del solito. Poi gli ho anche insegnato la differenza tra una zoccolaccia di basso livello e una più gradevole scalatrice sociale.
Diffidare dalle scalatrici sociali è importante, caprine le prerogative fin dalla tenera età è importante. Andare oltre il mini costume che inchioda un anno di abbonamento in palestra all inclusive, e osservare i piccoli particolari. È bello pieno, su questo mare unto, di personaggi che vivono il sogno di un incubo fatto di abbronzatura perfetta, cabrio coupè e mini abiti dai colori del semaforo.

Culturalmente, credo si tratti del polo opposto al mio gusto. Se il mio gusto fosse Capo Nord, qui sarebbe l’Antartide balneabile, con comodi lettini prenotabili su online e piadina in consegna telefonica.

Capitolo a parte merita la piadina, che credo essere l’alimento che meno mi piace nel mondo commestibile, forse appena sopra alla bietola e a pochi passi dalla carne cruda.
Qui è elevata a religione, costringendomi nelle noiose vesti di un capo ateo della ribellione.

Ho l’anima che scalcia, che dovrebbe riposarsi invece scalcia.
Non scrivo per questo, nonostante il vino bianco ghiacciato e il tempo, che sembra non passare mai sotto il pino marittimo.

Forse vorrei essere così come i padri adriatici, con le mani giunte dietro la schiena, i piedi a mollo nell’acqua calda e sporca, mentre raccontano della bellezza indomita di una macchina o delle possibili formazioni della Nazionale.

Questa notte siamo andati a vedere le stelle cadenti. Che qui si guardano facendo fuochi d’artificio e con grossi fari sparati sulla spiaggia. E un po’ mi è mancato il buio delle mie spiagge, il freddo umido dei miei scogli e le stelle che, senza luna, arrivano da sole, senza santi ne calendari.

Ne ho vista una talmente grossa, talmente luminosa, talmente cadente, da sembrare fatta apposta per un turista distratto. Per avere un ricordo perfetto, per rimpiangere qualcosa o per sperare qualcosa.

Ho rimpianto e sperato anche io. Mentre me ne andavo per rintanarmi sotto il pino marittimo. Che la luna piena lo divora, illuminando gli aghi.

Stanze buie, ricci, profumo di matite

Atto primo

Mi ricordo che andavamo pigramente seguendo la strada che, come un serpente, si snoda sulla costa del Big Sur.
Avevamo cercato lo spot migliore, lungo i faraglioni di Santa Cruz,, per surfare le onde insieme alle otarie nelle alghe. Avevamo cenato sul molo, respirando tutta la lentezza della periferia, davanti al Pacifico. Cercavamo la casa di Miller, dentro la foresta di sequoie, a pochi passi dal sentiero che porta fino al mare e alle ville abbandonate, in legno azzurro, che prendono tutta la nebbia bagnata del Pacifico e tutto il vento salato della costa.
Portavo con me un quaderno, un libro e una busta di tabacco. Come se, per tutte le emergenze bastasse questo.
Il Big Sur è fuori dai giri turistici. I parchi, Los Angeles, San Diego e forse Las Vegas.
Maledetta Los Angeles, così brutta eppure così capace di attirare turisti che si perdono Frisco, Sausalito, Santa Cruz, El Carmel e Lucia.
Lucia è l’unico punto di ristoro in tutto il Big Sur. La magia di tavoli di legno sospesi sul nulla delle colline che scendono ripide verso l’oceano, l’aria frizzante, e quel genere di viaggiatori che ti fanno venire voglia di vedere solo posti così nel mondo. Avevo comprato un libro, a San Francisco, alla City Light Bookstore, insieme alle poesie di Ferlighetti e a una copia di un saggio su Fante. Un libro di Carver. Il mio primo libro di Carver.
Ho iniziato a leggere seduto sulle assi di legno umido a Lucia, mangiando un hamburger di gamberi e bevendo una birra media. Davanti a me una coppia di olandesi cercava, senza nemmeno darlo troppo a vedere, un posto dove appartarsi. Fare l’amore, in effetti, è la prima cosa che ti viene in mente nel Big Sur. Con una donna, con una moto, con un libro o con la natura, semplicemente aspettando che gli scoiattoli arrivino curiosi fino alle mani, mentre il vento spazza gli alberi della foresta e le otarie nuotano pigre intorno agli scogli.
Leggere Carver è come quegli scossoni che il maestrale da ai grossi traghetti, che fanno spaventare le signore e digerire i marinai. Resta in mente, Carver. Per sempre.
Ci sono mani, pagine, parole, rumori e baci che cambiano le sorti di una vita per sempre.
Quella maledetta birra, quello strano hamburger di granchio e quel libro, insieme, mi hanno cambiato come solo la California può fare.

Atto Secondo

Avevano scelto il giorno sbagliato. Erano seduti sugli scalini, scaldati dal sole, che davano sul garage. I piedi nudi sentivano il caldo, e non c’era un gran bisogno di parlare. Era il giorno sbagliato per parlare, forse anche il giorno sbagliato per fare l’amore, di sicuro il giorno sbagliato per partire.
Passava un filo di luce nella stanza, che illuminava i vestiti buttati per terra in un disordine perfetto per dipingere tutto il desiderio. Dal prato veniva solo il rumore di fondo della cittá d’estate. E il rumore del loro silenzio, interrotto da un bacio sul collo. Aveva questi vestiti che facevano sembrare brutte tutte le altre donne, e queste labbra che facevano sembrare inutili tutte le altre scuse. E questa fame, che insieme alla sua faceva rima perfetta in una poesia di mani, gambe e pance che si scontravano dolcemente.
Avevano deciso di giocare al gioco più pericoloso del mondo, quello di volersi senza poterlo fare, di amarsi senza averne diritto, di lasciarsi cadere, come i vestiti, in un disordine perfetto.
Avevano cercato di fermarsi, a vicenda, per il pudore del gioco.
Avevano ceduto, a vicenda, all’esplodere della fame, alle rime tra le gambe e le mani, alla vittoria delle labbra.
Seduti sui gradini caldi, aspettavano che arrivasse il momento per andarsene.
Senza nessuna voglia di andarsene.
Senza nessuna risposta alle domande della ragione.
Lui scavava nei pensieri.
Per trovare un aggettivo, preciso, che chiudesse tutti quei vestiti, tutti quei gemiti, baci, sorrisi, sguardi. Quel suo stringerle i polsi, e quel suo lasciarseli stringere.
Fumava guardando il prato, l’umido del caldo, il silenzio della cittá.
Baciando distrattamente una spalla.
Ci sono questi momenti, nella vita di un uomo, in cui non servirebbe nient’altro che questo. Solamente questo.
Per sempre. Invecchiare baciando una spalla con la quale si è lottato, in un disordine di vestiti e lenzuola, aspettandosi per poi sorridere, con gli occhi che esplodono e chiedono: ancora, perdio, ancora.
Invecchiare così, strafottenti del mare del mondo, ma attenti osservatori delle nuvole e del vento. Come due guardiani di un faro. Illuminarlo fino alla fine, invecchiare così, senza che il mare faccia paura.
Ascoltava il rumore delle sue parole, dette piano, per non disturbare la quiete, mentre cercava un aggettivo. Una parola precisa. Le parole sono troppo importanti. Possono racchiudere un destino.

Principianti.

Ecco la parola.

Principianti.

Rivestendosi, senza fretta, aveva pensato di dirle che aveva trovato la parola che racchiudeva tutto.

Principianti.

( se mai tu non avessi letto Principianti, di Carver, corri ai ripari al più presto. Che è uno di qui libri in cui puoi nascondere tutta una vita. Se mai tu non fossi stato nel Big Sur, a Lucia, corri al riparo al più presto. Che è uno di quei posti in cui senti di essere, finalmente, arrivato).

Lettere dal bagnasciuga

Mia amata Tess,
ti scrivo dopo una lunga giornata, la prima a dire il vero, di sole.
Qui il sole è fondamentale, diversamente non c’è nulla da fare, se non sedersi in un caffè, ordinare del caffè, e aspettare il sole.
La mattina il mare, battuto dal ritmo in levare del vento di terra, è fresco e pulito. Si vedono i granchi che si nascondono, e questa eterna acqua bassa sembra quasi ospitale.
Nuotarci è un lavoro sporco, bracciate su bracciate per arrivare in un niente, visto che fuori dalla spiaggia e dalle piattaforme petrolifere non c’è nulla.
Acqua, infinita. E fredda. Nuoto. Pensando, in tutte le sue forme, alla fine del mare. Un pensiero pericoloso, quello della fine.
Soprattutto quando sei all’inizio. Mia piccola Tess, so che ti infastidisci quando prendo questo ritmo serio e pensieroso, che io sono al mondo per farti ridere di quel riso che illumina il cielo.
Al pomeriggio amo perdermi nel leggere. I libri mi pesano sulle mani, mentre la carica di animaletti che popolano il giardino. Le formiche sono le più audaci. Le lumache, che il Piccolo adora, non escono di giorno dal gelsomino. Una rana, che credo dorma nella fioriera di lavanda, esce solo quando l’ombra è sicura. Leggo e osservo gli animali, cullato dal respiro del Piccolo che dorme un sonno sereno, un russare talmente pacifico da essere invitante.
Alla sera faccio lunghe gambate con lo skate, fino al canale che divide le ville. Erano paludi, adesso ci sono ville molto eleganti, con i muri dipinti di grigio scuro che quasi fanno impallidire il lusso della Florida peggiore. Restano paludi, in cui illusioni di ricchezza si affondano insieme alla felicitá. Il mio andare, lento e fastidioso, a piedi nudi, sullo skate. rompe la quiete finta di tutte queste anime, che mi osservano come se fossi un pazzo.
Ritorno dalla strada che costeggia la pineta e mi fermo a fumare sotto i pini marittimi, che mi ricordano il mare bello e profondo che mi fa sentire a casa. Si sporgono, con i tronchi, verso un mare che non c’è, pini di palude e pini di pineta. Come se sapessero che a Est, in fondo a tutte queste ville, c’è davvero il mare.
Mi viene in mente, sotto i pini, un rullante ritmo di ricordi. Che sotto le pinete, di fronte al mare, ho scoperto delle grandi veritá. Il mio passato, mia piccola Tess, è un ingombrante ospite a tutte le mie cene. Solo per me, non te ne spaventare. Io sotto i pini marittimi ho scoperto il dolore del tradimento, il rumore del desiderio e il profumo della nostalgia. E tutto mi torna, disperatamente, alla testa, appena mi fermo.
La sera aspetto che questo mondo si fermi, che tutti si nascondano negli hotel davanti al mare, accendendo le luci delle camere, come formicai al neon, per camminare sul mare e pensare. Ascolto buona musica, questo lo devo a un fratello l’anima più preziosa che conosco. Cammino, lascio che la sabbia umida mi invada i piedi. Questo è il momento in cui scrivo. Mi siedo sulle fioriere dei bagni, osservo i ragazzi che si rincorrono. Vanno a scopare, Tess. Diciamocelo. Hanno la fottuta libertà di confondere l’amore con un preservativo comprato con la timidezza di un catechismo insegnato per troppo tempo. Ma finiscono su quel confine che spaventa, andando avanti con gli anni, come se fosse un punto di non ritorno. Quando sai benissimo che quello, forse, è il meno.
Che dare l’anima è molto più pericoloso che cedere, maliziosamente, alla dolce tortura di una mano.
Tess, se il mondo si fermasse qui, mi mancheresti.
Faccio del mio meglio per credere che le nostre due anime, che sono sbagliate per molti, possano essere davvero sbagliate.
Dovresti ascoltare la musica dei miei pensieri, quando penso a noi due insieme.
Faccio del mio meglio per immaginare questo nostro amore, come se fosse infinito come questo mare. Che le mie braccia, prima di prenderlo tutto, sono stanche. Che mi fermo, aggrappato a una boa arancione, con il fiato corto, capendo di averne attraversato un pezzo minuscolo.
Tu, mia amata Tess, sarai la ragione per cui molti non respireranno, per cui molti si fermeranno, per cui molti non parleranno. Tu sei così, come la bellezza esplosiva di un quadro o di una canzone. Arrivi a toccare quel fondo di cuore che gli uomini nascondono sotto le loro vite.
A me, mia amata, fai solo venir una gran voglia di presente. Che è il nostro tempo, un tempo in cui il passato non fa male e il futuro non fa paura.
Prima di essere il mio futuro, dovrai essere il mio presente. Prima di essere il mio passato, sarai stata un lungo presente.
Perchè tu sei una storia diversa da tutte quelle che questi maledetti pini mi ricordano.
La notte, mia dolce Tess, scrivo fino a dormire. Per poi continuare a scrivere, cose che forse è meglio non scrivere. Per questo restano sogni.
Un amico, un fratello, mi chiede se sono felice. Ascoltata la risposta mi chiede ancora: cos’è stare bene?
Io ho imparato con te a rivalutare il concetto di abbastanza.
Che non sarai mai abbastanza.
Il concetto di veritá, che non mi fai paura con le tue veritá, e le mie non ti fanno paura.
Un fastidio, come l’aria umida quando scrivo di notte, divorato dalle zanzare, come il rumore del mare. Se ci pensi, un fastidio piccolo piccolo.
Questo mi spaventa Tess, il non aver paura di te. Delle tue verità, e del tuo domani.
Tess, vorrei che la tua voce accompagnasse il mio sonno, che la tua pancia accompagnasse il mio desiderio, che le tue gambe mi portassero attraverso le stagioni e che le tue labbra mi raccontassero l’estate.
Nessuna bugia, nessuna parola di troppo, per questo, alla fine, chiudo il quaderno, svuoto le scarpe dalla sabbia umida, fumo l’ultima maledetta sigaretta finendo quel che rimane del rhum e mi sdraio nel letto umido.
Perchè so che un giorno, queste cose ce le racconteremo ridendo.
Che due che si amano davvero, sono due che sanno ridere del passato e del futuro, seduti sospesi sulla fune tesa dal presente migliore che possa esserci.

Sai che ti amo.

Tuo

Frank

Sausalito, Agosto, 1982