Imprevisti

– madame ha lasciato questi per lei
– grazie, monsieur

I miei calzini blu, dimenticati accartocciati contro la scrivania. Lavati e ridotti a una sfera perfetta. Madame è molto gentile con me.
La conversazione con suo nipote è finita qui. Prima di tutto il mio francese non mi permette di andare molto oltre, e poi sappiamo tutti e due dove deve andare questa conversazione.

– è tardi, c’è ancora qualcosa di aperto per mangiare?
– no, monsieur, è domenica. È tutto chiuso.
– nemmeno il cinese davanti alla fermata?
– quello, monsieur? Quello non lo consiglierei nemmeno a un nemico.

Gli risparmio la conversazione e lo lascio alla partita del PSG. Esco e vado dritto dal cinese.
Che, nella lista delle cose che ti suggerirei a Parigi, non compare nemmeno come ultima possibilità.
Difatti è sempre vuoto. Mangi da solo, con una noiosa cantilena cinese in sottofondo, osservando le carpe che galleggiano in quello che, qualche secolo prima, deve essere stato un acquario.
Inoltre le salviette lavamani che ti portano hanno lo stesso profumo del detergente vaginale. Non chiedetemi come io lo sappia. Io lo so. E mi fa schifo succhiare gamberoni da una mano che sa di vagina pulita. Non sono per quel genere di esperienze. Gamberi e vagine sono ottime cene, separati.

Avrei dovuto essere in centro, coccolato dal rumore dei tacchi e dalle risate della gente. Nel casino di Chatelet, o forse imboscato verso Le Conservatoir. Parigi la domenica sera è un bel posto per perdersi tra la gente. Avrei dovuto farlo.
Avrei voluto.
Uno dei vantaggi del viaggiare è il dover affrontare una serie di situazioni che vanno dal pittoresco allo snervante passando per il pericoloso o il decisamente, mortalmente, pericoloso.
È un vantaggio, perchè ti porta a avere tutta un altra visuale sulla vita, quando sei sul tuo divano di casa.
Ma è anche, a titolo informativo, una fragorosa rottura di coglioni.

L’impiegata dietro al banco check in mi sorride mentre mi dice che sono in overbooking. È domenica, una domenica straordinariamente primaverile. Ho lasciato tutta un’intera famiglia addormentata, con le finestre aperte e il sole che scalda.
Ho guidato cantando e pensando a cose molto belle. Il sole, il surf, la depilazione integrale, la mia cena in centro a Parigi.

Ottengo un posto, rubandolo a un altro uomo, seguendo appieno la teoria del cane mangia cane, mi imbuco in una gigantesca fila per i controlli di sicurezza, aspetto pazientemente, poi meno pazientemente, poi decisamente incazzato e sudato, di arrivare davanti a un tizio scoglionato che mi fa togliere tutto, compresa la cintura e le scarpe.
Mi rivesto, arrivo al Gate e osservo le prime, acerbe, scene di isteria di gruppo.
Succede. Quando cancellano un volo.
E di voli ne cancellano parecchi. Perlomeno di quelli che prendo io.

Ci ritroviamo imbucati su un altro volo. Normale amministrazione.
Osservo il tramonto dal finestrino, mentre la mia vicina crede che le stia guardando le gambe. Ogni tanto, infastidita, si gira, per cogliermi in fragrante.
Le francesi sono così. Estremamente permalose. Nessuna donna ha gambe belle quanto un tramonto visto da un finestrino. Davvero.
Di gambe bellissime ne ho viste. E nessuna è come quello spettacolo di colori. E poi il tramonto dura poco, poi si può passare alle gambe. Volendo, di notte, due belle gambe possono saper ricordare un tramonto.
Adoro guardare fuori e fingere di riconoscere il paesaggio. Lo faccio sempre, quando volo con la luce.
Ah, ecco il Monte Bianco. Uh, Lugano. Eccoci a Zurigo. Guarda che bella Bruxelles.
Voliamo sopra una soffice coperta di nuvole, rosa e rosse per il sole.
Un gran bello spettacolo.
Atterriamo. Tutti. Tutti tranne la mia valigia.
Che arriva con una buona mezz’ora di ritardo, insieme a una borsa di pelle nera da dominatrice sado maso che viene presa da un simpatico nonnetto con il cravattino. Giocherellone.

Il taxista non ci vuole credere. Io nemmeno. Un ingorgo. Domenica. Alle otto.
Ecco, a Parigi gli ingorghi li fanno molto seri. O molto seri, o niente.
Tipo che stai fermo un’ora.
Il tassametro procede spedito.
Io finisco la batteria del telefono e le speranze di arrivare a cena.
Gli chiedo di cambiare indirizzo. Mi guarda come se gli avessi chiesto di andare nel Bronx.
In effetti, a vederla da fuori, ha ragione lui.
Per andarci devi avere delle ottime ragioni. Tipo essere nero, molto nero, avere delle vecchie Renault smarmittate, voler mangiare kebap seduto sul marciapiede, oppure volerti infilare sotto i ponti della ferrovia.
Oppure essere di quella cricca che la mattina dopo si sveglia e si infila nei grattacieli davanti, insieme a un buon mezzo milione di altri esseri umani.
I miei compagni sono tutti giá arrivati. Lo capisco dal fatto che l’acqua naturale è finita. Il distributore lampeggia. È rimasto il succo di mango.
Non conosco nessuno che si porterebbe in camera del succo di mango per bere di sera.
Non conoscevo nemmeno nessuno che lo beveva di giorno. Ma madame mi ha assicurato che va a ruba.
Per questo tiene due file di succo di mango e una fila di acqua.

Una volta in mezzo alla Pennsylvania, a un centinaio di miglia da tutto quello che comunemente in Europa passa sotto alla definizione di civiltà, ho trovato un posto che faceva dei grandiosi hamburger di pollo. Ottima cena, ho pensato. E anche delle patatine, grandi, con mostarda.
E una bella, grande, fresca, birra.

– non serviamo birra
– in che senso?
– nel senso che non serviamo birra
– ma è un fast food.
– non serviamo alcolici in tutta la contea
– nessun alcolico?
– niente.
– quindi?
– oggi c’è in promozione la Cherry Coke
– che sarebbe?
– cola al lampone
– cristo santissimo. Pollo, mostarda e cola al lampone
– la prende?

Un pomeriggio guidavo verso Dubai. Non è una bella esperienza, guidare un utilitaria in un posto dove il più sfigato degli stronzi guida un Suv grosso più o meno come un traghetto. Non vedi i tuoi vicini ai semafori, e ti senti oppresso.
Capito che non avrei mai raggiunto la destinazione in tempo per una cena, ho deciso di fermarmi in un posto che esponeva delle invitanti vetrofanie pronte a stimolare l’immaginario di un bianco europeo.
Panini, insalate, birre.
Dentro al locale, in verità, c’era solo un gigantesco bancone con delle frattaglie e delle verdure su un vassoio e del pane azzimo di fianco.
Ho ordinato indicando le verdure e il pane e ho chiesto una birra.
Come chiedergli di poter sverginare la sua primogenita.
È molto brutto avere un arabo incazzato davanti. Perché non capisci nemmeno se sia davvero incazzato o se sia semplicemente il tono di voce. Per quanto ne so io, quel convulso insieme di consonanti aspirate avrebbe potuto voler dire:

– benvenuto figlio di puttana cristiano. Hai anche il coraggio di ordinare birra, infedele del cazzo. E non ordini le frattaglie di capretto che sono così buone e così igienicamente conservate su questo bancone abbandonato a se stesso da due generazioni di ristoratori tra cui mio nonno Ahmed e mio padre Hussein.

– fratello, in pace ti dico che stai sbagliando, perché ho finito la birra. Avevo del rhum, ma ho finito pure quello, insieme a Ahmed e Hussein, i miei compagni di sbronze. Ma in pace ti do il tuo kebap vegetariano.

Mi piace pensare che si sia trattato della seconda.

Una volta ho visto uno scarafaggio scappare dal vassoio di polpette da dove stavo prendendo un bis, visto che il primo piatto mi era piaciuto molto. Ero a Damasco. Dirottato per un ritardo e poi un guasto. È abbastanza surreale mangiare a Damasco quando ti aspetti di essere a Gerusalemme.

Una volta, per rispondere a mio padre, ho perso il treno e di conseguenza l’aereo per tornare a casa. Per fortuna ero a Madrid, che è un ottimo posto per perdere il volo di venerdì sera.
È che mio padre mi chiama sempre nei momenti meno opportuni.
Una volta non gli rispondevo. Lo richiamavo.
Ma poi ho pensato: un giorno lo rimpiangerai.
E gli rispondo sempre.
Sono in riunione, con gente che si ucciderebbe volentieri per un budget. e mio padre mi tiene al telefono per osservare che il nuovo supermercato che hanno aperto ha solo un tipo di patate. Che quelle con il Selenio non le hanno.

Sto entrando dal cliente più importante dell’anno e mio padre mi chiama per dirmi che, a detta sua, l’autunno tarda. Che sembra ancora estate, ma che al Gazzettino Padano hanno detto che pioverà.

Questa sera, mentre passeggio nel nulla di questo stradone, lo chiamo io. Sono l’unico bianco di tutto il quartiere, e anche l’unico senza pittoresche ciabatte con il porta alluce di pelle.
Sono stanco e anche un po’ in rotta di collisione con questa solitudine urbana.
Ho voglia di immergermi in un problema diverso, tipo la coda all’edicola per colpa della signora che compra le riviste di gossip. O il supermercato che non tiene più due marche di pesce surgelato.
Invece niente.
Non risponde.
L’imprevisto dell’imprevisto.

Sedie Per Fumatori

Ciao

Regna in tutta la sala riunioni un piacevole torpore. Presentazione insopportabile che porta tutti a rivedere la definizione di noia.

Io guardo fuori dalla vetrata Hernest, parcheggiato in bella vista. E’ una bella giornata per perdersi in moto. Lo sarebbe, non fossimo forzatamente seduti a morire di noia.

Mi viene in mente che stavi proprio bene, con quel vestito di parole che ci siamo infilati addosso, appena dopo essersi tolti tutte le paure.

E’ stato bello, scivolarti addosso lasciando che fosse il respiro dell’erba a dirci di tornare a casa.

Mi sembra sia successo cento anni fa.

Forse qualcosa in più.

L’autunno mi fa bene, sai?

Scrivo tanto, tu un autunno con me non lo hai mai fatto. E’ un periodo strano, per i posti dove sto.
Fa già freddo, ma la gente insiste con le magliette. Come si fidassero dell’estate.
Sperando in un ritorno.

Le nuvole, qui, passano veloci, arrivano acquazzoni tremendi, l’acqua è fredda, le strade si inzuppano come pane, la gente corre da una tenda all’altra, fermandosi a guardare le pozzanghere.

La sera, quando cammino solo guardando le vetrine dei negozi, sono l’unico che non corre a casa.

Anche perchè la mia casa sta a mille e passa kilometri.

Non ho fretta, d’autunno.

Dimagrisco, sorrido volentieri, bevo thè verde fresco, che compro al piccolo negozio vicino all’irish Pub, proprio davanti al negozio di tele e cornici con la signora dai capelli color rame.

Ogni tanto mi fermo nella panchina davanti alla chiesa, mi siedo e scrivo.

Ritorno a Milano che è già notte, volo nel buio, è un pessimo periodo l’autunno per scavalcare avanti e indietro le Alpi.

Perchè ci sono delle sere che sei sicuro, te lo giocheresti, che si tratti dell’ultimo volo.

Che ballare così non lo hai mai visto.

Nessuno muore per una turbolenza. Le turbolenze sono come l’amore. Possono incrinare un’ala. Rompere un motore.

Gli aerei arrivano a terra lo stesso.

E’ una vita che faccio questa vita.

Dicono che non ci si stanchi mai.

Mi sento, te lo devo dire, un po’ stanco.

Ma sono felice.

Ecco, io d’autunno sono felice. Generalmente anche d’estate.

Difficilmente d’inverno. Che d’inverno faccio un sacco di cazzate.

Ma lo so già, sono tanti inverni che le faccio.

E mi sono preparato.

Ho scritto tre racconti d’amore.

Uno bello, uno mediocre e uno che è una storia brutta e dolorosa.

Uno dei tre è molto vero.

Gli altri me li sono inventati.

Seduto su dei ridicoli mattoni colorati, alla fine di un binario del treno che prendo per andare in aeroporto.

Che c’è scritto: Sedie per Fumatori.

Ma sono dei cubi ridicoli. E anche scomodi.

E l’amore, come le turbolenze e come le sedie per fumatori, è un po’ scomodo da raccontare.

Ci sta.

Molte cose mi sono più chiare in autunno, è che le parole che molti usano per nascondere, cadono come le foglie.

E allora uno vede meglio.

Guarda che l’autunno è bello, visto da una sedia per fumatori.

Condom Inio (umanità in fervore)

Vivo in questo appartamento da quasi dieci anni. Con ogni probabilità ci resterò ancora per qualche anno. Solitamente quando ci troviamo ad affrontare questa conversazione con conoscenti, vicini e parenti, inseriamo un “nonostante”.

Nonostante me ne voglia andare.

Nonostante la zona stia peggiorando.

Nonostante ci sono moltissimi problemi.

Milano è una città molto piccola, rispetto alle grandi metropoli europee. Eppure, con grande destrezza italiana, è riuscita a condensare tutti i problemi delle grandi metropoli in pochissimo spazio e, tutto sommato, pochi cittadini.

Quelli che pagano il prezzo più alto sono quelli che abitano nella cintura esterna. Fa brutto parlare di periferia, allora si parla di cintura esterna. Immigrazione, criminalità, traffico, smog, carenza di trasporti. Spuntiamo tutta la lista dei contro del vivere in città, a fronte di un solo pro: sono a Milano.

Molti se ne vanno, pochissimi a star meglio. Si infilano nei quartieri dormitorio della periferia, che hanno una classe energetica molto superiore, siamo d’accordo, ma una classe umana molto inferiore.

Io resto dove sono per una mera questione economica. Vorrei spostarmi, verso il centro e verso la vita, ma è decisamente impossibile per via dei soldi. Niente di straordinario. Non ho padri ricchi, madri ricche, nonni ricchi, zii ricchi.

L’unica è che diventi ricco io.

Tutto sommato, il nostro compromesso regge bene. E’ una casa abbastanza grande, in una zona abbastanza verde, abbastanza servita e abbastanza tranquilla.

Abbastanza e nonostante.

In questi quasi dieci anni ho socializzato il giusto con la fauna locale. Prevalentemente si tratta di arzilli settantenni, i primi proprietari, o di grassi quarantenni, i figli dei primi proprietari.

Un quartiere come un altro, pieno di gente.

Per uno strano progetto di deriva sovietica, negli anni 60 tutto il quartiere è stato messo sotto una singola amministrazione.

Doveva essere, allora, una cosa molto figa. Un progetto innovativo.

Sono circa 900 appartamenti. Tutti sotto lo stesso amministratore, con lo stesso gestore del riscaldamento, con le stesse spese da dividere, le stesse discussioni da affrontare.

Insomma, l’idiota che ha disegnato questo super condominio doveva avere una sfrontata fiducia nella democrazia e nella gente.

Entrambe, se messe a contatto, falliscono e si annientano.

La democrazia non può convivere con la gente.

E’ evidente.

Ieri sono andato alla mia prima riunione di condominio.

Ero curioso di capire che cazzo stesse succedendo in zona. Ultimamente stanno bucando tutte le strade del quartiere.

Pensavo avessimo trovato il petrolio.

Pensavo alle votazioni in quartiere per chiedere l’indipendenza, come la Scozia.

Invece no.

Una sera ho parcheggiato la macchina al solito posto, di traverso sul marciapiede davanti a casa. E’ una evidente infrazione del codice della strada. Ma è evidente che l’unico vantaggio dell’abitare in periferia non può essere infranto da una massa di vecchi idioti che per parcheggiare le loro utilitarie occupano due posti auto. Insomma, parcheggio dove cazzo mi pare.

Avevamo anche i vigili di quartiere una volta. Una pattuglia in bicicletta. Una tenerezza incredibile, dal punto di vista umano.

Ma non passano più da ormai sei legislature. Quindi niente multa.

La mattina dopo ho trovato la macchina impacchettata in una serie di transenne, cordoni, divisori di acciaio.

Pensavo a uno scherzo.

Invece era tutto vero.

Ho intravisto un tizio, vestito di blu, con uno strano carrello al seguito.

– Scusi

– ….

– scusi

– si?

– Mi sa dire come faccio ad uscire con la macchina?

– Eh, sembri di incastrat

– difatti

– eh si

– cosa facciamo?

– eh, cosa fasciamo. Io ti aiuta a spostari transeni e cancelo

– ok

– ma cosa succede?

– stani fascendi lavori

– questo lo intuivo

– si tuti quartieri

– ah

– ano chiuso di via davanti, tu no pasa

– e come esco dal quartiere?

– io lasciat machina fuori divanti a slunga

– bene, e io come esco?

– boh

– ma che cazzo.

– si, ma che cazu

– eh no, lo dico io. Che lavori sono? Insomma ci sarà un responsabile dei lavori, un capo commessa, un interprete, un qualcuno con una fottuta laurea in ingegneria, un rassicurante casco antinfortunistico e dei baffi?

– non so

– cioè tu non sai nulla? Insomma, non ti vuoi prendere le responsabilità di questa cazzo di idiozia!

– io consigno i volantini di carefur. Si vuoi ti aiuti a spostari machina.

Il cantiere, iniziato quasi due anni fa, ha previsto diverse fasi di sviluppo. C’è anche il progetto online. Sono due anni che provo a capire che cazzo stanno facendo, ma mi mancano, evidentemente, le basi culturali per capirlo.

Ho chiesto al bar tabacchi e in tintoria.

Abbiamo la nuova metropolitana. Il teleriscaldamento. La viabilità. Il mantenimento del manto stradale.

Tutto insieme.

Fico.

La nuova metro viene pronta nel 2021. Un tempo in cui, sperando nella mia ricchezza, sarò in una nuova zona della città, più centrale, dove probabilmente inizieranno il cantiere della metropolitana. Così da poter prendere la metropolitana nuova e andare in gita nella vecchia zona.

Ma una cosa mi ha incuriosito.

Il teleriscaldamento.

Il te le ris cal da men to.

Tu digiti teleriscaldamento su google e succede il finimondo.

Ammetto la mia ignoranza.

Forum, siti, blog, pagine solitarie.

Gente pro, e gente contro.

483.000 pagine su Google.

Ora, ieri sera si decideva il teleriscaldamento.

La logica del teleriscaldamento è abbastanza semplice. Ieri ti vendevano il gasolio per la tua caldaia. E tu pagavi anche i tecnici che riparavano la caldaia. Quelli tutti sporchi di kerosene che guardavano di traverso il culo di tua moglie.

Oggi ti vendono il calore. Una roba fighissima. Fanno tutto loro. Il kerosene, il metano, i tecnici, lo sporco, il fumo, a te arriva il calore. Io lo trovo fichissimo.

Ovviamente ci sono moltissimi contro, a soppesare il pro di comprare calore. Il primo, così per dire, è che nel costo del calore loro decidono quanto farti pagare per tutto il resto. Che magari in Finlandia è una cosa trasparente, una serena discussione tra biondissimi ingegneri. Qui puzza di maialata lontano un kilometro.

Insomma, una spinosa questione amministrativa.

Su cui nei ritagli di tempo mi sono preparato a dovere.

So tenere una conversazione sui Kilowatt ora, sulla dispersione termica e sugli scambi di calore.

Arrivo alla riunione in orario, capendo subito due cose:

– l’outifit previsto è: tuta da ginnastica e sandalo. Meglio se con borsello in cui ci sono tutti i verbali delle settantasei riunioni precedenti. Sembra un dettaglio, ma servirà molto.

– non si tratta di una riunione di condominio, ma di una cosa importante a cui la gente arriva preparata e agguerrita.

Il teatro del quartiere è pieno zeppo. Sul palco ci sono i due amministratori. Padre e figlio. E un Presidente d’Assemblea. E un Segretario. E due assistenti. Cristo. Questa è roba seria.

Io sono uno dei quattro presenti ad essere sotto i settant’anni.

Le altre tre sono donne incinte.

Sento chiaramente il pericolo dell’insieme anziani – donne incinte. E’ una bomba esplosiva.

Una cosa molto democratica è che tutti possono parlare. Bello in un condominio di sei persone. Carino in un condominio di trenta. Noi siamo novecento. Presenti all’appello 312.

Trecento dodici vecchietti con moltissimo bisogno di parlare. Con una storia da raccontare, con un passato da rivivere.

E con tutti, dico tutti, i verbali delle precedenti riunioni.

Inforcano gli occhiali, avvicinandosi al microfono talmente tanto che si sente chiaro il rantolino dell’enfisema, sfoderano la cartelletta con tutti i verbali e citano con interesse una delibera del 2001.

Ci eravamo detti. Mi sembra fosse stato deliberato. Ricordo che avevamo deciso.

Io non riesco a stare in coda per più di cinque minuti al bancone del bar.

In quaranta minuti sentivo forte l’impulso di alzarmi, dare fuoco a una poltroncina e scappare.

Decido che si può fare. Tutto tranne dar fuoco alla poltroncina.

Sulla porta mi ferma una donna obesa e sudata.

– Va via?

– Si

– Delega?

– Si

– A chi?

– Scarpozzi, civico 3 scala H

– ecco il modulo

– eccolo compilato

– mancano le motivazioni della delega

– delego lui per delegarlo

– eh, lo scriva

– ok

-…

– ecco il modulo

– ha votato la delibera sulle altalene?

– no

– ne stanno discutendo adesso

– bene

– ma la sua delega non vale per questa delibera

– okkei

– no. mica ok. deve votare

– per le altalene?

– si

– voto si.

– a cosa?

– per le altalene. Evviva le altalene. Lunga vita alle altalene

– non ha capito

– dica

– deve votare la delibera sulla manutenzione delle altalene

– okkei. Cosa si vota?

– in che senso?

– si vota tipo Si/No/Astenuto?

– esatto.

– perfetto, voto Si!

– non può

– perchè?

– perchè la votazione inizia adesso ed è nominale

– in che senso?

– chiamano il suo nome e lei dice: o si o no

– chiamano trecento persone uno alla volta?

– si

– invecchieremo qui

– in ogni caso non può andare

La questione sulle altalene la seguo in piedi in ultima fila. Sono pronto a urlare il mio si, ma il mio nome è molto avanti nella lista.

Chiamato in causa urlo: Si!

Mi giro verso l’uscita.

La cicciona mi ferma

– ora vado a casa

– non può

– ho votato le altalene

– non è finita

– devo sentire tutti che dicono o si o no?

– no, nella stessa delibera ci sono le strisce delle aree gioco.

– un’altra votazione?

– si

– E non si poteva fare una cosa sola tipo: Scaccabarrozzi, Altalene e Strisce, dica?

– no

– ok

– le conviene sedersi

– durerà tanto?

– dipende

– da cosa?

– dagli interventi

– gente che parla delle strisce?

– si

– okkei, deve essere una questione importante

– non ha letto il verbale?

– no

– discuteranno se è meglio farle blu o bianche. Le aree giochi sono blu, ma le strisce blu sono assimilabili ai parcheggi a pagamento, pertanto creano confusione all’utenza. Sicchè è stata vagliata l’ipotesi delle strisce bianche, che aprirebbero poi la questione sullo stato estetico della cosa.

– mi dica che non è vero

– verissimo

– moriremo qui, non è vero?

– non prima di aver finito tutte e sei le votazioni

Verso mezzanotte e mezza ho capito che questo genere di posti non fanno per me. Io non ho senso civico. O perlomeno, non ho interesse a esprimere la mia opinione sul colore delle strisce. E nemmeno sulle altalene. Se ci sono bene, se no inforco la bici e trovo un parco.

Verso l’una ho capito anche che la questione del teleriscaldamento è molto secondaria nella mia vita. Ho preso un abbaglio. Io non ho nessun interesse per questo genere di cose.

All’una e un quarto hanno dichiarato chiusa la riunione.

E tutti si sono spostati fuori a discutere.

All’una e un quarto.

A discutere.

Delle strisce.

Allora ho capito che non è il senso civico o il teleriscaldamento. A me non interessa la gente.

Nella maggior parte dei casi.

E ho anche capito che la prossima casa la voglio in un condominio molto piccolo, con pochi appartamenti, senza altalene, e possibilmente con meno vicini possibili.

Get rich, or die trying…

I migliori libri della nostra vita

Le ragioni per cui mi sta simpatico Mirko stanno tutte in una lista breve ma interessante:

– è Romano. I romani hanno questo vantaggio sociale di nascere, nella maggior parte dei casi, simpatici. Molto più, per dire, degli spezzini o dei milanesi. E romanisti, quasi sempre.  I romani, peraltro, tendono a vivere e riprodursi a Roma, che resta uno dei più bei posti nel mondo nonostante Moccia e i suoi lucchetti, er traffico, Alemanno e altre piccole malattie. I romani e Roma sopravvivono a tutto.

– Mi viene sempre a prendere. Quando sono a Roma, Mirko, che è un grande imprenditore romano, questo va detto, mi viene sempre a prendere per portarmi a pranzo. Voi ridete, ma quanti milanesi, torinesi, genovesi, lo farebbero?

– Mirko è un raro esempio di quel genere di uomo che passa sotto la definizione di bonazzo. Quelli, per dire, che poi le donne su facebook pubblicano le foto con i cuoricini sotto. Che nel linguaggio femminile vuol dire: ammazza che bonazzo. Seppur i bonazzi non brillino, generalmente, per intelletto, Mirko è l’eccezione che conferma la regola. E’ pure intelligente. Cioè, è uno con cui puoi sostenere discussioni sui massimi sistemi e sui minimi perizomi senza sentirti in difetto. Impagabile, e scolpito negli addominali, che piace tanto alle ragazze.

– Mirko legge. E legge bene. Rarissimo. Mirko è uno di quei cinque o sei lettori che rispetto.

Ecco, Mirko è stato l’ultimo dei miei amici di Facebook a invitarmi a scrivere la lista dei dieci libri migliori della mia vita. Una di quelle odiose catene che partono da due o tre disoccupati grillini che hanno finito di postare link spaventosi sulle scie chimiche e l’evidente nesso con le difficoltà di erezione nel Nord Ovest, che per investire il tempo si inventano queste cose.

Una di quelle cose che mi farebbe mollare Facebook, se solo non fosse tremendamente divertente poter osservare come gli altri invecchino malissimo, facendo sport che li rendono ridicoli, vacanze memorial di quando eravamo ggggiovani a Formentera e altre cose pacchiane di questo stile. Che poi, suppongo che anche gli altri, osservando il mio profilo pensino le stesse cose. Insomma, è divertente, con il piccolo prezzo da pagare di queste cose tipo le catene umane, i messaggi di Matteo Salvini forwardati da ottocento account, lo strapotere intellettuale di Selvaggia Luccarelli e il lunedì dei calciofili che pubblicano foto di Inzaghi e Allegri come se non ci fosse un domani. Robaccia, ma sopportabile.

E niente, a Mirko ho deciso di rispondere.

Io ho un master in liste. Io sono l’unico uomo che ha scaricato tutte le app che aiutano a fare liste. Ho interi quaderni di liste, un agenda che uso solo per le liste, Evernote pieno di liste. Io adoro le liste. Mi danno tranquillità. Quando volo, ad esempio, passo molto tempo a fare liste. Volando molto, faccio moltissime liste.

Con alcune potrei mantenerci il blog. Ma di lavoro faccio altro. Peccato.

Per esempio:

– I 5 posti migliori dove fare l’amore (non da soli).

– Le 10 cose da rimpiangere da quando c’è Internet. (dove in qualche modo, Redtube e la lista precedente sono remotamente collegati. Non vale fare l’amore con tutto il cast di Brazzer).

– Le 7 cose di te che parlano di te prima che tu ti presenti. Roba tipo il deodorante da supermercato, le ballerine, la maglietta di Pull & Bear con il tramonto a Los Angeles.

– Le 5 cose che rimpiangerai a quarant’anni. (limitando a cinque)

– Le 10 cose che sarebbe meglio fare con buon senso. Lista in cui la numero 7: fare figli, più possibile, ma con buon senso, sarebbe collegata alla lista precedente: farli prima dei quaranta. Resta sempre valida la regola che sarebbe meglio fare figli con qualcuno che si ama. No, il cane non vale. Qualcuno, di umano. Oh beh, se riesci con il cane, a volte è decisamente meglio di certi mariti. Vagina tua, scelta tua.

Insomma, prodigo di liste, sono un uomo felice. Solo una macchia, sul mio curriculum di produttore di liste, solo una grossa macchia nera.

La lista dei libri della mia vita.

Proprio quella.

Sono cinque anni che ci provo.

Avrebbe anche senso, su un blog di uno che dice di leggere dalla mattina alla sera, che compaia una lista di libri.

Invece niente.

Cioè, ho iniziato moltissime volte. Ma non sono andato oltre.

Il mio problema parte subito: il primo libro. Chi mettere per primo? Garcia Marquez? Kundera? Pennac?

Ma poi, quanto deve essere lunga questa lista? Baricco ne ha messi 50, un po’ di tempo fa.

Li trovate qui su Anobii. Che poi sarebbe il posto giusto dove parlare di libri. Difatti, dovreste saperlo, esistono diverse finalità per i social network. Le chiamano mission e target. Vi riassumo, con una lista:

– Facebook: prevalentemente serve per cercare relazioni extraconiugali, ma anche  per pubblicare le foto di Formentera e della Mercedes nuova. Facebook serve anche per protestare vivacemente contro tutto quello che vi pare, senza alzare il culo dalla sedia. Siria, Renzi, Napolitano, Allegri e Tavecchio. Tutto quello che vi pare. Insomma, che cerchiate figa o polemiche, è il posto giusto

– Linkedin: nasce per cercare di collegare i professionisti di tutto il mondo, cercare lavoro, seguire discussioni. In Italia viene usato prevalentemente per scrivere spaventosi curricula ultra specializzati da gente che ha impiegato nove anni per una laurea breve. E anche per cercare figa.

– Anobii: sarebbe il social network per gli amanti dei libri. Però, in Italia, se non sei di sinistra e non ti piace da morire Baricco sembra che non si possa usare. Qui di figa non si parla. Ma ci sono parecchi tipi umani, anche gente che ha letto Moccia o che fa recensioni dei libri di Osho.

– Tinder: beh, questo nasce proprio proprio per quella roba li. Rimorchiare. E, intelligentemente, non si può fare altro. Attenti, amici coniugati, che non vi ricapiti la moglie che state tentando di tradire. La vita è una roulette, ma qui c’è il grosso rischio di finire in roulotte.

– Grindr: è uno dei migliori per utenti omosessuali, per rimorchiare. Gli omosessuali, che che ne dica la Lega, sono anni avanti. E in pochi passi si rimorchia in zona. Il sogno del 95% degli utenti di Facebook italiani.

Mi fermo qui.

Comunque, la cosa che mi ha spiazzato di tutte queste liste di libri che i miei amici hanno pubblicato, è che nei dieci libri migliori della vita, dieci cazzo di libri che ti hanno cambiato, ci siano parecchi scivoloni. Io non sono nessuno, per giudicare i libri degli altri.

Ma col cazzo.

Ho speso gran parte della mia giovinezza a leggere, mentre voi limonavate in discoteca. Spendo gran parte del mio tempo a leggere, mentre voi limonate in discoteca. Ora, sul limonare in discoteca non sono un capo, ma di libri, cazzo, qualcosina ci capirò.

Per farti un’ idea di cosa sto parlando, apri qui. Ci sono i 20 libri più segnalati dagli italiani.

Ora, partiamo dalla domanda. La domanda non è difficile: i dieci libri più importanti della tua vita.

E tu ci metti Harry Potter? Ma chi cazzo sei, un bimbo di sedici anni che sogna di sfondare il muro del binario 9 di Cadorna con un trolley carico di valigie?

Cosa cazzo ha Harry Potter di importante nella tua vita? (sempre che tu non sia un ragazzino)

Va bene King, e anche Coelho. Cioè, non vanno bene, ma va bene lo stesso.

Ma cazzo, il resto sono tutti libri fantasy, diventati poi film.

Che cazzo di popolo siamo?

Ho già detto cazzo?

Questo era il mio grosso limite, nel leggere gli inviti dei miei amici. In primis ho scoperto che per i miei amici sono importanti libri brutti e insignificanti.

Poi ho scoperto dei grandi assenti non giustificati.

Cioè, nessuno, dicasi nessuno, dei miei amici ha letto La Versione Di Barney.

O perlomeno, nessuno lo considera fondamentale.

Nessuno dei miei amici cita Tropper, Sedaris, Fante, Carver, Ferlinghetti, la Vargas.

Niente.

Non mi sento ancora pronto per rispondere.

Anche se Mirko, che è un bonazzo ma è anche un buon lettore, ha fatto una lista, la prima, che ha un senso logico.

La prima, su quasi sessanta inviti.

Cioè Mirko, il mio amico romano e bonazzo, è l’unico con cui sono d’accordo.

Io, nella mia lista dovrei per forza metterci:

– Baricco. Oceano Mare, Novecento e Mr Gwyn

– Sedaris: tutto, oppure Me Parlare bello Un giorno

– Lutz, La famiglia Spellman

– Fante. Tutto, tranne Chiedi alla Polvere

– Bukowski, tutto

– Carver, Principianti

– Garcia Marquez, Cent’anni di Solitudine, ma anche tutto il resto. Tutto tutto.

– Neruda, tutto

– Fred Vargas, almeno la trilogia.

– Pennac, tutto. Se no Diari di un Corpo.

– Kundera, il Valzer degli Addii.

– Haddon, tutto

– Tropper, tutto.

– Beigbeder, L’amore dura tre anni

– De Silva, tutto, tanto scrive grosso.

– Winslow. Tutto. Tutto davvero. Se no L’inverno di Frenkie Machine.

Cazzo, potrei andare avanti ancora. No, non sono capace. Tipo, Freakonomics è un libro che mi ha segnato molto. Lo metto?

Insomma, non sono capace di rispondere. Io che sono nato per fare le liste.

Chiudo con una domanda a Mirko. Condivido la tua lista, sono libri bellissimi. Tutti tranne uno.

Spiegami, mio amato Mirko, la Mazzantini. Ti prego spiegamelo.

Ti faccio una lista di plausibili risposte:

– eh, cioè volevo mettere un libro brutto per aprirmi alle critiche.

– vorrei scoparmi una a cui piace la Mazzantini, quindi l’ho messo

– non so, ho copiato la lista di una amica del liceo

– La Mazzantini mi piace tantissimo. E non sono etero

– Io adoro farmi le serate: Mazzantini, ibuprofene e Lezotan o Prozac.

– Boh, cazzo vuoi, sono bonazzo, posso mettere i libri che voglio.

– cazzo stai a di? sto a guarda a Roma n’ Coppa. Nun c’ho tempo de risponderte.

Grazie Mirko, ti voglio bene lo stesso. Come fossi uno che non è vero che ha letto la Mazzantini.

Comunque parlane con qualcuno, qualcuno di preparato ad aiutarti.

Motivazioni – Breve corso sul senso della vita

Ascolto solo canzoni tristi. Tristi tristi, quelle che ci scappa una lacrimuccia e un pensiero veloce a qualcosa di sfuggito troppo presto o restato troppo a lungo.

In moto, la mattina, fa ancora un freddo fottuto, che arriva dritto nelle caviglie e sugli occhi. Piango di freddo.

In moto, la mattina, mi ritrovo a prendere decisioni affrettate su questioni più spinose di un cactus.

L’unica regola valida è non rimpiangere le suddette decisioni in moto, la sera, quando fa più caldo e il sole tramonta dietro ai grattacieli del centro.

Ascolto solo canzoni tristi, che a pensarci bene, le canto tutte sottovoce, dentro al casco, guidando dentro il traffico.

– riesci a prenderti meno sul serio, sederti, e chiederti: ma se morissi domani?

Ho chiesto a un venditore che assomiglia a Donatello delle tartarughe ninja, solo che negro.

Non mi ha risposto.

– profumi di primavera, sai?

Ho chiesto a una ragazza che abbassava gli occhi come se avessi detto una cosa terribilmente sconcia.

Tipo:

– vorrei osservare la tua vagina da vicino, soppesarne i lati oscuri e, una volta bendata, amarti da dietro.

Invece era:

– profumi di primavera

Che è un bel complimento.

Nessuno risponde alle mie domande. Devo cambiare domande.

O non aspettarmi risposte.

Ultimamente mi succede di pensare a molte cose. Tutte insieme. Troppe cose. Ho una specie di feeling con la vecchia cancellata arrugginita in fondo alla strada, dove mi siedo per pensare guardando i nuvoloni.

Ho anche portato un vecchio catalogo di cancelleria, così quando mi siedo non sporco l’abito.

Fumo, sapendo di dover smettere.

Ci penso, sapendo di dover smettere.

Morirò prima di smettere, suppongo.

Ultimamente mi capita di ascoltare tantissimo. Pensavo facesse meno male. Registro tutto. Penso sempre:

– ma faresti davvero così, fosse il tuo ultimo giorno?

Cioè, sembra una domanda retorica, ma è una raffinatissima domanda che si presta ai peggiori corsi di coaching ma anche alle migliori sigarette appoggiati alle cancellate. Sembra retorica, ma ti prego prova a pensarci davvero.

Domani, proprio domani, tu te ne vai. Non pensare al modo in cui te ne andrai. La morte non è mai onesta, non gioca a carte scoperte.

Ma te ne vai. Così. Lasciando tutti un po’ sorpresi. Qualcuno infelice, qualcuno disperato, qualcuno magari sollevato. C’è sempre qualcuno sollevato ai funerali. Che poi non lo ammette, ma è sollevato. Fattene una ragione. Anche ai matrimoni c’è sempre qualcuno disperato. Sono quelli che sbagliano, la mattina prima di andare in chiesa, a indossare l’emozione giusta. Si confondono. Non biasimarli. C’è gente che sbaglia il colore dei calzini e gente che sbaglia l’emozione.

Insomma te ne sei andato. Finito. Kaputt.

Muori felice? Muori soddisfatto? Muori che hai finito le cose importanti?

Sei qui, anche un po’ spaventato, a chiederti il senso della vita.

Che è un po’ come chiedersi il colore del mare.

Diffida dalle persone che sanno dirti con precisione il colore del mare.

O sono molto stupidi, o sono terribilmente arroganti. In ogni caso sbagliano.

Diffida dalle persone che conoscono il senso della vita.

Il mare ha moltissimi colori. La vita ha moltissimi sensi.

Tu stai seduto da un pezzo a chiederti di quale cazzo di colore sia questo mare. Ci provi. Azzurro! Ecco, azzurro. Poi bianco! Blu, ma di notte sembra nero. Verde. Oddio, giallo.

E lasci che passino le onde migliori, lasci che passino le mareggiate più belle.

Non ti senti idiota?

No, non tirarmi fuori la scusa dell’analista. Quello che ti aiuta, 120 euro più iva a seduta, a guardare il mare. E insieme date all’azzurro il nome di azzurro, al blu il nome di blu e al verde il nome di verde.

Una volta un’onda più forte, gonfia, e alta delle altre mi ha spazzato via.

Buttandomi nel mezzo del mare.

Che quando ci sei in mezzo, non è che ti domandi di che colore sia.

Ci nuoti.

Verso riva.

E il mare di notte è nero. Questo te lo posso dire.

E la riva, di notte, non si vede.

E sono le stelle a darti la direzione.

Mica il tuo cazzo di analista, che se ne sta sulla spiaggia ad aspettarti per dirti:

– raccontami quest’esperienza di quest’onda. Di che colore era?

– ho bevuto un sacco

– normale. Ma di che colore era?

– avevo freddo

– comprensibile. Ma di che colore era?

– Ma io che cazzo ne so di che colore era. Sono tornato a riva. Ho vinto.

– mica tanto. Non sai di che colore è… non hai vinto.

– ma vaffanculo

– eh. Vaffanculo. Analizziamo questo vaffanculo. Tuo padre ti picchiava? Vedi grossi peni galleggianti al largo?

Robaccia, dirai tu.

Hai ragione, ti risponderei.

E’ che sono felicemente appoggiato, a fare il morto a galla, guardando le nuvole.

Mi viene difficile scriverne. Mentre galleggio.

Ah, ovviamente se tu fossi quivi capitato per quel titolo accattivante sul senso della vita, ora ti aspetteresti delle risposte. Giustamente. Perchè le risposte sul senso della vita, ragionevolmente, stanno sospese su un blog tutto verde ad aspettarti. Come muschio.

Ecco, no.

Però, aspetta, c’è un grande però.

Un però che mi è venuto in mente ieri, seduto sugli scalini di un locale che vende il vino caldissimo e carissimo. E nel quale le ragazze non sanno di profumare come la primavera.

Un però di un certo spessore, freddo come il marmo e caldo come un abbraccio.

Prova a pensarla così:

ma il senso della morte, invece?

Ecco, quello è facile facile. Quella arriva. In ritardo, in anticipo, quando dovuto. Arriva, cazzo.

Ecco una cosa definitiva della vita, la morte.

Prima, prima di finire sotto a un cipresso innaffiato dal Comune e concimato dalla tua tibia sinistra, bisognerebbe nuotare il più possibile.

Credo.

Senza chiedersi troppo quale sia il colore. E’ un’onda.

Se vuoi, bassa manovalanza del coaching di brutto livello, guardati questo video.

Il vecchio Steve aveva ragione.

Una roba da chiedersi tutti i santi giorni.

Surf it fritz. It could be the last one

Corrida!

Dolce e saporito frutto dell’Autunno, 

che a ben vedere non ho capito bene come ti chiami. Un nome alla francese, o qualcosa di simile, da come ti chiama il barista, che però essendo al settimo ictus ha la stessa capacità verbale del Senatore Bossi dopo quattro Negroni. 

Ma il nome, fidati, in amore conta pochissimo. Conta quel magico gioco di sguardi, occhiate soppesate di nascosto, tra l’espositore di Gran Cereale e la mia tazzina di caffè. 

Oggi sono stato attento alle tue mosse, incuriosito da una cosa. No, non il beccheggiante fluttuare delle tue natiche, altresì conosciuto come un regale sculettamento. Quella, ma forse lo sai, è la cosa che si nota per prima. E, a dirti la verità, la cosa per la quale sei famosa in tutti gli uffici del centro direzionale. La fama delle tue gloriose natiche arriva ben prima di quella del tuo viso. Che in effetti, nascosto dalla fluttuante chioma castana, lucida e perfetta, non si vede quasi mai. Oggi, dicevo, sono stato attento alle tue mosse. No, non per come ti atteggi, che quando bevi il tuo latte scremato macchiato lungo, sembra che stai approciando un pene, con la regale grazia di una consumata attrice polacca dopo il (ripetuto) passaggio del nostrano Siffredi. Che poi, Michelle, o Maristelle, o Belle, lasciatelo dire. Non siamo mica da Starbucks. Siamo in un bar di un centro direzionale, condotto appassionatamente da un vecchio con più acciacchi di quanti ne contenga un dizionario medico patologico. Ordinare del latte scremato, macchiato lungo, che fossimo in America si chiamerebbe Frappuccino Light Express Single Shot, ma qui si chiama semplicemente “?”, non è una cosa figa. 

Ma io non mi soffermo certo su cosa ingerisci al mattino, anche se ti consiglio di mangiare qualcosa, che le ossa delle anche in vista sono molto fighe, ma qui rischi di sparire davvero prima o poi. In ogni caso, mi soffermavo sulle tue mosse. 

Per capire come sia possibile che i nostri sguardi si incrocino tutti i giorni per quel tanto che basta da farmi pensare dolcemente: 

Cazzo Guardi? 

Si, fiore delle stagioni milanesi, acerbo frutto della passione del centro direzionale, forse dovresti suscitare in me reazioni ben diverse, tipo:

orco due, cosa ti farei

oppure

sticazzi che chiappe

o anche

marnonn’incoronata quant si fca!

Ma devi sapere che la colazione è uno dei rari momenti in cui l’epididimo, più in generale il pube, si rassegna al comando del cervello. 

Necessito the verde, yougurt, il giornale e l’assoluta assenza di esseri umani a me prossimi. 

Per cinque minuti, mica di più.

Girano delle dolci leggende sul tuo candido corpo, che mascheri con grande fatica in dei leggins di due taglie in meno, e in una canotta la cui scollatura finisce all’ombelico. 

Non fossi un signore, mi assocerei al coro di colleghi che definisce il tuo vestirti da

– mignottazza

– bottanella

– assaggiatrice di cazzi

(a seconda della regione di provenienza del collega).

No, io capisco che nel tuo vestire c’è tutta la raffinata ricerca di una donna che sa di essere bellissima, depilatissima, asciuttissima, tesissima, e libera di mostrare le grandi labbra sigillate nel nylon dei leggins. Una donna moderna, che vuole uscire dagli schemi con un outfit pensato per lasciar supporre, per ingannare in un gioco di luci e in un mix di colori di efficace evanescenza. 

Col cazzo, ti vesti proprio da navigata protagonista di una collana di Brazzers. 

Osservavo i tuoi movimenti stamane, in quel leggins nero, con quelle scarpe lucide argentate e quella maglietta gialla fosforescente. 

Osservavo il tuo ordinare ammiccando al barista, con quella dolce boccuccia a becco d’oca, che dovresti anche avere pietà di lui, che prima o poi gli fai venire un altro collasso. 

Ti osservavo sfogliare il Corriere, cristo osservavo le unghie lucide e lunghe. 

Dio, frutteto della bellezza nascosto nelle viscere di questa città, hai anche le mani curate da morire. 

Ci penso bene, e sono a quel bivio pericoloso. O condividere l’opinione dei miei colleghi oppure appoggiare una tesi distante anni luce:

ma dove cazzo trovi tutto quel tempo alla mattina per tirarti a lucido così tanto? 

Non vorrei mai ne deluderti ne contraddirti, ma se tocchi ancora il Corriere mentre lo sto leggendo io, ti spezzo le unghie con il tacco della scarpa e ti strappo i capelli arrotolandoli nell’espositore di Golia. 

Inoltre, mi preme dirti che il tavolino da me prescelto, l’ultimo in fondo, è appositamente scelto per non essere condiviso. 

Per dire, se no mi mettevo anche io al bancone insieme agli altri a urlare sventolando la Gazzetta, non pensi? 

Orbene, oggi notavo osservandoti che porti il perizoma, a dispetto di quanto sostenuto dal focus group interaziendale che si è creato attorno al posacenere, che si ritrova quotidianamente a parlare di te. 

Sei davvero famosa. 

Diciamo, alcune tue parti sono davvero famose. Non ho mai sentito, per dire, nessuno di loro parlare delle tue ginocchia.

O anche, sempre per dire, delle tue braccia. 

Ho, diversamente, una formazione post accademica sulla parte che va dall’ombelico al femore. Avanti e dietro. Che sono due corsi diversi. Che quando esci a fumare anche tu, il focus group si racchiude nell’analisi del tuo dietro, quando ripassi, sul davanti. 

Insomma, ho scoperto che porti il perizoma. E ho scoperto anche che porti i fantasmini.

Devo purtroppo confermarti che due cose mi rendono impossibile pensare a un nostro confronto fisico. Le Hogan e quelle ridicole scarpe con il tacco nascosto, tutte colorate. Esattamente le scarpe che porti tu. 

Inoltre, l’invasione del mio tavolino, fenomeno che si sta ripetendo con preoccupante frequenza, non è più tollerabile ne giustificabile. 

Non credere, difficilmente cadrò nella tentazione di unirmi al gruppo di rozzi individui che di te vorrebbe fare solo un oggetto sessuale. 

Non pensarlo mai, non ne sarei capace. Che genere di uomini sono questi, che pensano solo a quello?

O Mio Dio, che schifo. 

Di contro, va detto, dopo attenta osservazione del tuo seno sinistro stamane, che tecnicamente faresti rizzare un cazzo anche a un morto. Sempre tecnicamente, ritengo che si tratti del fatto di girare seminuda, con un fisico del genere, e con quel profumo nel quale mi perdo ritrovandomi come per magia nei ricordi dei peggiori night europei. 

Un mio collega sostiene che tu, finito l’arduo lavoro di hostess nella palestra del centro direzionale, eserciti il mestiere più antico del mondo, ma in modo estremamente attuale, sui siti di incontri. 

Lungi da me pensare che tu possa vendere un corpo che preservi con così tanta grazia e ferrea volontà. 

Osservavo, dal segno dell’abbronzatura, che non usi partecipare a quel volgare consesso di donne che si ostinano a portare il pezzo sopra del costume. Quanta civiltà nelle tue abitudini pudiche!

Osservavo parimenti che delle quarantaquattro pagine di cronaca, esteri ed economia, non ti sei degnata di leggere nulla, fermandoti poi sulla foto grande di Balotelli, estraendo il telefono e fotografando il soggetto. 

Avviando in seguito una chat che tanto ti ha fatto sorridere. 

Non conosco il segreto oggetto della chat, mio polivalente amore, ma ti suggerisco di togliere la suoneria di What’sUp, altrimenti mi troverò costretto ad inserire il telefono che sfiori con quelle delicate dita dentro il tuo imperturbabile retto. 

Perchè una cosa che odio è quel cazzo di suono, ripetuto seicento volte, alle otto della mattina. 

Inoltre, mi ripeto, se io sono al tavolino, e sul suddetto tavolino c’è un giornale, ritengo opportuno, segnalarti che a livello statistico sia probabile che le due cose siano collegate.

Mi sono permesso di lasciarti pagato il latte scremato macchiato lungo, o come cazzo si intitola che se lo guardi da una mera prospettiva di product placement 2,5 Euro è una rapina, per invitarti a riflettere sulla possibilità di librarti nel cielo delle opportunità e come si dice dalle mie parti, sciacquarti dal cazzo. 

Non confonderti, mio prematuro fiore dell’amore, non lasciare che la tua fervente immaginazione provi a solcare le vie sconosciute della ragione. 

Sciacquati dal cazzo.

 

Il talento imprecato

– Forse ha ragione

– indubbio

– Però permettimi di dirti una cosa

– si?

– il tuo più gran talento mica è quello di far felici le donne

– minchia, nemmeno quello

– a voler ben vedere, direi di no. 

– dici?

– dico, cazzo. Hai fatto più vittime tu dell’Ebola. Oggettivamente non ricordo una donna che tu abbia reso felice. Spari certi colpi…

– involontariamente. Anzi. Contro la mia volontà.

– si chiama fuoco amico. Involontariamente un cazzo. La mano che spara è sempre la tua. 

– scusa, e quale sarebbe il mio talento più grande?

– così mi metti in difficoltà.

– nel senso che sono un mediocre in tutto?

– non iniziare con la depressione da autunno. Tu hai un sacco di talento. Diversamente, non saresti arrivato dove sei arrivato. 

– dici davvero che non ho mai fatto felice nessuna?

– …

– Cristo, è una roba atroce.

– in effetti.

– sai le donne quando sono felici davvero?

– non iniziare con le tue spippate filosofiche del cazzo. 

– sto dicendo sul serio. Sai quando le donne sono felici davvero?

– …

– quando hanno la percezione di avermi evitato. 

– tipo una grandinata?

– più un brutto temporale d’estate. 

– non colgo la differenza. Sono due birre indietro per cogliere le sottili differenze che passano tra una grandinata e un temporale. 

– La grandinata è distruttiva. Il temporale rinfresca. E’ quasi un bene, a volerlo vedere così.

– mah

– davvero. Ho capito questo. Le donne della mia vita sono felici quando hanno la percezione di esserci passate, ma che è tutto finito. Il fresco, e poi ancora l’estate. 

– dimmi che tu tipo vai a letto e pensi a queste cose. 

– sto mettendo insieme i pezzi. Ma tutte le mie ex, dico tutte, sono così. Quel sorriso quasi ebete, nel guardarmi, quell’aria sollevata nell’osservare la distanza che intercorre tra me e loro, quel senso di vittoria, per esserne uscite. 

– io bevo ancora, perchè se no la conversazione è zoppa. Tu sei troppo avanti con l’alcool. 

– Le donne della mia vita hanno trovato il loro momento, in questo temporale, e il loro futuro nell’estate. 

– Io vorrei essere un’estate per una donna. 

– Tu non scegli cosa essere. 

– Potrei essere qualcos’altro?

– sei stato molte cose. Sei anche stato una brutta nevicata, che copre tutto, affonda i rumori, addormenta, infreddolisce. Ma poi si scioglie. 

– fanculo, parlavamo male di te, mica di me. 

– l’illusione, secondo me, è non capire davvero che cosa si è. 

– Signori e signori, alta filosofia d’amore, spiegata alle otto di sera, in una soleggiata periferia davanti a del pessimo vino e una birra calda. 

– intanto, secondo me, è così. 

– mah, non saprei.

– l’amore è come una stagione

– l’unica cosa che mi viene in mente di risponderti è che la birra calda è come una figa asciutta. Non serve. 

– anche questo è vero.

– abbiamo trovato un accordo. 

 

L’Accordatore di Piani (Inclinati)

Lettera a un fratello, per il suo trentaseiesimo compleanno. 

 

Forse non ti sei accorto di quanto, appoggiati al bancone, facciamo la nostra porca figura. Forse non ti sei accorto di quanto, appoggiati al bancone aspettando da bere, ci facciamo del bene ascoltandoci e provando a ridere. Auguri, bro. Che arrivano anche gli anni in cui il compleanno fa sempre un po’ male, come una vecchia incrinatura di una costola, che con l’umido e la stagione torna a battere proprio li, che al posto di chiudere il cuore e proteggerlo sembra voglia trafiggerlo. Ci sono quegli anni li, lo dicono tutti. In mezzo agli anni belli dei bimbi e agli anni belli della vecchiaia. Ci sono questi anni qui, che arrivi a due o tre giorni prima del compleanno, e ti ritrovi a fumare, guardando la pioggia e a pensare a quante cose vorresti vedere cambiare, a quante ne sono cambiate, a quante stai ancora aspettando. 

Tu di lavoro nella vita fai l’accordatore di piani. Che è un bel lavoro di per se. L’accordatore di piani inclinati. Li metti in pari, con i conti della vita, per pattinarci sopra senza nemmeno un balzello. 

Un bel lavoro, davvero. 

Io quest’anno mi sono ricordato tutti i regali per i miei fratelli. Non ne ho mancato nemmeno uno. Mi sono perso tutti i biglietti. Che come diceva Nonna Laura, è il biglietto a far la differenza. 

Un regalo senza biglietto è come Freddie Mercury senza la voce. 

Un bel paio di baffi con cui limonare, forse. Niente più. 

Bro, auguri. Me lo avessi chiesto tre anni fa, non avrei scommesso un fottuto cent su cosa siamo oggi. Che sembra una frase da arrampicatore di Wall Street, invece è più una frase da Survivors. 

Ma poi, lo sai bene, io scommetto su tutto. Ho scommesso sempre su di te. Scommetterò sempre su di te. I miei fratelli sono dei cavalli vincenti. 

Ci avessero detto che il piatto riservato a noi era questo, magari non ci saremmo proprio seduti così volentieri al tavolo di questi anni. Che è una frase del cazzo, perchè in fondo, anche ce lo avessero detto, ci saremmo seduti lo stesso volentieri, che uno nasce cazzone e basta. 

Non posso nemmeno dirti che ci abbiamo rimesso capelli e rughe. Perchè i capelli e le rughe li abbiamo già dati via al tavolo precedente. 

Ho un fratello che fa di lavoro i tagliandi agli amori degli altri. Un altro che di lavoro fa il pilota di un amore, e per fortuna che l’hanno appena sbendato. Un altro che accorda piani, inclinati. 

Per forza che le rughe superino i capelli.

Nel vomitevole romanticismo dei compleanni di chi si conosce da tanto tempo, partono sempre i fuochi d’artificio delle frasi sui ricordi. Ma ti ricordi? Che poi una vita è davvero interessante solo se la maggior parte dei ricordi non è che li puoi proprio raccontare a tutti. 

Comunque si, mi ricordo tutto. Ho una memoria di ferro. 

Ero sdraiato nel letto, ad ascoltare il Piccolo russarmi sul collo, un pomeriggio d’estate pensando, ma che cazzo gli regalo.

– Puttane a Lugano

– Week End Spagna

– Giro in Moto tipo Siberia e ritorno

– qualche corso da hipster milanese, tipo cucina sarda o imbottigliatore di olio del Salento

Io voglio regalarti solo una cosa. Un promemoria. 

Un promemoria. 

Una sola cosa ci è data senza possibilità che torni. Una sola cosa ci dimentichiamo di non poter ricomprare quando finisce. Una sola cosa va via che è un piacere, e ce ne accorgiamo troppo tardi. 

Ma che cazzo dici, l’amore non centra. 

Il tempo. 

Che noi, seduti a questa tavolata, apparecchiata da un destino che un po’ stronzetto lo è stato, e serviti da cameriere tanto belle quanto maldestre, abbiamo rischiato di dimenticarci una cosa. 

Il tempo. 

Un fottuto promemoria. Un fratello lo avrebbe fatto. Io ho voluto farlo. Regalarti solo un promemoria. 

Esiste un giusto e uno sbagliato, in quello che hai fatto?

Probabilmente si. A me non interessa. Sarò qui. 

Mi piace, peraltro, quando sbagliate voi. Mi da sicurezza per sbagliarci dentro un po’ anche io. 

Una sola cosa mi preme dirti. Prendi delle ottime direzioni o delle pessime decisioni. Parti o resta fermo, pianifica stupendi futuri rimuginando su orripilanti passati, insomma fai quello che devi fare. 

Ma non smettere mai di ricordarti del tempo. 

Che tutto ha un tempo. 

L’indecisione ha un tempo. Come la paura. Come il coraggio.

La calma e la fretta hanno un tempo. 

Tutto ha un tempo.

Non perderlo. 

Auguri, bro. 

 

PS: tra le opzioni più ragionevoli c’è sempre un giro a Lugano in moto. Ma sto invecchiando troppo velocemente per certe cose. Lasciamo le moto a casa. 

 

Diario di un Pene

Arrivo con dieci minuti netti di ritardo. So che la cosa mi costerà almeno quattro minuti di rimproveri e commenti. D’altronde non mi è stato impossibile procedere a più di trenta all’ora, nonostante la città vuota e buia, visto il freddo che si è infilato in tutte le articolazioni scoperte. Trovo mio padre seduto, armato di tagliandino con numero, campione delle urine, giornale, rosario e coppola appoggiata sul ginocchio destro. Una specie di modello di Dolce e Gabbana di ottant’anni e venticinque kili di troppo. 

– sei in ritardo

– fa freddo in moto. 

– per fortuna ho preso il numero anche per te. 

– e cazzo. Per fortuna. Non vedevo l’ora di farmi infilare un tubo nel cazzo alle sette di mattina. 

– per cortesia. Non chiamarlo così. Usa termini appropriati. 

– okkei. Desidero far presente, signor giudice, che essere infilzato nell’uretra da una cannula non è nella top ten delle cose che mi piace fare di lunedì mattina. 

– sarà breve e indolore. Fa freddo veramente. Ho dovuto anche mettere la coppola. 

E ci troviamo seduti, tra la terza e la quinta fila, insieme a un variegato campionario di esseri umani in un luminoso atrio pieno di piante, piastrelle bianche pulite a specchio e anonime porte bianche numerate. Ultimamente frequento più ospedali che ristoranti. Credo si tratti del ciclo della vita. Tiro fuori il telefono e mi annoto questa cosa del ciclo della vita, degli ospedali e di mio padre con la coppola e il rosario. Lui, imperterrito, osserva il vuoto infinito davanti a lui con il sorriso sereno di un uomo che va incontro al suo destino.

– Devi parlare meglio. Usare meno parolacce. Devi farlo per tuo figlio. E’ importante che impari un linguaggio consono alla sua età.

– A proposito, sei tu che gli hai raccontato la storia del profeta Isaia? 

– Credo di si. 

Il compiacimento è evidente. La soddisfazione brilla negli occhi. Sapere di avere un nipote che non ha ancora l’altezza legale per entrare nella piscina di palline del McDonald ma che conosce già la storia del profeta Isaia lo rende estremamente felice. 

– Penso che bastino delle storie più semplici. Tipo le favole. O se proprio vuoi, anche delle storie più articolate ma sempre basate su animali, principi, macchine parlanti. Cose del genere. 

– La Bibbia è una storia bellissima. Tutti dovrebbero conoscerla. Il profeta Isaia ha una storia piena di saggezza. 

– E’ quello che è finito nella pancia della balena?

– Quello è Giona. Dovresti ripassare. 

– difatti. 

Esce da una porta, la quarta sulla destra, una corpulenta donna di bianco vestita che urla: quattrocentosedici!

– Siamo noi

– Che bello!

– avanti, sii uomo, cinque minuti e avremo finito

Ora, sorvolando sul fatto che io sono quasi certo che il mio organo di riproduzione sia in buone condizioni, sorvolando sul fatto che sicuramente, pisciando aghi qualcosa dovrei pur avere nelle parti appena sopra e sorvolando il fatto che il mezzo di contagio è il sereno anziano che mi sta al fianco, resta comunque che farsi infilare una roba dentro un buco che, dal punto di vista maschile, non è in grado di far uscire nulla di solido, ma solo liquidi, figurarsi entrare, ecco, insomma, non sono in un mood collaborativo. 

Dentro il piccolo ambulatorio c’è una specie di poltrona di pelle, rossa, consumata dal tempo e da chissà quante mani che, disperate per il dolore, hanno stretto i braccioli fino allo stremo delle forze. 

Una volta ho letto un libro sulle torture medioevali e ho scoperto che i boia usavano infilare spighe di grano nell’uretra dei torturati provocando immane dolore. Adesso li chiamano controlli medici. Secoli di civiltà per involversi. 

– Uno alla volta

Ha anche la voce da grassona. E un doppio mento così accogliente da sembrare un cuscino dell’Ikea. 

– Siamo insieme, e dobbiamo fare gli stessi controlli.

Lo sguardo interrogativo e bovino dell’infermiera non ferma il mio sereno genitore

– mi sono permesso di prendere un numero solo. Stesso esame. Possiamo farlo anche insieme. 

– Avete fatto il prelievo?

– Perchè, devo anche fare il prelievo?

– non ancora, credevo andasse fatto prima l’esame

– eh no. Prima il prelievo, poi l’esame. Prima l’ambulatorio sei, poi il quattro. 

– mi rispondete? Devo fare anche un prelievo?

– senta signorina, chiuda un occhio. Poi andremo a fare il prelievo.

– …

– mi rispondete, cazzo? Cos’è sta storia del prelievo?

 Io mi rendo conto che nella scala dei problemi della vita un prelievo è molti gradini sotto a una malattia invalidante, un brutto incidente, un figlio elettore di centro destra e altre brutte cose. Però io ho un serio problema con i prelievi. Tendo a svenire, morire, lasciarmi andare. 

– Farò di meglio. Mi dia l’impegnativa. Facciamo prelievo e controllo insieme

– lei è gentilissima

Eh no, brutta balena di bianco vestita. Con il cazzo. In tutti i sensi. Con il cazzo che tu ti avvicini a me, che probabilmente starò a palle all’aria, con un ago e una cannula e mi penetri per ben due volte, pure contemporaneamente. 

– non credo di potercela fare

Mi ignorano tutti e due. Come si fa con i bambini. Non mi resta che sedermi sul lettino nell’angolo e aspettare la mia fine. Mi sento già svenire, con largo anticipo. 

L’infermiera ritorna, con sguardo soddisfatto, armata di due vaschette di metallo, strapiene di provette, e una serie di pacchetti sotto vuoto che credo contengano le armi della morte. 

– Ci dobbiamo spogliare, signorina?

Sembra quasi felice, mio padre. 

– Certo caro. Sia sopra che sotto.

Quando ride sembra un grosso leone marino in calore. Con quel doppio mento gigantesco che si muove ondulando. 

– Uno sulla poltrona e uno sul lettino. Così risparmiamo tempo. 

– E denaro, signorina. La Regione sarà contenta. 

Io sento che sto per svenire, ma tanto mi ignorano. Vecchia tecnica ma sempre efficace. 

– Dobbiamo prima sbrigare due secondi di pratiche. 

Mi sembra oggettivamente naturale, con due uomini con i pantaloni calati e la camicia aperta, in piedi a distanza ravvicinata, dire: dobbiamo sbrigare due secondi di pratiche. Chi non lo farebbe. Osservo le nudità di mio padre. E provo una gran tenerezza. 

– Avete avuto occasione di fare sesso non protetto, con persone sconosciute, pratiche non consuete, utilizzato strumenti non sterilizzati o fatto sesso anale?

Il sonoro no di mio padre mi sa di giuramento.

– Sulle pratiche non consuete posso dire di no. Sul sesso anale con sconosciuti usando strumenti non sterilizzati, mi dispiace, ma devo confessare. 

– Faccia, faccia lo spiritoso. Tutti uguali

– Rispondi seriamente alla signorina, che è gentile e ci fa fare tutto in un attimo.

Eh certo. gente che mi infila cose nel cazzo è gentile. Il mondo sta andando a puttane, cristo. 

– No

– Siete sicuri?

– Si

– Si

– Vi ricordate l’ultima volta nella quale avete fatto sesso non protetto? 

– credo che queste domande siano davvero personali. Non può darci il questionario e compiliamo noi?

– Mi nascondi qualcosa?

– Ma no, papà. Al contrario. L’ultima cosa al mondo che vorrei sapere è se tu hai fatto sesso anale con sconosciuti o robe simili. 

La balena-leone marino accetta. 

Scorro le domande. Io ho una buona memoria, solitamente, su come ho contratto una malattia. Inoltre ho una discreta memoria relativa all’uso del mio pene. Sommando le due cose, posso affermare con certezza di non essere io la causa del mio male. Rispondo pazientemente a tutte le domande. 

Qualche anno fa, sotto la doccia della piscina, intento alla devota pulizia del mio corpo mi sono accorto che il mio organo di riproduzione presentava le tipiche striature che si possono riscontrare nei mantelli delle bestie della savana. Zebre, per la precisione. Avevo il cazzo zebrato. Credo di essere rimasto sotto la doccia per un paio di minuti, con il tutto tra le  mani e lo sguardo di chi non se ne capacita. Ora, avere una parte del corpo a strisce preoccuperebbe chiunque. Avere “quella” parte del corpo a strisce, mi ha mandato completamente fuori di testa. Sono arrivato al Pronto Soccorso e sotto voce ho comunicato all’infermiera del triage:

– mi scusi il disturbo

– dica

– credo di avere un problema ai genitali

– ….

– insomma, il mio pene presenta delle striature. 

– si spieghi meglio

– come le posso dire, delle strisce. Come se fosse zebrato. 

– E viene al pronto soccorso?

– dove vuole che vada, con il pene a zebra?

– dico, scherziamo? Non è una patologia da pronto soccorso. Sarà un fungo, o una micosi da contatto. 

– e me lo tengo?

– ma certo che no

– e voi non me lo togliete?

– ma certo che no

– scusi, cosa faccio?

– prenota una visita dal suo medico

– non posso usare un medico del pronto soccorso, magari un esperto in peni zebrati?

– non scherzi. Se vuole le faccio le carte per l’accettazione, ma è un codice bianco. Passa per ultimo. C’è molto da aspettare.

– è pericoloso?

– Non saprei. Non l’ho visitata. Vada in farmacia e si faccia dare qualcosa e poi vada dal suo medico. 

– ma a cosa è dovuto?

– al sesso non protetto, solitamente. 

– grazie

In farmacia, terrorizzato dall’avere un pezzo di me, un pezzo importante, che si stava trasformando in un animale della savana, ho chiesto, rifacendo la stessa trafila, qualcosa per curarmi. 

Il farmacista, interessato più all’espositore di vitamine che al mio pene, senza guardarmi mi ha chiesto:

– quando è successo?

– cosa scusi?

– dico, quando è successo?

– mah, me ne sono accorto sotto la doccia. Oggi stesso. 

– no, dico, quando ha avuto rapporti non protetti?

Ed è stato lì che mi sono illuminato di una inossidabile certezza. Io ero sicuro, come legittimo proprietario del mio pene zebrato, di non aver avuto nessun tipo di rapporto, protetto o non protetto, per un lasso di tempo sufficiente per essere definito un vergine di ritorno. Forse un mese. Togliendo Laura, dio benedica ancor oggi le sue labbra, anche un mese e mezzo. 

– io non ho rapporti da tempo

Il farmacista mi ha guardato incuriosito.

– e ha un fungo sessualmente trasmissibile?

– mica me lo sono messo io. Mi sono trovato il coso tutto a strisce. 

– prenda quest’acqua borica e sfreghi energicamente. E prenoti una visita da un urologo. 

Che poi, giusto per precisare, sfregare acqua borica su un organo maschile infiammato è simile al piantare dei chiodi nelle orecchie della gente. C’è gente che lo fa, per dio. Ma una volta provato, non lo rifai di certo. 

Finito il questionario, il leone marino – balena, inizia ad armeggiare con il braccio di mio padre, che di contro fischietta allegramente. Arrivi, probabilmente, a un’età in cui anche un prelievo del sangue ti sembra una cosa talmente eccitante da dover essere festeggiata con una bella fischiatina. 

Quando è il mio turno, sento l’elastico stringere sull’avambraccio, sento forte il bisogno di scappare. Ma, dando la precedenza alla salute del mio organo genitale, decido di affrontare l’epica avventura. 

Mentre l’infermiera mi sottrae ettolitri di sangue, ho contato sei provette nella ciotola di ferro e credo che tre le tenga lei e tre finiscano al mercato nero delle provette perchè, diosanto, sei provette ci analizzi tutto il mondo, mio padre inizia quello che vorrebbe fosse un botta e risposta

– questa cosa delle domande sul sesso è divertente

– non riesco a parlare. Dracula mi sta drenando la vita

– cioè, sono domande che, forse, ti avrei dovuto fare anche io

– tu credi?

– beh, non abbiamo mai parlato di sesso, esplicitamente

– vuoi iniziare tu ottantenne io trentacinquenne, sdraiati in un’ambulatorio di una clinica di ebrei mentre ci facciamo infilare aghi ovunque?

– chi è stata la tua prima donna?

– papà, ti prego

– fate pure come se non ci fossi. Sono discorsi interessanti. Nel frattempo se il senior desidera, ho della pomata anestetica da mettere sul pene. 

– perchè solo il senior?

– lei è giovane e forte. 

– quindi devo soffrire?

– dai, non la metto nemmeno io

– da chi comincio?

– da lui. E’ il senior

– guardi che poi tocca lei comunque

– ridimmi il nome di quella tua fidanzata del liceo?

– Gaia?

– Eh, Gaia. Quella bassina, con le treccine, ahia. Che sorrideva sempre, ahia, piano signorina

– abbiamo finito

– quella con gli occhiali e le treccine

– quella è Giulia. Che poi è rimasta traumatizzata perchè tu l’hai chiamata Gaia. 

– Ah. Gaia è quella prima. Mora, bassina.

– Si.

– E’ stata Gaia la tua prima volta

– Lei vuole veramente dirmi che crede di potermi avvicinare con quel coso puntato sul mio pene, senza che io sia addormentato? 

– Avanti, che suo padre non ha detto beh. 

– Rispondi, è stata Gaia?

– No. Ahia, Cristo santo che male cazzo. 

– Modera le parole. Ma dai! Non è stata Gaia. Allora sei stato un buon pianificatore. Mi rivesto signorina, vero? Uno che ha capito che era quella sbagliata e ha aspettato. Bravo. Non lo avrei mai detto. 

– Mi sono fatto una sua compagna, su una spiaggia ubriaco, durante le vacanze della maturità, mentre a lei dicevo che la stavo aspettando per il grande momento. Mi tiri via, per dio, quel coso dal cazzo! Ora basta. 

– Che schifo

– Si, concordo con la signorina. Che schifo. 

– Hai voluto la verità? 

– Rivestitevi. E quando avete voglia di farvi una bella chiacchierata padre figlio, tornate! 

– Signorina, gli esiti?

– venerdì

– Senta, è utilizzabile il coso?

– niente sesso per le prossime dodici  ore. 

– hai sentito?

– Si papà. Sarà un’astinenza dura, in ufficio, ma ci proverò. Mi raccomando anche tu. Io mi riferivo alla normale attività. Pisciare non mi sembra ne peccato ne reato.

– farà fastidio, ma passa.

 

Uscendo ci siamo seduti in un bar, appena aperto, sull’altro lato della piazza. 

– Dovremmo parlare più spesso, io e te, di cose di uomini. 

– Dovremmo parlare di più io e te fuori dagli ospedali. E’ un’estate che ci parliamo solo mentre abbiamo aghi infilati nelle braccia. 

– in effetti si. Credo, in ogni caso, che tu debba delle scuse a quella ragazza. 

– A chi, all’infermiera?

– A Gaia

– A Gaia?

– Per aver tradito la sua fiducia. Per le donne è importante. Hai fatto una cosa deplorevole e anche se è passato del tempo, puoi chiederle scusa. 

– Papà, sono passati vent’anni. Quando ci stavamo lasciando, Gaia è uscita  con quasi tutto l’elenco telefonico di Milano, è sposata, io sono sposato. La chiamo e le chiedo scusa?

– il perdono è eterno

– hai ragione

– mi dai la ragione che si da ai matti. 

– no, forse hai ragione tu. 

– Spero ti sia servita da lezione. Fatto una volta, mai più fatto. Così lei almeno è stata utile a quelle venute dopo. Poveretta, ha sofferto per le altre donne della tua vita. 

– …

– Parliamone più spesso. Sono curioso della tua storia. Anche perchè poi, fatto un errore così madornale, avrai fatto di meglio con le altre.

Guardo il tram passare lento nel traffico del mattino. Bevo un sorso di caffè. E’ come se avessi una graffetta infilata in mezzo alle gambe. Mi accendo una sigaretta. Faccio un tiro. Mi attraversano gli occhi le donne della mia vita. E i casini della mia vita. E l’inconsapevole certezza di aver avuto, sempre, ragione io. 

Che poi è il motivo, forse, per cui è meglio che tu tutta la storia non la sappia mai, papà.

Lo penso mentre lo saluto e lo vedo andare via, zoppicando, con in testa la coppola bordeaux. Un must, per un piacevole lunedì mattina. 

 

Febbre

La discussione ad alta voce tra i pescatori mi sveglia, in un involtino di lenzuola madide di sudore.
Odio avere la febbre.
Camminando verso il molo, guardo l’orologio del campanile.
Le quattro e venti. Forse e venti quattro.
Buio, umido e fresco, con la luce del faro a illuminare il molo e Genova sullo sfondo a colorare il cielo nero.
È un posto talmente bello da togliere il senso a molte paure, questo.
Anche alle quattro di mattina, anche con la febbre.

L’amore, Tess, è una scommessa.

Mi sveglio con i rintocchi delle campane, sdraiato sul molo, infreddolito e stordito.
Aspetto un caffè.

Ho conosciuto molte donne,
Alcune bellissime.
Adoro la bellezza.
Adoro la bellezza in una donna.
La perfezione del mondo, racchiusa in un sorriso. La gentilezza di Dio nelle gambe disegnate seguendo il cielo. La musica di uno sguardo.
Donne bellissime.
Con uomini gelosi, bastardi, arrabbiati, intestarditi, alle costole.
Con storie rumorose e con il passato che rotola sul presente come le onde sulla spiaggia.
Ho conosciuto molte donne.

Nessuna donna è arrivata fino a qui. Qui dentro, dove cataste di pensieri alimentano un fuoco forte.
Lo stesso fuoco che brucia muovendomi.
Lo stesso fuoco che illumina le notti di chiacchiere e mani curiose.
Bruciano, i pensieri, come pagine di un libro scritto per essere dimenticato.

Nessuna donna è arrivata qui.

Mi alzo, lasciando la mancia sul tavolino.
Cammino verso il mare, sentendo il sudore della febbre e la schiena spezzata dalla notte sul molo.

Non ho paura di scommettere.
Ho paura di scommettere da solo.

Le scommesse che si perdono, si fanno da soli.
L’amore, come la più rischiosa delle scommesse, si fa in due.
E due sono i vincitori, e due sono gli sconfitti.

Mi chiudo nella piccola cameretta, proprio mentre il paese si popola di turisti.

Voglio dormire, sdraiato sulla più grande delle mie paure.
Scommettere da solo.
Ho visto questa stessa paura altre volte.
Mi paralizza, non mi lascia scrivere, non mi fa dormire, non mi fa parlare.

Divento un posto scomodo dove appoggiarsi, una soluzione non intelligente, un rischio da non correre,

Divento una scelta obbligata. Evitarmi.

La paura del grande giocatore.

Lascio che la febbre faccia il resto e mi addormento in un casino che non assomiglia a niente se non a un brutto sogno.