Perle

Guardo il profilo nero della collina, che come un naso vecchio, saggio e consumato, che affonda nel mare.

Piccole onde, la secca davanti alla spiaggia tiene un ritmo pacifico. Nuvole veloci in cielo, a coprire l’orizzonte verso Ovest.

Qualche turista cammina sulla sabbia, umida e fredda.

Io respiro a pieni polmoni mentre il Piccolo, accovacciato prende coscienza del fatto che la sabbia, la stessa sabbia bollente del giorno, si raffredda.

Camminiamo per i vicoli stretti, che salgono verso la rocca medioevale, con i panni stesi alle finestre, le luci delle case, i rumori delle cene, il buio fuori dal cono di luce dei lampioni.

Camminiamo ascoltando i rumori del paese, i freni delle bici che urlano alla fine della discesa, il rumore delle nostre scarpe.

Prendere per mano il Piccolo ha ancora un sapore enorme per me. Un gusto dolcissimo, come un ricordo che non è ancora successo, come qualcosa di bellissimo che succede tutti i giorni, senza che ne io ne lui sappiamo bene cosa.

Io in questo mare sto bene. Meglio, molto meglio che in altri mari.

Il Pacifico mi dava noia, che sembrava cattivo, a sentirlo ruggire forte.

L’Atlantico mi ha dato freddo, sempre e dovunque lo abbia assaggiato.

L’Adriatico mi ricorda il caldo umido del 1945, anche se io nel 1945 non c’ero ancora. Le saline, il delta del Po, e tutta quella noia consapevole dello struscio.

Il mio mare è questo, di spiagge rubate alle colline, di rocce e sabbia importata, di musi lunghi e facce scavate dalla salsedine che guardano malinconiche l’ennesima estate che passa.

Di vicoli in cui entra il vento umido, di persiane appena aperte, con luci soffuse e profumi di pesce.

I pini marittimi che cadono quasi in mare, dal profilo della collina, gli scogli bagnati e scavati dall’acqua, il rumore della mareggiata che mangia, inesorabile, la spiaggia, un pezzo alla volta, tutto l’anno. I piccoli battelli turistici, bianchi di vernice e rossi di ruggine, che attraccano ai piccoli moli arrampicati sulle scogliere. I pescatori che guardano le orate scappare, e i polipi che si nascondono vicino agli ormeggi.

Mi fa sentire a casa.

E avevo bisogno di casa.

La notte, girandomi in un letto non mio, contando i rintocchi del campanile di Sant’Andrea, inesorabile insonnia, sento entrare un refolo di vento caldo dalla finestra poco aperta. E’ vita che entra nel naso, che mi tiene sveglio, che non mi fa dormire.

Con tutte le sue preoccupazioni, e tutti i suoi ricordi.

Ci si preoccupa del futuro, e si rimpiange il passato, quando si sbaglia a prendere la vita.

Poi, preso a camminare con una mano piccola e sudata, in un vicolo buio, ti rendi conto che tutto fa meno paura.

Cremona

Come un fiume in piena, senza nemmeno l’ingombro della punteggiatura, cadono parole che si accoltellano per sembrare ricordi. La mattina mi alzo molto lentamente, complice il caldo, complice il fatto che devo, con pazienza certosina, rivoltare l’umore per avere qualcosa che assomigli lontanamente a un sorriso, da presentare.

Ricordi sparsi come fogli, leggo tutte le pagine, come se non riuscissi a farne a meno.

Vorrei, fondamentalmente, essere capace di perdermi qualcosa, qualche dettaglio. Invece ricordo tutto. Precisamente, malinconicamente, tutto.

Ad esempio Cremona ad Agosto.

L’ingresso nel centro, deserto, caldo, con il sole del pomeriggio e tutte le lacrime di un Agosto che stava finendo.

Io che, guidando, fumando, cantando per coprire il rumore del motore, guardavo fisso sulla strada per non guardare le tue gambe.

Tu che, seduta come una composta signora di fine Ottocento, con le mani giunte sulle gambe, un pareo rosso vivo, una canottiera gialla sulle spalle abbronzate e quei capelli biondi che finivano sempre per nascondere un pezzo di sorriso.

Ricordo di essermi sentito fottutamente solo, quando mi hai detto che questo nostro non so nemmeno come lo hai chiamato, era una sbandata estiva di una donna che, di contro, di sbandate non ne aveva mai avute.

Io, insomma, ero una sbandata estiva.

Non saprei bene come ci si sente ad essere una sbandata estiva.

Terribilmente soli, perlomeno.

E accaldati. Ma questo perché era Agosto.

Ad Agosto, poi ho capito, le sbandate estive finiscono in un mugolio di frasi interrotte, chiamate non risposte, messaggi lasciati lì, ad aspettare che crescano da soli, senza nessuna risposta.

Ho guidato per tornare a casa, fumando e cantando, come se nulla fosse.

Ero a casa da solo. Nel caldo e buio della notte.

Senza nemmeno una storia da raccontare.

Perché di fondo, il nostro sfiorarci appena sulla spiaggia, e quel bacio mica tanto poi lungo, non erano, non sono, non saranno mai, una bella storia da raccontare.

Io odio uscire dalle situazioni senza storie da raccontare, mi sembra di non aver vissuto per nulla.

Sono uscito e sono andato a bere.

Alle due e trentaquattro. Me lo ricordo.

Che l’asfalto buttava fuori tutto il caldo possibile, e le zanzare non lasciavano tregua.

E il tizio del baracchino mi guardava storto.

Solo, ad agosto, a bere.

Senza un cazzo da raccontare.

Dammi da bere, gli dico.

Cosa, mi risponde.

Una birra, gli dico.

Ed è la conversazione più bella che ho avuto oggi, gli dico.

Ma lui non capisce.

Cinque, mi dice.

Dammi anche dell’anguria.

Otto, mi dice.

Tieni il resto, gli dico.

Ho sempre adorato lasciare il resto agli altri.

Seduto, a disagio con la pelle sudata sulla plastica bianca, respiravo catrame, tabacco, anguria e birra.

Milano, poi di fondo è questo per chi resta o torna.

Ci vuole un po’ per riabituarsi.

Cremona,

a me, perlomeno,

mi ha fatto cagare.

Tu no. Non mi facevi cagare.

Anzi.

Scivolare via

Inizia tutto da questo. Dallo schifo che senti, che ti paralizza, che ti arriva fino al collo, come un brivido di freddo. Decidi di fermarti, sederti, nasconderti, e cosa fai? Scrivi.

Resta, in effetti, poco altro da fare.

Inventi storie.

Se ci pensi, è davvero un buon metodo. Non ne vedo altri.

Ho iniziato così.

Mi è venuto quel brivido, partito dal mezzo della schiena, dove adesso so esserci i polmoni, arrivato fino alla nuca, veloce come una scarica elettrica. Sono stato testimone, involontario, perchè nessuno vorrebbe esserlo davvero, del più duro dei delitti d’amore. Un tradimento. Sotto un fitto tessuto di rami di magnolia, foglie verdi grandi come barchette, fiori profumati.

Ho sentito quel brivido partire ed arrivare, ho iniziato a camminare verso le vecchie mura spagnole. Non sapendo bene dove andare, cosa fare, cosa dire, cosa aspettarmi.

Mi sono seduto davanti a un negozio di dischi, fumavo tabacco seccato dal sole, solo quando mi sono sentito davvero stanco di tutta la camminata fatta.

E ho iniziato a scrivere.

Prima era questione di quaderni, di fogli, di qualità della carta.

Poi è diventata quantità.

Il bisogno si vede quando dalla qualità passi alla quantità.

Inavvertitamente.

Perchè i brividi venivano su come nodi a un pettine che avrebbe dovuto domare una chioma davvero troppo pretenziosa.

Ricci capricci, dicono.

Ho sonno, a volte, dopo aver scritto.

Come mi fossi liberato da un peso.

A volte.

A volte non dormo,

per scrivere.

Scrivo con errori, di metodo, d’ortografia, di concetto.

Ma scrivo.

Ho una predilezione, una piccola ossessione, per la punteggiatura.

Che da il respiro alle parole, il ritmo alle pagine, il volume alla storia.

Per il resto, poco o niente.

Solo tantissime parole.
Scritte di fretta.

Per scivolare via da quel brivido.

Per questo, a volte non scrivo.

Capita che cammino al posto di scrivere.

Oppure mi imbuco in situazioni incredibilmente stupide e pericolose, proprio per non scrivere, non camminare, non pensare.

Oppure niente, mi siedo e scrivo.

Ho un ritmo.

Mi Milonga

Porto sempre con me una foto di mia madre. Una foto in cui mia madre, con quegli occhi grandi come noci, sorride, impigliata in uno di quei vestiti improbabili che metteva. E’ l’unica foto che porto sempre con me.

Viene da una lunga storia, questa foto, con il suo cartoncino ingiallito, e l’incanto di un sorriso fermato in un momento di cui, ormai, il ricordo è troppo lontano.

Le foto hanno una loro musica. I ritratti sono splendidi balli.

E’ l’unica foto che porto con me, per via della sua storia, e per quella sensazione bellissima del ballo a cui mia madre mi invita, ogni volta che tiro fuori la foto.

Lo faccio come si fa con una reliquia, preziosa perchè l’originale è andato perso chissà dove, ne rimane solo una scolorita copia sulla tomba. Insomma ho per le mani un tesoro.

Proteggimi, le dico, tirando fuori la foto.

Balliamo ancora insieme, mamma.

Portami nelle tue splendide certezze, nella fiducia infinita che hai versato sulla mia testa, nei sorrisi complici, nella vita vissuta insieme, quando tenevi lontana la paura dalle mie mani, abbracciami, prima di farmi andare, ancora, lontano.

La magia del nostro ballo, è in quella musica dolce, fatta di posti dove camminavamo insieme, mentre io con il passo di un bambino la seguivo nelle vie buie del Ticinese, mentre correvamo sui Navigli per non perdere un tram, mentre ci fermavamo tra le colonne di San Lorenzo, a respirare il freddo di dicembre, con i regali comprati e i desideri sospesi.

E’ morta troppo presto mia madre, per vedere quanto la vita mi abbia piegato. Per questo mi sorride nella foto, e mi accompagna in una milonga di ricordi dolcissimi, in cui anche Milano sembra stupenda, in cui ci siamo solo io e lei, ci sorridiamo come solo chi non ha sofferto sa fare.

Proteggimi, mamma, proteggi questo cuore, che io faccio di tutto per portarlo in giro a respirare cose nuove, e il tempo sta passando.

Balliamo piano, io e la foto, sospesi seduti in un aeroporto alla fine di un lungo viaggio, o davanti a una sala riunioni. Seduti in un prato, come oggi, come adesso, mentre osservo il caldo feroce piegare l’erba, e chiedo forza per questo cuore.

Ho paura, un giorno, che questa foto finisca consumata, da questi balli, da questa milonga, per questo ne faccio tesoro, per questo la tengo ben impressa in mente.

Non ricordo la voce di mia madre, ma sento la sua musica, mentre le appoggio il cuore addosso. Facevo così da bambino.

Quando avevo paure grandissime, che mi sembravano insuperabili, e mi appoggiavo a quei vestiti di mamma, così fuori luogo con i loro fiori, da sembrare belli.

Così faccio oggi, quando le paure grandissime non mi fermano più ma mi piegano come Maestrale, continuando a battere sulla canna della mia schiena.

Non mi spezzo, mamma.

Non so nemmeno come faccio, a volte, a non spezzarmi.

Resilienza, mamma.

Trovano parole, per fare musica intorno alle canne di quelli come noi, che il Maestrale arriva fino alle radici, ma non ci porta mai via.

Non ho più paura, mamma, non ne ho mai avuta. Non certo per una foto.

Ma perchè mi hai insegnato quel sorriso che è una risposta a tutto, anche senza parole, anche senza volerlo.

Ho caldo, mentre sto qui seduto, sotto un sole cocente, dentro un umido stagnante.

Eppure sento il fresco del pegno che pago, ogni volta che vivo, buttando tutto contro il Maestrale.

Una milonga, la nostra, bellissima.

Mi spiace che nessuno possa vederci ballare, appoggiati mentre sorridiamo della musica che accompagna i piedi, girando insieme ai ricordi.

Mi spiace, a volte, che finisca, questa milonga, aspirata dal caldo e dalla città.

E con lei il nostro dolcissimo ballo.

Una volta ho provato a chiedere cosa fosse stato di te, delle cose che ti sei dimenticata di insegnarmi, delle cose che potevo fare ancora, di tutto quello che sarebbe stato. Una volta sola.

Il rimpianto non è un ballo, è un fango difficile da togliere dall’anima.

Allora ho ricominciato a ballare, appoggiato a te.

Come oggi, come adesso.

Una milonga bellissima

Sai

Sai,

ci sono volte come oggi che ti penso. Mi vieni su, dai ricordi che tengo in pancia, quasi a sorpresa, come quando bevi freddo.

Eravamo, credo ne converrai, come l’ammorbidente e il detersivo. Eri l’ammorbidente. Io sono un detersivo economico, resistente. Ho sciolto macchie, cazzo, che nessun altro avrebbe saputo sciogliere. Ho ingiallito camicie bianche, un peccato cazzo, ma nella lavatrice il bucato non lo scegli tu, te lo trovi. E ho trovato l’ammorbidente. Sei stata una scoperta.

Potrei raccontare per filo e per segno, millimetro per millimetro, quel pomeriggio in cui, tra lenzuola, reggicalze, sorrisi e una fame bestia, ho sentito per la prima volta la seta scorrermi sulla pelle.

Potrei, la mia amica Tess ha una teoria che dice che io fallisco blandamente tutte queste vie di fuga, apposta per poi compiangermi e raccontarle. Una teoria interessante e non priva di amore di per se. Tess ha una grandissima capacità di amare e di riassumere teorie interessanti che, disordinate come i suoi ricci, portano direttamente la ragione dalla sua parte.

In ogni caso.

Ho imparato molto in questi due anni. Sono passato in diverse centrifughe, ho smacchiato, pulito, lavato, candeggiato. Insomma mi sono dato da fare. Niente di speciale.

Ho il pregio di farlo in maniera molto disordinata e molto energica.

Che sembra che stia facendo molto di più. Sono un detersivo figo.

Sai cosa ho imparato: che si può fare il bucato senza l’ammorbidente.

L’hanno fatto per anni, per secoli, da sempre, senza ammorbidente.

Non fraintendermi, avremmo tirato fuori dei maglioni di gran livello, insieme. Perchè non ce n’è, l’ammorbidente è l’ammorbidente.

Completa, se inserito correttamente nella vaschetta, l’effetto wow.

Pulito, profumato e morbido.

Ora.

Settecento giorni mi hanno lasciato un buon ricordo, che il dolore si scioglie come la condensa sui vetri. Ci vuole tempo, e un buon riscaldamento.

Sai,

ho provato a pensarci molto. A dirti la verità, un po’ è vero, era per compiangermi. Ma solo un po’.

Adesso che sono in un momento in cui la centrifuga della vita spinge davvero forte, e non riesco a scrivere nemmeno un sms, ti penso, perchè mi viene da scrivere su di te e su di noi.

Non ne capisco la causa.

Ho tenuto un diario, puntuale, scritto piccolo e preciso, sul tuo corpo, e sui giorni in cui io e il tuo corpo abbiamo avuto da fare insieme.

Ho tenuto un resoconto dettagliato di tutte le nostre risate, perchè in quel bordello infame eravamo capaci di ridere.

Ho un ricordo perfetto e preciso anche delle volte che ho avuto paura di te.

E vorrei scriverne.

Adesso, che non riesco a scrivere di nulla.

Figurarsi.

Llorando

Ho pianto, di gioia e stupore.

E’ un pianto bello, quello di gioia e stupore. Sono lacrime calde, che non danno fastidio, fanno la pelle luccicante.

E’ un pianto che finisce una frase, che chiude un pensiero. E’ un pianto che mette un punto. Sembra una fine, è quasi sempre un inizio.

Ho pianto di paura.

E’ orribile, sono virgolette sulla paura, le lacrime offuscano la vista, sembra tutto più scuro. Fanno male, le lacrime di paura. Fa male la paura, di suo.

E’ un pianto che non ha fine, se non vuoi mettere tu la parola fine. E’ un pianto che logora. Consuma, la lacrima di paura, come l’acqua del fiume sulle pietre.

E ti accorgi di non essere di pietra, di quanto tutto sia fragile.

Ho pianto lacrime di ricordi.

Al mattino, quando un pensiero si è infilato proprio tra il casco e gli occhiali.

Nessuno ti vede piangere in moto. Un ricordo mi si è appoggiato sopra i capelli.

Come se lo avessi avuto tra le mani.

Non ho avuto tempo nemmeno di sentire se faceva bene o male.

Mi sono venute su le lacrime che non ho pianto allora.

Ci sono ricordi che mi fanno venire i brividi.

Per quello che ho fatto, per quello che è successo, per come è successo.

Ci sono ricordi che se ne stanno nascosti, per un sacco di tempo.

E poi escono allo scoperto.

Imparare a piangere è stato il più grande insegnamento.

Ho imparato da solo.

Lo faccio molto volentieri, a volte.

E’ stato un anno pieno zeppo di lacrime.

A non saperle distinguere, sembrerebbe un brutto anno.

Invece, ci sono lacrime che fanno bene come una preghiera, che sanano ferite che erano rimaste aperte, che colmano vuoti di cui non ti accorgevi.

Ho imparato.

Piangendo.

Come stamattina.

Certe cose si imparano solo facendole.

E non si possono insegnare.

Le migliori cose non si possono insegnare.

Ho smesso di scrivere, per imparare a piangere.

Non potevo fare tutte e due le cose.

Perlomeno, credevo di non poterlo fare.

Piangere ha una sua geografia, non è uguale farlo in tutto il mondo.

E’ come fare l’amore.

E’ più comodo farlo d’estate, e i pianti d’estate lasciano ricordi diversi.

E’ più doloroso farlo d’inverno, che ti viene quel magone brutto che si incolla al cielo di novembre.

A farlo al buio, poi finisce che ci pensi.

A farlo piano, viene più dolce.

Ma ci sono pianti che fai forte.

Scopando con l’anima.

Quelli, sono delle docce fantastiche.

Piangere ha una sua geografia e una sua logica.

E’ la matematica delle lacrime che non torna mai.

Non è detto che a piangere tante lacrime, ti tornino molti sorrisi.

Anzi.

E non è detto che a non piangere tu faccia bene.

Piangere ha la sua musica.

Ognuno piange come può.

Ruggiscono, a volte le lacrime.

A volte sono note di pianoforte, lievi singhiozzi.

A volte sono urla, tenute tra i denti.

Piangere, nel 2015.

Fossi Nato

Io, avessi avuto vent’anni nei settanta, mi sarei fatto delle grandissime serate di acido, nei sobborghi di Londra, andando continuamente a vedere i Led Zeppelin. Avrei avuto anche una fidanzata bionda, biondissima, con una gonna lunga e a fiori, delle collane di ottone che sembra oro, una voglia matta di far l’amore ovunque. E per forza, con tutti quegli acidi cazzo. Sarei anche morto abbastanza giovane, ne sono quasi sicuro. Tendo al vizio, già di mio. Figurarsi in un’epoca in cui il vizio era uno status symbol.

Io, avessi avuto vent’anni negli ottanta, ne sono sicuro, per prima cosa mi sarei goduto Milano. Tutte quelle cose brutte di Milano, che sembravano bellissime negli anni ottanta. Ah, Piazza San Babila. Ah, il socialismo, ah, gli anni da bere, le puttane che non si chiamavano puttane, la coca, ma non troppa, il Martini, i vestiti color pastello, larghi, le pettinature cotonate. Anche sul pube. Il pube cotonato. Ah, il pube cotonato. Poi, senza dirlo troppo ad alta voce, mi sarei comprato un biglietto per Londra. O forse ci sarei andato in 127. Non credo, facendo una vita sregolata inseguendo il sogno fatiscente della Milano Da Bere, che mi sarei potuto permettere di meglio. Una volta arrivato a Londra, avrei cercato Freddie Mercury. E mi sarei dichiarato. “Ti Amo, Freddie. Non come gli altri. Io ti amo davvero”. Con il senno di poi, se Freddie mi si negava, magari sopravvivevo ai novanta. Ma Freddie era vorace a letto quanto sul palco. Quindi, a spanne, sarei morto pure io. Vivendo il sogno, breve, di un sogno nel sogno. Insomma un casino. Gli ottanta, sono stati un casino. Sono sopravvissuti i nostri padri. Che erano dei quaranta, cinquanta, sessanta. Insomma, avevano già visto cose simili.

Io, avessi avuto vent’anni nei novanta,  sarei stato in un sobborgo americano, che il mio papà faceva il pendolare. Andando in skate, mangiando grunge, usando calzini di spugna bianca, e bermuda larghi, come un kimono. Il futuro di un ventenne di quegli anni era messo a dura prova da un sacco di cose. Guerre, economia, Aerosmith, e altre maledizioni.

Cazzo, io avevo vent’anni nei novanta. Ragion per cui ne ho quasi quaranta adesso. Tutto torna.

E giravo milano pettinato come un bambolotto, con un paio di sparuti basettoni Blues Brothers con dieci anni di ritardo, con una bici bruttarella come unico mezzo di locomozione, un walkman pieno zeppo di punk e metal. Sudavo in magliette molto larghe, con improbabili colori, e consumavo intere batterie di Reebok Pump giocando a basket in qualsiasi campo della città. Vincevo facile in centro, faticavo al Sempione, lottavo a Famagosta, prendevo le botte su Padova. Insomma. Di limonare non se ne parlava molto. Ma mi interessava più il basket. Scrivevo lunghissime lettere d’amore.

Ho scritto anche a Ambra, di Non è La Rai. Le ho detto che l’amavo. E ho scritto anche delle sconcerie. Roba pop, mica porn. Però molto hot per l’epoca.

Scrivevo bene perchè leggevo tanto. Tantissimo.

Leggere era il mio modo di nascondermi.

Fumavo un pacchetto da dieci ogni quattro giorni.

Bevevo solo birra.

Sognavo di fare un lavoro figo da grande. Mi sentivo piccolo, in effetti.

E sognavo.

Sognavo un sacco. Di giorno e di notte.

Tipo, contemporaneamente Flea e Anthony Kieds giocavano a saltare dai tetti delle ville di Los Angeles e scrivevano canzoni.

Io sognavo.

E basta.

Mi è servito un sacco.

Sognare, e basta.

E anche non farmi inculare da Freddie Mercury.

In entrambi i casi, sono sopravvissuto.

Per fortuna, intuito, culo, o estro.

Viaggiare da Soli (Idoli di Bronzo) 

Seduto di fianco a un piccolo idolo di bronzo. di quasi mezzo metro, in mezzo a profumo di fiori e odore di asfalto bagnato, aspetto che spiova. 

Primo perchè sono vestito di tutto punto. Secondo perchè ho solo questo completo, queste scarpe, insomma ho un guardaroba minimo e ancora due giorni di riunioni davanti. 

Terzo perchè sta piovendo tutto quello che può, con una violenza incredibile. Mi piace osservare come la gente intorno se ne sbatta allegramente. 

Quando piove fa ancora più caldo, se mai fosse possibile. 

Viene al naso tutto l’umido della strada. 

Aspetto che smetta. Potrebbe essere questione di minuti o di ore. 

Non ho molta fretta. Mi sono perso, bigiando una riunione, come i bambini a scuola. Ho bevuto latte di cocco ghiacciato, guardando i glicini sul lago. Posto di merda a meno che tu non debba chiedere alla donna della tua vita di sposarti. Anche in quel caso, posto parecchio mieloso. Se parti con i glicini, chissà cosa devi fare per il primo anniversario. 

Eravamo io, due barboni, un venditore di cocco e latte di cocco, con un motorino sporco su cui appoggiava le noci di cocco tagliate, due coppie di giovani ragazzi e un uccello strano e colorato. 

Non capire niente di uccelli è uno dei grandi rimpianti della mia infanzia. Perchè in fondo sono dei grandi animali. 

Pazienza.

La questione è abbastanza semplice, dico sottovoce all’idolo di bronzo di fianco a me. 

Bisogna aspettare che spiova. 

Poi ne riparliamo. 

C’é molta affinità tra me e questo idolo. Lo sento fin da subito. 

Non ci piace la carne rossa, Londra ci lascia indifferenti, adoriamo il vino rosso, ci piaciono glo stessi fiori, abbiamo amato donne bellissime, poi niente, lui si è messo a fare l’idolo di bronzo. 

Da quel momento ci siamo separati. 

Viaggiare è fondamentale. 

Permette una cosa importantissima.

Chi viaggia, bene o male, si allontana. 

Chi si allontana, che voglia o meno, mette a fuoco. 

Chi mette a fuoco, torna al punto giusto. 

Per questo viaggiare è fondamentale. 

Viaggiare da soli, per carità.

Si lo so. Adorate lui, e tutto quello che fa. E adorate quello che fa quando viaggiate insieme, che poi si mette sempre quei bermuda carini. 

Lo so, siete inseparabili. Amici veri fin dall’Erasmus. 

Si, lei é la donna della vostra vita. 

D’accordo. 

Come spostarsi per fare una foto, e invece che allontanarsi, avvicinarsi a grandi passi. 

Non serve essere grandi fotografi per capire che ci vuole occhio, un buon mezzo, ma anche la giusta inquadratura. 

Poi, infatti, vi lasciate con stridore di denti e dolori di cuore, e scoprite che si viaggia meglio soli. 

Non solo. 

Bisogna farlo, per forza di cose, per sapere dove tornare. 

Viaggiare soli rende più pesanti i bagagli, più lunghe le notti, più pericolose le strade. Vero. 

Già solo per questo ne varrebbe la pena. 

Viaggiare soli rende più semplici le cose difficili, rende più divertenti le cose noiose. 

Viaggiare soli cambia tutto. 

Il vecchio idolo di bronzo è d’accordo. 

Mi sorride. 

Sembra anche possa spiovere. 

Ricordatevi solo, quando mai dovesse finire di piovere, di alzarvi e tornare. 

Qualcuno vi sta aspettando.

Vincere

Ci sono cose che non cambiano mai, e ti rimangono impresse come piccole certezze. Prendi il Pacific Coffee, tra il gate 39 e il gate 37, a Hong Kong. Fa un caffè espresso che ha due grandi poteri: farti rimpiangere l’Italia, che quasi ti viene da piangere mentre tieni in mano il bicchierino di carta, dopo il primo sorso. Ti viene in mente quel caffè così buono, così umano, così “casa”, che bevi tutte le mattine. Il secondo potere dell’Espresso del Pacific? Entro sei minuti, netti, devi cagare, con un’urgenza impellente, drammatica, eruttiva. Credo consumi la mucosa gastrica.

Prendi il venditore di noodles e dim sum, all’angolo davanti all’hotel. Con il suo menù da sei dollari. Quattro ravioli, una ciotola di noodles, the verde. Sempre lo stesso.

Viaggiando, ti attacchi piacevolmente a queste piccole certezze, che ti fanno sentire quasi a casa. Quasi.

A casa, in verità, non ti ci senti nemmeno quando sei a casa tua.

Maledizione permanente.

Il tempo è assurdo. Piove acqua calda, sopra un cielo caldo e grigio, dentro una cappa di umidità che ti fa sudare solo respirando.

Tropici, in effetti.

Ti ritrovi a mangiare, sospeso su un baratro di grattacieli, in un posto molto trendy, pieno di gente molto trendy, con cameriere molto trendy, un dj estremamente trendy, e i cocktails serviti in bicchieri molto trendy.

Complice l’allucinazione del non aver dormito, dell’aver mangiato a orari strani, dell’aver bevuto e sudato tutto, ti ritrovi a pensare a cose davvero impegnative.

Rivedo gli occhi di mio padre, tristi come quelli di un bulldog, sereni come quelli di un monaco. Rivedo le sue mani, nodose e grosse, e riascolto tutti i viaggi che mi ha raccontato. Sento la sua solitudine, la stessa. Dio, come mi manchi. Mi sei sempre mancato come padre.

Rivedo i sorrisi di mia madre, quando le chiedevo dove cazzo fosse finito mio padre. Risento le sue mani calde, gli anelli pesanti sulle dita magre. Rivedo i suoi ricci, le sue vestaglie divertenti. Dio, come mi manchi. Ho un problema, che se ci penso troppo, piango come un bambino. Per questo faccio finta di non pensarti, mamma. Gioco a fare l’uomo.

Piscio chiodi e sangue, che non è bello. Piscio chiodi e sangue a diecimila kilometri da casa, che è ancora meno bello.

Ripenso alle cose che lascio, ogni volta che parto. Bevendo acqua calda.

Leggo annoiato, aspettando che mi venga il sonno. Che non viene. Mi alzo a pisciare, camminando sulla moquette calda. Non funziona il condizionatore. Trenta gradi, cento per cento di umidità.

Sono una porta aperta su dubbie paure. Da cui non scappo. Non scappo mai. Accarezzo pensieri e lenzuola. Sono letti fatti per puttane e vodka, quelli di questi hotel, non per solitudini pensierose. Rischi di rimanere incastrato dentro le lenzuola.

Ho la grande fortuna di avere pazienza. Piuttosto che paura. Pazienza di aspettare.

Passa tutto.

Non cambierei niente di tutto questo, per nulla al mondo. Non lo farei davvero. Mai.

E probabilmente, mai lo farò

Pense acqua.

Sandali

Li dove finisce l’autostrada, che sembra ci debba essere un dopo, dopo il casello appunto, invece non c’è nessun dopo, anzi non c’è proprio niente.

Una rotonda, che sarebbe troppo grossa persino per una città, figurarsi per un pezzo di mondo così, con una sola strada aperta, bastava un incrocio, dicevano quelli, pochi, che passavano. Senza nemmeno un semaforo, pensavano, che sono l’unico a passare.

La sabbia iniziava a invadere la strada fin da subito, combattendo con le canne messe contro i bordi, per contenerla.

Una battaglia, quella delle canne, persa in partenza. Alleate con il sole, osservavano lo strapotere della sabbia, alleata con il Maestrale, che batteva ogni quattro giorni, per tre giorni filati, iniziando a metà mattina e finendo la notte.

La strada scendeva, pigra e gobba, con piccole curve dolci, come se chi l’avesse disegnata fosse rimasto impigliato in un tramonto troppo bello per essere rovinato.

La chiesa di San Michele, sul bordo sinistro, con una piccola fioriera davanti, tre scalini per entrare, consumati dal sale, dal vento e dalla sabbia.

Ci si erano sposati dei ragazzi di città, venuti fin qua per il gusto esotico di sposarsi davanti al mare.

Poi, dal giorno delle nozze, non era più successo nulla.

Tanto che del riso, lanciato dal padrino del figlio della sposa, avuto in prime nozze con un camionista ungherese campione di boxe, era rimasto sul sagrato, annerito dal sole, dimenticato dai passeri e dai gabbiani.

Dopo la chiesa ancora più sabbia, si faticava a trovare la strada, le canne non riuscivano a contenere nulla, e dei pini marittimi lasciavano un buon odore.

Una macchina abbandonata, senza il cofano, con i vetri opachi e i sedili mangiati dal tempo e dai cani. Qualcuno ci ha fatto l’amore, ma dev’essere stato parecchio tempo fa.

I cani, quelli ci sono sempre stati. Che uno si chiede cosa mangino, dei cani, sul mare.

Pesce, rispondo i vecchi. C’è una leggenda, una storia lunga e poco credibile, su dei cani, proprio come questi, che nuotano vicino alla riva e prendono il pesce.

Alla spiaggia la strada finisce, ormai l’asfalto non si vede da un pezzo.

Tronchi, sbiancati dal sole e dal sale, sabbia fine, quasi bianca, conchiglie, gigli sulle dune.

Silenzio, il Maestrale che solleva granelli che finiscono negli occhi, precisamente nell’angolo, da dove non si tira più fuori.

Il mare, che qui è freddo anche d’estate. L’estate, che qui è fredda come la primavera, per via del Maestrale.

I cani, che camminano lasciando piccoli buchi sulla sabbia, abbassando il muso per il vento.

E niente altro.