Vincere

31 Mag

Ci sono cose che non cambiano mai, e ti rimangono impresse come piccole certezze. Prendi il Pacific Coffee, tra il gate 39 e il gate 37, a Hong Kong. Fa un caffè espresso che ha due grandi poteri: farti rimpiangere l’Italia, che quasi ti viene da piangere mentre tieni in mano il bicchierino di carta, dopo il primo sorso. Ti viene in mente quel caffè così buono, così umano, così “casa”, che bevi tutte le mattine. Il secondo potere dell’Espresso del Pacific? Entro sei minuti, netti, devi cagare, con un’urgenza impellente, drammatica, eruttiva. Credo consumi la mucosa gastrica.

Prendi il venditore di noodles e dim sum, all’angolo davanti all’hotel. Con il suo menù da sei dollari. Quattro ravioli, una ciotola di noodles, the verde. Sempre lo stesso.

Viaggiando, ti attacchi piacevolmente a queste piccole certezze, che ti fanno sentire quasi a casa. Quasi.

A casa, in verità, non ti ci senti nemmeno quando sei a casa tua.

Maledizione permanente.

Il tempo è assurdo. Piove acqua calda, sopra un cielo caldo e grigio, dentro una cappa di umidità che ti fa sudare solo respirando.

Tropici, in effetti.

Ti ritrovi a mangiare, sospeso su un baratro di grattacieli, in un posto molto trendy, pieno di gente molto trendy, con cameriere molto trendy, un dj estremamente trendy, e i cocktails serviti in bicchieri molto trendy.

Complice l’allucinazione del non aver dormito, dell’aver mangiato a orari strani, dell’aver bevuto e sudato tutto, ti ritrovi a pensare a cose davvero impegnative.

Rivedo gli occhi di mio padre, tristi come quelli di un bulldog, sereni come quelli di un monaco. Rivedo le sue mani, nodose e grosse, e riascolto tutti i viaggi che mi ha raccontato. Sento la sua solitudine, la stessa. Dio, come mi manchi. Mi sei sempre mancato come padre.

Rivedo i sorrisi di mia madre, quando le chiedevo dove cazzo fosse finito mio padre. Risento le sue mani calde, gli anelli pesanti sulle dita magre. Rivedo i suoi ricci, le sue vestaglie divertenti. Dio, come mi manchi. Ho un problema, che se ci penso troppo, piango come un bambino. Per questo faccio finta di non pensarti, mamma. Gioco a fare l’uomo.

Piscio chiodi e sangue, che non è bello. Piscio chiodi e sangue a diecimila kilometri da casa, che è ancora meno bello.

Ripenso alle cose che lascio, ogni volta che parto. Bevendo acqua calda.

Leggo annoiato, aspettando che mi venga il sonno. Che non viene. Mi alzo a pisciare, camminando sulla moquette calda. Non funziona il condizionatore. Trenta gradi, cento per cento di umidità.

Sono una porta aperta su dubbie paure. Da cui non scappo. Non scappo mai. Accarezzo pensieri e lenzuola. Sono letti fatti per puttane e vodka, quelli di questi hotel, non per solitudini pensierose. Rischi di rimanere incastrato dentro le lenzuola.

Ho la grande fortuna di avere pazienza. Piuttosto che paura. Pazienza di aspettare.

Passa tutto.

Non cambierei niente di tutto questo, per nulla al mondo. Non lo farei davvero. Mai.

E probabilmente, mai lo farò

Pense acqua.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: