Perle

Guardo il profilo nero della collina, che come un naso vecchio, saggio e consumato, che affonda nel mare.

Piccole onde, la secca davanti alla spiaggia tiene un ritmo pacifico. Nuvole veloci in cielo, a coprire l’orizzonte verso Ovest.

Qualche turista cammina sulla sabbia, umida e fredda.

Io respiro a pieni polmoni mentre il Piccolo, accovacciato prende coscienza del fatto che la sabbia, la stessa sabbia bollente del giorno, si raffredda.

Camminiamo per i vicoli stretti, che salgono verso la rocca medioevale, con i panni stesi alle finestre, le luci delle case, i rumori delle cene, il buio fuori dal cono di luce dei lampioni.

Camminiamo ascoltando i rumori del paese, i freni delle bici che urlano alla fine della discesa, il rumore delle nostre scarpe.

Prendere per mano il Piccolo ha ancora un sapore enorme per me. Un gusto dolcissimo, come un ricordo che non è ancora successo, come qualcosa di bellissimo che succede tutti i giorni, senza che ne io ne lui sappiamo bene cosa.

Io in questo mare sto bene. Meglio, molto meglio che in altri mari.

Il Pacifico mi dava noia, che sembrava cattivo, a sentirlo ruggire forte.

L’Atlantico mi ha dato freddo, sempre e dovunque lo abbia assaggiato.

L’Adriatico mi ricorda il caldo umido del 1945, anche se io nel 1945 non c’ero ancora. Le saline, il delta del Po, e tutta quella noia consapevole dello struscio.

Il mio mare è questo, di spiagge rubate alle colline, di rocce e sabbia importata, di musi lunghi e facce scavate dalla salsedine che guardano malinconiche l’ennesima estate che passa.

Di vicoli in cui entra il vento umido, di persiane appena aperte, con luci soffuse e profumi di pesce.

I pini marittimi che cadono quasi in mare, dal profilo della collina, gli scogli bagnati e scavati dall’acqua, il rumore della mareggiata che mangia, inesorabile, la spiaggia, un pezzo alla volta, tutto l’anno. I piccoli battelli turistici, bianchi di vernice e rossi di ruggine, che attraccano ai piccoli moli arrampicati sulle scogliere. I pescatori che guardano le orate scappare, e i polipi che si nascondono vicino agli ormeggi.

Mi fa sentire a casa.

E avevo bisogno di casa.

La notte, girandomi in un letto non mio, contando i rintocchi del campanile di Sant’Andrea, inesorabile insonnia, sento entrare un refolo di vento caldo dalla finestra poco aperta. E’ vita che entra nel naso, che mi tiene sveglio, che non mi fa dormire.

Con tutte le sue preoccupazioni, e tutti i suoi ricordi.

Ci si preoccupa del futuro, e si rimpiange il passato, quando si sbaglia a prendere la vita.

Poi, preso a camminare con una mano piccola e sudata, in un vicolo buio, ti rendi conto che tutto fa meno paura.

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