Cremona

16 Lug

Come un fiume in piena, senza nemmeno l’ingombro della punteggiatura, cadono parole che si accoltellano per sembrare ricordi. La mattina mi alzo molto lentamente, complice il caldo, complice il fatto che devo, con pazienza certosina, rivoltare l’umore per avere qualcosa che assomigli lontanamente a un sorriso, da presentare.

Ricordi sparsi come fogli, leggo tutte le pagine, come se non riuscissi a farne a meno.

Vorrei, fondamentalmente, essere capace di perdermi qualcosa, qualche dettaglio. Invece ricordo tutto. Precisamente, malinconicamente, tutto.

Ad esempio Cremona ad Agosto.

L’ingresso nel centro, deserto, caldo, con il sole del pomeriggio e tutte le lacrime di un Agosto che stava finendo.

Io che, guidando, fumando, cantando per coprire il rumore del motore, guardavo fisso sulla strada per non guardare le tue gambe.

Tu che, seduta come una composta signora di fine Ottocento, con le mani giunte sulle gambe, un pareo rosso vivo, una canottiera gialla sulle spalle abbronzate e quei capelli biondi che finivano sempre per nascondere un pezzo di sorriso.

Ricordo di essermi sentito fottutamente solo, quando mi hai detto che questo nostro non so nemmeno come lo hai chiamato, era una sbandata estiva di una donna che, di contro, di sbandate non ne aveva mai avute.

Io, insomma, ero una sbandata estiva.

Non saprei bene come ci si sente ad essere una sbandata estiva.

Terribilmente soli, perlomeno.

E accaldati. Ma questo perché era Agosto.

Ad Agosto, poi ho capito, le sbandate estive finiscono in un mugolio di frasi interrotte, chiamate non risposte, messaggi lasciati lì, ad aspettare che crescano da soli, senza nessuna risposta.

Ho guidato per tornare a casa, fumando e cantando, come se nulla fosse.

Ero a casa da solo. Nel caldo e buio della notte.

Senza nemmeno una storia da raccontare.

Perché di fondo, il nostro sfiorarci appena sulla spiaggia, e quel bacio mica tanto poi lungo, non erano, non sono, non saranno mai, una bella storia da raccontare.

Io odio uscire dalle situazioni senza storie da raccontare, mi sembra di non aver vissuto per nulla.

Sono uscito e sono andato a bere.

Alle due e trentaquattro. Me lo ricordo.

Che l’asfalto buttava fuori tutto il caldo possibile, e le zanzare non lasciavano tregua.

E il tizio del baracchino mi guardava storto.

Solo, ad agosto, a bere.

Senza un cazzo da raccontare.

Dammi da bere, gli dico.

Cosa, mi risponde.

Una birra, gli dico.

Ed è la conversazione più bella che ho avuto oggi, gli dico.

Ma lui non capisce.

Cinque, mi dice.

Dammi anche dell’anguria.

Otto, mi dice.

Tieni il resto, gli dico.

Ho sempre adorato lasciare il resto agli altri.

Seduto, a disagio con la pelle sudata sulla plastica bianca, respiravo catrame, tabacco, anguria e birra.

Milano, poi di fondo è questo per chi resta o torna.

Ci vuole un po’ per riabituarsi.

Cremona,

a me, perlomeno,

mi ha fatto cagare.

Tu no. Non mi facevi cagare.

Anzi.

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