Mi Milonga

7 Lug

Porto sempre con me una foto di mia madre. Una foto in cui mia madre, con quegli occhi grandi come noci, sorride, impigliata in uno di quei vestiti improbabili che metteva. E’ l’unica foto che porto sempre con me.

Viene da una lunga storia, questa foto, con il suo cartoncino ingiallito, e l’incanto di un sorriso fermato in un momento di cui, ormai, il ricordo è troppo lontano.

Le foto hanno una loro musica. I ritratti sono splendidi balli.

E’ l’unica foto che porto con me, per via della sua storia, e per quella sensazione bellissima del ballo a cui mia madre mi invita, ogni volta che tiro fuori la foto.

Lo faccio come si fa con una reliquia, preziosa perchè l’originale è andato perso chissà dove, ne rimane solo una scolorita copia sulla tomba. Insomma ho per le mani un tesoro.

Proteggimi, le dico, tirando fuori la foto.

Balliamo ancora insieme, mamma.

Portami nelle tue splendide certezze, nella fiducia infinita che hai versato sulla mia testa, nei sorrisi complici, nella vita vissuta insieme, quando tenevi lontana la paura dalle mie mani, abbracciami, prima di farmi andare, ancora, lontano.

La magia del nostro ballo, è in quella musica dolce, fatta di posti dove camminavamo insieme, mentre io con il passo di un bambino la seguivo nelle vie buie del Ticinese, mentre correvamo sui Navigli per non perdere un tram, mentre ci fermavamo tra le colonne di San Lorenzo, a respirare il freddo di dicembre, con i regali comprati e i desideri sospesi.

E’ morta troppo presto mia madre, per vedere quanto la vita mi abbia piegato. Per questo mi sorride nella foto, e mi accompagna in una milonga di ricordi dolcissimi, in cui anche Milano sembra stupenda, in cui ci siamo solo io e lei, ci sorridiamo come solo chi non ha sofferto sa fare.

Proteggimi, mamma, proteggi questo cuore, che io faccio di tutto per portarlo in giro a respirare cose nuove, e il tempo sta passando.

Balliamo piano, io e la foto, sospesi seduti in un aeroporto alla fine di un lungo viaggio, o davanti a una sala riunioni. Seduti in un prato, come oggi, come adesso, mentre osservo il caldo feroce piegare l’erba, e chiedo forza per questo cuore.

Ho paura, un giorno, che questa foto finisca consumata, da questi balli, da questa milonga, per questo ne faccio tesoro, per questo la tengo ben impressa in mente.

Non ricordo la voce di mia madre, ma sento la sua musica, mentre le appoggio il cuore addosso. Facevo così da bambino.

Quando avevo paure grandissime, che mi sembravano insuperabili, e mi appoggiavo a quei vestiti di mamma, così fuori luogo con i loro fiori, da sembrare belli.

Così faccio oggi, quando le paure grandissime non mi fermano più ma mi piegano come Maestrale, continuando a battere sulla canna della mia schiena.

Non mi spezzo, mamma.

Non so nemmeno come faccio, a volte, a non spezzarmi.

Resilienza, mamma.

Trovano parole, per fare musica intorno alle canne di quelli come noi, che il Maestrale arriva fino alle radici, ma non ci porta mai via.

Non ho più paura, mamma, non ne ho mai avuta. Non certo per una foto.

Ma perchè mi hai insegnato quel sorriso che è una risposta a tutto, anche senza parole, anche senza volerlo.

Ho caldo, mentre sto qui seduto, sotto un sole cocente, dentro un umido stagnante.

Eppure sento il fresco del pegno che pago, ogni volta che vivo, buttando tutto contro il Maestrale.

Una milonga, la nostra, bellissima.

Mi spiace che nessuno possa vederci ballare, appoggiati mentre sorridiamo della musica che accompagna i piedi, girando insieme ai ricordi.

Mi spiace, a volte, che finisca, questa milonga, aspirata dal caldo e dalla città.

E con lei il nostro dolcissimo ballo.

Una volta ho provato a chiedere cosa fosse stato di te, delle cose che ti sei dimenticata di insegnarmi, delle cose che potevo fare ancora, di tutto quello che sarebbe stato. Una volta sola.

Il rimpianto non è un ballo, è un fango difficile da togliere dall’anima.

Allora ho ricominciato a ballare, appoggiato a te.

Come oggi, come adesso.

Una milonga bellissima

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