Settembre

Settembre non è un mese come un altro. A me settembre mi sta sul cazzo. Per esempio. Prendila con i numeri: a settembre sono successe davvero poche cose interessanti nella mia vita.

Dimagrisco, scomparendo. Un po’ perché mi finisce l’estate dentro, un po’ perché corro per lavoro. Ricordo di un pomeriggio al Parco Delle Basiliche, sdraiato sul prato con il Piccolo, che al tempo era davvero piccolo. Ho delle foto in cui sembro un profugo, emaciato, magro e stanco. Non che oggi sia diverso. A settembre mi sono sposato, ma quel giorno lì sembrava agosto. Al mattino un temporale ha distrutto tutti i piani del fiorista e del fotografo. Io e Puccio, cercando di riprendere le fila di uns sbronza colossale, siamo andati al prato per mettere a posto le poche cose. Mi sono sposato in un prato. E’ una storia lunga, sulla quale, peraltro, abbiamo visioni differenti io e mia moglie. Il bello del matrimonio è quello: anche i ricordi hanno preso strade parallele ma diverse. La trama è la stessa, ma le sensazioni sono molto differenti.

Comunque al pomeriggio è esploso Agosto in ritardo. Mica era settembre. C’era il sole caldo, l’afa sull’erba bagnata, e poi una luna piena gigante, gialla, sospesa a pochi metri dal prato, ha illuminato tutto. Per il resto, settembre è davvero un mese che toglierei dal calendario. Preferisco Brumaio.

Leggo molto, a settembre, ma quello lo faccio tutto l’anno. Prego molto, nelle mattine appena fredde, pensando al senso di alcune cose.

La leggerezza della fede è sapersi abbandonare dolcemente a una fiducia cieca. Che si chiama fede. Gli uomini senza fede, non importa il Dio, sono noiosissimi.

Sembrano lumache, che trascinano in giro un pesante guscio di un mondo che è tutto riferito su se stessi.

La noia di chi non ha fede è anche questa.

Comunque settembre, agli uomini come me, non piace.

Adoro agosto. Rispetto novembre, mi godo dicembre e marzo, rinasco a maggio.

Luglio, ad esempio, è il mese perfetto per fare l’amore sui prati, tra persone che a maggio non pensavano si potesse fare e che a giugno ci pensavano poco.

Ottobre prepara novembre, quando nascosti nella penombra della sera, possiamo sospirarci cose indecenti nell’orecchio, godendo del freddo brivido che la vita regala a chi osa.

A settembre mi passa la voglia anche di complicarmi la vita.

Che è strano, in effetti.

Un settembre di molti anni fa ho incontrato una ragazza di Roma, che adorava i tacchi alti, le risate, e il complicarsi la vita.

Io adoro i tacchi alti, se restano solo quelli, le risate, se finiscono un discorso, e le persone che si vogliono complicare la vita, perché ne esce sempre qualcosa di interessante.

Come quel pomeriggio di settembre in cui, complicando non poco le cose, abbiamo riso, con le mie scarpe da tennis e i suoi tacchi alti, fino alla notte, sdraiati su un prato freddo e pieno di fiori gialli.

Ecco, quella è stata un’eccezione.

A settembre, spesso, ho cambiato vita. Mi trovo in queste mattine, mentre medito, a ricordare tutte le rivoluzioni che ho fatto.

I mercenari dell’anima sono così. Un giorno, seduti da soli, ricordano le battaglie. Non che tutte le rivoluzioni vadano per il verso giusto.

A settembre capisci che se non hai dato tutto, non hai dato niente. E inizi a dare.

Life is short fritz, surf it!

Prati, goldoni, merda e conversazioni sospese

Una lieve cadenza inglese, con montato sopra un sorriso decisamente solare, in tinta con quel vestito incredibile, a righe, che a me mi smuove qualcosa nella pancia. Ho un problema con i vestiti a righe, lo ammetto da tempo. Mi danno l’idea che siano pronti per esser tolti, così, in mezzo alla gente, i vestiti a righe.

E io, mi si consenta, nasco per togliere vestiti. Lo dice il curriculum.

Adoro due cose degli imprevisti: l’essere stesso dell’imprevisto e la mia innata capacità di trovarmici bene, nell’imprevisto stesso.

Nasco per gli imprevisti e per le grandi tragedie domestiche. Non sono io a dirlo, è il curriculum.

Questo genere di imprevisti, quelli con le tette per intenderci, mi tornano parecchio famigliari.

Il mio anno è stato una gigantesca esplosione, baby. Cioè sai quando alle 22.36 del 31 dicembre ti siedi sul divano, con un lieve mal di testa dovuto al pessimo Prosecco e una incredibile voglia di chiuderla li, e fai il punto del tuo anno cercando di dagli un titolo? Ecco il mio  titolo è bello pronto da febbraio. Sono indeciso tra Hiroshyma e Boom Bang. Quest’anno, incredibilmente, ho perso capelli, mi sono sorte misteriose occhiaie, ho perso chili, insomma il mio fisico ha somatizzato. Già che ne esca, il mio fisico, da quest’anno, lo riterrò un grande successo. La mia anima è solida. E’ una cosa strana la mia anima. Prende colpi improvvisi e forti, pugni diretti e calci a sorpresa. E non fa una piega, la mia anima. Cazzo, che anima, cazzo.

Io mi sono appartato per leggere. Succede. Non sono comodo, in questa nuova fetta di città, per appartarmi. Non ne conosco gli angoli e nemmeno i risvolti. Mi sembra davvero brutta, noiosa, altezzosa e ignorante. Come tutte le periferie. Ma ci sono dentro fino al collo.

Mi sono scelto un prato, l’inizio di un campo che porta dritto verso dei capannoni. Mi sono scelto un muretto. Quello che ne rimane, di un muretto. Ai miei piedi, goldoni e fazzoletti. Qui è terra di puttane. Alcune davvero bellissime. Inospitali, a giudicare dai sorrisi, come la campagna in cui scopano.

Mi sono messo a leggere. Avevo bisogno di leggere. Di stare solo. Venti minuti.

In un anno Boom Bang devi fermarti spesso a fare il punto. Altrimenti sei spacciato.

Mi sono seduto, ho iniziato a leggere. A respirare.

C’è voluto poco ad accorgersi di essere finito dritto in una rotta per cani.

Uno di quei sentieri dove portano a pascolare i cani.

E’ piena la città di gente che ha un sacco di tempo, e porta in giro i cani.

Io adoro i cani. Meno i padroni.

Ancora meno le rotte per cani, perché a statistica, sono piene di insidiose merde lasciate a seccare tra l’erba alta.

Io odio le scarpe sporche. Giudico una persona dalle scarpe. Figurarsi le mie.

Ho ignorato la prima coppia, con un cane da guerra, che tirava il guinzaglio come fosse assetato di sangue, e il sangue fosse dietro la radura di faggi.

Ho ignorato il pensionato e il suo cane da caccia.

Ho ignorato anche questo gigantesco lupo, tutto nero, ma non ho ignorato lei.

Perché mi ha chiesto scusa. Per il suo cane.

Una conversazione surreale. Dalle conversazioni surreali, per esperienza, vengono fuori le migliori cose della vita.

  • Scusa se mio cane annusato tuoi pantaloni.
  • Non me ne sono nemmeno accorto.
  • Tuo cane dov’è?
  • Io non ho cani. Ho un figlio e una moglie. E un guinzaglio. Ma non un cane
  • Vieni qui per le ragazze sulla strada?
  • Non ora, perlomeno
  • Allora sei in un posto dove o porti il cane o porti la ragazza.
  • Ho portato un libro
  • Divertente
  • Il libro?
  • che tu porta il libro
  • Hai un sorriso strano, non sei italiana.
  • Sono del Galles
  • Anche il cane?
  • No, il cane è di mio compagno.
  • Che non è del Galles
  • No no. Io sono venuta a prendermi un uomo italiano!

Tu sai, e lo sai perché lo sai, e non solo, insomma lo sai per certo, che da queste conversazioni possono uscire tre cose. Un glorioso pompino. Richiede tempo, ascolto e risate. Oppure una situazione sospesa lì, nel mezzo. Le migliori situazioni sospese, lo sai, servono per scrivere interi romanzi. Oppure un finale di conversazione frettoloso e ignorante.

E tu sai, perché lo sai, che non sei uno da finali frettolosi e ignoranti.

E’ un anno Boom Bang, baby. Un anno in cui mi mancherebbe davvero solo questo.

Lasciamola li, sospesa, baby.

A mezz’aria, vicino al vestito a righe, appena sopra i capelli biondi, che si vede lontano un miglio che non sei nata nelle nostre pianure.

Lasciamo sospeso a mezz’aria questo incontro.

Che tu sospetti, lo so, che io sia venuto a puttane.

Ma son sempre le tre e mezza del pomeriggio.

Ho delle regole, baby.

Io resto qui.

A leggere.

Ero venuto per questo.

Per questo ho lasciato cadere la conversazione, come un tanguero che lascia la sua compagna, proprio mentre la milonga esplode di ritmo. Con dolcezza, a cader sul pavimento, insieme al sudore e a tutta quella gente.

E ti guardo il culo, mentre ti allontani. Perché sono venuto per leggere, e sono venuto per fare due conti su questo anno Boom Bang, ma ho sempre buon occhio.

La campagna di questa parte di città resta brutta, lo stesso.

La finisco qui, sospesa, come la conversazione. Dovrei scrivere qualcosa, sui vestiti a righe. E sulle conversazioni sospese

Come raccontare una storia a un bambino

Si pone poi il delicato problema delle storie da raccontare. Io sono davvero bravo a raccontare storie, più o meno inventate. Non lo dico io, lo dicono i numeri.

Sono riuscito nella titanica impresa di conquistare numerose donne con questa amabile arte, ad esempio.

La questione, ne converrete, è decisamente differente quando davanti hai una creatura di quattro anni, senza particolari aspettative se non quella di sognare ad occhi aperti.

Prima di tutto, il tuo sparring partner è molto più duttile di te. Ha imparato, ad esempio, che i limiti fisici come il non poter volare per un elefante, sono facilmente superabili. Basta avere le orecchie grandi. Le macchine parlano e fanno salti lunghissimi. I conigli hanno una vita strutturata e sociale, e guidano macchine. Senza parlare dei maiali. Possiedono immobili, hanno lavori socialmente apprezzati, frequentano scuole.

Ecco, prima di tutto devi tenere a mente questo. In una storia per un bambino possono succedere quasi tutte le cose. Basta che, in qualche modo, siano serenamente giustificate dai fatti.

Ne segue un altro particolare davvero importante. I cattivi, quelli delle storie, sono veramente cattivi. E anche i buoni, sono davvero buoni.

Non scivolano, ne i cattivi ne i buoni, nelle cinquanta sfumature di grigio tipiche dei grandi, dove i buoni poi ti inculano e i cattivi non sono nemmeno tanto poi cattivi.

Cioè un lupo cattivo, che desidera distruggere l’affermata tranquillità di una famiglia di maiali urbanizzati, non può poi avere sentimenti o ricredersi.

Deve farlo. E’ cattivo.

Un buono è davvero buono. Sempre.

L’anima dei personaggi delle storie è bianca o nera. Le sfumature di grigio sono per le storie che appassionano tua moglie.

La durata della storia è indipendente dalla concatenazione di eventi. Può succedere di tutto, può non succedere nulla. Basta che la storia finisca poco prima che la palpebra, troppo pesante, cada implacabilmente, e il respiro si faccia costante e intenso.

Il prezzo da pagare per una storia troppo lunga è il sequel. La sera seguente, bisogna chiudere l’episodio precedente. E, a meno che non abbiate una super memoria, o che la storia sia di una banalità sconvolgente, la cosa non è semplice.

Se la storia è troppo breve, si rischia la sommossa popolare. Che sommata alla stanchezza della giornata, rischia di cadere in un pianto isterico dall’inizio certo e la fine non scritta.

Tenuto conto della forma e della durata, va tenuto conto anche dell’interpretazione.

I personaggi delle storie, soprattutto se ritornano, devono avere personalità. Sono quasi quattro mesi, ormai, che io e il Piccolo seguiamo le vicende del Gatto Goffredo, un felino indipendente e molto egoista, che vive sul molo di Levanto. Ha interagito con molti altri personaggi, ovviamente, spesso risolvendo problemi che sembravano impossibili. La Biscia Beatrice, il Granchio Rancho (ero a corto di nomi), la Lucertola Lella, il Gabbiano Gaetano.

Tutti, dico tutti, i personaggi di questo zoo ligure hanno un loro timbro e una loro cadenza.

Il Gatto Goffredo, che è il main actor, parla con un marcato accento spagnolo, voce bassa e sensuale, e si lecca i baffi alla fine di ogni frase. Probabile retaggio di quello che io ricordo del Gatto di Shrek.

L’interpretazione è, soprattutto nelle storie seriali, quell’elemento che salva durante gli episodi di passaggio, dove magari non succede un gran ché.

Puntate tutto sull’interpretazione.

E’ la differenza tra voi e un cartone animato.

Nelle storie dei bambini non sono ammesse le gerarchie.

Non ci sono scale gerarchiche.

Il Gatto Goffredo non è capo di nessuno.

Sono ammesse le famiglie.

Nelle storie dei bambini le famiglie sono come le volete disegnare voi.

Il Gender non è ancora arrivato, nelle storie dei bambini.

Ovviamente, i bambini delle storie dei bambini, rispondono a due autorità fondamentali: i genitori e la maestra.

E, ovviamente, se avete pensato a una maestra transessuale, glissate durante la narrazione. E fatevi vedere da un analista.

Le storie dei bambini devono sempre finire bene. Non in quel senso.

Ma devono avere una bella fine.

Se il Gatto Goffredo fallisce nella sua missione critica di aiuto al Gabbiano Gaetano, cosa peraltro successa, potete tranquillamente ammetterlo, ma con classe, e trovandone una morale.

Ecco, perché in fondo le storie dei bambini, tolto tutto questo politically correct dei cartoni animati, dovrebbero avere una morale.

Con le storie, per secoli, ci siamo tramandati la saggezza e la morale.

Sarebbe un peccato, in nome del politically Correct, smettere di farlo.

Le storie dei bambini si raccontano in ogni momento del giorno, perché non è solo la sera ad avere il tempo della fantasia.

Vengono più facili alle mamme, ma sono un grandissimo sport anche per i papà.

E’ una di quelle cose, mi verrebbe da dire, che valgono il tempo speso.

Quasi quasi, varrebbe la pena di fare un figlio solo per raccontare storie.

Ecco, no. Non fatelo, un figlio solo per raccontagli storie.

Ci sono sempre i figli degli altri. Sempre meno, ma ci sono ancora.

Ah, non dimenticatevi: potete iniziare senza il “c’era una volta”, è retaggio di un passato narrativo parecchio noioso.

Meglio un gatto con un accento spagnolo che una storia che inizia con c’era una volta.

Raccontate le storie ai bambini, è meglio che farlo con gli adulti.

Speciale

Del bambino che ero mi sono rimaste alcune cose: gli occhi che schiariscono d’estate, al mare, ad esempio. Anche l’adorare i lobi delle orecchie, miei ed altri. L’uso del lobo, in effetti, nel corso degli anni è cambiato decisamente. Ma è una cosa che mi porto dietro da bambino. 

Lo stupore. Io mi stupisco come i bambini. Io mi stupisco come quando ero bambino. Mi si allargano le pupille, resto a bocca aperta, inspiro frettolosamente. Lo tengo per me, lo stupore. Ogni uomo ha i suoi segreti, e le sue piccole manie.

Con il passare degli anni, comprensibilmente, è sempre più difficile inciampare in un respiro mozzato da qualcosa di sorprendente. E, con il passare degli anni, ci sono state e ci saranno anche indecifrabili cose, sospese tra il brutto e il drammatico, a lasciarmi sorpreso.

Adoro ripercorrere, uno per volta, i più grossi respiri mozzati della mia vita.

Si, li ricordo tutti.

Ho una memoria incredibilmente dotata per ricordare, selettivamente, il bene assoluto e il male assoluto.

Mi salva, sapere cosa mi fa davvero male.

Mi protegge, sapere cosa mi ha fatto davvero bene.

Sono sei mesi che non scrivo più un racconto, una storia, qualcosa. Sono sei mesi che sto vivendo troppo veloce. Non per mia scelta, si intende.

Oggi è iniziato l’autunno. Perlomeno per me.

L’autunno inizia quando: devo indossare i calzini, ho freddo la mattina e caldo al pomeriggio, non mi fido del sole, trovo la gente invecchiata e molto nervosa, la città spara tramonti perfetti, senza che poi quasi nessuno se ne accorga.

Io d’autunno vado in letargo, solitamente. Cucinando le ricette segrete per mantenere vivo lo stupore.

In autunno ho combinato le più grandi cazzate della mia vita.

Non che sia una giustificazione, ma l’autunno aiuta.

Con la sua incertezza, declinante e pigra verso il freddo.

Come primo giorno d’autunno, mi sono seduto a fare il punto sull’estate.

Si fa così.

Ho scritto poco, vissuto molto, letto moltissimo, bevuto altrettanto.

Ho insegnato a mio figlio a fare cose molto pericolose prendendole come cose molto divertenti. Ho imparato a gestire la paura, quella mia, quella dei grandi. Usando gli occhi di un bambino. Ho imparato a fidarmi. Di me stesso e del tempo che mi resta. Ho imparato ad usare il tempo in modo diverso. Le mie giornate iniziano molto prima, finiscono molto dopo, e faccio cose molto diverse.

Poi, per coccolarmi, mi sono seduto a ricordare lo stupore.

Di quando ero bambino, di quando sono stato ragazzo, di quando era ieri, e sembra cento anni fa.

Lo stupore, il respiro mozzato, è uno dei motivi per cui vado ad infilarmi, con incredibile precisione, in impressionanti casini.

Lo capirete bene. Avete tutti le vostre droghe, e i vostri nascondigli.

Cioè, per fare un esempio, spogliandola, muovendo le mani lentamente per non lasciare traccia delle mie dita su quella pelle perfetta, sapevo benissimo di essere appena entrato in una di quelle situazioni che la maggior parte delle persone definirebbero stupide e pericolose.

Ma lo ho fatto.

Cioè, gli esempi servono, ho comprato i biglietti, ho scritto due righe di preparazione, ho preparato un piccolo zaino, e ho fatto novemila kilometri per licenziarmi. Pur sapendo, benissimo, a cosa avrei rinunciato.

E a quanti non lo avrebbero fatto.

Dio, rifarei tutti gli errori che ho fatto.

Stupendomi ancora.

Scrivo poco, abbiate pazienza.

Vivo molto.

Per aiutarmi potete: regalarmi libri, offrirmi del vino da bere nudi seduti su un divano, fare entrambe le cose, chiamarmi per leggermi delle poesie, farmi scoprire della musica nuova, accompagnarmi la sera, quando la paura viene su forte, chiacchierando.

In mutande aspettando il destino

Così hanno trovato Charles, in mutande, torso nudo, una grossa macchia di sudore alle sue spalle sul divano verde di velluto. Come un’aura, di vino, birra, sudore e serate partite male e finite peggio.

Il medico legale aveva dato una possibile ora per il decesso, ma a chi interessa l’ora di morte di un ultimo come Charles?

Nome francese, madre belga, padre minatore, italiano, stanco e stempiato, casa in affitto, in nero, da due nigeriani che gestivano, non si sa come, i quattro appartamenti del primo piano.

Tre dei quali destinati alle puttane che battevano sul viale. Uno per Charles.

Charly, per l’unico bambino del palazzo, figlio di immigrati ruandesi, quattro anni, accento marcatamente bresciano, che poi era anche l’unico che lo salutava, quando si incontravano in cortile.

Era stata Nicorette, una puttana giovane, nigeriana, con il cerotto per smettere di fumare sulla spalla sinistra, sempre lo stesso cerotto, ad accorgersi della televisione troppo alta, rientrando alle otto di mattina.

Aveva chiamato i padroni di casa. Non è facile chiamare la polizia, quando la polizia non vedrebbe l’ora che tu la chiamassi e ti facessi vivo. Così avevano pagato una vecchietta della scala di fronte, dieci euro e la promessa di non rubare più la carrozzella dal pianerottolo, per chiamare gli sbirri inventandosi qualcosa.

Gli sbirri avevano chiamato i pompieri, che avevano chiamato l’ambulanza, che aveva chiamato il medico legale.

Così era morto Charles, seduto sul divano, in mutande, sudato fradicio.

In televisione andava una delle trasmissioni del mattino, con una intervista sui pericoli del gioco d’azzardo.

In cucina c’erano gli avanzi di una cena, una bottiglia di vino aperta, quasi finita, e un quaderno.

Solo una pagina, la prima, con una frase, scritta con una calligrafia precisa e tonda.

“in mutande aspettando il destino”.

Aveva riso, il poliziotto che l’aveva trovata.

Non faceva tanto ridere.

Ridono spesso di niente, i poliziotti.

Sarebbe stato organizzato un funerale pagato dal Comune, forse non sarebbe andato nessuno.

Finisci così, quando vivi così.

L’appartamento, svuotato del cadavere, sarebbe stato ceduto a una delle puttane in lista per un appartamento vicino. C’erano le rumene, adesso, da gestire.

Sarebbe finito in mano a una ragazza ancora prima del tramonto.

Che avrebbe buttato i pochi vestiti dall’armadio, le cose sporche dalla cucina, e gli accappatoi consumati dal tempo e dall’umido in bagno.

Sarebbe diventato un appartamento come tutti gli altri del piano.

Clienti veloci e furtivi, ragazze che camminavano su tacchi troppo alti, serrature che si aprono piano, porte che si richiudono, per una decina di minuti.

Il via vai della zona.

Ogni zona ha i suoi via vai.

Nessuno avrebbe mai trovato, sotto la settima piastrella della cucina, partendo dalla finestra, la piccola cassetta, consumata dalla ruggine e dal tempo, dentro alla quale c’erano due buste.

Anche perché Charles aveva sigillato la piastrella, con del silicone per bagno.

Una cassetta, due buste, una con una lettera.

Il destino, a volte, è stronzo e parecchio insensibile.

Almeno lasciar finire a Charles la sua lettera.

La sua confessione al mondo.

La sua richiesta di perdono.

E la spiegazione di tutto quel ben di dio, tenuto nella cassetta.

Try

Si chiamava Giulia, aveva un fare svelto e spedito da scout navigata, capelli castani con ciocche bionde, da marinaia, un corpo piccolo e sodo e una parlata divertente.

Sorrideva.

Questo la rendeva unica, il sorridere di tutto e di tutti.

Io leggevo Tolkien, camminavo come un Pinguino Imperatore, vestivo sbiadito ed ero molto impegnato ad innamorarmi di una ragazza che assomigliava terribilmente ad Aretha Franklin.

Ci incontravamo insieme a tutti gli altri ragazzi, ai lati della piscina, sotto i piccoli pini. Per passare il pomeriggio, si diceva.

Giulia si alzava solo per fare un bagno o per andare a farsi una canna dietro alle cabine elettriche.

Sui costoni di roccia intorno alla piscina, alla sera, passavano le capre, che scendevano in spiaggia a brucare i fili secchi d’erba.

La mia storia con Aretha Franklin procedeva rallentata dalle sue epidermiche indecisioni e dalla mia pigrizia. Ero più felice di leggere Tolkien che di baciare qualcuno svogliato sulla spiaggia, così passavo le sere appoggiato alle rocce, con la luce di un lampione del campo da tennis e il rumore del mare, a cercare di finire il Signore Degli Anelli.

E che si fotta Aretha Franklin, avevo pensato.

Giulia girava insieme a un ragazzone di Pistoia, scolpito da muscoli che io non sapevo nemmeno potessero esistere, e con dei gusti musicali orribili. Dalla sua Panda 750 usciva sempre un cocktail di improponibile hard rock misto a odore di fumo stantio, insieme a un delicato profumo di pizza.

Una sera, camminando verso il mare, stanco di Tolkien, avevo trovato Giulia sdraiata a guardare il cielo.

E avevo scoperto quanto fosse difficile iniziare una conversazione per poi portarla dove volevi che finisse. Arte sopraffina che mi è costata anni, della quale, imberbe, ero davvero impreparato allora.

  • Guardi il cielo?
  • Si

Fine della conversazione. In effetti, pensavo, avrei dovuto lavorare parecchio su questa cosa degli incipit.

  • Posso sdraiarmi di fianco a te?

Perché se sugli incipit ho dovuto lavorare parecchio, sulla faccia tosta no. Nasco così, con un canale diretto tra cuore, cervello, stomaco e bocca. Che mi fa dire cose che ho appena pensato, ancora prima che cuore e stomaco possano anche solo controllare il flusso.

  • ovvio

Ovvio è una bella risposta. Apre a delle speranze. Anche per un lettore precoce di Tolkien.

La situazione finì molto semplicemente in una lunghissima chiacchierata su argomenti noiosissimi.

Aveva un bel modo di rispondermi, Giulia.

Presi la sua mano, per prendere coraggio.

Lo faccio spesso.

Di baciare gente o di prendere mani, per prendere coraggio.

Accorcio le distanze, irrimediabilmente, tra dire e fare.

Portai la sua mano alla mia bocca.

Baciai l’indice. Sapeva di sabbia, sale, muschio.

Mi sarebbe anche bastato.

Per questo andai avanti.

Mettendo l’altra mano sulla coscia, a cercare la fine del costume, l’inizio della carne.

Senza ricevere nessuno stop.

Così, banalmente, iniziammo io e Giulia a stare insieme.

Con il benestare di un bestione toscano e di una sosia di Aretha Franklin.

Ci davamo appuntamento davanti al canneto, tardi la mattina. Lei dormiva molto, io leggevo tanto.

Ci incontravamo sotto il sole, camminavamo fin dentro alle canne. Ci sedevamo, ci spogliavamo, e facevamo un amore un po’ impacciato ma molto vero.

Poi andavamo a fare colazione.

E poi prendevamo posto sulle rocce, vicino al mare. Tutto il giorno.

Mangiando frutta, che portava lei, e leggendo libri, che portavo io.

Ogni tanto facevamo un bagno.

Io prevalentemente per toglierle il costume, e ricominciare.

La sera sparivamo nelle rispettive case per la cena.

Aveva un padre con baffi enormi e un teatrale senso di gelosia.

Per questo di notte camminavamo fino alle colline.

Stavamo nudi sdraiati nell’erba, in un silenzio irreale, a guardare le stelle, a toccarci la pelle.

Ogni tanto si accendeva una canna.

Io una sigaretta.

Adoravo la mia lucidità ormonale contro la sua nebbia di desiderio.

Tornando, quasi all’alba, ci davamo la buona notte stringendoci la mano, scherzando su come io ci avessi provato.

Fu un agosto stupendo e inconsapevole.

A settembre venne a Milano a trovarmi, dicendomi che sarebbe tornata con il suo fidanzato.

Che poi era il suo fidanzato da tre anni.

Io allora ho iniziato a capire.

Che poi era il suo fidanzato da tre anni.

Io allora ho iniziato a capire.

Qualcosa.

Sulle donne.

E, ben più importante,

qualcosa

su di me.

 

Sulle donne.

E, ben più importante,

qualcosa

su di me.

Calciobalilla

Con una camicia degna di una cerimonia borghese, rossa con quadretti bianchi e iniziali sbiadite, e una barba corta, ispida e irragionevole, ho varcato la soglia del Collegio Del Bambino Gesù, sulle colline sopra il mare, nei quartieri alti, quelli bene, dove una certa borghesia si era rifugiata ai tempi della costruzione del nuovo porto. Lavori indispensabili per diventare una grande città, avevano pensato. 

Lavori devastanti per un brutto paesone, avevo constatato, mente l’autobus ci portava verso il Collegio.

Ufficialmente approdato in terra basca per imparare lo spagnolo, ero semplicemente migrato per stare del tempo con lei.

La lei che amavo fino alla follia, alla quale avevo promesso eterno amore, non giurato ma solo promesso, la lei che poi alla fine dell’anno scolastico a venire mi avrebbe lasciato per una banale imitazione di Lenny Kravitz, condita con salsa milanese e pessimo senso ritmico.

Nonostante tutte le mie buone intenzioni la situazione si era rivelata critica fin dal primo istante: le camere maschili erano al terzo piano, quelle femminili al quarto, il tutto isolato da porte chiuse e insegnanti dalla spiccata tonalità nazista.

Appurato che non si potesse raggiungere il quarto piano passando dalle larghe balconate, mi ero arreso a una strategia puntata sul lungo termine.

Non mi restava che  socializzare con i miei compagni di camera, tutti romani, tutti amici, tutti molto socievoli e pittoreschi.

Dei restanti quindici giorni non ricordo molto se non il piccolo bar fuori dal collegio, con il calicobalilla basco, incavo e con le manopole grosse, la birra cruda, le noiose lezioni di spagnolo, con una professoressa molto secca e isterica, e i fugaci baci sulle scale, che mi lasciavano sempre a metà tra una colossale erezione e una bruciante delusione.

I giorni passavano veloci, con una estate fresca e, tutto sommato, inutile, in sottofondo.

Fino a un pomeriggio di sabato, con il collegio impegnato nel giorno di riposo e tutti i ragazzi a zonzo.

Lei era stata la prima sorpresa. 

Dal davanzale mi aveva chiamato, sottovoce, dicendomi che le scale sul retro erano libere. Arrivato nella sua camera, avevo trovato un corpo nudo, terribilmente bello, duro, fresco e nodoso ad aspettarmi. 

Ricordo il fresco, ricordo la pelle intirizzita, ricordo il fiatone, i sospiri e il suo mugolio, ricordo tutto ancora come fosse ieri.

Eravamo noi, un unico insieme di desiderio, pelle, e forza.

Tornato in camera, scalzo, sorpreso, felice, mi ero sdraiato sul letto sapendo di non voler altro nella vita.

A diciassette anni succede anche questo. Un paio di tette, incredibilmente sode, ti lasciano seduto con la certezza di non aver bisogno d’altro nella vita.

Hai avuto quello per cui avresti voluto vivere.

Basta.

Respiri profondo, calmo, quasi rallentato, sapendo che, qualsiasi cosa offra il domani, tu hai avuto tutto dalla vita.

Ero così, fisso sul soffitto, affossato nel cuscino, indeciso se farmi una doccia, che avrebbe potuto levare il sapore della sua pelle.

Quando alla fine entró Carlo.

Uno dei romani, il più simpatico.

Aveva occhiali piccoli, neri, camicie coreane, collane etniche, e sigarette truccate.

– sai che sembri soddisfatto

– dio mio, lo sono

– impossibile

– perché?

– hai mai letto Kundera?

– mai

– ecco.

La seconda cosa. 

Ci sono giorni nella vita in cui succedono cose, più d’una.

Due.

Ti ci devi abituare.

A giorni così.

Ma mica poi tanto. 

Perché  sono rari come le belle amicizie.

Tutte sembrano buone.

Ma le migliori sono rare.

Ho trovato Kundera e due tette come meloni, dure e fredde, nello stesso sabato, sulle colline sopra Bilbao.

E non avevo capito quanto, sia quelle tette sia Kundera, mi avrebbero plasmato.

Tornato in città sono andato alla libreria de corso e ho comprato un Adelphi rosso, Kundera.

Gli Adelphi sono libri che sembrano già letti.

Kundera sembra che ti si legga addosso.

Ho accompagnato la malattia di mia madre, interminabili pomeriggi di settembre, divorando tutto quel ritmo dolce, di storie amare. 

E nelle sere dei tramonti di settembre, andavo verso quelle tette, che chiamavano me e anche il Lenny Kravitz locale, come un faro nel mare.

Due delle cose più importanti della mia vita.

Le tette e Kundera.

Due cose, peraltro, imprescindibili.

Due cose, generalizzando, di cui non posso fare a meno: la bellezza delle donne e dei libri.

Scoperte, per caso, a Bilbao.

Poi uno dice che lo spagnolo non serve 

Ombrelloni 

io mi ricordo di quando, senza paura, alti e forti come i pini al bordo della pineta, andavamo incontro al fuoco del cielo, per fare il bagno nell’acqua calda e calma, sedendoci poi sulla sabbia per aspettare la luna.

Io mi ricordo della sua pelle, tesa, salata e umida. Brividi di freddo e di nostalgia, ancora prima che la vera nostalgia di settembre arrivasse, spiaggia deserta, il silenzio del mare che si rilassa, la spiaggia deserta, il tuo costume appoggiato sul bagnasciuga. Era nostro il tramonto, era nostra l’estate, era nostro il mare. 

Io mi ricordo la fatica degli stivali che si affossano nella sabbia, il caldo dei pantaloni e ancora del motore della moto, spogliarsi di fretta e buttarsi in acqua, facendo una piramide di vestiti ordinati e nascondendo le chiavi della moto sotto la sabbia.

Io mi ricordo la birra, l’ultima di ogni week end, bevuta a sorsi piccoli come si potesse fermare il tempo, fottuto lunedì, maledetta domenica, con il bagnino che fa ordine piegando le sdraio e sbirciando il culo di qualche mamma. E noi, a piccoli sorsi, parlando del prossimo fine settimana.

Io ho più ricordi di mare che di terra. Strano per un figlio del tram e del pavee, strano davvero. 

Io ho i ricordi migliori del mare, ricordi di roccia, che bruciano come i tagli sotto ai piedi, che scottano se non scavi come sabbia al pomeriggio.

In tutti questi ricordi non c’è un ombrellone. Mai.

Ancora oggi fatico a prendere le dimensioni della cosa, a rapportarmi al problema. 

Pare che con un Piccolo, pare che quando la famiglia si allarga, l’ombrellone sia necessario. 

Dicono

Io non riesco a farci molto. 

Mi siedo sulla sdraio di legno e tela, mettendo in ordine le ciabatte e la maglietta, e sento che mi finisce la vita intorno. 

Tipo una crisi di panico.

Mi viene tutto stretto, sotto l’ombrellone.

Io sto bene sul molo. Sugli scogli, sul bagnasciuga.

E anche il Piccolo, alla fine sangue del mio sangue, sul vecchio molo si diverte.

Ora, la vedo dura, ma magari ci sarà un ricordo bello anche sotto gli ombrelloni. 

Magari qualche storia interessante è stata seduta sulle sdraio e sui lettini ordinati in file che sembrano gigantesche sale d’attesa.

Magari 

La sottana del mare 

Il mare di qui ha visto il tempo degli uomini passare lento, ma passare, per Dio.

Per questo il mare di qui ogni tanto ruggisce, rabbioso, nelle grotte sotto le insenature, portando via storie di uomini e donne, goldoni, mozziconi e fogli di carta. 

Quando il mare di qui si arrabbia, restano tutti in casa in mutande, a guardar la televisione o leggendo pigri romanzi trovati per caso sulle bancarelle.

Tranne i pescatori, e tranne me.

Che non sono un grande pescatore.

Però il mare lo capisco.

E scendo fino al piccolo molo, per buttarmi verso gli scogli. 

Resto solo come un deficiente davanti agli scogli, a sentire la pancia del mare tirarmi verso le rocce e poi portarmi al largo, sotto la sottana. 

Io non ho mai avuto paura di nessuna tempesta. Lo capisco il mare di qui. 

Ha visto troppe cose per non essere uno rabbioso. Chiunque, nella sua condizione, farebbe lo stesso, anche per molto meno.

A veder certe cose, anche il più buono degli uomini si incazzerebbe parecchio.

Pensa al mare, che nella maggior parte dei casi non può nemmeno intervenire.

Non è intervenuto in tutti quegli anni in cui uomini avidi e pavidi hanno abusato delle coste. 

Non è intervenuto nemmeno quando ha visto buttarsi via una intera generazione.

Povero il mio mare di qui.

Con una burrasca annunciata dal vento caldo di mare e dalle minacciose nuvole piatte e nere al largo, ho aspettato che arrivasse sera. Che la spiaggia si svuotasse di tutto questo frastuono.

Che anche l’ultimo bagnino andasse a cena.

Mi sono arrampicato dietro al molo, sugli scogli, ascoltando il ruggito rabbioso crescere insieme al vento. 

Acqua nera su cielo nero. 

E mi sono buttato.

Mi fido di questo mare.

Fino a oggi mi ha sempre buttato sulla spiaggia.

Ho aspettato che mi digerisse verso il largo, dentro una corrente fredda.

Non ha pietà dell’uomo questo mare.

Guardavo, boccheggiando, l’ultima barca entrare in rada.

In mezzo alla sottana del mare in quel punto preciso dove tornare è un attimo ma anche rimanerci è questione di secondi, ho iniziato a bracciare forte verso riva.

Senti le braccia che tirano, il fiato che manca, la testa che pulsa, sana paura.

E pensi: grazie Dio.

Non sono dio.

Ha risposto.

Sei il mio mare

Di tuo non hai un cazzo se non quell’esagerato naso acquilino.

Sei scontroso

Mi sono rotto il cazzo. 

Di cosa?

Di tutto

Degli uomini

A vederti boccheggiare mi rende felice

Sto per morire forse

Morirai per altro non per mare 

Perché 

Perché sarebbe troppo poetico.

Boccheggio davvero

Mi si ingrossa la cappella a sentirtelo dire 

Non è una frase che il mare dovrebbe dire 

Fottiti ridicolo umano.

Increspando sono uscito. E sono rimasto sulla sabbia fradicia a sentire tutto quel rumore e  quella rabbia.

Certo a saper che era così, non avrei fatto domande 

cose che fanno estate – punti di vista

Girare in mutande, umidicci, per cercare il telecomando del condizionatore.

Con il quale cercare, per ore, la giusta soluzione, il compromesso, tra de umidificatore, congelatore, ventilatore, e misteriose funzioni giapponesi.

Attraversare la città semi deserta, pensando a quanto è bella la città semi deserta. Senza voler vedere, occhi dell’amore, lo squallore della città semi deserta.

Bere un caffè in centro, semi deserto, ovviamente, constatando quanto sia bello il centro. Senza poi ben sapere cosa sia che lo renda così bello. Il centro.

Partire.

Precisamente per un posto dove:

  • È lecito camminare a piedi nudi
  • È preferibile avere sabbia sotto i piedi
  • Ci siano scogli, sabbia, sassi, in giusta proporzione (l’equazione è la sommatoria tra sassi e scogli, diviso sabbia per dolore alle piante dei piedi).
  • È auspicabile che il sole tramonti nel mare e non alle spalle del mare. Il tramonto nel mare è uno spettacolo necessario, parrebbe, per avere una duratura felicità
  • Ci sia un letto scomodo, tutti i letti sono scomodi, fuori dal tuo, ma con una piccola abat jour, molto fuori moda, ma da tenere accesa nelle notti calde per leggere. Sconfinando nel mattino, presi da trame e sogni.
  • Il Piccolo possa assaggiare tutto, senza ricevere gli sguardi pieni di giudizi delle mamme cittadine. Il Piccolo ha smesso quest’anno di mangiare la sabbia, alla quale preferisce, parrebbe, delle sane bevute di acqua di mare. Ma resta un grande esploratore di immondizia, con una specializzazione in mozziconi e cartacce.
  • Si possa cercare riparo sotto pini marittimi. Non conosco il legame scientifico tra il pino marittimo e il suo delicato ecosistema, ma è una delle cose che adoro di più. L’odore del pino, il tronco colloso, l’ombra fresca, il senegalese sotto l’ombra fresca, le cicale, il vento caldo. Tutto insieme.
  • Si possa pescare. Intesa la pesca come una laboriosa preparazione di un processo che non porta assolutamente nessun risultato se non l’essere stati due ore sospesi a penzoloni su un molo.

Un posto che, alla fine, deve lasciare per forza un po’ di nostalgia. Sano dolore del ritorno.

Che quasi quasi, lo so che ci pensi, vale più la malinconia del ritorno, che ti culla nella prima settimana di settembre, che tutto il resto.

Un posto che, per forza di cose, ti faccia avere una gran voglia di tornarci. Per le tue ragioni.

Estate.