Calciobalilla

18 Ago

Con una camicia degna di una cerimonia borghese, rossa con quadretti bianchi e iniziali sbiadite, e una barba corta, ispida e irragionevole, ho varcato la soglia del Collegio Del Bambino Gesù, sulle colline sopra il mare, nei quartieri alti, quelli bene, dove una certa borghesia si era rifugiata ai tempi della costruzione del nuovo porto. Lavori indispensabili per diventare una grande città, avevano pensato. 

Lavori devastanti per un brutto paesone, avevo constatato, mente l’autobus ci portava verso il Collegio.

Ufficialmente approdato in terra basca per imparare lo spagnolo, ero semplicemente migrato per stare del tempo con lei.

La lei che amavo fino alla follia, alla quale avevo promesso eterno amore, non giurato ma solo promesso, la lei che poi alla fine dell’anno scolastico a venire mi avrebbe lasciato per una banale imitazione di Lenny Kravitz, condita con salsa milanese e pessimo senso ritmico.

Nonostante tutte le mie buone intenzioni la situazione si era rivelata critica fin dal primo istante: le camere maschili erano al terzo piano, quelle femminili al quarto, il tutto isolato da porte chiuse e insegnanti dalla spiccata tonalità nazista.

Appurato che non si potesse raggiungere il quarto piano passando dalle larghe balconate, mi ero arreso a una strategia puntata sul lungo termine.

Non mi restava che  socializzare con i miei compagni di camera, tutti romani, tutti amici, tutti molto socievoli e pittoreschi.

Dei restanti quindici giorni non ricordo molto se non il piccolo bar fuori dal collegio, con il calicobalilla basco, incavo e con le manopole grosse, la birra cruda, le noiose lezioni di spagnolo, con una professoressa molto secca e isterica, e i fugaci baci sulle scale, che mi lasciavano sempre a metà tra una colossale erezione e una bruciante delusione.

I giorni passavano veloci, con una estate fresca e, tutto sommato, inutile, in sottofondo.

Fino a un pomeriggio di sabato, con il collegio impegnato nel giorno di riposo e tutti i ragazzi a zonzo.

Lei era stata la prima sorpresa. 

Dal davanzale mi aveva chiamato, sottovoce, dicendomi che le scale sul retro erano libere. Arrivato nella sua camera, avevo trovato un corpo nudo, terribilmente bello, duro, fresco e nodoso ad aspettarmi. 

Ricordo il fresco, ricordo la pelle intirizzita, ricordo il fiatone, i sospiri e il suo mugolio, ricordo tutto ancora come fosse ieri.

Eravamo noi, un unico insieme di desiderio, pelle, e forza.

Tornato in camera, scalzo, sorpreso, felice, mi ero sdraiato sul letto sapendo di non voler altro nella vita.

A diciassette anni succede anche questo. Un paio di tette, incredibilmente sode, ti lasciano seduto con la certezza di non aver bisogno d’altro nella vita.

Hai avuto quello per cui avresti voluto vivere.

Basta.

Respiri profondo, calmo, quasi rallentato, sapendo che, qualsiasi cosa offra il domani, tu hai avuto tutto dalla vita.

Ero così, fisso sul soffitto, affossato nel cuscino, indeciso se farmi una doccia, che avrebbe potuto levare il sapore della sua pelle.

Quando alla fine entró Carlo.

Uno dei romani, il più simpatico.

Aveva occhiali piccoli, neri, camicie coreane, collane etniche, e sigarette truccate.

– sai che sembri soddisfatto

– dio mio, lo sono

– impossibile

– perché?

– hai mai letto Kundera?

– mai

– ecco.

La seconda cosa. 

Ci sono giorni nella vita in cui succedono cose, più d’una.

Due.

Ti ci devi abituare.

A giorni così.

Ma mica poi tanto. 

Perché  sono rari come le belle amicizie.

Tutte sembrano buone.

Ma le migliori sono rare.

Ho trovato Kundera e due tette come meloni, dure e fredde, nello stesso sabato, sulle colline sopra Bilbao.

E non avevo capito quanto, sia quelle tette sia Kundera, mi avrebbero plasmato.

Tornato in città sono andato alla libreria de corso e ho comprato un Adelphi rosso, Kundera.

Gli Adelphi sono libri che sembrano già letti.

Kundera sembra che ti si legga addosso.

Ho accompagnato la malattia di mia madre, interminabili pomeriggi di settembre, divorando tutto quel ritmo dolce, di storie amare. 

E nelle sere dei tramonti di settembre, andavo verso quelle tette, che chiamavano me e anche il Lenny Kravitz locale, come un faro nel mare.

Due delle cose più importanti della mia vita.

Le tette e Kundera.

Due cose, peraltro, imprescindibili.

Due cose, generalizzando, di cui non posso fare a meno: la bellezza delle donne e dei libri.

Scoperte, per caso, a Bilbao.

Poi uno dice che lo spagnolo non serve 

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