In mutande aspettando il destino

7 Set

Così hanno trovato Charles, in mutande, torso nudo, una grossa macchia di sudore alle sue spalle sul divano verde di velluto. Come un’aura, di vino, birra, sudore e serate partite male e finite peggio.

Il medico legale aveva dato una possibile ora per il decesso, ma a chi interessa l’ora di morte di un ultimo come Charles?

Nome francese, madre belga, padre minatore, italiano, stanco e stempiato, casa in affitto, in nero, da due nigeriani che gestivano, non si sa come, i quattro appartamenti del primo piano.

Tre dei quali destinati alle puttane che battevano sul viale. Uno per Charles.

Charly, per l’unico bambino del palazzo, figlio di immigrati ruandesi, quattro anni, accento marcatamente bresciano, che poi era anche l’unico che lo salutava, quando si incontravano in cortile.

Era stata Nicorette, una puttana giovane, nigeriana, con il cerotto per smettere di fumare sulla spalla sinistra, sempre lo stesso cerotto, ad accorgersi della televisione troppo alta, rientrando alle otto di mattina.

Aveva chiamato i padroni di casa. Non è facile chiamare la polizia, quando la polizia non vedrebbe l’ora che tu la chiamassi e ti facessi vivo. Così avevano pagato una vecchietta della scala di fronte, dieci euro e la promessa di non rubare più la carrozzella dal pianerottolo, per chiamare gli sbirri inventandosi qualcosa.

Gli sbirri avevano chiamato i pompieri, che avevano chiamato l’ambulanza, che aveva chiamato il medico legale.

Così era morto Charles, seduto sul divano, in mutande, sudato fradicio.

In televisione andava una delle trasmissioni del mattino, con una intervista sui pericoli del gioco d’azzardo.

In cucina c’erano gli avanzi di una cena, una bottiglia di vino aperta, quasi finita, e un quaderno.

Solo una pagina, la prima, con una frase, scritta con una calligrafia precisa e tonda.

“in mutande aspettando il destino”.

Aveva riso, il poliziotto che l’aveva trovata.

Non faceva tanto ridere.

Ridono spesso di niente, i poliziotti.

Sarebbe stato organizzato un funerale pagato dal Comune, forse non sarebbe andato nessuno.

Finisci così, quando vivi così.

L’appartamento, svuotato del cadavere, sarebbe stato ceduto a una delle puttane in lista per un appartamento vicino. C’erano le rumene, adesso, da gestire.

Sarebbe finito in mano a una ragazza ancora prima del tramonto.

Che avrebbe buttato i pochi vestiti dall’armadio, le cose sporche dalla cucina, e gli accappatoi consumati dal tempo e dall’umido in bagno.

Sarebbe diventato un appartamento come tutti gli altri del piano.

Clienti veloci e furtivi, ragazze che camminavano su tacchi troppo alti, serrature che si aprono piano, porte che si richiudono, per una decina di minuti.

Il via vai della zona.

Ogni zona ha i suoi via vai.

Nessuno avrebbe mai trovato, sotto la settima piastrella della cucina, partendo dalla finestra, la piccola cassetta, consumata dalla ruggine e dal tempo, dentro alla quale c’erano due buste.

Anche perché Charles aveva sigillato la piastrella, con del silicone per bagno.

Una cassetta, due buste, una con una lettera.

Il destino, a volte, è stronzo e parecchio insensibile.

Almeno lasciar finire a Charles la sua lettera.

La sua confessione al mondo.

La sua richiesta di perdono.

E la spiegazione di tutto quel ben di dio, tenuto nella cassetta.

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