Come raccontare una storia a un bambino

15 Set

Si pone poi il delicato problema delle storie da raccontare. Io sono davvero bravo a raccontare storie, più o meno inventate. Non lo dico io, lo dicono i numeri.

Sono riuscito nella titanica impresa di conquistare numerose donne con questa amabile arte, ad esempio.

La questione, ne converrete, è decisamente differente quando davanti hai una creatura di quattro anni, senza particolari aspettative se non quella di sognare ad occhi aperti.

Prima di tutto, il tuo sparring partner è molto più duttile di te. Ha imparato, ad esempio, che i limiti fisici come il non poter volare per un elefante, sono facilmente superabili. Basta avere le orecchie grandi. Le macchine parlano e fanno salti lunghissimi. I conigli hanno una vita strutturata e sociale, e guidano macchine. Senza parlare dei maiali. Possiedono immobili, hanno lavori socialmente apprezzati, frequentano scuole.

Ecco, prima di tutto devi tenere a mente questo. In una storia per un bambino possono succedere quasi tutte le cose. Basta che, in qualche modo, siano serenamente giustificate dai fatti.

Ne segue un altro particolare davvero importante. I cattivi, quelli delle storie, sono veramente cattivi. E anche i buoni, sono davvero buoni.

Non scivolano, ne i cattivi ne i buoni, nelle cinquanta sfumature di grigio tipiche dei grandi, dove i buoni poi ti inculano e i cattivi non sono nemmeno tanto poi cattivi.

Cioè un lupo cattivo, che desidera distruggere l’affermata tranquillità di una famiglia di maiali urbanizzati, non può poi avere sentimenti o ricredersi.

Deve farlo. E’ cattivo.

Un buono è davvero buono. Sempre.

L’anima dei personaggi delle storie è bianca o nera. Le sfumature di grigio sono per le storie che appassionano tua moglie.

La durata della storia è indipendente dalla concatenazione di eventi. Può succedere di tutto, può non succedere nulla. Basta che la storia finisca poco prima che la palpebra, troppo pesante, cada implacabilmente, e il respiro si faccia costante e intenso.

Il prezzo da pagare per una storia troppo lunga è il sequel. La sera seguente, bisogna chiudere l’episodio precedente. E, a meno che non abbiate una super memoria, o che la storia sia di una banalità sconvolgente, la cosa non è semplice.

Se la storia è troppo breve, si rischia la sommossa popolare. Che sommata alla stanchezza della giornata, rischia di cadere in un pianto isterico dall’inizio certo e la fine non scritta.

Tenuto conto della forma e della durata, va tenuto conto anche dell’interpretazione.

I personaggi delle storie, soprattutto se ritornano, devono avere personalità. Sono quasi quattro mesi, ormai, che io e il Piccolo seguiamo le vicende del Gatto Goffredo, un felino indipendente e molto egoista, che vive sul molo di Levanto. Ha interagito con molti altri personaggi, ovviamente, spesso risolvendo problemi che sembravano impossibili. La Biscia Beatrice, il Granchio Rancho (ero a corto di nomi), la Lucertola Lella, il Gabbiano Gaetano.

Tutti, dico tutti, i personaggi di questo zoo ligure hanno un loro timbro e una loro cadenza.

Il Gatto Goffredo, che è il main actor, parla con un marcato accento spagnolo, voce bassa e sensuale, e si lecca i baffi alla fine di ogni frase. Probabile retaggio di quello che io ricordo del Gatto di Shrek.

L’interpretazione è, soprattutto nelle storie seriali, quell’elemento che salva durante gli episodi di passaggio, dove magari non succede un gran ché.

Puntate tutto sull’interpretazione.

E’ la differenza tra voi e un cartone animato.

Nelle storie dei bambini non sono ammesse le gerarchie.

Non ci sono scale gerarchiche.

Il Gatto Goffredo non è capo di nessuno.

Sono ammesse le famiglie.

Nelle storie dei bambini le famiglie sono come le volete disegnare voi.

Il Gender non è ancora arrivato, nelle storie dei bambini.

Ovviamente, i bambini delle storie dei bambini, rispondono a due autorità fondamentali: i genitori e la maestra.

E, ovviamente, se avete pensato a una maestra transessuale, glissate durante la narrazione. E fatevi vedere da un analista.

Le storie dei bambini devono sempre finire bene. Non in quel senso.

Ma devono avere una bella fine.

Se il Gatto Goffredo fallisce nella sua missione critica di aiuto al Gabbiano Gaetano, cosa peraltro successa, potete tranquillamente ammetterlo, ma con classe, e trovandone una morale.

Ecco, perché in fondo le storie dei bambini, tolto tutto questo politically correct dei cartoni animati, dovrebbero avere una morale.

Con le storie, per secoli, ci siamo tramandati la saggezza e la morale.

Sarebbe un peccato, in nome del politically Correct, smettere di farlo.

Le storie dei bambini si raccontano in ogni momento del giorno, perché non è solo la sera ad avere il tempo della fantasia.

Vengono più facili alle mamme, ma sono un grandissimo sport anche per i papà.

E’ una di quelle cose, mi verrebbe da dire, che valgono il tempo speso.

Quasi quasi, varrebbe la pena di fare un figlio solo per raccontare storie.

Ecco, no. Non fatelo, un figlio solo per raccontagli storie.

Ci sono sempre i figli degli altri. Sempre meno, ma ci sono ancora.

Ah, non dimenticatevi: potete iniziare senza il “c’era una volta”, è retaggio di un passato narrativo parecchio noioso.

Meglio un gatto con un accento spagnolo che una storia che inizia con c’era una volta.

Raccontate le storie ai bambini, è meglio che farlo con gli adulti.

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