Io, Ferlinghetti, Fante ed Olga

Mi chiedo cose, mi faccio domande.
No, mi pongo interrogativi è troppo prosaico.
Sono domande stupide che si alternano con cose più esistenziali.
Forse è colpa della primavera, penso mentre osservo la moto parcheggiata sotto una grande magnolia.
E’ ben più probabile, indiscutibile, che si tratti della vita in sè, più che della primavera, che poverina non ha colpe.
Le cose che mi chiedo, le domande che mi faccio, a volte mi bloccano, lasciandomi solo lo spazio per respirare e guardare il mondo come se fossi dentro una piscina.
Acqua compatta, densa, zero ossigeno, sono i miei pensieri. E a volte ci finisco dentro dimenticandomi di tirare un bel respiro profondo, l’apnea non è il mio mestiere.
Raccontavo una storia al Piccolo, nella sera di casa, divano, luce soffusa gialla, silenzio tutto intorno. I nostri personaggi, che con il tempo sono diventati un piccolo esercito, e che ci seguono nella vita, sono la Biscia Beatrice, il Gatto Goffredo, il Lupo Giulio, il Gabbiano Gaetano. D’estate vengono con noi a Levante, e fanno del mare un posto speciale. D’inverno restano con noi in città. Il mio preferito è il Gatto Goffredo, che ha una strana voce, e un carattere del cazzo. Resta tutto il giorno sul molo, ad aspettare che i pescatori gli portino il pesce, perchè è pigro, è un gatto.
Litiga spesso con il Gabbiano Gaetano.
Eravamo in una di queste storie, con il Piccolo impegnato ad ascoltare, lo si riconosce dal respiro, in quel silenzio in cui immagina davvero il Gabbiano Gaetano e il Gatto Goffredo impegnati a discutere sul molo di Levanto.
Si tocca i capelli con l’indice sinistro, il Piccolo, mentre io recupero pezzi di storia e la porto avanti con il tono e la suspance che merita.
E mi sono bloccato.
Come fossi stato in apnea. Apnea di pensieri.
Il Piccolo mi ha guardato.
E’ abituato ad avere un padre strano.
Ma non riuscivo a dire nulla.
Come se i pensieri, le mie cose, mi stessero affogando, seduto sul divano.
Non ci ho dato peso.
Succede, è comprensibile, mi sono detto.
Fino all’altro giorno.
Lo stretto rapporto che intercorre tra la promessa di sole e il freddo effettivo della primavera lo capisce solo chi va in moto.
Che sembra si schiatti di caldo, ma poi, superati i cinquanta, si muore di freddo, di un freddo pungente, come se fosse un colpo di coda dell’inverno, orgoglioso.
In quinta, a novanta, Hernest mi porterebbe in capo al mondo. E io, in quinta a novanta kilometri all’ora, mi ci farei portare.
La spinta sulla sella è minima, le braccia non pesano, il motore vibra disordinato tenendo un ritmo perfetto.
La moto scivola sull’asfalto lasciandoti il tempo per guardare il resto.
La città che sta preparandosi al temporale, e noi che torniamo.
Il freddo sulle mani, sulla faccia, sulle ginocchia.
Il caldo sotto al culo.
La musica del motore e dei pensieri belli, quelli che vengono quando sei in moto.
Tipo che potresti desiderare un pavimento di legno per il soggiorno, potresti anche desiderare un soggiorno, e proprio volendo, lo desidereresti sul mare.
Cose così.
Poi a un certo punto, niente, apnea.
Mi sono dovuto fermare.
Fortuna vuole che giri con un’orda di cazzoni, fratelli, che poco caso fanno alle mie lacrime.
Sono dovuto scendere dalla moto, fermarmi e respirare.
Succede, è comprensibile, mi sono detto.
Sono un esperto di sintomi.
Per questo scrivo.
Gli esperti di diagnosi, i dottori della vita, vivono.
Gli esperti di sintomi, come me, scrivono.
E vivono, per carità, ma pagando un prezzo altissimo.
Leggo i sintomi, per fare diagnosi.
E i sintomi ci sono tutti.
Compresa l’apnea misteriosa.
Crollo in un sonno misterioso.
Dormo per difendermi ultimamente.
Il Lunedì dell’Angelo lo odio.
Lo comunico al mondo evitando di parlare, fino a pranzo.
E’ un pranzo complesso.
E’ una vita complessa, si direbbe, ultimamente.
Allora dormo, rubando un pezzo di divano.
Sogno di essere in un ufficio, di legno, con mobili vecchi, odore di muffa, siamo in un grattacielo, ma non so dove. Fa freschino, non siamo in Asia.
Me lo conferma l’apparizione di Fante.
E del suo cazzo di cane.
Che entrano in ufficio.
John si siede sul divano.
Respira a fatica.
Mi chiede da bere.
Non so nemmeno dove sono, figurarsi se so dove sia l’alcool.
Rispondo.
Chiamo Ferlinghetti, allora, mi dice.
Io mi commuovo.
Gli dico, io Ferlinghetti lo ho conosciuto a San Francisco, nel 2009, che poi è quando tutto è iniziato.
Lui non risponde, impegnato a digitare le cifre sul cellulare.
Di colpo si apre la porta ed entra il protagonista di uno dei libri di Zafon.
L’ombra del Vento, credo sia il titolo.
Non ricordo, gli dico, come ti chiami.
Non mi risponde, apre una valigia ed estrae un pappagallo bianco.
Restiamo seduti in empasse, sia io sia John.
Avete bisogno di una donna, dice una voce fuori campo.
Voce femminile, peraltro.
Mi da fastidio ammetterlo, dice Fante, ma ha ragione la tizia.
Abbiamo bisogno di vivere, rispondo io.
Abbiamo bisogno di vivere, ripete il pappagallo bianco.
Ti ha poi risposto Ferlinghetti, su dove sia l’alcool, chiedo io.
Che qui c’è bisogno di bere.
E’ con Olga, non risponde.
Chi cazzo è Olga, chiedo.
Olga è la puttana che incrociavi tornando in hotel a Madrid.
La ricordo perfettamente, gli dico.
Ed è vero.
Era bellissima, giovane, mora, slava, alta, e molto elegante.
Peccato facesse la puttana in un garbuglio di strade brutte e sporche, con clienti grassi e poveri.
Ma non si può avere tutto dalla vita.
Ma Ferlinghetti è un poeta, rispondo.
Olga lo sa, risponde Fante.
Sento un forte schiaffo.
E’ il pappagallo.
Cazzo.
Violento.
Non è vero, è il Piccolo che mi sveglia.
Apro gli occhi, non riesco a parlare.
Mi succede, in questo periodo, che penso cose, cose grandi e cose stupide.
E che queste cose mi facciano preferire il silenzio.
Non era mai successo.

22 Maggio

Le veniva da chiedergli, prima di chiederlo a se stessa, se mai ci fosse stata la possibilità, se mai lui avesse anche solo pensato, se mai fosse potuto succedere, insomma che lui se ne andasse. Le venivano, domande del genere, appena prima di dormire, in quelle due ore di silenzio, di pigrizia, di divani, di sbadigli, di tanta confortevole abitudine che quasi la stordiva. In quei momenti le venivano domande così, che finivano in un sospiro, in una carezza, in uno sguardo, con tutta la finta distrazione e il ricercato disinteresse che una donna come lei sapeva mettere in campo davanti alla paura. 

Quando aveva paura giocava, con le mani, con le distrazioni di una carezza, cose così. 

Lui non sarebbe andato via. Questo lei lo sapeva, di questo, in fondo, si era accorta di vivere, senza che lo avesse voluto. 

C’erano notti, succedeva d’inverno, nelle quali aveva bisogno di addormentarsi sul suo corpo, caldo e accogliente, senza pensare alle loro anime. 

Ascoltava i movimenti del respirare, l’ondulato risalire della pancia, toccava i pettorali, annusava le braccia, si perdeva lentamente in un corpo di cui aveva scelto accuratamente la bellezza, quasi a farla sua. 

Passava distratta le dita sulle cicatrici, sui capezzoli, sulle ombre che le luci facevano. 

E si addormentava sicura. 

C’erano mattine in cui aveva, urgente, il bisogno di sentire l’anima, l’anima di un uomo che le dormiva accanto, che si svegliava insieme a lei. Attaccava, allora, discorsi leggeri, quasi sottili, inutili, ingarbugliati come le lenzuola. Solo per sentire un suo si, sospirato nel dormiveglia. 

Osservava gli occhi assonnati, che con il passare degli anni erano diventati ancora più profondi, e riusciva ancora a percepire l’esatto momento che precedeva un suo: si. 

A volte la sera si lasciava toccare, dalle mani curiose che l’avevano convinta, qualche anno prima, a perdere il senso del tempo, pensandole come fossero onde, con un ritmo, che si infrangevano su una spiaggia, le sue gambe.

Aveva provato a immaginare la sua vita senza di lui. 

Lo faceva quando era sola, sotto la doccia. 

Lo faceva per sentire quel senso di colpa, scivoloso come il bagnoschiuma, arrivarle addosso, per poi lavare il pensiero, la colpa e la schiuma, sotto il getto di acqua calda. 

Quasi a purificarsi delle sue colpe. 
Avevano avuto, erano passati anni, comunque molti mesi, molto da fare per metter d’accordo le loro due anime, che spingevano sogni, progetti e rumori di fondo, quasi a darsi battaglia per il gusto di farlo. 

Si era scoperta debole. 

Lo aveva scoperto debole.

Per questo era fuggita, dalla debolezza e dai sogni. 

Ma poi era tornata. 

Facendo le scale in punta di piedi, con il riflesso del sole dalle finestre, l’odore di primavera, il silenzio della domenica pomeriggio, e lui, in piedi nudo sulla porta, ad aspettarla sorridendo. 

Non ne avevano mai parlato. 

Lei aveva passato del tempo, sdraiata su di lui, a osservare il riflesso dei suoi capelli, ascoltandolo parlare. E aveva pensato che questo, questo calore, i capelli, la sua voce, fossero la cosa più vicina alla pace che una donna potesse provare. 

Perlomeno lei. 

Lui la guardava con occhi che non lasciavano dubbi. 

E più di tutte le sue parole, più di tutti i gesti, che lui adorava fare, confusione con le mani, con le parole, con la bocca, lei guardava gli occhi. 

Cercandoli anche quando, in mezzo alle persone, lui li appoggiava su di lei come a ricordarle che altro non avrebbe potuto, se non amarla. 

E mai se lo erano detti. 

Da quella domenica, diamante nei ricordi. 

Lui sapeva delle sue paure, perchè a lui interessavano le cose che gli altri non vedevano. 

Prendila dal suo punto di vista. 

Tutti vedevano i morbidi capelli cadere a contorno del seno, che lei lasciava sempre intravedere. 

Tutti vedevano le lunghe gambe, le mani, la schiena nuda. 

Tutti la vedevano sorridere, tutti se lo aspettavano. 

Quel genere di donna da cui tutti aspettano qualcosa. 

Tutti. 

Non lui. 

Che cercava le cose che lei a nessun altro poteva dare.

Come le paure. 

L’abbandono.

Come gli occhi, di desiderio disperato. 

Come il respiro, che si calmava solo quando lei si calmava davvero. 

Prendeva di lei quello che lei lasciava e dava, come i contadini fanno con la terra, perchè così era e così solo poteva essere. 

Restava fermo, mentre lei come una gatta si annidava sulla sua spalla, sapendo bene che quello era il suo modo di dirgli l’amore. 
Sapeva dei suoi pensieri, quelli che la sera arrivavano come la malinconia di un tramonto d’inverno. 

Come sapeva delle sue felicità mattutine. 

Conosceva le cose, conosceva le pieghe nascoste, respirava nei suoi capelli il profumo dei suoi pensieri. 

E mai rispondeva. 

Quasi a non rovinarle il dubbio, quasi a lasciare la certezza, quasi a dirle, così io ti amo. 
Quella sera, se lo ricorderanno come si ricordano gli anniversari, senza che lei dicesse nulla, nudi nell’ombra del letto, con il rumore del traffico, restavano fermi. 

Spesso lo facevano. 

Lei passava un dito sul suo petto. 

Lui le accarezzava una gamba. 

Silenzio. 

E le sue paure, quelle della sera. 

Che non avevano mai avuto risposta.
Lui si era girato, pronto a sussurrarle in un orecchio qualcosa.

Lasciando cadere la mano sul suo ventre. 

Lei aveva avuto un sussulto. 

Aspettava il suo desiderio. 

Tutte le notti. 

Lui aveva, però, fermato la mano. 

E, sussurrando, appunto, aveva detto
No.
Lasciando poi passare del tempo. 

Che è impossibile da misurare nell’oscurità, nudi, felici. 
No. 

Resterò.

Tu sei la ragione per cui resto. 
Baciandole poi l’orecchio, di quei baci da bambino che le dava, di tanto in tanto, e stringendole la mano sul ventre, di quelle strette, di desiderio infantile, concreto, diretto, che aveva lui. 
Come se, pensava lei, conoscesse le sue domande. 

Come se la sua anima le avesse urlate.

Come se, forse, fosse davvero innamorato. 
Per un solo istante le era diventato chiaro cosa fosse l’amore.

E come si potesse raccontare al mondo. 

Per un solo istante, ma per sempre.
Era il 22 maggio, era notte, erano nudi, di due corpi, di un seno perfetto, di delle cicatrici, di dei capelli, di lenzuola calde, di rumore di traffico. 

Di come, tutto il resto, quando capisci l’amore, non conti. 

Niente.
Certe date si ricordano come fossero anniversari. 

Perchè, a modo loro, lo sono. 

Restano.

Come le cicatrici. 
Come un no, sussurrato in un orecchio. 

Che diventa il più bel si che si possa dire. 

Pegli

Lo zio Attilio è morto nel sonno, era marzo ma non ricordo il giorno, come aveva incessantemente chiesto alla Beata Vergine, recitando il rosario tutte le sere prima di coricarsi.
La sua camera era di quel genere di arredamento, color ciliegio, lucido, che riempie troppo gli spazi.
L’odore, forte e persistente, di canfora, arrivava fino al soggiorno dove, con meticolosa precisione, erano stati messi tutti gli album fotografici che lo zio conservava in casa.
L’organizzazione del lutto era spettata ai parenti di secondo grado, cugini e figli di cugini, visto che mio padre e lo zio Attilio avevano smesso di parlarsi nel 1977, due anni prima della mia nascita, per via di un mancato invito a un aperitivo.
Il gelo tra le due famiglie era andato avanti senza particolari disagi, e prometteva di protendersi anche alle generazioni a venire, visto che nemmeno Sara, la prima ed unica figlia dello zio, si permetteva di parlare con la nostra famiglia.
Così, appresa la notizia della morte da una cugina, mio padre si era deciso, dopo averci pensato per tutta la durata del caffè del mattino, quasi mezz’ora, a prendere il vecchio Fiat 124 e scendere verso il mare.
Lo zio si era trasferito a Ponente da giovane, per lavoro e amore.
Faceva l’ingegnere navale, ed amava il mare.
Due ragioni più che sufficienti a giustificare Pegli.
Che forse non è nemmeno Ponente, talmente sembra un’appendice di Genova.
Aveva una casa appena sopra al Parco comunale, dove si poteva camminare calpestando il carrube caduto sui sentieri, cosa che io adoro ancora fare e che mi sembra poter giustificare la noia di alcuni pomeriggi come quello in cui, obbligato da mio padre a seguirlo, mi sono ritrovato a Pegli al capezzale di un uomo terribilmente uguale e mio padre, ma morto e immerso in un revival del pessimo gusto nell’arredare casa.
Mio padre aveva deciso che quello sarebbe stato un buon momento per ricomiciare a parlare con il vecchio, ed ormai caro estinto, Attilio. Così, presa una sedia dalla sala, si era messo di fianco alla salma a parlare.
Lo fanno in tanti. E’ una cosa normale, lo dico per esperienza, trovarsi davanti ai morti a parlare.
Sono le parole che ci si è dimenticati di dire in vita, per una lunga serie di futili ragioni come l’orgoglio, e che vengono tutte d’un fiato in momenti come quello.
Da mio padre ho ereditato una incipiente calvizia, gli occhi, probabilmente la debolezza cardiaca, ma lo sapremo solo tra qualche anno, mi auguro, e la capacità di prendere decisioni ragionevoli e giuste in poco tempo. Anni, diciamo.
Insomma, l’idea di ricominciare a parlare con il vecchio era buona, intelligente e rispettabile.
I tempi, quantomeno, discutibili.
Io ho imparato a essere molte cose, grazie a questa cosa di mio padre del cattivo tempismo.
Ma mi è sempre risultato difficile di fare il terzo incomodo.
E’ una cosa che proprio non tollero, il sentirmi di troppo.
Ho preso quindi la saggia decisione di scivolare lungo la parete, quasi urtando delle, brutte, copie in bianco e nero di Picasso, per portarmi in una zona più piacevole.
Il Ponente mi annoia per la decadenza industriale e la indisponente percezione di essere legato a grandi città. Genova, poi Savona, poi San Remo.
Il Levante non ha logica, nel disordine creativo delle terrazze e delle scalinate.
Il Ponente è piatto, i palazzi sono piuttosto alti, i balconi stretti, la viabilità è moderna, le spiaggie ordinate e accoglienti. Se devo avere tutto questo, penso sempre, resto in città.
Ho camminato verso il parco, fumando annoiato e cercando le analogie tra l’indecisione architettonica ligure e quella argentina.
Che sembra una follia, lo ammetto, ma ha un fondo di verità.
Ho sempre sostenuto che la magia ligure, l’insieme dei caratteri, dei palazzi, dei riverberi di luce, abbia antiche radici e grosse similitudini con l’incanto sudamericano.
Ho anche tenuto una lunga conferenza, sull’argomento, in un parco giochi di Arenzano, una notte, a cavallo della Pasqua, ubriaco, a tre sconosciute turiste, di cui una bionda e bellissima.
Lo ricordo come fosse ieri.
E ricordo come fosse ieri anche gli sguardi confusi delle povere malcapitate.
Sara mi seguiva, cinque passi indietro.
La stessa età, lo stesso sangue, gli stessi occhi, a dirla tutta.
Aveva un passo dolce e docile, le spalle rette, un seno bello e rotondo, fianchi proporzionati e gambe lunghe.
Insomma, bella.
Ma non si pensa a certe cose, sul letto di morte di un parente, e soprattutto di una parente.
E’ stata lei a chiedermi, per prima:
– tu sai perchè non si parlano?
– adesso? Adesso, tecnicamente, credo si tratti di una questione di battito cardiaco assente.
– intendevo prima
– un mancato invito a un aperitivo.
– una cazzata.
– sono le peggiori.
– e come mai siete venuti
– abbiamo rispetto per la morte e un grande senso del tragico in famiglia. Adoriamo i funerali e compiangerci. Questa è un’occasione d’oro.
– mi ha sempre detto che siete gente strana
– non si sbaglia. Ma siamo la stessa famiglia. Se lo è detto da solo.
– Avrei voglia di vedere la città, un giorno.
– sei nata qui, giusto?
– si.
– il Ponente mi angoscia.
– in che senso?
– sembra una sconfitta tra l’uomo e il mare.
– non capisco.
– niente. Credo si possa rientrare, avranno finito la chiacchierata.
Ho trovato mio padre intento a sistemare sul comodino del caro estinto un foglietto, una preghiera.
– credo si possa andare
– si, gli ho detto tutto quello che dovevo dirgli.
– bene, diciamo addio a tutti e portiamoci sul Turchino.
Sulla porta abbiamo salutato tutta una serie di parenti che non sapevo nemmeno di avere, tra cui un sacco di cugine che, al netto del lutto, sembravano essere delle belle persone.
Ci siamo fermati a bere un caffè in un bar dietro al porto, odore di fogna, di mare, di muffa, di umido, di caffè.
Mentre mio padre si accendeva una sigaretta, mettendosi a posto la cravatta, ho pensato alla sua eleganza senza tempo. Il coraggio di indossare una cravatta sempre.
Cosa che adoro fare ancora, per quello.
– Papà, è inutile chiederti che cosa tu gli abbia detto dopo vent’anni, giusto?
– no, anzi, puoi farlo.
– come hai fatto a riassumere vent’anni in dieci minuti? Che cosa ti è rimasto da dirgli, che cosa gli hai detto, cosa rimpiangi, insomma, sono curioso. Che cosa gli hai detto, per davvero?
– che è stato un coglione a non rivolgermi la parola per vent’anni.
– solo questo?
– No, anche che la casa a Pegli se la possono giocare ai dadi i suoi cugini, che a me fa angoscia.
Lo ha detto sorridendo, cercando le chiavi del vecchio Fiat 124, facendomi un cenno che stava per: sali e andiamocene.
Sul Ponente, mio padre ha una ragione di ferro. Adesso lo posso dire.
Ma mi vien da dire che è facile aver ragione con un morto.
A me non mi avrebbe dato soddisfazione.
Proprio come l’arredamento di ciliegio lucido.
Ingombrante, ma di fondo, vuoto.

Io Sono (il sole all’improvviso)

Sembro molte cose, in questo periodo.
Quando Dio mi ha dato tutta questa vita, sicuramente non pensava facesse così male.
E se mai avesse dovuto pensarlo, cazzo, mica lo fai così cinico Dio quando te lo immagini da bambino.
Comunque.
Faccio una certa, incomprensibile, fatica, a spiegarle, le cose che sembro e che sono, quasi mi fossi bloccato, a un certo punto, stanco di raccontare, di trovare la punteggiatura giusta, come sospiri, sospensioni necessarie più a me per pensare che a te per ascoltare.
Eppure sono molte cose, oggi.
Certe mattine sembro i sobborghi di Londra, umidi e disordinati, pronti alla rivolta, pieni zeppi di ferite. Rivoluzione punk, metanfetamine, materassi abbandonati, musica.
Sembro qualcosa che può esplodere da un momento all’altro.
Poi non esplodo, incompleto. Una minaccia, di cui parlare durante un telegiornale, nel bel mezzo di una noiosa cena infrasettimanale.
Sono una notizia da martedì sera. Sembro, perlomeno, certe mattine.
Sto bene, a volte, sdraiato dentro i racconti che scrivo, a piedi nudi, mentre mi godo dall’alto l’effetto che fanno, tutte queste storie d’amore. Quasi fossi un guardone, uno strano guardone, che si appoggia alle storie degli altri, per fare una pausa dalla sua.
Scrivo tanto per questo. Ventisei racconti dall’inizio dell’anno, tutti con una logica ben precisa, una metrica serrata, un senso che adoro saper di poter trovare io solo. Un guardone enigmatico, di fondo. Ma sto bene sospeso su quello che scrivo, e lo scrivo perchè mi fa stare bene. Ho scritto per esplodere, per morire, per scopare, per vivere, per ridere, per provare. Scrivo per stare bene, al momento.
Non faccio ritorno in nessun posto, di questi tempi, per questo adoro far ritorno in una storia. Di cui ho disegnato l’inizio e la fine. Non fare ritorno, ve lo direbbe anche Ulisse, è parecchio doloroso. Ma, cogliete la sottile differenza, Ulisse aveva un posto dove tornare, e molti sbattimenti da fare per sostenere l’epopea del ritorno, che è una delle cose più fighe del mondo.
Tornare, di fondo, è sempre un piacere molto più deciso del partire, perlomeno per noi, me e Ulisse intendo, che di fondo adoriamo la nostalgia.
Io non faccio ritorno in nessun posto, oggi. Come ieri, e come il giorno prima.
Asciugo al cielo lacrime improvvise, credo di avere un delicato disturbo del canale lacrimale, sistemo la camicia, stiro la faccia perchè ho letto che le rughe d’espressione restano molto più a lungo delle ferite che causano le rughe d’espressione, e provo a improvvisare di stare bene.
Se c’è una cosa che noi, io e Ulisse, non sappiamo fare, è improvvisare. Difatti Ulisse a Lesbo si è impicciato un sacco, che a saper improvvisare avrebbe tirato fuori tutti in poco tempo.
Comunque io improvviso molto peggio di Ulisse.
Proprio non mi riesce, e quando mi riesce mi riesce male.
Poi, di contro, riesco tranquillamente a svangare riunioni, clienti, presentazioni, conferenze, e robaccia simile, senza batter ciglio.
E questa storia di non tornare, di non avere un posto in cui far ritorno, di non avere una casa, mi fa dannare l’anima, mi fa soffrire come non ho mai sofferto.
La mia casa è dove amo.
Che, collateralmente, è il motivo per cui sto bene tra i palazzi del centro, a camminare insieme al Piccolo, che ormai ha capito, di suo padre, questa innata devozione per il ciondolare in centro, abitudinario di una pasticceria, di un sarto, di un’edicola, di una libreria, devoto commentatore dei lavori sulla piazza, estimatore dello struscio, e insomma mi accompagna con l’amore di un figlio, rassegnato già da ora.
Adoravo il mio girovagare, specchiarmi nei vetri di un aeroporto, armato del minimo indispensabile e di un sorriso da cazzone, ma sapendo di avere un posto, una sensazione, un qualcosa a cui tornare.
Lo sfratto emozionale mi segna l’umore e il sorriso, ma ho la certezza che sia passeggero, uno di quei temporali d’estate che poi portano tempo migliore.
L’amore cos’è?
Non saprei. Ne scrivo molto. Adesso ti direi che assomiglia ai temporali di luglio, al mare, che poi esplodono in tramonti dai colori che restano negli occhi per settimane, mentre respiri l’odore di umido e calpesti la sabbia bagnata per andare a sentire l’acqua tiepida.
Mi addormento spossato, al confine tra il sentirmi fuori posto e lo svegliarmi di colpo, dormo male e mi sveglio peggio.
La notte è una tortura a cui partecipo per forza, perchè crollo di stanchezza.
Faccio sogni complessi, ne ricordo spezzoni, che cerco di lavare via con l’acqua del mattino.
Nuotare appena sveglio mi rinfresca l’anima, scioglie i sogni, riporta le cose al loro posto. Mi guardo nudo sotto la doccia, tocco le cicatrici piccole, passo le dita, quasi rifiutassi quello che sento e che vedo.
Mi guardo dall’alto del mio naso, nello specchio appannato di vapore degli spogliatoi, e trovo tutti i segni del tempo, del mio tempo. Ma in acqua sento le braccia pulsare, sento di essere nel mio elemento.
Che Dio mi perdoni per quanto è banale questa cosa.
Di sentirsi nel proprio elemento.
Ma è così.
Sono dolore, rabbia, emozioni, lacrime, gioia infinita, certezze e progetti.
Tutto insieme.
Non è una ricetta da chef, ma è molto vera.
Cruda e vera.
Sono cucina crudista, più contemporaneo di me non c’è nulla, resto anche indigesto, ma non posso farci nulla.
Non scapperei mai da niente di questo, perchè è vita. Ma ogni tanto, in gran segreto, mi siedo ad osservarmi.
Ho senso del tragico, più che senso del ritmo, ma capisco questo ballo e lo ballo fino in fondo, senza pretese, sudaticcio e bevuto, come tradizione vuole.
Sembro, nudo fisso davanti allo specchio, un quadro del periodo blu di Picasso.
Per l’indefinito delle sfumature, parrebbe, ma anche per l’espressione degli occhi.
Ho ripreso Hernest, che assomiglia drammaticamente alla mia vita.
E’ ingovernabile in curva, scalare le marce sembra una questione di forza bruta, l’aderenza alla strada è un mero ideale, ma non molla mai. Mai, dannata bestia di ferro.
Mi chiedono come si possa amare così tanto un oggetto così fuori dalle mode, così scomodo, così brutale.
Rispondo si.
Si.
Hernest si ama perchè è esattamente tutto questo. E’ l’imperfezione che richiede la mia mano, l’inesattezza che richiede i miei coglioni, l’inadeguatezza che richiede tutto il mio fiato, trattenuto a filo di una curva presa larga.
Hernest è inadatto ai viaggi, eppure abbiamo fatto più di ventimila kilometri insieme in due anni.
Esattamente come io, a detta di chi mi vede, sono inadatto a tutto questo, eppure tengo la strada, sbandando ma tengo. Uno assomiglia alla sua moto, come i padroni assomigliano ai cani.
Si fa la moto a sua immagine e somiglianza, ma poi se non la usa arrugginisce prima lui della moto.
Come con l’anima, se non la usi si arrugginisce.
Io, ne ho certezza, questo non lo rischio.
L’anima, la mia anima, segue un adagio che adoro ripetermi: se non hai dato tutto, non hai dato niente.
Più che un guerriero vittorioso, mi ricorda un pugile o un filo d’erba.
Calpesta, pesta, ripassa, ma non si spezza.
E’ l’arte dei pugili e dei fili d’erba.
Resistere, sempre, per fiorire.
Io sembro un filo d’erba, più di un pugile.
Sembro un prato intero.
Aspetto la mia estate, per fiorire a sorpresa.
Non so cosa sembro, di fondo, perchè sembro molte cose.
So cosa sono.
Mi piace meno del solito.
A nessuno piacciono i temporali.
Solo agli amanti avvolti nelle coperte, piace il rumore della pioggia.
E ai poeti decadenti.
Avvolti nelle droghe pesanti del tempo.
Ma tutti, dico tutti, si trovano sorpresi ad osservare il sole che risorge, di rosso, di fuoco, di cielo, di speranza, di tutto quello che significa.
So solo questo.
Sono solo questo.
Poi, per carità, torno a scrivere di altro.
Ma era per dire, per inquadrare.
Adoro, di questo temporale, l’idea del sole, che adesso mi fa ridere, piangere, bestemmiare, urlare, piangere, vomitare, parlare, correre, mordere, bruciare, mangiare, sospettare.
Per brevità: vivere.

Effetto Levante

Eppure non ne ricordo l’inizio. So che non avrà fine, se non con la fine dei miei giorni. Che, in un pensiero ricorrente, vorrei fosse qui. A volte trovo una casa nuova, che non avevo notato, una finestra esposta al sole del mattino, con un vaso di fiori, oppure un terrazzo nascosto alla vista, con un ulivo. E penso, qui vorrei invecchiare.
Non ricordo quando ho iniziato a vivere questi posti, con questo amore.
Ma ricordo il bisogno urgente, impellente, fastidioso, di doverci venire, a ogni sbandata della vita.
Quasi fosse, l’odore di limoni, di rosmarino, di menta, di mare, di muschio, di pesce, di kerosene, di pietre scaldate al sole, quasi fossero, il rumore delle onde, del vento, il vociare dei bambini, il chiacchiericcio di notte dei pescatori, il treno che sferraglia, quasi fossero, le visioni incredibili del golfo che spunta da un sentiero, le terrazze di terra rubata alla montagna, i pini marittimi che spuntano dalla collina, gli scogli franati dentro il mare, quasi tutto questo fosse una medicina.
Con il tempo, ho imparato a non farne troppo una questione da discutere.
Ho camminato su tutti i suoi sentieri, in pomeriggi afosi d’agosto, mattine di dicembre, mi sono perso sulla vecchia Aurelia, di notte in moto o a piedi.
Ho visto molte albe, la foschia, il silenzio, le brioches calde al porto, ho cercato moltissimi tramonti, facendomi sempre trovare pronto con del vino bianco.
Ho imparato a conoscerne i segreti, ascoltando le storie, le leggende, i pettegolezzi, in lunghe sere d’estate.
Conosco storie bellissime, di pesca, la lotta con un tonno è una battaglia bellissima, conosco storie di amanti, conosco i posti dove si sono rifugiati, ricordo le loro facce e ne capisco la segreta complicità. I vecchi mi hanno raccontanto del mare, delle guerre, degli anni incredibili.
Mi hanno spiegato molto sul mare, sulle correnti del golfo, sui fondali, sulle burrasche, sulle balene e sui delfini.
Ma più di tutto ho voluto vedere.
Alzandomi di buon mattino per scendere al molo a pescare i polipi, seguendoli nei riflessi dell’acqua. Nuotando fino a non sentire più le braccia, seguendo le razze, le meduse, le acciughe, una volta un piccolo squalo.
Camminando sulle rocce per arrivare nel punto dove le correnti portano il caldo, e i pesci cercano da mangiare in superficie, quasi l’acqua ribollisse.
Il mare è per me una cura, un metodo, una destinazione, una necessità, un mondo di avventure e fantasie, un complice, un alleato, una palestra, un gioco, un punto da fissare per ore.
Il mare è per me la cosa più completa e definitiva che abbia mai provato.
Questo pezzo di mare, alcuni suoi punti, è il mio mare più bello.
Ho visto il Pacifico, l’Atlantico, il Mar Morto, tutto il Mediterraneo.
Ho ricordi bellissimi di tutti questi mari, di tutti i loro posti.
Ma uno solo ha il potere di darmi la pace, totale, che solo l’assenza di domande, di urgenze, di complicazioni, sa darti.
Oggi pensavo, rubando un pezzo di rosmarino da un balcone, annusandolo come si annusa un profumo che mancava,  che questo posto ha qualcosa di mistico per me.
E di fortemente simbolico.
Ho anche chiesto a mio padre, tempo fa, se non ci fossero delle discendenze di mare, di questi posti.
La mia famiglia viene dalle colline dove soffia il Marino, il vento che porta il sale ai prosciutti, e dalle colline perse sopra le cave di marmo, patria di partigiani e vino rosso come il sangue versato.
La mia famiglia viene dalla città, ed è stata sempre una famiglia di Ponente.
Le vacanze stampate in quelle foto gialle, di canottiere e pantaloni a zampa, sui ciotoli di Ponente, sono la memoria storica del mare della mia famiglia.
Sono io che sono di Levante.
Tanto da amarlo come si ama una casa. Un posto definitivo.
Tanto da esserci stato da sempre, seguendo come un annoiato turista le vicende locali, continuando ad arrivarci con tutti i mezzi.
Il primo viaggio che ricordo è stato con una Vespa, ripercorrendo la statale che per scendere a Genova fa curve da vomito.
Con quattro moto diverse. Con tutte le macchine che ho avuto. Con il treno, che è un miracolo di bellezza la stazione infilata tra le case, brutta come la ruggine sui cartelli.
Ho dormito in appartamenti, stanze, alberghi, stamberghe.
Un paio di volte in spiaggia, svegliato dagli spazzini, una volta in macchina, disperato all’idea di dover tornare.
Conosco gli ubriachi, i pescatori, i commercianti, le vecchie scorbutiche, gli spostati, i cani e le donne belle.
Ho portato mio figlio, quasi subito, come fosse un battesimo.
Ma ci ho portato, da sempre, con moltissima diffidenza, le donne della mia vita.
Due, sole.
Con la prima ci ho quasi fatto l’amore, sul molo, in pieno pomeriggio. Di quel desiderio sordo e cieco, che ogni tanto mi sale ancora.
Con la seconda ho passato molto tempo qui, pochissimo ad amarci per davvero.
Ho sempre sperato che mi venissero a prendere qui, le donne della mia vita.
Nessuna ha avuto il coraggio di farlo.
Per fortuna.
Ho scritto tantissimo su questi scogli. Molto di quello che ho letto lo devo alle serate d’estate in questo mare.
E’ come, ma sembra brutto spiegarlo così, se questo posto mi facesse bene all’anima, sapendo cosa io stia cercando.
E’ come se ci fossimo spiegati una volta, la prima, l’inizio che ho dimenticato, per poi trovarci sempre d’accordo su cosa io avessi bisogno per davvero.
E’ l’unico posto dove sto davvero da solo.
Un’estate ci sono stato quasi un mese.
Da solo, su uno scoglio.
Anche in mezzo al vociare della spiaggia, anche nello struscio della passeggiata alla sera, sono solo.
Per questo mi permetto di girare a piedi nudi, sempre, in un posto dove la camicia e le scarpe sono richieste minime.
Per questo giro con un costume bagnato, sporco, scolorito, in mezzo alla gente elegante, io che mi attardo in spiaggia armato di vino e quaderno fino a quando il sole non scompare.
E’ come se, nella mia vita, ci fosse un Effetto Levante.
Qualcosa di difficile da spiegare.
Gli uomini che rincorrono la bellezza, facendo viaggi lunghissimi, non hanno avuto il cuore di osservare l’infinito di questo posto.
Ma questa è una grande fortuna.
Rimanere solo, sul piccolo molo di Porto Pidocchio, guardando l’ultimo battello partire, poi fare il bagno, da soli, in un acqua che sembra trasparente, poi camminare verso casa nel buio totale del bosco, ricordando le storie dei cinghiali e dei serpenti non sarebbe possibile, se tutti vedessero questa bellezza.
Le storie che questi uomini e queste donne mi hanno raccontato non sarebbero possibili, se non in piccoli tavoli al buio delle tre di mattina, sotto il campanile, con una bottiglia di rhum finita e gli occhi lucidi di chi vive ricordando.
Oggi salendo le ripide scale, guardavo con il Piccolo il tramonto passare nei pini marittimi che stanno sulla collina.
Assomiglia all’Africa, quel tramonto. Lo penso da quando ho visto un tramonto in Africa.
E sorrido pensando che mi viene in mente sempre la stessa cosa.
Come quando sento il rumore del treno, e ricordo di averne persi tanti, per rubare l’ultima nuotata.
Come quando ricordo dell’acqua torrenziale dei temporali estivi, con la moto che scivola sui tornanti, i denti stretti, le ginocchia che spingono sul serbatoio.
Lo straordinario profumo del vino bianco, tirato su due colline più a Sud, il primo bianco del Levante, aperto davanti al porto, con i battelli che vomitano spagnoli, inglesi, americani, estasiati dalle cose sbagliate, imprigionati nelle botteghe che vendono incredibili cazzate.
E’ come se la vita sapesse, quando devo venire qui.
Da solo.
Potrei scriverne per ore, dell’Effetto Levante.
Di una magia che forse capisco solo io.
Ed è una fortuna.
E che, più probabile, sono io a non voler spiegare a nessuno.
Se non a mio figlio.
Che, in un modo o nell’altro, è un figlio del Levante.
Immagino ci piacerà, un giorno, guardare i limoni che spuntano dai cancelli, oppure passeggiare vicino al fiume osservando i cigni, le papere e i pesci confusi.
Andremo in cerca di vipere e rospi.
Assaggeremo il basilico, succhiando le foglie che spuntano da una rete.
Massaggiando il rosmarino, annuseremo il profumo, come cercheremo il profumo di crostata al mattino, che scappa dal piccolo panificio nascosto sotto ai portici.
Nuotando, seguiremo le correnti fino al largo, con il nero del fondale e i riflessi dei grandi predatori.
Ci perderemo nelle feste d’estate, restando sobri apposta, quasi per sfida. E poi berremo insieme in una notte di confidenze, tra racconti di pesca, di donne, di strade che si confondono.
Guarderemo gli ultimi turisti scappare a settembre, per tornare nel caldo di ottobre.
E saremo i primi, a marzo, a mettere i piedi nell’acqua cristallina gelata.
Ridendo delle scalinate, che spaccano il fiato e le gambe, ci fermeremo a respirare affannosamente, girandoci per trovare un tramonto che esplode nei pini marittimi.
Pensando che, dolcissimo, qui noi siamo davvero noi.
Figli del Levante

Rametti (esperimenti)

Una delle noie letterarie, pensavo leggendo l’altra notte, è che nei racconti degli amanti si parte sempre da uno dei due punti di vista.
Cassidy adora il corpo di Frank, perchè nel corpo di Frank ritrova la giovinezza che suo marito le ha fatto perdere. Adora il desiderio di Frank, perchè la fa stare bene, adora i loro momenti perchè sono una distrazione.
Distrazione perfetta. Ha imparato a conoscere Frank e i suoi silenzi. Ha imparato a conoscere il senso di colpa, che arriva puntuale, insieme alla fretta di rivestirsi. Appena dopo la doccia. Cassidy sta bene. Con Frank. L’uomo che vorrebbe al suo fianco, anche se sa che le cose sarebbero differenti, se Frank fosse al suo fianco per davvero. Essere amanti è un privilegio per pochi. Il compromesso dell’assenza di promesse. Puntini di sospensione a tutte le frasi che possano riguardarli. Gli amanti non finiscono mai una frase, scappandone come si scappa dai motel. Lecito farlo. Squallido osservarlo. Forse. Ma lei sta bene.
Frank guarda Cassidy rivestirsi, lo fa sempre di fretta. Una volta ne hanno discusso, di questa cosa. Parlava di sensi di colpa, Frank ha temuto lei non si facesse più sentire. Hanno famiglie importanti, alle loro spalle, con mogli, mariti, figli e figlie. Anche un cane, ad essere precisi, Baudelaire. Che oltre ad avere un nome del cazzo, ma quello è colpa di Annie, la moglie di Frank, è a tutti gli effetti un membro della famiglia. Le guarda il culo. Lo definirebbe sontuoso. Come un palco di un teatro, il culo di Cassidy è ispirazione di commedie, spettacoli, improvvisazioni, con la maglietta a fare da sipario, mezzo calato. Cassidy è uno spettacolo in più atti, Frank li conosce tutti. Cosa sono loro? Se lo chiede da quasi due anni. Amanti? Sospira, cercando l’orologio. Regalo di Cassidy, due Natali fa, spacciato come regalo dei colleghi. Il modo di misurare il tempo di Frank è in un regalo di Cassidy. E’ uno splendido riassunto della loro situazione. La desidera ancora, ma sa che lei ha fretta. Di scappare, insieme ai suoi sensi di colpa.
Si incontreranno in centro, durante il fine settimana, a bordo delle loro scintillanti vite, insieme alle loro esuberanti famiglie, salutandosi con un cenno, come due sconosciuti. Recitano una piccola bugia, dentro una grande bugia.
Perchè?
Ora, la questione di Cassidy e Frank può andare avanti ancora a lungo. Sarà Cassidy, per il benestare di una famiglia intera, a cedere, a sconfinare nella sincerità, a lasciare Frank e tutto il suo desiderio, in un tardo pomeriggio di ottobre, giornate che si accorciano, è più facile piangere al buio. Succederà. Frank comunque lo sa dall’inizio. Non è spaventato.
Non lascerebbe mai la sua famiglia, per una donna come Cassidy.
Andranno avanti, sarà un’estate sofferta, di realismo, di piccoli spazi di felicità, di molta malinconia. Di vacanze in famiglia. Di famiglie in vacanza. Una bella differenza. La prima suona come una punizione. La seconda come un premio.
Ma nessuno si è chiesto cosa sembrino, Frank e Cassidy, visti da fuori, in questo amore che nessuno avrebbe il coraggio di chiamare amore, che nessuno può vedere, perchè è tenuto nascosto dalle loro dignità.
L’amore ti fa venire voglia di baciare una persona in mezzo a una strada, davanti a tutto e tutti. L’amore è infame, fa venire queste idee stupide.
Frank ha sempre, ordinatamente, aspettato che la porta della loro stanza in motel fosse chiusa, anche solo per avvicinarsi a Cassidy.
C’è un vaso, rametti di legno, arredamento minimal, cose poco costose. Le piccole cose brutte, che rendono brutto un intero ambiente.
I rametti hanno un punto di vista privilegiato. Davanti al letto, sono spettatori, sedici ore al giorno, di quel circo di esseri umani.
Tra cui Cassidy e Frank.
Da fuori si vede tutta l’età di Cassidy, quel culo che Frank dice essere sontuoso non è nemmeno poi così bello. Si vede l’imbarazzo di due persone che desiderano solo due corpi. Cercano, involontariamente, di appoggiare le anime insieme ai vestiti. Sui mobili.
I rametti vedono il piacere di Frank, gli uomini nel piacere affogano i dubbi, velocemente anche.
Vedono l’illusione di Cassidy di una bellezza, quella di Frank, che è solo cura personale.
Ma non dicono nulla.
I rametti non parlano, nemmeno nelle favole dei bambini.
Potessero parlare, i rametti, racconterebbero che non c’è un lieto fine, perchè non c’è stato un lieto inizio.
Gli amanti, visti da fuori, a volte, spesso, sembrano così. Crudi.
Il motel a ore dove si incontrano è nel vecchio quartiere dietro alla Stazione. Case basse, piccoli appartamenti, moltissimi africani, negozi disordinati, e molte storie da raccontare. La pancia della città. Distrutta, poi ricostruita, quasi lasciata sospesa.
Appena fuori, un giardino, anonimo come i piccoli spazi verdi rubati ai palazzi del centro.
Manca poco alla primavera, lo sanno le magnolie, che vorrebbero esplodere, e i piccoli fiori che spuntano dai rami, potati vigorosamente.
Lei è ferma, in piedi, appoggiata ad una macchina.
Non ne sappiamo il nome.
Di lei, non della macchina.
Sappiamo vederne la bellezza. Non è sua. E’ la bellezza di un’attesa.
Siamo fortunati, come fossimo i rametti tristi del motel, siamo osservatori neutrali. A distanza ravvicinata, come i fiori che stanno sbocciando sui tronchi.
Lui le si avvicina.
Si baciano.
Non c’è una teoria, dietro.
Lo si legge dalla loro voglia di farlo.
Non c’è nemmeno molta pratica.
Si direbbe.
Questo manca, nei libri di storie di amanti.
L’inizio.
L’alchimia è un complesso sistema di conoscenze, religione e scienza fanno l’amore da secoli, che sosteneva la trasmutabilità dei metalli vili in oro.
E’ una definizione bruttissima.
Tutte le definizioni sono brutte. Anche gli uomini che procedono a definizioni, sono generalmente brutti.
Come le loro definizioni.
Ma non parlavamo di questo.
L’alchimia dell’inizio.
Trasformare un vile bacio tra amanti in oro.
Di questo momento dovrebbero parlare i libri sugli amanti.
Oppure lasciar che siano i rametti a raccontare.
Sarebbe più divertente.
Guarda questo pezzo di città insieme a me.
Il sole sta per tramontare, e dentro una stanza, al secondo piano di un motel, Cassidy si riveste di corsa. Indossa la sua giacca di pelle, e i suoi sensi di colpa.
Frank la guarda, perplesso. Il culo è sontuoso.
Una strada percorribile, nello sterrato del suo desiderio, un sentiero.
Quel culo è un sentiero.
Due piani sotto, il rumore del traffico, dei fiori timidi che spuntano dai tronchi potati, un giardinetto all’ombra. Il passare della gente, la fretta, la distrazione.
E un bacio, un istante, che ferma l’attesa di lei, la felicità di lui.
L’alchimia dell’amore.
Una scienza, permettetemelo, che procede da secoli per esperimenti e tentativi.
Non abbiate pietà per gli amanti.
Apprezzatene il coraggio.
Di fare esperimenti.
Cassidy e Frank diventeranno un racconto.
I rametti ci saranno, ma non potranno parlare.
Purtroppo.
Sarebbe più interessante la loro versione della mia.

Il finale, cazzo.

Dieci del mattino.
Il tizio veste un maglione di cachemere, finto trasandato, occhi azzurri profondi, rasatura perfetta, quasi sospetta, Rolex d’ordinanza. Tra maglione e orologio, ballano cinquemila euro. A spanne.
Niente contro quelli con il Rolex d’ordinanza. Ci ho fatto l’abitudine.
Alle cose d’ordinanza, al silenzio degli oggetti, alle rasature perfette.
Noto i dettagli, ma posso agilmente passarci sopra.
E’ il ventisettesimo fondo d’investimento che contatto.
Ventisette.
Tecnicamente, dovrei essere a soglia statistica. Ovverosia, uno dei prossimi dovrebbe cedere.
E darmi soldi.
Ventisette, cazzo.
La via Crucis, per dire, ha quindici stazioni. Anche teologicamente, ho superato la soglia di molto.
Indosso il mio sorriso migliore. Parliamo. Lui mi studia. Lascio che si senta professionale, che mi studi, che senta il suo potere.
Conosco la litania.
Avete davvero voglia di continuare a leggere, Cristo?
E’ di una noia mortale.
Avvinghiante.
Può la noia essere avvinghiante?
Tipo ananconda.
La noia m’avvinghia, come un serpente.
Alle 11 è, comunque, chiaro che i soldi lui me li darebbe a fronte di una serie lunghissima di documenti, file, fogliettini, business plan.
Roba che, sono bravo, ho preparato. Di notte e nei week end.
Mi ci va a puttane la vita privata, ma se parlo con un possibile investitore sono sul pezzo.
Avessi qualcuno d’aiuto, penso alla domenica pomeriggio, chiuso in ufficio.
Invece mi faccio tutto da solo. Ci metto le notti, i fine settimana, i week end.
Sarà figo, da raccontare. Tra qualche anno.
Sempre che sopravviva.
Alle 12.10 sono seduto su una poltrona da barbiere, amico fidato.
Amico fidato, pago meno, non chiede, non sorride, esegue.
Abbiamo storie, vecchie ma mica tanto, che non vogliamo ricordare.
Storie complicate, passato remoto.  Quindi lui taglia, io sto seduto.
Funziona.
Il taglio è funzionale.
Non troppo lunghi per essere presi in una rissa.
Non troppo corti, in modo che lei possa tenerli con la mano spingendo la testa.
E’ il taglio tipico.
La ricetta della casa.
Entrambe le ipotesi, al momento, abbastanza remote.
A dirla tutta.
Oddio, impreco come un vecchio camionista bulgaro, seduto in una cazzo di utilitaria progettata da uno che non gli piace guidare, forse non gli piace nemmeno vivere.
Quindi la rissa potrebbe essere dietro l’angolo.
Incasso bene, non ho paura.
Sul fatto che lei mi tenga i capelli, spostando la testa, l’attenzione, la serata, in zone d’ombra confuse tra pizzo e pelle, ho dubbi abbastanza seri.
Dovrei rilassarmi. Questo genere di cose dovrebbero rilassarmi. A livello puramente teorico.
Storie di yoga, meditazione, puttanate così.
Invece mi sale tutto il lavoro che ho da fare. Più sto seduto, più mi sale l’agitazione.
Lo sapete dove andiamo a finire. Davvero, perchè continuare a leggere?
Una giornata di ordinaria follia. Una pellicola che sto girando da qualche mese.
Regista assunto a tempo determinato.
Sono il regista di una fiction che definirei noiosa.
Riduttivo, ma sono pur sempre il regista.
Non posso sbilanciarmi.
Facebook, maledetto strumento di perdizione, mi ricorda una foto di mio figlio. Di quando, non sapendo cosa fare, lo portavo al centro commerciale a guidare i carrelli.
Ora, capisco il vostro sdegno. Ma vi prego, prima di tutto, di giudicare solo dopo attenta analisi.
Era un periodo disperato.
Tipo questo.
Corsi e ricorsi.
Comunque, tre anni fa oggi era sabato.
Ero con mio figlio, a guidare carrelli in un centro commerciale di periferia. Probabilmente appena atterrato da qualche cazzo di posto.
Ricordo molto bene.
Ho una memoria elefantiaca.
Raggiungo il luogo dell’incidente ricordando una fantastica serata, decenni fa, dove provavamo a stare in piedi sul tetto di una vecchia Panda, la mia, andando a fari spenti nella notte.
Una specie di Battisti Punk.
Lucio Trainspotting.
Che periodo. Che ricordi.
Pensavamo di essere i Re di Milano.
Lo eravamo.
Ho veramente un passato del cazzo, a dirla tutta. Il bello è che quelli che salivano sul tetto della Panda, ubriachi, urlando canzoni dei Clash, sono tutti ancora con me, in giacca e cravatta.
I tempi cambiano.
La piazza è sotto controllo. Temevo una pericolosa imboscata. La rabbia ha conseguenze difficili da gestire.
La rabbia delle piccole cose scatena mostri pericolosi.
Da uno stupido incidente a uno stupido pugno a uno stupido verbale in Questura. Musica che conosciamo.
Meno male che mi sono tagliato i capelli.
La piazza è sotto controllo. Nessun movimento strano. Studentesse, giovinetti locali, edicola, normale via vai, bar, normale via vai. Traffico normale.
Delle sei macchine in doppia fila, quattro sono vuote.
Due sotto controllo.
Donne.
Il tipo si presenta incappucciato, è ambidestro, lievemente claudicante, fumatore o ex fumatore, carnagione giallognola.
Sulle difensive.
Giustamente.
Soggetto non pericoloso.
Osservare il contesto, i punti periferici. La merda, di solito, arriva dai punti periferici.
Cabinotto del metro, scardinato. Nessuno nei dintorni. Edicola, nessuno nei dintorni.
Siepe, alta, in fioritura. Nessuno dietro.
Insomma, meglio essere preparati, dico sempre io.
Lei è destra, miope, agitata, pronta allo scontro. Verbale.
La vita è cattiva con lei.
Io sono stanco e protettivo.
Speravo in un imprevisto glorioso. Non ci sono più le imboscate di una volta.
Costatazione amichevole. Il tizio ha la stessa stretta di mano del Broker di stamattina.
Looser del cazzo.
Lei invece ha la mano sudata, lievemente. Agitata. Piccola.
E con pessime scarpe di Zara.
Mentre ci salutiamo il tizio accenna all’aria di neve.
Si tratta di un pallido vento da Est, correggerei il tiro. Siamo orientati a Sud, senza palazzi a coprirci. E’ normale.
E’ il vento normale di questa parte di città, cazzo.
Ma non correggo. Non mi sembra il caso. Ho vinto una costatazione amichevole in bianco.
Mancano i dati fondamentali.
Assicurazione, respinta, non se ne fa nulla.
Ci siamo visti per niente.
Hai tolto la mascherina del vecchio Renalut per niente.
Tra l’altro, l’hai tolta male, coglione.
Per fingere che si sia staccata durante l’incidente.
Difficilmente sarebbe potuto succedere, visto l’ingaggio delle due vetture e i segni sul paraurti.
Invece dieci minuti dopo l’assicurazione chiama.
Mica scemi.
Che palle.
Che noia, mortale.
Riprendo la macchina.
Ho bisogno di un bicchiere di Prosecco.
Bar.
Periferia.
Facce conosciute, che guardano chi entra.
O entrano problemi, o entrano amici.
Sono amico.
Prosecco.
Patatine mosce.
Scrivo mail di lavoro.
Mi aspetta una notte di lavoro.
Tanto per cambiare.
Mi chiedono cosa ci faccia qui.
Che in effetti uno passa di qui quando ha problemi, da risolvere o da iniziare.
Niente, un Prosecco.
Come va?
Così.
Hai tagliato i capelli.
Si.
Casini in vista?
Si.
Ah, hai fatto bene.
Quella cosa che tagli i capelli per sfuggire meglio ai casini, la capisce solo chi ha avuto i capelli lunghi mentre faceva a cazzotti.
La svolta, in un racconto con un ritmo, dovrebbe arrivare adesso.
Il momento narrativo della svolta è adesso.
Scrivi la svolta, cazzo.
Dai ritmo a questa noia.
Mortale.
Lei mi lecca il labbro superiore. Sa di Prosecco? No, non è ancora successo, il Prosecco, cazzo.
E mi dice, lei adora dire, parlare, raccontare, cose sconce nell’orecchio.
Nah.
Non credibile.
Scontato.
Al bar, scoppia una rissa clamorosa. Volano bicchieri, pinte, piatti.
Nah,
non credibile.
Qui, se mai dovesse succedere, sarebbe davvero un casino.
Un gran casino, di quelli da telegiornale. Nessuno vuole che succeda.
Almeno un paio morirebbero. E un paio ne approfitterebbero per sparire.
Prendo la macchina, guido nella notte, no i fari spenti no, arrivo al mare.
Ceno con calma, immotivata, al buio del borgo senza turisti.
Tutti mi conoscono, nessuno mi riconosce.
Il borgo che amo.
Il mio angolo di mare.
Nah,
non credibile.
Prendo la macchina. Guido. Casa. Cartoni animati.
Amore incondizionato. Non hai un figlio, lascia stare.
Non puoi capire.
Fa bene.
Fa male.
Silenzio. Dorme.
Perfezione nel respiro di un bambino.
Computer, lavoro. Al solito.
Lavori tanto? ti chiedono.
Vaffanculo, risponderesti.
Nah, rispondi.
Non tanto.
Il giusto.
Vivi bene? ti chiedono.
Vaffanculo, risponderesti.
Nah, rispondi.
Il giusto.
Te lo avevo detto che era noioso.

A me (mi) piace

A me piace, quando nessuno mi vede, osservare il cielo, azzurro, meglio se con sotto il mare.
A me piace l’odore d’olio motore, le mani sporche, e i problemi che sembrano non avere soluzioni. Quando riguardano i motori. Per questo mi piacciono anche i meccanici, quelli che parlano poco, che sanno dove mettere le mani.
A me piace l’odore del mare, ne ho uno in particolare che amo. Ne ho annusati molti, il mio resta il migliore.
Con le calle, che spuntano dalle ville, i limoni, il rosmarino, l’odore di muschio delle scalinate all’ombra, l’odore di porto, possente e invadente, e l’esplosione di sale, davanti alla battigia.
A me piace prendere la moto, andare al mare, in un giorno di lavoro quando tutti sono negli uffici. Arrotolarmi i pantaloni e camminare sui sassi. Togliermi i pantaloni, e nuotare, nudo, nel mare, gelido.
A me piacciono i tramonti. E i posti da cui i tramonti sono più belli.
A me piace giocare con i bambini, adoro il loro perdersi.
A me piace leggere il giornale, al lunedì mattina, facendo finta di avere un sacco di tempo.
A me piace dormire nudo.
Mi piace leggere, tutte le sere, prima di addormentarmi. Non conto le pagine, ricordo le storie.
A me piace tirare tardi, appena fa un po’ caldo, a parlare e bere.
Mi piace pensare non ci sia un domani, all’indomani, ad aspettarti.
A me piace lo sguardo perso di una donna. E tutte le strade che portano a quello sguardo. Il resto è tempo perso.
A me piace camminare a piedi nudi. Ovunque.
A me piace leggere poesie d’amore. Leggermele da solo. Come se fossi a un reading pieno zeppo.
A me piace la libertà precaria della California. La perdizione della Cina, il cielo del Sud Africa, le strade di Francia, le birre sui canali ad Amsterdam, i prati del Belgio, le foreste tedesche, le piscine di Barcellona e le strade di Madrid. Anche se, a me piace tornare a casa, camminare per il centro, come un turista, indugiando sulle vetrine, bevendo caffè, guardando i palazzi e le loro storie.
A me piacciono i ricordi. Mi piacciono le persone che ascoltano i miei ricordi.
A me piace avere un quaderno in tasca, anche se poi non scrivo mai, quasi mai.
Mi piace ritrovarli, con una data, solenne inizio di un diario che non conta mai più di due giorni, al massimo tre.
A me piacciono i libri, la consistenza, la copertina, l’annuncio della storia. Mi piace tenerli in ordine, per genere, per periodo, per storia.
A me piace la musica. Ogni giorno.
A me piacciono le storie di guerra, che finiscono bene, ma con una tragedia in mezzo. Mi piacciono le storie d’amore, che finiscono bene, un bene relativo, lo capisco, ma almeno bene.
A me piacciono le persone che hanno storie da raccontarmi. Mi piacciono le persone che hanno un passato ingombrante, un futuro incerto, un presente altalenante. Mi ci rispecchio.
A me piacciono le donne che non hanno niente da perdere, niente da dimostrare, niente da ricordare. E anche le altre. Ma meno.
A me piace l’assoluto dell’estremismo, delle scale di grigio non so che cazzo farmene. O tutto o niente.
A me piace camminare pensando alle liste di cose da fare, da amare, da cancellare.
A me piacciono le decisioni imponderabili, che poi, qualche camminata più in là, ripondero.
A me piace guidare, di sera, nel vento.
A me piace avere accanto una persona che sa capire la differenza tra una scarpa fatta a mano e una scarpa industriale. Ma che sa non farlo pesare, e che mi sfili le scarpe, fatte a mano o industriali, per camminare a piedi nudi, nudi magari meglio, verso un posto, dentro un posto, insomma una cosa così.
A me piace credere nei miei progetti. E adoro discuterne animatamente con chiunque. Dei miei progetti adoro l’incrollabile forza centrifuga che li spinge verso il basso della mia pancia.
A me piace avere un piano. Meno metterlo in pratica.
A me piace l’assoluto dell’amore quando inizia, il ritmo, il desiderio, la malinconia di un ciao quando vorresti restare. L’associo ai Navigli di Milano, l’amore. Non so perchè, ma è così.
A me piace il profumo delle donne, anche se non ne riconosco che uno, sempre lo stesso.
A me piace anche il profumo della lavanda, dei fiori, e dei pensieri sconci.
A me piace.
A me piace ricordare le cose che mi piacciono, perchè in periodi come questo, serve.
E’ una lista parziale, ma è talmente bello fare liste, che non smetterò certo.

Mary

Viveva in fondo alla statale, prima del bivio per la vecchia cava abbandonata. Aveva una collezione di bottiglie, birra, whiskey, cola, sul davanzale della finestra, a reggere la tapparella ossidata dal sale, dal freddo, dal vento.
Aveva una mania, una predilezione, per il disordine. Lo si vedeva dai capelli. Lo si vedeva dalla casa.
Nei pomeriggi di sole, d’estate, restava ad aspettare, seduta su una vecchia sdraio, sul patio, in mutande e maglietta.
Cosa aspetti, Mary?
Scendeva in città il meno possibile, solo per lavoro.
Adorava l’idea di abitare fuori.
Fuori da tutto.
Dalla città, dalle regole, dal contesto, dai limiti.
Guidava una vecchia Ford, piccola, sporca, bianca.
Aveva un fondo di verità, negli occhi e in tutto quello che diceva.
Aveva un fondo di bellezza, a guardarle il viso, a seguirne i contorni.
Non aveva paura, Mary.
Di niente.
Se non di me.
Io sono semplice da raccontare, in questa storia. Arrivo per caso, per sbaglio, per noia.
Giù al Gaslight.
Musica, bordello, gente, birra. Sembra che tutto sia stato preparato per un glorioso mal di testa.
Il mio.
Cammino, salutando vecchie facce, scrutando quelle nuove.
La incontro per caso, seduta su un divano di pelle trapuntata, insieme a un uomo.
Lei mi guarda.
Io la guardo.
Chiedo una birra.
Ho trovato bellezza nel suo disordine, subito.
Ho trovato un senso, nel suo disordine, subito.
Lei si è allontanata, subito.
Lo farà spesso, è il suo modo per dirmi, senza dirlo, corri a prendermi.
Adoro due cose di Mary.
Una è lei.
Difficile da spiegare.
Ha il mare dentro, riassumerei.
Ma, mi rendo conto, non è sufficiente, come spiegazione.
Ha il mare anche intorno.
Sempre.
Assomiglia, di molto, a una creatura di un romanzo sudamericano.
Di vicoli, notti, zanzare, rhum, scollature appena sudate, feste troppo lunghe, gonne fiorite, sabbia che copre i piedi, mariti gelosi, musica, vasi di fiori profumati, ricordi, mare, disperazione.
Assomiglia a tutto questo.
Ma senza saperlo.
O, perlomeno, non se ne cura.
La seconda cosa che adoro di Mary è la strada per andare da lei.
Al tramonto, ti resta il mare alle spalle, Ovest, e il sole brucia negli specchietti, dandoti l’idea di quei viaggi che fai a settembre, alla fine dell’estate.
Andare da lei è come fare l’ultimo giorno d’estate.
So che non si dice, non è un bel complimento.
Per questo parlo poco.
Non so fare i complimenti.
La prima notte insieme, l’abbiamo passata vicino al Gaslight, alla fine della Quinta, dove l’aeroporto si mangia un pezzo di città.
Non parlavamo, abbiamo bevuto, nudi e in imbarazzo.
Le cose cambiano, mi sono detto.
Lei non parlava.
Immagino si sia fatta un’idea strana di me.
Non sarebbe la prima. Non sarà l’ultima.
Ho scoperto che ha i fianchi che ricordano la Colombia, le insenature e le valli, un fiume di piacere, morbido, angoli rotondi, si può dire?, pelle liscia come una pesca, l’odore di fiori.
Ho scoperto, mordendole la pelle, una specie di stregoneria.
Sento la bocca avere bisogno di quello.
Ma non è solo quello.
La prima notte insieme, sembrava stesse aspettando qualcosa.
Cosa aspetti, Mary?
Hai un nome da ebrea, e vivi al confine con le piantagioni e le cave. Sei figlia di schiavi, di sicuro.
Nessuno sceglierebbe di vivere in quella zona.
Nessuno che non fosse figlio di schiavi.
Invece ho scelto, risponde.
Odio la città.
Scendo al Gaslight solo per trovare da lavorare, per bere, per finire poi con gente come te.
Molti vorrebbero quel senso di festa che fanno i tuoi seni, appena liberi dentro una camicetta.
Molti. Si.
Nessuno, pochi, ci possono arrivare.
Io perchè sono qui?
Questo me lo chiedo anche io.
Mary non sa fare i pompini.
E nemmeno tenere un uomo.
Come me.
Assomigli a un problema, mi ha detto una volta.
E non voglio problemi.
Assomiglio a molte cose, Mary.
Alcuni dicono io sembri la felicità. Pochi, a dire il vero. Pochissimi.
Alcuni dicono io sembri un temporale.
Alcuni, i più, non dicono nulla.
Ha preso la sua vecchia Ford, imboccando la statale.
Mi è rimasto il ricordo delle sue gambe, che sembrano la Colombia.
Mi è rimasto il ricordo del suo disordine, che era perfetto per il mio.
Mi è rimasto il ricordo delle sue parole, dei suoi discorsi, che erano musica dolce, che accompagnava le mie serate.
Non l’ho più trovata, nemmeno cercata a dire il vero.
Anche se adoro ancora fare la statale per casa sua.
Sentire il fuoco negli specchietti, la moto vibrare, pensando di scappare dall’estate, come si fa alla fine d’agosto, quando tutto sembra finito, quando tutto inizia.
Ci siamo rivisti, tempo dopo, fuori città.
E tu, perchè sei sparito, mi ha chiesto.
Aveva una gonna fiorita, immagino che la primavera, dovesse scegliere una bellezza in cui sbocciare, sceglierebbe lei.
Sei tu, Mary che sei scomparsa.
Tu assomigli a molte cose.
Ma più di tutte, mi ha detto lei, non capisci la differenza tra un inizio e una fine.
Si vedeva già da come salivi in moto, che sembra che tutto sia finito.
Si vedeva già da come mi guardavi, che sembrava dovessi fermare il mondo per baciarmi.
Io sono andata a preparare il nostro inizio.
Tu, hai aspettato la nostra fine.
E cosa ne hai fatto del nostro inizio, Mary, le ho chiesto.
Lo ho tenuto tra le mani, aspettandoti alla vecchia statale.
Poi, quando è diventato troppo pesante, lo ho appoggiato sulla sabbia.
Ed è rimasto lì.
Una storia che sa di Sud America, una storia che ha passato la frontiera, nascosta nelle viscere di una donna troppo bella per essere sola.
Ed è rimasta sospesa.
Come il cartello, Aperti sempre, della stazione di benzina.
Il vento, ripassa pacato il cartello, dando un ritmo all’ondulare.
Mentre in sottofondo un vecchio pezzo dei Pearl Jam, suonato male da amplificatori arrugginiti, ronza nelle orecchie.
Resto fermo.
A capire.
Sono uno che confonde l’inizio con la fine.
Ha detto Mary.
Una che si siede ad aspettare, in mutandine e maglietta, ogni volta che sente il vento arrivare.
Gente come te, mi ha detto, la porta il vento da Ovest.
O sono tempeste, o sono splendide giornate di sole terso.
Io aspetto.
Prendo quello che il vento mi da.
Mary.

Ground Control to Major Tom

E insomma, arrivano questi giorni così, che ti piove addosso il passato, soffia brutale il presente, e tu non hai molta forza di alzarti e chiudere le finestre del cuore. Lasci aperto, prendi il vento in faccia, la pioggia ti cola sui capelli.

Mi rigiro nel letto, perdo interi pezzi di giornata, cadendo in un sonno che con ogni probabilità sta recuperando i mesi passati. Va bene.

Lunedì sarò pronto. Come non fosse successo niente. Monday Monkeys.

Appena chiudo gli occhi, mi sale una cosa enorme, la vita. Ci sono volte, è qualche mese che mi succede, che per quanta forza io abbia, devo riaprire gli occhi, d’impulso, per respirare. Dormo male. E’ un buon segno. La vita brucia, vuol dire che mi sta dando molto.

Però fa male.

Di notte scrivo, leggo, respiro, penso. Mi appoggio alla finestra del soggiorno e mi faccio domande del tipo perchè non si vedano le stelle, in questa fottuta città.

Ho bisogno di mare.

E di piangere.

Piango ininterrottamente da tutto il pomeriggio. E’ sabato, posso farlo.

Dovrei chiedere agli amici ebrei, se durante lo shabbat si può piangere ininterrottamente.

E’ una roba con cui devo fare i conti, molto divertente.

Elena è rumena, carina, molto pragmatica, decisamente brava nel suo lavoro. Mi presento al banco con le occhiaie, senza essermi rasato, con i primi vestiti che ho trovato e un alito di caffè e sigaretta. Mi riconosce. Le chiedo una macchina con cui poter superare la velocità di un motorino, è il quarto noleggio di fila, ormai siamo amici. Guido macchine di merda da natale. Ho scoperto di desiderare una macchina decente.

Mentre mi cerca una macchina, alza gli occhi dal computer e mi dice: faccio il possibile per te.

E le scoppio a piangere davanti.

Funziono così.

Le chiedo scusa. Non sarei nemmeno dovuto uscire, maledetta influenza.

Sorride.

Mi guardo intorno. Devo tornare a letto. Non sono adatto al mondo.

Mettiti in testa che non sarà facile. La commedia, di suo come genere, va tenuta calda, per non scivolare in tragedia.

Ho alle spalle un centinaio di libri che avrebbero potuto prepararmi a tutto questo.

La verità è che nella vita non ci si prepara a niente. Si vive.

Evito il telefono.

E scrivo.

Cazzo, scrivo fiumi di cose. Racconti, lettere, cose scollegate.

Ho un buon flusso, punteggiatura fiera, e dopo un po’, come la ruggine, la rabbia lascia il passo all’anima.

Ho scritto una lettera importante a mio figlio.

Una lettera importante a mio padre.

E una tonnellata di altre cose.

Avrei bisogno di mare. Davvero. Il mare, all’improvviso.

Avrei bisogno di restare nudo in un letto sconosciuto. A dormire, ad essere svegliato.

Ho un problema, abbastanza grosso, con la gestione dei pensieri.

Se mai dovessi lasciare il rubinetto aperto, il flusso potrebbe sommergermi, affogandomi.

Non ho niente da aggiungere.

Non piangevo così da un decennio.

Non vivevo così da tre anni.

Per questo ringrazio Dio.

Una cosa così, vale davvero la pena.