Il finale, cazzo.

9 Mar
Dieci del mattino.
Il tizio veste un maglione di cachemere, finto trasandato, occhi azzurri profondi, rasatura perfetta, quasi sospetta, Rolex d’ordinanza. Tra maglione e orologio, ballano cinquemila euro. A spanne.
Niente contro quelli con il Rolex d’ordinanza. Ci ho fatto l’abitudine.
Alle cose d’ordinanza, al silenzio degli oggetti, alle rasature perfette.
Noto i dettagli, ma posso agilmente passarci sopra.
E’ il ventisettesimo fondo d’investimento che contatto.
Ventisette.
Tecnicamente, dovrei essere a soglia statistica. Ovverosia, uno dei prossimi dovrebbe cedere.
E darmi soldi.
Ventisette, cazzo.
La via Crucis, per dire, ha quindici stazioni. Anche teologicamente, ho superato la soglia di molto.
Indosso il mio sorriso migliore. Parliamo. Lui mi studia. Lascio che si senta professionale, che mi studi, che senta il suo potere.
Conosco la litania.
Avete davvero voglia di continuare a leggere, Cristo?
E’ di una noia mortale.
Avvinghiante.
Può la noia essere avvinghiante?
Tipo ananconda.
La noia m’avvinghia, come un serpente.
Alle 11 è, comunque, chiaro che i soldi lui me li darebbe a fronte di una serie lunghissima di documenti, file, fogliettini, business plan.
Roba che, sono bravo, ho preparato. Di notte e nei week end.
Mi ci va a puttane la vita privata, ma se parlo con un possibile investitore sono sul pezzo.
Avessi qualcuno d’aiuto, penso alla domenica pomeriggio, chiuso in ufficio.
Invece mi faccio tutto da solo. Ci metto le notti, i fine settimana, i week end.
Sarà figo, da raccontare. Tra qualche anno.
Sempre che sopravviva.
Alle 12.10 sono seduto su una poltrona da barbiere, amico fidato.
Amico fidato, pago meno, non chiede, non sorride, esegue.
Abbiamo storie, vecchie ma mica tanto, che non vogliamo ricordare.
Storie complicate, passato remoto.  Quindi lui taglia, io sto seduto.
Funziona.
Il taglio è funzionale.
Non troppo lunghi per essere presi in una rissa.
Non troppo corti, in modo che lei possa tenerli con la mano spingendo la testa.
E’ il taglio tipico.
La ricetta della casa.
Entrambe le ipotesi, al momento, abbastanza remote.
A dirla tutta.
Oddio, impreco come un vecchio camionista bulgaro, seduto in una cazzo di utilitaria progettata da uno che non gli piace guidare, forse non gli piace nemmeno vivere.
Quindi la rissa potrebbe essere dietro l’angolo.
Incasso bene, non ho paura.
Sul fatto che lei mi tenga i capelli, spostando la testa, l’attenzione, la serata, in zone d’ombra confuse tra pizzo e pelle, ho dubbi abbastanza seri.
Dovrei rilassarmi. Questo genere di cose dovrebbero rilassarmi. A livello puramente teorico.
Storie di yoga, meditazione, puttanate così.
Invece mi sale tutto il lavoro che ho da fare. Più sto seduto, più mi sale l’agitazione.
Lo sapete dove andiamo a finire. Davvero, perchè continuare a leggere?
Una giornata di ordinaria follia. Una pellicola che sto girando da qualche mese.
Regista assunto a tempo determinato.
Sono il regista di una fiction che definirei noiosa.
Riduttivo, ma sono pur sempre il regista.
Non posso sbilanciarmi.
Facebook, maledetto strumento di perdizione, mi ricorda una foto di mio figlio. Di quando, non sapendo cosa fare, lo portavo al centro commerciale a guidare i carrelli.
Ora, capisco il vostro sdegno. Ma vi prego, prima di tutto, di giudicare solo dopo attenta analisi.
Era un periodo disperato.
Tipo questo.
Corsi e ricorsi.
Comunque, tre anni fa oggi era sabato.
Ero con mio figlio, a guidare carrelli in un centro commerciale di periferia. Probabilmente appena atterrato da qualche cazzo di posto.
Ricordo molto bene.
Ho una memoria elefantiaca.
Raggiungo il luogo dell’incidente ricordando una fantastica serata, decenni fa, dove provavamo a stare in piedi sul tetto di una vecchia Panda, la mia, andando a fari spenti nella notte.
Una specie di Battisti Punk.
Lucio Trainspotting.
Che periodo. Che ricordi.
Pensavamo di essere i Re di Milano.
Lo eravamo.
Ho veramente un passato del cazzo, a dirla tutta. Il bello è che quelli che salivano sul tetto della Panda, ubriachi, urlando canzoni dei Clash, sono tutti ancora con me, in giacca e cravatta.
I tempi cambiano.
La piazza è sotto controllo. Temevo una pericolosa imboscata. La rabbia ha conseguenze difficili da gestire.
La rabbia delle piccole cose scatena mostri pericolosi.
Da uno stupido incidente a uno stupido pugno a uno stupido verbale in Questura. Musica che conosciamo.
Meno male che mi sono tagliato i capelli.
La piazza è sotto controllo. Nessun movimento strano. Studentesse, giovinetti locali, edicola, normale via vai, bar, normale via vai. Traffico normale.
Delle sei macchine in doppia fila, quattro sono vuote.
Due sotto controllo.
Donne.
Il tipo si presenta incappucciato, è ambidestro, lievemente claudicante, fumatore o ex fumatore, carnagione giallognola.
Sulle difensive.
Giustamente.
Soggetto non pericoloso.
Osservare il contesto, i punti periferici. La merda, di solito, arriva dai punti periferici.
Cabinotto del metro, scardinato. Nessuno nei dintorni. Edicola, nessuno nei dintorni.
Siepe, alta, in fioritura. Nessuno dietro.
Insomma, meglio essere preparati, dico sempre io.
Lei è destra, miope, agitata, pronta allo scontro. Verbale.
La vita è cattiva con lei.
Io sono stanco e protettivo.
Speravo in un imprevisto glorioso. Non ci sono più le imboscate di una volta.
Costatazione amichevole. Il tizio ha la stessa stretta di mano del Broker di stamattina.
Looser del cazzo.
Lei invece ha la mano sudata, lievemente. Agitata. Piccola.
E con pessime scarpe di Zara.
Mentre ci salutiamo il tizio accenna all’aria di neve.
Si tratta di un pallido vento da Est, correggerei il tiro. Siamo orientati a Sud, senza palazzi a coprirci. E’ normale.
E’ il vento normale di questa parte di città, cazzo.
Ma non correggo. Non mi sembra il caso. Ho vinto una costatazione amichevole in bianco.
Mancano i dati fondamentali.
Assicurazione, respinta, non se ne fa nulla.
Ci siamo visti per niente.
Hai tolto la mascherina del vecchio Renalut per niente.
Tra l’altro, l’hai tolta male, coglione.
Per fingere che si sia staccata durante l’incidente.
Difficilmente sarebbe potuto succedere, visto l’ingaggio delle due vetture e i segni sul paraurti.
Invece dieci minuti dopo l’assicurazione chiama.
Mica scemi.
Che palle.
Che noia, mortale.
Riprendo la macchina.
Ho bisogno di un bicchiere di Prosecco.
Bar.
Periferia.
Facce conosciute, che guardano chi entra.
O entrano problemi, o entrano amici.
Sono amico.
Prosecco.
Patatine mosce.
Scrivo mail di lavoro.
Mi aspetta una notte di lavoro.
Tanto per cambiare.
Mi chiedono cosa ci faccia qui.
Che in effetti uno passa di qui quando ha problemi, da risolvere o da iniziare.
Niente, un Prosecco.
Come va?
Così.
Hai tagliato i capelli.
Si.
Casini in vista?
Si.
Ah, hai fatto bene.
Quella cosa che tagli i capelli per sfuggire meglio ai casini, la capisce solo chi ha avuto i capelli lunghi mentre faceva a cazzotti.
La svolta, in un racconto con un ritmo, dovrebbe arrivare adesso.
Il momento narrativo della svolta è adesso.
Scrivi la svolta, cazzo.
Dai ritmo a questa noia.
Mortale.
Lei mi lecca il labbro superiore. Sa di Prosecco? No, non è ancora successo, il Prosecco, cazzo.
E mi dice, lei adora dire, parlare, raccontare, cose sconce nell’orecchio.
Nah.
Non credibile.
Scontato.
Al bar, scoppia una rissa clamorosa. Volano bicchieri, pinte, piatti.
Nah,
non credibile.
Qui, se mai dovesse succedere, sarebbe davvero un casino.
Un gran casino, di quelli da telegiornale. Nessuno vuole che succeda.
Almeno un paio morirebbero. E un paio ne approfitterebbero per sparire.
Prendo la macchina, guido nella notte, no i fari spenti no, arrivo al mare.
Ceno con calma, immotivata, al buio del borgo senza turisti.
Tutti mi conoscono, nessuno mi riconosce.
Il borgo che amo.
Il mio angolo di mare.
Nah,
non credibile.
Prendo la macchina. Guido. Casa. Cartoni animati.
Amore incondizionato. Non hai un figlio, lascia stare.
Non puoi capire.
Fa bene.
Fa male.
Silenzio. Dorme.
Perfezione nel respiro di un bambino.
Computer, lavoro. Al solito.
Lavori tanto? ti chiedono.
Vaffanculo, risponderesti.
Nah, rispondi.
Non tanto.
Il giusto.
Vivi bene? ti chiedono.
Vaffanculo, risponderesti.
Nah, rispondi.
Il giusto.
Te lo avevo detto che era noioso.

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