Mary

Viveva in fondo alla statale, prima del bivio per la vecchia cava abbandonata. Aveva una collezione di bottiglie, birra, whiskey, cola, sul davanzale della finestra, a reggere la tapparella ossidata dal sale, dal freddo, dal vento.
Aveva una mania, una predilezione, per il disordine. Lo si vedeva dai capelli. Lo si vedeva dalla casa.
Nei pomeriggi di sole, d’estate, restava ad aspettare, seduta su una vecchia sdraio, sul patio, in mutande e maglietta.
Cosa aspetti, Mary?
Scendeva in città il meno possibile, solo per lavoro.
Adorava l’idea di abitare fuori.
Fuori da tutto.
Dalla città, dalle regole, dal contesto, dai limiti.
Guidava una vecchia Ford, piccola, sporca, bianca.
Aveva un fondo di verità, negli occhi e in tutto quello che diceva.
Aveva un fondo di bellezza, a guardarle il viso, a seguirne i contorni.
Non aveva paura, Mary.
Di niente.
Se non di me.
Io sono semplice da raccontare, in questa storia. Arrivo per caso, per sbaglio, per noia.
Giù al Gaslight.
Musica, bordello, gente, birra. Sembra che tutto sia stato preparato per un glorioso mal di testa.
Il mio.
Cammino, salutando vecchie facce, scrutando quelle nuove.
La incontro per caso, seduta su un divano di pelle trapuntata, insieme a un uomo.
Lei mi guarda.
Io la guardo.
Chiedo una birra.
Ho trovato bellezza nel suo disordine, subito.
Ho trovato un senso, nel suo disordine, subito.
Lei si è allontanata, subito.
Lo farà spesso, è il suo modo per dirmi, senza dirlo, corri a prendermi.
Adoro due cose di Mary.
Una è lei.
Difficile da spiegare.
Ha il mare dentro, riassumerei.
Ma, mi rendo conto, non è sufficiente, come spiegazione.
Ha il mare anche intorno.
Sempre.
Assomiglia, di molto, a una creatura di un romanzo sudamericano.
Di vicoli, notti, zanzare, rhum, scollature appena sudate, feste troppo lunghe, gonne fiorite, sabbia che copre i piedi, mariti gelosi, musica, vasi di fiori profumati, ricordi, mare, disperazione.
Assomiglia a tutto questo.
Ma senza saperlo.
O, perlomeno, non se ne cura.
La seconda cosa che adoro di Mary è la strada per andare da lei.
Al tramonto, ti resta il mare alle spalle, Ovest, e il sole brucia negli specchietti, dandoti l’idea di quei viaggi che fai a settembre, alla fine dell’estate.
Andare da lei è come fare l’ultimo giorno d’estate.
So che non si dice, non è un bel complimento.
Per questo parlo poco.
Non so fare i complimenti.
La prima notte insieme, l’abbiamo passata vicino al Gaslight, alla fine della Quinta, dove l’aeroporto si mangia un pezzo di città.
Non parlavamo, abbiamo bevuto, nudi e in imbarazzo.
Le cose cambiano, mi sono detto.
Lei non parlava.
Immagino si sia fatta un’idea strana di me.
Non sarebbe la prima. Non sarà l’ultima.
Ho scoperto che ha i fianchi che ricordano la Colombia, le insenature e le valli, un fiume di piacere, morbido, angoli rotondi, si può dire?, pelle liscia come una pesca, l’odore di fiori.
Ho scoperto, mordendole la pelle, una specie di stregoneria.
Sento la bocca avere bisogno di quello.
Ma non è solo quello.
La prima notte insieme, sembrava stesse aspettando qualcosa.
Cosa aspetti, Mary?
Hai un nome da ebrea, e vivi al confine con le piantagioni e le cave. Sei figlia di schiavi, di sicuro.
Nessuno sceglierebbe di vivere in quella zona.
Nessuno che non fosse figlio di schiavi.
Invece ho scelto, risponde.
Odio la città.
Scendo al Gaslight solo per trovare da lavorare, per bere, per finire poi con gente come te.
Molti vorrebbero quel senso di festa che fanno i tuoi seni, appena liberi dentro una camicetta.
Molti. Si.
Nessuno, pochi, ci possono arrivare.
Io perchè sono qui?
Questo me lo chiedo anche io.
Mary non sa fare i pompini.
E nemmeno tenere un uomo.
Come me.
Assomigli a un problema, mi ha detto una volta.
E non voglio problemi.
Assomiglio a molte cose, Mary.
Alcuni dicono io sembri la felicità. Pochi, a dire il vero. Pochissimi.
Alcuni dicono io sembri un temporale.
Alcuni, i più, non dicono nulla.
Ha preso la sua vecchia Ford, imboccando la statale.
Mi è rimasto il ricordo delle sue gambe, che sembrano la Colombia.
Mi è rimasto il ricordo del suo disordine, che era perfetto per il mio.
Mi è rimasto il ricordo delle sue parole, dei suoi discorsi, che erano musica dolce, che accompagnava le mie serate.
Non l’ho più trovata, nemmeno cercata a dire il vero.
Anche se adoro ancora fare la statale per casa sua.
Sentire il fuoco negli specchietti, la moto vibrare, pensando di scappare dall’estate, come si fa alla fine d’agosto, quando tutto sembra finito, quando tutto inizia.
Ci siamo rivisti, tempo dopo, fuori città.
E tu, perchè sei sparito, mi ha chiesto.
Aveva una gonna fiorita, immagino che la primavera, dovesse scegliere una bellezza in cui sbocciare, sceglierebbe lei.
Sei tu, Mary che sei scomparsa.
Tu assomigli a molte cose.
Ma più di tutte, mi ha detto lei, non capisci la differenza tra un inizio e una fine.
Si vedeva già da come salivi in moto, che sembra che tutto sia finito.
Si vedeva già da come mi guardavi, che sembrava dovessi fermare il mondo per baciarmi.
Io sono andata a preparare il nostro inizio.
Tu, hai aspettato la nostra fine.
E cosa ne hai fatto del nostro inizio, Mary, le ho chiesto.
Lo ho tenuto tra le mani, aspettandoti alla vecchia statale.
Poi, quando è diventato troppo pesante, lo ho appoggiato sulla sabbia.
Ed è rimasto lì.
Una storia che sa di Sud America, una storia che ha passato la frontiera, nascosta nelle viscere di una donna troppo bella per essere sola.
Ed è rimasta sospesa.
Come il cartello, Aperti sempre, della stazione di benzina.
Il vento, ripassa pacato il cartello, dando un ritmo all’ondulare.
Mentre in sottofondo un vecchio pezzo dei Pearl Jam, suonato male da amplificatori arrugginiti, ronza nelle orecchie.
Resto fermo.
A capire.
Sono uno che confonde l’inizio con la fine.
Ha detto Mary.
Una che si siede ad aspettare, in mutandine e maglietta, ogni volta che sente il vento arrivare.
Gente come te, mi ha detto, la porta il vento da Ovest.
O sono tempeste, o sono splendide giornate di sole terso.
Io aspetto.
Prendo quello che il vento mi da.
Mary.

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