Immagino per te sia lo stesso – Parigi, Barney e io.

Ho un lieve mal di testa, dolori articolari tipici del post gara di un’atleta agonista, un lieve senso di disperazione esistenziale, una sudorazione propria di una zebra che ha corso per giorni nella savana, un forte bisogno di caffè e acqua e apparenti difficoltà ad affrontare le sfide motorie del cittadino moderno, ovvero salire e scendere da scale mobili, tapis roulant, passare attraverso tornelli, co ordinare i piedi per salire scalini e così via.
Tutti sintomi, nemmeno troppo preoccupanti per chi ci ha fatto una certa abitudine, di un hangover di tutto rispetto e di lungo termine.

Volo sopra le campagne francesi, lasciando che la testa faccia i suoi giri, ascoltando il gorgoglio dei motori e tutti i ricordi di questi ultimi mesi.

Non sono mai stato buono con Parigi. E’ una città troppo grande per me. Amare una città è una cosa abbastanza fisica. Sono io che scopo, non vengo mai scopato. Sono io che cammino. Che voglio attraversare tutti i budelli, conoscere i confini, osservare i limiti, piangere di pioggia e godere di sole. Parigi è troppo grande, Parigi è una donna molto complessa, forse nemmeno tanto sensuale. Romantica. Potresti camminare per ore, senza trovare quello che cerchi.
Oppure trovarlo, in un vicolo, sospeso tra due periferie, in mezzo a un pomeriggio, davanti a una piscina e all’odore di cloro, nel vuoto di un sabato pomeriggio.

Ho bevuto il suo orrendo caffè, cercando di spiegare, inutilmente, cosa sia Parigi per me. Non ho ricordi, eppure ci sono stato tante, troppe, volte. Ma ho un sentimento strano, quasi di rispetto, per quello che alcuni sono venuti qui a cercare. Quasi tutti gli scrittori che ho amato leggere, sono passati da queste strade. Più o meno sobri, ma questo è poco importante. Parigi è più bella, come tutte le donne fredde, quando hai bevuto qualcosa di troppo.

Ho camminato molto, insieme a qualcuno che era venuto per capire, in fondo, quanto il passato potesse ritornare. E’ la lotta di questi mesi. Capire, cercando di soffrire il meno possibile, quanto il passato possa ancora fare male. Lasciarlo entrare nel presente, tentando di non farlo strabordare nel futuro. E’ lotta che ci accomuna, come molte altre cose. Abbiamo occhi che vanno oltre, vogliamo mani che stringano forte, e abbiamo la pazienza di ascoltare, senza mai farlo capire.
Ho bevuto, in suo onore, pessimo vino bianco. Ho camminato cercando un ricordo preciso, osservando le sue foto, che lo hanno sigillato in un telefono, chissà cosa stava cercando. Ho bevuto del pessimo rhum, perchè l’alcool serve ancora, qualche volta. Pessimo, caldo, pesante.

Ho sentito il freddo del mattino, l’umido della sera, la pesantezza della notte.

E ho pensato: tutto sommato a Parigi non si sta male. Perchè, fatemene una colpa, mi vergogno di pensare: oddio, era da una vita che non stavo così bene.

Quando dormo a Parigi, come quando dormo nel resto del mondo, ho le mie dolci abitudini. I miei posti, i miei piatti, le mie metropolitane. E, guardalo da fuori, è stato semplicemente questo. Portare nelle mie piccole abitudini, in quel muovermi con sicurezza in posti che non conosco, nell’ordinare piatti che non ho mai mangiato, nel non avere paura della notte, dei posti, delle persone, chi voleva entrarci.

Camminando per non so quale piazza, in mezzo a un flusso di cinesi e italiani, golfini arrotolati sulle spalle e zainetti con ombrello per ricordarmi la malinconia di chi non è zingaro, mi è venuta in mente Miriam. Ho chiesto, gentilmente, fermiamoci. Beviamo un caffè. Sono stanco. Ma non ero stanco. Ero felice. Miriam, che ha sconvolto la vita di Barney. Barney, quel cazzone di Barney, che a Parigi rimediava pessimo vino in pessimi posti. Ognuno ha diritto alla sua Miriam. Ognuno, trovata, ha il dovere di non lasciarla mai più.

Con un amico, perchè questo è quello che siamo, volenti o nolenti, amici zingari che non si sono mai incontrati a Milano, bevevo vino bianco. L’ho fatto per lei. Per Parigi. E ricordavo Pennac e la Vargas. In fondo Parigi è un modo carino per osservarmi. Capire se io sia, davvero, quello che dico di essere. Capire se il mio modo di vivere è davvero così spigoloso come sembra.
Questo è stato Parigi.

Sono tornato nel caldo, nel caos, nel traffico, di una domenica in città. Respiravo a fatica.
Il caldo.

Sono tornato. Nel caldo.

Bomber e Baccano

Lo chiamavano Il Bomber, anche se a calcio non ci aveva mai giocato, se non sul campo di terra battuta dell’oratorio estivo. E pure in porta. Aveva sempre gli occhi immersi nel cielo, raramente finiva un discorso, e sulle sue mani si poteva leggere il passato di chi ha amato troppo la vita. Il Bomber era più di una leggenda, e in tutta la Bassa sapevano molte storie su di lui. Nei tramonti di giugno e luglio, con le zanzare che quasi annerivano il cielo e la campagna che puzzava di concime, Il Bomber scorreva lento, con quel ferro pieno di ruggine che chiamava moto, verso il fiume. Sedeva vicino al ponte, davanti alla ferrovia, e aspettava. Dicevano che Il Bomber era stato innamorato. Una volta sola, come dovrebbe essere l’amore, per sempre, come dovrebbe essere l’amore. Si sapeva poco di lei, anche se in paese dicevano che era bellissima e che alla Festa di San Michele di molto tempo prima si fosse presentata con un abito bianco, con fiori di pesco disegnati. E profumava davvero, lo dicono tutti in paese, di pesco e primavera. Il Bomber lo chiamavano già Bomber, aveva i capelli più lunghi, la faccia più serena e meno vita disegnata sulle mani. La lasciava andare appena, standole sempre dietro, non troppo vicino, come se la volesse proteggere dal suo passato. Tutti vogliono proteggere le persone che amano dal futuro, nessuno si preoccupa di proteggerle dal passato. Erano andati via insieme, allontanandosi dalle luci della festa, quando stava per fare mattino e troppo Lambrusco, troppe zanzare, troppo di tutto, veniva dal bordo del fiume. 

Li potevi incontrare davanti alla chiesa, sotto i portici, mentre lei mangiava la crostata di albicocche della Gina, che dicono che ci vogliano quattro uova e due etti di burro per farne una fetta. Lui beveva lentamente il suo caffè, amaro, appoggiando la tazzina sul serbatoio della moto. Si vede che due si amano così tanto, quando non hanno fretta. Quando il tempo non comanda. 

Poi lei era andata alla stazione. Nessuno sapeva perchè, nessuno sapeva, in fondo, come si chiamasse. Non se lo ricordava nessuno. 

E lui aveva iniziato il lungo lavoro di chi resta. Aspettare. Lo faceva sedendosi davanti alla ferrovia, lasciando che il fiume portasse un po’ di fresco nella sera. Lo faceva fumando, e guardando le famiglie che risalivano gli argini con le loro cose del pic nic. 

E aveva smesso di parlare. Se non parli d’amore, forse, non vale la pena parlare. 

Baccano è uno che corre sul serio. Si chiama Baccano da quando il parroco, Don Vitale, ha dovuto interrompere l’omelia dei Morti, la sera del due novembre, per uscire sul sagrato, attraversare i portici, entrare nel portone di legno, piazzarsi davanti a Baccano, alla sua moto e urlare di spegnere, che non si riusciva a dir messa. 

Baccano corre, seriamente. Sembra quasi non abbia paura di morire. Che sono quelli che ne hanno di più di paura. Ma sembra che non ne abbiano. Conosce gli argini, perchè qualche volta, correndo troppo, è andato lungo. Specialmente d’inverno, che non si vede oltre al naso, dalla nebbia. 

Baccano lavora vicino alla città, in fabbrica. Parte al mattino, ritorna alla sera. Ha tolto le marmitte, lasciando uscire un ruggito feroce, di un animale ferito, che ogni volta che da gas sembra che un leone urli di dolore. Baccano corre, alla sera, controsole. Sembra un’ombra felina, veloce. Porta sempre una borsa di tela, dell’Esercito, e si ferma sempre dalla Gina, a comprar due uova e una bistecca. Baccano lo conoscono tutti, ma forse non lo conosce nessuno. Nessuno, ad esempio, sa di chi sia figlio, e quanti anni abbia. Sembra, a vederlo in faccia, che abbia vissuto i sogni dei venti, il disincanto dei trenta e stia cercando il compromesso dei quaranta. Rughe da sole, da freddo, da vento e da pioggia. Alla domenica legge il giornale, seduto sulla sua moto, in piazza, aspettando che la messa finisca, per entrare a pregare. Entra quando la chiesa è vuota. Che credevano, giù al Bar del Ristoro, che rubasse le offerte. Ma poi non era vero. 

C’era qualcuno che diceva, di quella notte, che era stato Baccano ad avvicinarsi al Bomber. Ma nessuno sapeva, con esattezza, cosa fosse successo. Si erano seduti, alla Festa di San Michele, sul muretto del bordo, le vecchia mure della guerra. Bevevano lambrusco, seduti vicini, senza parlare. Intanto la musica batteva il ritmo, e qualcuno spariva, sudore, voglia, vergogna batticuore, dietro al campo di frutta, sottane, saliva, rumore di mani. 

Poi Baccano aveva preso la sua borsa di tela, lo avevano visto in tanti. Guardare negli occhi il Bomber. Non si parlavano. E aveva tirato fuori una busta, rossa di tela. E dalla busta, rossa di tela, un fiore di pesco. Nient’altro. 

E lo aveva dato al Bomber. Che nessuno si ricordava da quanto non succedesse. Che il Bomber aveva appoggiato il bicchiere di lambrusco, senza nemmeno quasi guardare. Ed era rimasto fermo, davanti a un fiore di pesco. 

Che nessuno si ricordava da quanto non succedeva. 

E poi, Baccano si era alzato, accendendosi una sigaretta, sedendosi sulla sua moto e spingendola lontano dalla festa. Nell’ombra della sera, sotto i portici che non passa la luna.

E il Bomber era rimasto seduto sul muretto, con il fiore di pesco tra le gambe. E il fiato corto. Osservava la festa finire, la gente tornare dal buio dei campi, con meno paura e più malizia. Che nessuno si ricordava da quanto non succedesse.

Poi si era alzato. Aveva appoggiato il fiore sul serbatoio, sembrava che la ruggine avesse lo stesso colore, sembrava di poterne sentire il profumo. 

Aveva sorriso. Nessuno si ricordava da quanto non succedeva. 

Si era allacciato il casco, ed era partito, il Bomber, puntando dritto verso la città, proprio dietro la luna.

 

 

Machines – Ricordi, Statali e tramonti perfetti

C’è un momento preciso, arriva sempre, quando, dopo che ti sei abituato al rumore degli scarichi, dopo che ti sei abituato alla velocità, dopo che ti sei abituato al vento caldo, i tuoi occhi iniziano ad appoggiarsi sui particolari. Ti abitui alla strada, è quello che poi succede nella vita, o almeno così dicono. C’è gente, in fondo molti, anche se non se ne rendono conto, che parte solo per questo. Per il viaggio, non tanto per la destinazione.

Così, a questo mi è servita l’Emilia, in un mattino di sole e di gente che corre per lavoro. Andare un po’ più piano di loro, senza fretta, uscendo verso le montagne. Fermandosi a guardare il vuoto, le colline in fondo, la dolce memoria di Enzo Ferrari che su quei tornanti provava le macchine, una vipera in mezzo alla strada, l’odore di menta, le ortiche alte, e la lenta discesa verso il mare. Adoro scendere verso il mare, con il mondo che si addolcisce come le strade, il caldo, le facce della gente, le vigne.

Entrando sull’Aurelia mi sono reso conto di una cosa parecchio importante. C’è una lista di cose che voglio fare ad ogni costo prima di morire. Una lista abbastanza segreta, a cui, di anno in anno, aggiungo cose. Come se fossi immortale. Uno dei motivi per cui ho fretta, alla fine, è proprio questo. Ho sempre più cose da fare. Una delle cose che volevo fare prima di morire era tutta l’Aurelia in moto. Da sempre. Da quando mi piace l’andare in moto. Da quando mi piace l’Aurelia. Fatto. Dal primo all’ultimo kilometro. Dai sassi e la ferrovia del Ponente, alla sabbia del Levante, ai viali di pini marittimi della Toscana, alle curve disegnate da una mano divina della Maremma, alle valli tiburtine, ai porti caotici, alla solitudine dei rettilinei impossibili. Tutta. Talmente tanti profumi, talmente tanti kilometri, talmente tante facce, che è stato come leggere un libro bellissimo.
Che rileggerò sempre.

Mangiando vicino al porto, ascoltavamo l’accento di due vecchi e dei loro bastoni che picchiavano sul marciapiede. Odore di gasolio e di mare.

Poi è successo. E’ incredibile quanto ti faccia sentire vivo, una cosa così semplice. La moto, piccola adorata e poi maledetta, ha iniziato a tenere la strada da sola. Non serve dare molto gas. Non si scappa dai problemi, e non si arriva alle soluzioni. Conviene tenere un ritmo, che permetta ai tuoi occhi di godere dei particolari. Il senso del viaggio.

Io su questa statale ho scoperto di essermi innamorato della persona sbagliata, ho fatto l’amore la prima volta, (e vorrei farlo l’ultima), ho guardato mia madre camminare nel tramonto e ho pensato a quanto l’amassi, ho visto passare il tempo dell’attesa feroce, ho studiato, letto, camminato, corso, surfato, pescato, mangiato, bevuto, litigato, ascoltato, mi sono fermato a guardare il mare, mi sono accorto delle proprietà curative del rhum, delle donne, del mare. Anche non tutti insieme.

Riconosco posti, dalla Francia al Lazio, che mi ricordano momenti. Trovo profumi, benedetto sia il tiglio, i limoni, le calle, i gelsomini.
Tocco la sabbia, gli scogli, i sassi. Mi porto sempre a casa un sasso dell’Aurelia.
Ho ritrovato molti ricordi che credevo scomparsi, sepolti in soffitta. Guidavo sorridendo, perchè è stato come correre dentro le cose belle della mia vita.

Abbiamo mangiato il pesce ascoltando il rumore dell’acqua che fa beccheggiare le barche ormeggiate. Abbiamo trovato la luna nascosta dietro a un campanile, abbiamo camminato per trovare una buona cantina, ci siamo seduti, abbiamo parlato, lasciando che il rhum sciogliesse.

Ci importava davvero poco che la destinazione fosse, decisamente, lontana.
Eravamo quattro. Ognuno con la sua andatura e la sua vita. Succede, andare con passi diversi. Basta non lasciarsi andare. Sapere che ci sei, mentre io vado, è già un bell’andare.

Io pensavo, e cantavo. Le canzoni di ogni ricordo. Non ricordo quale canzone ci fosse la sera della mia prima volta. Eravamo nascosti sotto le palafitte di un bagno, sul mare. Eravamo in due. Questo è chiaro. Eravamo fidanzati e innamorati. Questo è auspicabile. Ma, della mia fidanzata e del suo fidanzato, non c’era traccia. Non lo ricordo come un’esperienza mitologica. Ma è stata la nascita di una delle mie grandi passioni.

Ricordo che cantavamo sempre i Refugees, mentre attraversavamo la pineta per arrivare al mare, proprio di fianco alla base americana. E si sentiva odore di pini. E portavamo una palla da rugby. E ci eravamo lasciati alle spalle la maturità e senza saperlo la bella spensieratezza di una parte di vita.

Mi ricordo la mareggiata, la sabbia incredibilmente bianca, gente dalla Francia, la mia paura, il mio spingere con le braccia, senza nemmeno respirare. Il mio alzarmi, i piedi giusti, dove devono stare i piedi. L’onda scivolarmi sotto. Il mondo scivolare verso destra. La costa avvicinarsi. L’adrenalina, l’odore della paraffina, sedersi sulla spiaggia sapendo che è iniziato qualcosa che non finirà mai.

Quando mio padre mi ha aiutato ad attraversare la palude ho pensato a quanta forza avesse in quelle braccia. E mi sono sentito più sicuro.

Quando, guardavamo il mare seduti sul vecchio molo, lei mi mentiva dolcemente, come solo le donne sanno fare, accarezzandomi e coccolando la mia ingenuità, io sentivo il sole del tramonto bruciarmi la fronte. Il mio mare deve avere il tramonto in faccia, pensavo. La mia donna deve avere il suo nome, pensavo. Non sbagliavo sul mare. Sbagliavo sul nome. Ho sbagliato ancora, e ancora. Ricordo ogni centimetro di quel molo, perchè ci sono tornato a piangere per lei. Piangevo per me, ma non lo sapevo.

L’Aurelia, con i suoi kilometri, 962 per esattezza, da Arles a Roma, è la mia storia, sono i miei posti, è il mio mare, è un posto dove mi piace stare, sul quale mi piace viaggiare.

Ecco, di questo viaggio, porto nel cuore tutti i pezzi di Aurelia, fatti con il giusto passo, la giusta andatura.

Giravo seguendo docilmente la costa della Maremma, osservando il cielo morire di rosso e di rosa, quando mi è entrato nel naso il suo profumo. Di gelsomino. D’amore.
E mi sono fermato. A godermi il silenzio di questa strada, che parrebbe essere un pezzo decisamente importante della mia vita.

Scriverò molto.
Ho molto da scrivere.
Succede quando hai poco da dire, o molto da ricordare.

La poesia dell’asfalto, del mare, del sole, dei fiori e delle colline, della sabbia e dei porti, dei pini e le loro maledette radici che esplodono sotto l’asfalto, della gente, gente di mare, dei porti sospesi nelle pance della costa, del sottile vento che spazza dolcemente la costa, delle luci dei pescatori.

E di me, che pensavo che è vero, scappare non serve a nulla.

Forse nemmeno tornare.

mi sto dimenticando di quanto fosse bello tagliarsi le unghie con il fermacarte

Dormo male ormai da un pezzo. Quantificando “ormai da un pezzo”, oserei dire che, a parte quando crollo sotto il peso dell’alcool o di qualche patologia immaginaria come la grave infezione alle vie urinarie che mi ha colto l’altra sera, ridotta a cistite dopo qualche minuto, ridotta ulteriormente a “dovrei smettere di bere Uliveto” dopo una decina di minuti e un’abbondante pisciata notturna, ecco quantificando oserei dire che ormai sono più di sei mesi che dormo decisamente di merda. E sono nervoso. Sono nervoso già di mio. Sono cinico già di mio. Sono arrogante, freddo e scostante già di mio. Questo non dormire mi genera una ulteriore dose di benessere.
Dormo male ormai da un pezzo, dicevo. E ho qualche problema nella gestione della mia lineare, docile, semplice, vita.

Perchè in fondo è vero, sono uno stronzo di categoria superiore, e un po’ me ne compiaccio, quando vesto i panni dell’insospettabile professionista. Ma poi nella vita privata gestisco come un abile giocoliere tutta una serie di delicatissime situazioni personali, interpersonali, extra personali.

Anni, troppi, di oratorio, o forse semplicemente una decisa predisposizione personale al compiacimento del prossimo.
Insomma ho difficoltà a dire di no. A quasi tutto, a quasi tutti.
E si che i peggiori errori della mia vita li ho compiuti proprio per questo sado-altruismo psico cattolico.
Amo tutti tantissimo, ho un cuore molto grande, e poi sembra che non amo nessuno. Eppure, io vi giuro, amo un sacco, forse troppe, persone.
Di quell’amore vero, spontaneo, totale, incredibile.
Quell’amore che mi spinge ad accompagnarvi nei vostri passi, a soffrire con voi per i nostri errori, a gioire per i nostri successi.

Quando invece, nella maggior parte dei casi, basterebbe dire un dolcissimo, sincero, cortese ma deciso:

“Sparati, coglione”.

oppure:

“ingessati la bocca, mignotta”.

Forse, non saprei definirlo in questo periodo, non ho mai amato nessuno davvero, se poi tutti li ho amati in questo modo. Forse non ho mai amato davvero nessuna, se poi tutte sono state trattate così.

Forse è più semplice di quanto sembri. Anzi, lo è di sicuro.
Ammiro, di molti di voi, l’egoismo sincero, diretto, fondamentale, con il quale vi proteggete da troppe paure e troppe sofferenze. Lo ammiro, davvero, ma non ne sono capace.

Forse molte di queste cose non sono nemmeno tanto vere.
Dormo poco, ve l’ho detto.

Accarezzo il portabicchiere in pelle. Portabicchiere in pelle. Oggetti che, come il servo muto con rivestimento in velluto o il set ago-filo, bottone bianco, riesci a reperire solo in un certo tipo di hotel. Per un certo tipo di uomini. Con un certo tipo di vita, un certo tipo di passioni. Un certo tipo di infarti, un certo tipo di famiglie, un certo tipo di sogni. Un certo tipo di target. Per arrivare alla sala riunioni ho dovuto sorpassare quattordici pubblicità di orologi di lusso, macchine di lusso, borse di lusso, cravatte di lusso, scarpe di lusso. Che lusso.
Ho un leggero mal di testa. Ve l’ho detto, dormo poco, male, un disastro.
Siamo in sette, come i nani. Sette camicie bianche, sette cravatte blu, sette completi blu, quattordici scarpe nere lucide, nessuna fantasia.

Fra qualche giorno me ne vado a Roma. In moto. Seicento sette kilometri andare, cinquecento quaranta a tornare. Per il sommo piacere delle mie natiche. O di quello che di esse rimane, visto che mi è sparito il culo in uno degli step di dimagrimento.

Prendo la moto e scappo. Poi torno, a dire di si a tutti, ci mancherebbe.

Prendo il bicchiere, mi faccio versare un bicchiere di rosso. Una intera sala riunioni che procede a the verde e succhi vitaminizzati. Uno sano e salubre ci vuole. Vino rosso.

Quando sono in moto, canto. Tanto non mi sente nessuno. Canto interi dischi. Oppure parlo ad alta voce. E dico la verità, quando sono in moto. Tanto non mi sente nessuno.

Mi sto scrivendo mentalmente tutte le cose che ho da dirmi, che ho da dirvi.

Accarezzo il porta documenti di pelle che mi viene consegnato.
Contiene La Proposta. Il motivo per cui mi sono sciroppato una sveglia prima che ci sia la luce, un paio d’ore abbondanti di volo, un pessimo caffè, quattro ore di riunione, un pranzo a salmone e tartare di tonno, una sigaretta di nascosto in bagno e tutti questi profumi denim che si associano molto bene alle vostre borse Tumi in pelle umana.

La Proposta.

Mio compito è, fingendo una certosina attenzione per i dettagli, leggere il documento, o per lo meno fare finta. Poi rifiutare, estrarre dalla mia Samsonite in tessuto e nylon, la Vera Proposta. Appoggiarla ordinatamente sopra La Proposta. Sovrapponendo fogli. Valore simbolico. E scrivere i miei numeri.
Che non sono mie. Escono da un foglio di Excel con novantasei formule, sette macro e tutte le variabili possibili. Non a caso si chiamano fogli di calcolo.

Chiudere il porta documenti di pelle, riconsegnare la Vera Proposta, negoziare due settimane, pianificare un incontro. Questa volta sarete miei ospiti, e che cazzo. Non potete nemmeno lontanamente immaginare la voglia che ho di scarrozzarvi per i dintorni di Malpensa, a metà luglio, per una romantica cena del cazzo su qualche lago del cazzo. Due cose mi stanno sul cazzo più del perdere tempo: i laghi e le cene di luglio che non includano un happy ending. I laghi mi stanno proprio sul cazzo. Io amo il mare. Non l’acqua in generale. Il Mare. Anche gli scrittori lacustri, converrete con me dopo una attenta lettura dei contemporanei italiani, sono parecchio lontani da quelli di mare. Per tutti voi, fan di Vitali e delle sue storie di lago: questa estate respiratevi il mare di Izzo, la sua Marsiglia. Il lago. Cazzo.
A luglio. Cazzo.

La hostess mi sorride, mentre le chiedo del vino, rosso.
Tramonta il sole, tramonta tardissimo. Torno a casa. Vorrei essere già sulla mia moto. Da solo.

Tu credi nell’amore? mi chiese una volta.
Io, non sapendo cosa rispondere, ho alzato i Sound Garden, e ci ho pensato qualche istante.
Io sono l’amore, le ho risposto.
Allora lei si è messa a baciarmi. Baciava da Dio. Credo lo faccia ancora. Certe cose ti vengono bene di natura. Con la persona giusta.
Ci siamo rotolati sul pavimento, fingendo di avere un sacco di tempo e pochissima voglia. Erano anni in cui il fatto di vivere quattordici ore al giorno con una dolorosa erezione esplosiva non mi preoccupava. Adesso la collegherei ad almeno sei patologie mortali.
Poi facevamo una cosa bellissima. Ci fermavamo. E ci tenevamo la mano. Per qualche istante.
E lei si girava, mi guardava negli occhi e mi diceva: io non sono mai stata innamorata prima. Adesso so cos’è l’amore. Sei tu.
E anche Milano sembrava un posto perfetto per amare ed essere amati.

Poi, quella puttana, si è scopata mezza Milano.

Scherzo.

Poi, come in una storia perfetta, io me ne sono andato. Per paura. Per codardia. Forse perchè non ero pronto ai suoi occhi.
Ho preso la mia Vespa e sono scappato. Verso il mare. Un viaggio epico.

Tra pochi giorni me ne vado a Roma insieme a un plotone di harleyisti a festeggiare il centodecimo anniversario della casa madre. Roba da fissati, penserai tu. Che, è evidente, non sai quanto faccia bene al corpo e allo spirito tutta quella polvere, tutto quel vento, tutta quella solitudine.
Poi, che sia un’anniversario, un raduno, una fuga, un viaggio o una vacanza, converrai con me, sono dettagli secondari.

PS: onde evitare pericolosi malintesi sul concetto di Happy Ending di una cena: una cena con happy ending non è obbligatoriamente una cena che finisce con un proficuo scambio di liquidi e di profumi. Maliziosi. E’ anche una chiacchierata tra amici. Anche. Perchè in verità, se appena appena ne capisci di vita, capirai bene che luglio è il mese in cui si possono chiudere cene sul mare. In cui l’happy ending è uno solo.

Ciao, me ne vado a Roma.
Se non mi leggerete su un quotidiano, coinvolto in una qualche maxi rissa tra bikers ubriachi, tornerò.

Kalifornia

Ci sono troppe cose, in questi giorni, che i miei occhi vedono e che poi non riescono a raccontare. Succede così, quando vivo troppo. Non ho paura, baby. Ballo. Mi trovo seduto sui miei silenzi, non mi fa paura, ma sarà lunga.

Mi ricordo, ma sarei pronto a negarlo in pubblico, di aver passato un periodo simile qualche secolo fa. Con l’anima in pezzi, l’orgoglio incollato sotto le scarpe come un pezzo di nastro adesivo, e una insensata passione per Tiziano Ferro. Ricordo addirittura di aver passato buone mezz’ore a guardare fuori dal finestrino della mia Smart a noleggio, fumando e crogiolandomi nella mia deliziosa disperazione mentre cantavo:

“case libri auto viaggi fogli di giornale, che anche se non valgo niente, per lo meno a teeee ti permetto di sognare”

“scusa sai non vorrei mai disturbare, ma vuoi dirmi come questo può finireeeee?”

Brutta storia, cazzo.

Quando poi inizi a dar retta a delle canzoni, e trovarci degli impensabili nessi con il tuo vissuto, vuol dire che sei arrivato alla fine. Soprattutto se si tratta di Tiziano Ferro e del suo indiscusso talento, che lo rende capace di rimanere su un vago sentimentale psico depresso mezzo inculato, mezzo tradito, mezzo piantato che è un evergreen mentale per uomini e donne dai 15 ai 55.

Adesso non ascolto più Tiziano Ferro. Se è per questo, non ho nemmeno più una Smart a noleggio. Ho una macchina grossa, mi piacciono le macchine grosse. Ho una macchina grossa con i sedili in pelle, comodi, e più casse di una discoteca. Le due prerogative principali per le quali ho scelto questa macchina. E cazzo, fidati, i sedili in pelle e le 12 casse sparse per la macchina sono perfette per compiangersi osservando la tangenziale da un parcheggio remoto della metropolitana. Se vuoi un posto comodo per compiangerti, piangere, rotolarti nei rimpianti, e volendo anche ascoltare Tiziano Ferro come mai lo hai ascoltato in vita tua, scrivimi. Ti presto la mia macchina. Se non hai sufficienti sensi di colpa, scrivimi. Ti presto la mia vita.

Per partire, in queste mattine, mi serve alzarmi dal letto. E, credimi, ci vuole una incredibile forza di volontà. Scavare nelle tasche della mia anima per trovare quei centesimi di rame di motivazione. Poi parto. Mi butto in macchina, sprofondo nei miei sedili extra large, accendo la radio, e godo del piacere idiota di essere seduto su una mucca morta e del poter ascoltare musica raffinata.

Non capendo un cazzo di macchine, in fondo sono degli elettrodomestici, ho chiesto al tipo dell’officina, mentre aspettavo che finisse il tagliando, se la pelle dei sedili fosse veramente bovina. Non credo nessuno gli abbia mai fatto una domanda del genere. Per me è importante cazzo. Non ha saputo rispondermi subito. Ma due giorni dopo, chiamando con un numero anonimo, ha lasciato in segreteria un messaggio. Confermandomi che la selleria è di pelle bovina. Bovino adulto tracciabile e ecopelle trattata. Questo è il motivo per cui la mia macchina costa. Non la tracciabilità dei bovini che mi scaldano il culo. Il fatto che lui mi abbia richiamato. Per dirmelo.

“ci incontreremo stasera, menta e rosmarino”

“che ho preso a calci le notti, per starti più vicino”

Comunque, dicevo, ci sono troppe cose, in questi giorni, che i miei occhi vedono e le mie mani non riescono a descrivere. Per questo parlo molto poco. Ne godono, del fatto che parli molto poco, rispetto al solito, i felici idioti che confondono il silenzio con l’approvazione e con il benessere. I miei occhi tagliano come lame, vedono tutto. Solo che, al momento, c’è troppo casino perchè questo tutto venga fuori. Tutto lì.

Non capisco un cazzo di macchine. E forse nemmeno di musica. Ma sono un esperto, di livello, nell’interpretazione di questo stato mentale, che corrisponde all’abbandono sul sedile della macchina in cerca di segnali divini che portino a un repentino cambiamento di vita.

Mi faccio molta tenerezza. Come quelli in coda dal tabaccaio che grattano ansiosamente i gratta e vinci. Ci sono modi decisamente più concreti e reali per diventare ricchi. E anche per diventare felici.

 

“aiuto, sono qui solo,

tra casini e parole da fuso,

lasciami almeno sorridere,

al tuo sorrisooooooooooooooooo”.

 

Se poi, disgraziatamente, non ho a portata di mano delle vittime sacrificali, snack pronti per la mia fame di rabbia, finisce che mi appoggio a qualsiasi superficie in grado di reggere il mio culo, e mi immergo in un’infinita serie di pensieri. Una spirale. Ovale, forse, comunque spirale. Che è un disastro, perchè non ne esco più.

 

Ne uscirà, credo, un grande, stupendo, racconto. Quando uscirà.

Nel contempo contemplo la mia poderosa erezione intellettuale, nel contemplare il mio fragoroso successo in qualità di poeta contemporaneo. Due piccole creature del sottoscritto, “divano vista mare” e “goloso”, sono entrate nella classifica finale di “Poesia 2013”.

Che è un concorso poetico. Capisco, non sai di cosa si tratti. Era una roba che andava di moda quando non c’erano Amici e Master Chef. Capisco, sono meglio Amici e Master Chef.

Forse è vero.

E, in fondo, canto niente male e cucino parecchio bene (in entrambi i casi utilizzo la strategia del “confondili per conquistarli”).

Magari smetto di scrivere poesie, e mi infilo in coda ai provini di un reality.

In ogni caso, la mia erezione intellettuale ha dei piacevoli risvolti. In primo luogo ho scoperto di non essere l’unico lettore delle mie poesie. In secondo luogo ho scoperto che alcune sono ritenute leggibili da una giuria. Che non ho corrotto. E che non conosco. In verità non conosco nemmeno il prestigioso Concorso Poetico. Ma sembra che sia una cosa seria. Non mi hanno ancora chiesto soldi. Anzi, c’è un premio in ballo.

A spanne, due bottiglie di Brugal. Che poi è il carburante necessario per scrivere un’altra decina di poesie. Potrei mantenermi in questo circolo. Bevendo, scrivendo, bevendo e scrivendo.

Fossi il primo.

 

Beh, se vuoi che io condivida con te la mia erezione intellettuale, basta andare qui e leggere. Se scorri, trovi sia Divano Vista Mare sia Goloso.

E molte altre grandissime poesie.

 

Se solo potessi capire quanto sia difficile per me alzarmi la mattina, apprezzeresti di gran gusto il mio cantare Zucchero a squarciagola in tangenziale. E non mi toccare Zucchero. Che sono ormai numerose crisi esistenziali che mi accompagna, fedele, sparato da altoparlanti sempre migliori. Vicino a sedili di bovino adulto tracciabile. Ed ecopelle.

(ok, parlami di musica, dimmi che non capisco un cazzo. Ma fermati a rileggere il piccolo pezzo di strofa sopra. La più splendida metafora sessuale della storia della musica italiana).

A chi piacciono le macchine, a chi le poesie, a chi le metafore.

See ya

 

 

Erano Anni Belli

Ho cercato per te il meglio. Lo ho fatto credendo che questa cosa fosse amore vero. Cercare il meglio per te. Nel caffè caldo della mattina sul terrazzo, mentre la bassa California si metteva in macchina per lavorare, guardavo le onde di Mission Beach. Avrei voluto, per noi, una casa sul Pier. Di legno bianco, dipinta dalle mani degli uomini, dal sale, dal vento e dal sole. Avrei voluto, per noi, tutto il tempo che occorre per fare l’amore dimenticandosi del mondo intorno. Appoggiati al legno umido del Pier. Nascosti dai pescatori e dai surfisti, ma visibili dalle stelle. 

Fanculo

Avrei voluto per noi tutta questa vita, chiusa in un cielo, a strapiombo sull’infinito. Incredibile, mi dicevo, attraversando con la jeep i resti di un acquazzone. Attraversando con la mia vita la definizione perfetta di Mal D’Africa. Cazzo, uno come fa a tornare a casa, dopo aver visto, respirato e toccato tutto questo? Pensavo a noi, e mi chiedevo come fare a portarti qui, sul bordo di questa piscina, appena fuori dal ghetto dei bianchi. Nel sole caldo di gennaio. 

Avrei voluto portarti con me, in ogni angolo del mondo che ho visto. Invece ero solo. 

Fanculo. 

Adesso mi chiedono come sto. Come stai? 

Lo vuoi sapere veramente? Sei sicuro di volerlo sapere davvero o è solo una domanda di cortesia, per non sentirsi eccessivamente estranei? 

Non posso rispondere. Sinceramente. 

Ci sono mattine in cui devo fermarmi, respirare profondamente, raccogliere tutte le ragioni possibili per andare avanti, e tirare dritto. 

Ci sono sere in cui guardo le mie ossa, e aspetto che crolli tutto. 

Ci sono notti, troppe, in cui non dormo pensando a quello che sta succedendo. 

Quando fa così male, ho imparato, si chiama vita. 

Mi chiedono come faccia a reggere, come faccia a non aver paura. 

Ma la vita non fa paura. Fa male, un po’ male. Ma paura no. 

 

Fermo la macchina. Oggi avrei voluto essere in moto. E’ esploso il sole. Finalmente. Esco e mi siedo su un prato ancora umido. Mi fermo a guardare gli alberi, mossi dal vento. Oscillano. 

Non so nemmeno dove stiamo andando.

Ma è il momento di muoversi.

Mi fido di me. Non mi fido di te. Non mi fido di nessuno.

Leggo, in questo silenzio, tutti gli errori che ho fatto. Tutti gli errori che hai fatto. Metto insieme un filo di vita, lo stretto necessario per non sentire mancare il respiro. 

Fanculo

Aspetto che il vento cali. Si sente il sole scaldare, forte, tutto questo bisogno che ho. 

Mi spiace, mi sanguina il cuore. 

Mi chiedono se non mi senta solo.

Ho superato la solitudine totale di questa scelta, semplicemente un passo alla volta. Non vuol dire che non faccia male. Anzi. 

Mi chiedono cosa ne sarà di me. Quando. Come. Con chi. 

Adesso, te lo devo dire per davvero, non lo so. 

Aspetto che gli alberi si calmino. 

Era piena, Pamplona. E tutti aspettavano questa maledetta corrida. Camminavo per i vicoli. Tra qualche ora sarà l’inferno. Mi piace essere in questi posti in questi momenti. E’ come essere dentro un racconto. Una grossa foto di Hemingway. E tu, pensavo, dovresti essere con me in questi momenti. 

Mi chiedono come faccia ad essere così zingaro. 

Io non ho una casa da molti anni. E’ questo che non capite. La mia casa è nel cuore di chi mi ama davvero. Ed è l’unico posto dove torno. Il resto, permettetemelo, è semplicemente coreografico. Non ho bisogno di nient’altro. Per questo, alla fine, torno sempre. 

Fanculo.

E sto qui, ad aspettare che il vento cali. Recupero vita, per andare avanti, almeno oggi. 

Ho visto uomini più forti cadere dentro problemi più semplici, e ho visto uomini più deboli vincere problemi più grossi. 

Le cose che ho visto, le racconto. Le racconta la mia pelle, le raccontano le mie parole. Questo avresti dovuto ascoltare. 

Io sono sbagliato, come un giorno di sole a novembre, come la pioggia di maggio. Io sono inappropriato. Come un quadro antico in una casa moderna, come il rumore del traffico che esplode nel giardino della tua villa. Io sono io.

Io sono, semplicemente, il frutto di una pianta fatta crescere sotto i temporali e la siccità. Il mio tronco si piega. Ma i miei fiori sono sempre profumati. 

Aspetto, te lo dico davvero, di poter scappare verso il mare. Che è solo mio. Perchè è di tutti. Sedermi davanti al mare. Sentire il Libeccio che mi porta il sale. Trovarmi in mezzo a tutta quella gente. Che si crede felice per un gelato. Che si crede felice per un amore. E poi tornare, verso la città. 

Qui ti sbagli. Io non ho casa. 

Io posso essere la tua casa. 

Ma tu devi essere la mia. 

Erano anni belli, quando abitavo dentro una donna. 

Il cuore di una donna è un posto bellissimo da abitare. 

Per uno come me. 

Mi chiedono come si faccia ad andare avanti. 

A me, che vorrei fermarmi, nascondermi, e aspettare che il vento porti via tutto. 

Stesso sesso, spesso spasso

Quando la gente mi chiede che lavoro faccio, si aspetta delle concise, semplici, risposte. Che rispecchino l’idea che loro hanno su di me. Lo fanno, lo fate, con tutti. Insomma, ben prima di chiedere a una persona che lavoro faccia, ti sei già fatto un’idea. Dall’aspetto estetico, dai modi, da un sacco di criteri di valutazione, che tu ritieni veritieri e che nella maggior parte dei casi non lo sono. Si chiama mappa mentale. La usi, inconsapevolmente, per fare un sacco di cose nella vita. Il fatto è che la tua mappa mentale corrisponde solo a grandi linee al territorio. E’ un giochino di psicologia facile facile. Chiedi a quattro persone coinvolte nello stesso evento di raccontartelo. E avrai quattro racconti differenti. Della stessa cosa. 

Insomma, nelle tue mappe mentali il mio essere rientra in un dato canone. Difficilmente, conoscendomi, sospetteresti che io sia un neurologo di fama mondiale. Infatti non lo sono. 

La differenza tra me e te è nella fiducia che mettiamo nelle mappe. Tu ti fidi ciecamente, questo ti rende instabile e pericolante, insoddisfatto, insicuro, indeciso. Io non mi fido delle mie mappe. Mai. Ma questo è un altro discorso. (se volessi approfondire, per tua cultura personale, al posto che giocare a Ruzzle ossessivamente come sto facendo io da troppe notti, potresti leggere qualche interessante libro sull’argomento. La psicologia non è una scienza oscura. E le psicologhe, spesso, sono carine e sessualmente aggirabili usando le loro stesse armi). 

Insomma, quando la gente mi chiede, “ma che lavoro fai?” si aspetta una risposta semplice, corta, facilmente interpretabile. Tutto il contrario di quello che realmente è. 

Ho dovuto, nel corso degli anni, preparare diverse risposte adatte al livello di comprensione dei miei interlocutori. Ho il pacchetto base, comprensibile da tutte le creature con un intelligenza base con o senza pollice opponibile.

“vendo computer”.

Poi posso articolare versioni più o meno complesse, adattandomi a livelli di intelligenza superiori alla mia. 

Questa mattina, mentre aspettavo di essere ricevuto da un manipolo di iene affamate del mio sangue, nel pieno del ciclo mestruale, indisposte alla vita e al mondo, impacchettate in settecento euro di pantaloni e scarpe con tacchi vertiginosi, acide come lo yogurt, pronte a sbranare chiunque si dimostri essere portatore di un pene e di due testicoli (forse anche uno solo), riflettevo su cosa veramente io faccia. In gergo, attendevo che il focus group del cluster relativo all’Internet of Things, che è il prossimo macro trend tecnologico su cui fare affidamento per risollevare le sorti di un modello macro economico basato su profitti crescenti e sempre meno sostenibili da economie di scala che non tengono conto della ciclicità di eventi legati al mercato azionario, mi ricevesse. Cioè, fai anticamera su un divano di pelle sintetica,mentre le senti inveire contro le loro povere assistenti. Ma sull’agenda di Outlook c’è segnato che affronti un focus group. 

Fai attenzione, e scoprirai la ragione segreta per la quale, ogni qual volta incontro una coppia di pensionati tedeschi sul Lago di Garda, alzo il dito medio. E’ una primordiale forma di sciopero, l’unica a me consentita. E’ la mia ribellione. Hans e Kerstin, infilati nei loro sandali, con calzino protettivo, bermuda tecnico e marsupio porta contanti, sono il finale di una catena nemmeno troppo oscura, che mi tira il collo la mattina. Io mi alzo alle quattro per andare in aeroporto per loro. E a loro, di conseguenza, come tutti gli operai nei secoli, porgo il mio dito medio. 

Lavoro per una multinazionale quotata in un listino asiatico. Ci sono degli azionisti. Tra i quali un fondo asiatico e tedesco, un wurstel con gli occhi a mandorla (lo stereotipo è il miglior modo per fare si che le tue mappe mentali incontrino le mie), che è il maggior azionista. Questo fondo asiatico e tedesco, sinobavarese, per correttezza, è posseduto da molte banche. Mi segui? Molte banche che a loro volta riversano queste azioni nei portafogli di investimento misti. Le azioni della mia azienda sono discretamente stabili, pur appartenendo ai listini tecnologici. Vengono quindi usate come cuscino economico per evitare che i tuoi mille euro che hai messo in banca sperando di diventare ricco diventino in meno di una settimana trecento dobloni pakistani. Il tuo istituto bancario, sotto forma di un nerd neo laureato in Economia e Commercio con la passione per gli orologi, le macchine, la figa e tutte le cose più scontate che i soldi possono comprare, bilancia i tuoi investimenti. Un po’ di soldi li mette sul ferro cinese. Che è un investimento base. Poi un po’ su qualche fondo indiano. Poi qualcosa sui titoli di aziende vietnamite (la maglietta da seicento euro che hai regalato alla tua fidanzata viene da li, ma tu non lo vuoi sapere). Poi qualcosa sulla mia azienda o sulle sue concorrenti. 

Essendo un fondo sinobavarese, saranno proprio i bavaresi con disponibilità economiche sufficienti per garantire un investimento bancario a medio termine ad essere proprietari delle azioni della mia banca. A loro insaputa. Vecchi panzoni che credono nel sistema bancario tedesco, nella Bavaria, in Dio e nel Lago Di Garda. 

Sono loro i miei capi. 

A loro insaputa.

Io vengo pagato per prendere decisioni in modo veloce, più veloce possibile, per garantire profittabilità delle azioni della mia azienda, perchè Hans possa comprarsi, alla fine dell’anno, con la rendita del suo piccolo investimento, un nuovo grembiule per l’Oktober Fest, con il ricamo dorato (prodotto, per altro, dalla stessa azienda che ha fatto la maglietta della tua ragazza. Che se lei lo venisse a sapere, smetterebbe di credere follemente nella moda. Meno male che desidera rimanere nel fango intellettuale primordiale. Quello da lettrici di Vanity Fair, per intenderci). 

Ecco, io lavoro, quattordici, sedici, ore al giorno per il ricamo dorato di un grembiule di un bavarese pensionato, bilanciando le conseguenze della miopia intellettuale del consulente bancario che pensa troppo alla figa, agli orologi e alle macchine, confondendo i mezzi con i fini e i soldi con la felicità. 

La rapidità con cui prendo decisioni e le eseguo o le faccio eseguire è di fondamentale importanza. E’ uno dei criteri di successo della mia azienda. (è uno dei criteri di successo della vita in genere). A decisioni complesse corrispondono procedure complesse di interpretazione, valutazione dei rischi correlati, comprensione degli scenari, e processi di esecuzione che prendano in conto le variabili. Mi alzo la mattina e faccio questo. 

Se il mio lavoro viene eseguito correttamente, si crea una catena di valore per la quale in qualche mese la mia azienda, in Europa genera del profitto. Flussi finanziari. Soldi. Cash. Profitto che viene, più velocemente possibile, spostato a Est, molto a Est. Quel profitto, quei soldi, vengono poi utilizzati per pagare la catena produttiva e per investire in nuove sorgenti di profitto. Questo è quello che fa il mio capo. Che si convince che una cosa possa essere una nuova sorgente di profitto. 

Hans e Kerstin non sanno nulla di queste cose. Pagano una commissione variabile tra il 3 e il 5 percento al consulente appassionato di figa, macchine e orologi, per occuparsi di questo. Tre euro ogni cento. Ma lui non sa niente di tutto questo. Lui esegue, pur sentendosi forte di una laurea che lo distingue dalla massa. I suoi capi pagano una commissione che varia tra il 10 e il 15 percento a istituti di trading. Che si occupano di valutare la mia azienda. Ovvero le cazzate che il mio capo suppone siano di successo, e le mie decisioni a supporto di suddette cazzate. Se Hans ci desse direttamente i soldi, gli frutterebbero molto di più. E potrebbe scoprire che le Cinque Terre sono decisamente meglio del Lago Di Garda, per lo meno per il genere di passeggiata che lui ama fare con Kerstin. 

Io non sono tenuto a pensare ad Hans. Io sono tenuto a pensare alla generazione di un profitto dovuto alla transazione tra parti interessate alla compravendita di ferro, silicio, oro e rame. Che saldati insieme in un certo modo generano delle intelligenze artificiali. Quello che faccio pagare è la capacità di alcune centinaia di migliaia di operai cinesi sottopagati e presto sostituiti da robot (che hanno il pregio di avere una ridotta tendenza al suicidio), di saldare i suddetti componenti in modo stabile, creativo e originale. La mia intelligenza artificiale è meglio di altre. 

Io non mi devo occupare dei cinesi sottopagati. Come Hans, sono collaterali della catena. 

Però mi permetto, quando è stagione, di procedere a fare il dito a tutti i pensionati tedeschi che incontro a spasso sui laghi del Nord e sulla riviera adriatica. Se la matematica non è un opinione, uno su cinque è indirettamente responsabile del mio stress. 

Ecco cosa faccio di lavoro. 

Se ti senti meglio, tieni valida quella facile: “vendo computer”. 

 

PS: la storia delle magliettine non ti deve mettere di malumore. Non hai nessuna responsabilità nella morte di milleottocento (milleottocento, cristo santo) persone, schiacciate da una fabbrica che è stata costruita male. Non puoi certo essere responsabile di tutto tu. E che cazzo. 

Consapevole si. Ecco la differenza. Consapevole, ovvero cosciente di quello che fai quando entri nel megastore e trovi la magliettina a ventinove euro e novanta. Semplicemente consapevole delle cose. 

La consapevolezza ti aiuterà, fidati, a capire quanto limitate siano le tue mappe. 

Che lavoro fai tu? 

 

 

Le cose che cambiano

Entro dalla porta principale, costeggiando i bar e i negozi di intimo. Bevo un caffè, è molto presto perchè ci sia vita in un posto del genere. I centri commerciali di periferia. Se esistesse un master in tristezza urbana, dovrei insegnare almeno in due o tre corsi. Ho mangiato per anni, troppi, tutti i santi giorni, in questi maledetti posti. Ho una cultura su scarpe scadenti, intimo omologato, librerie deliranti e grossi negozi di elettronica. 

Stanno aprendo tutti. Bevo il mio caffè, poi passeggio dentro la galleria. Ho tempo. Devo aspettare. Io odio aspettare. La ragazza della libreria sta mettendo a posto la vetrina. 

Mi prende un groppo in gola. Vedo la faccia di Don Andrea. E’ quasi sempre un brutto segno quando vedi la faccia di qualcuno sulla copertina di un libro. Sta mettendo a posto due libri su Don Andrea Gallo. 

Mi fermo. Silenzio irreale. Mi appoggio a un’utilitaria full optional. 

Mi appoggio a pensare. Rimanendo con gli occhi fissi sulla faccia di Don Andrea. 

 

Io e Don Andrea Gallo siamo stati insieme nel posto in cui un ragazzino e un prete non dovrebbero stare. Per un giorno intero. Genova andava a fuoco. Ricordo l’odore di sangue, i vasi rotti, il rumore dei manganelli sulle schiene, le urla devastanti, il silenzio dei vicoli. L’odore della mia paura. E gli occhi vispi di Don Andrea. Recuperavamo cocci di persone, correndo tra vicoli che non conoscevo. 

Poi sono tornato a trovarlo, un pomeriggio in cui avevo l’anima a pezzi e un grande bisogno di mare. E siamo stati a parlare, insieme a una puttana romena. E poi siamo andati a mangiare vicino al Porto.

Don Andrea Gallo è stato un prete che ha fatto il prete. Nel senso in cui ci si aspetterebbe da tutti. Don Andrea Gallo dava da mangiare ai poveri, come tutti dovrebbero fare. Ma poi, ostinatamente, si chiedeva perchè questi poveri avessero fame e nulla da mangiare. Questo è il genere di intelligenza che fa paura, infastidisce, urta chi lo vede da lontano. 

Don Andrea pensava. Era un’anima pensante. I suoi occhi vispi facevano a pugni con chi non pensava. 

Per questo mi piaceva. 

Mi alzo dall’utilitaria, esco a fumare. Il cielo con grossi nuvoloni, il parcheggio, la solitudine del mattino. 

E’ molto difficile da spiegare, ma la solitudine che sento in questi giorni, un fitto dolore alla gola, è incredibile. Forse non è necessaria da spiegare. Perchè è inutile spiegarla. 

 

Aspetto giorni migliori, anche se guardando la mia agenda, il rosario di aerei, treni e sbattimenti degni di un vero commesso viaggiatore, suppongo che ci si possa degnamente riposare solo tra un paio di mesi.

Se volete proprio, saltando la guerra inutile di opinioni, su chi muore e sui preti comunisti, leggere qualcosa di bello: “Come un Cane in Chiesa”. 

 

che è esattamente come mi sento io.

A questo punto, caro Don Andrea, te lo dico sincero: quando muoio vorrei venire dove sei tu. Che magari non è il Paradiso. Ma è il posto dove quelli come te riposano. 

 

Hasta 

Come ti chiami?

Piedi di Tuoni si chiamava così perchè quando correva sbatteva i piedi sull’asfalto. Come fossero tuoni. A dire il vero, non sembrava in grado di correre nemmeno tanto veloce. Aveva imparato nelle strade intorno alla Grande Stazione.Saltando le pozzanghere, schivando i passanti, e tenendo stretto il portafoglio appena rubato nella mano destra. Bisognava correre come se qualcuno ti stesse inseguendo veramente. Sempre. Fino a non sentire più le forze. Verso Nord, verso la zona delle vecchie fabbriche. Bisognava correre via. Poi, quando ti inseguivano veramente, allora, dovevi correre ancora di più. E Piedi di Tuono aveva imparato una cosa straordinaria: quando sembrava davvero tutto finito, quando sembrava che le gambe non tenessero più, era proprio in quel momento che i suoi piedi andavano ancora più veloci. Incredibile. Ancora più veloci. Per finire dritto verso Nord, verso le vecchie fabbriche. La grande cartiera abbandonata, con i cancelli divelti, e le giganti vetrate. Piedi di Tuono aveva un nome. Prima. Prima che gli unici amici fossero quelli della vecchia cartiera. Un algerino un po’ spostato, che beveva fin dal mattino e poi lentamente si trascinava verso la Stazione, un vecchio malandato, che offriva sempre mozziconi rubati alla fretta dei binari, e un grosso slavo, di qualche paese a sud delle montagne e a est del mare. Non parlava mai, lo slavo. Ma aveva sempre, quando dico sempre intendo sempre, un coltello tra le mani. Ci giocava, ci mangiava, ci apriva le bottiglie di birra. Ci dormiva, appoggiato a un vecchio materasso, nell’angolo vicino ai resti di un camioncino. Piedi Di Tuono aveva un nome, prima. Poi, a furia di non sentirsi mai chiamare, lo aveva quasi dimenticato. Se nessuno ti chiama mai, a cosa ti serve un nome, diceva il vecchio, bevendo birra calda da una lattina. In effetti, pensava Piedi di Tuono, la cosa non faceva una piega. 

Così, quella mattina di maggio, sotto una pioggia di novembre e un freddo di marzo, mentre cercava una vittima sufficientemente distratta per iniziare gli affari della giornata, Piedi Di Tuono era rimasto abbastanza perplesso per quella domanda. Una domanda, in fondo, davvero semplice:

come ti chiami?

Veniva, quella voce, da dietro le spalle. E non era un buon segno, generalmente. Ma questa volta, si sentiva dal tono, sembrava ci si potesse fidare e non iniziare a correre immediatamente. Girandosi lentamente, si era trovato davanti a un piccolo spettacolo, di quelli che solo una grande città ti può regalare. 

Un corpo così, doveva ammetterlo, non lo vedeva da almeno, quasi, all’incirca… impossibile quantificare. Ma davvero tanto tempo. Troppo. Sicuramente, da quando aveva iniziato a dimenticare il suo nome. In quel tempo aveva iniziato a dimenticare anche un sacco di altre cose. Come la paura, il senso di solitudine, la fretta di correre a casa, non avendone più una, le donne, non avendone più una, e l’effetto che fa una cena senza birra calda. Un corpo, doveva ammetterlo, in ogni caso fuori dalla norma. Ogni tanto si fermava a guardarle, le donne della città, scendere dai treni, vestite perfettamente. Poteva immaginarne i profumi, e anche le vite. E lo faceva. Dall’angolo in fondo ai binari, vicino alla stazione di Polizia. Non le scippava mai, le donne. Questione d’onore. 

Come ti chiami?

Questo, in effetti, rendeva le cose complicate. Avrebbe dovuto rispondere, velocemente, con un nome. Preferibilmente il suo. Tutti fanno così, e tutti si aspettano questo tipo di risposte, con questo tipo di domande. Semplice. Come bere un bicchier d’acqua, come correre veloce. Ma no, non era semplice. Per niente. 

Quando aveva un nome, aveva una casa, un lavoro, che non fosse questo perlomeno, una vita diversa. Più normale, a spanne. 

Sicuramente avrebbe dovuto rispondere. Ma non se la sentiva. Così, si era limitato a sorridere, e andarsene. Correndo come non mai. 

 

Paola non è, questo va detto, quel genere di donna che riesce a fare cose strane. Anzi Paola è, diciamolo, quel genere di donna che sente le farfalle nello stomaco non appena la sua ordinatissima vita deraglia di un poco dal serrato programma che si era faticosamente costruita. Una casa, prima di tutto. Da sola, finalmente. Appena fuori città. Purtroppo. Con tutte le conseguenze del caso. Tra cui il treno. Tutti i santi giorni. Per arrivare in città, per lavorare, per mantenere quel piccolo cerchio di dolci sicurezze. Non era il massimo, il treno. Sembrava una stalla, strabordava di gente noiosa, ed era sempre in ritardo. E anche la stazione non era il massimo. Pericolosa, brutta e sporca. Nonostante i negozi nuovi. Ci passava quasi correndo, attraversando il grande piazzale e buttandosi nel bar davanti ai giardini, dove si poteva fare colazione. Un primo, caldo, porto franco. Aveva notato, Paola, questo ragazzo di una bellezza straordinaria. Lo aveva notato un giorno. Poi era stato facile ritrovarlo. Era sempre sul piazzale. Ed era sempre vestito uguale. Non doveva passarsela proprio bene, a giudicare dai vestiti. Ma era bellissimo. Lo aveva seguito con lo sguardo, per un paio di volte. Ma lui era fisso, adombrato e concentrato, sul passaggio delle persone. Poi lo aveva visto in azione. Incredibile. Non tanto la velocità con cui prendeva i portafogli dalle tasche. Ma la velocità con cui spariva verso gli stradoni delle fabbriche abbandonate. Incredibile. Poi ci aveva pensato. Le piaceva un ladro. Barbone, per di più. Questo coincideva con quello che suo padre le aveva sempre detto: di uomini non ne capiva molto. Lo diceva, suo padre, guardando impietosito il commercialista grassottello di cui si era innamorata due vite fa. Figurarsi adesso cosa avrebbe detto. Un ladro. Barbone. 

Poi una mattina, pioveva a dirotto, si era decisa, chissà perchè, a presentarsi. Che idea stupida, pensava. Ma intanto i suoi piedi camminavano, evitando le pozzanghere, verso di lui. Che era girato dall’altra parte e che sembrava non averla sentita nemmeno arrivare. Un ladro maldestro, pensava. Poi si era girato, con una calma incredibile. E con quegli occhi neri e fondi, l’aveva guardata per un po’, senza nemmeno risponderle. 

Questo succedeva proprio quando il maresciallo Amato, di servizio come tutte le mattine negli ultimi ventidue anni presso il posto di Polizia della Stazione, usciva armato di ombrello e pazienza, per gironzolare sul grande piazzale. Per controllare, come tutte le dannate mattine, i suoi ragazzi. Quello che rimaneva della sua famiglia, da quando la signora Amato aveva deciso di prendere bagagli e soldi e sparire insieme a un barista di provincia, con i capelli cotonati e la collanina d’oro al petto. Proprio come lei si era immaginata l’amore. Proprio come, si ripeteva il maresciallo, sarebbe dovuto andare molto tempo prima. Così la sua famiglia era rimasta la stessa di sempre, meno la moglie. I ragazzi, ai quali ogni tanto si aggiungeva qualche nuovo entrato, e dai quali ogni tanto spariva qualche vecchia faccia. Il ritmo della vita nelle vecchie fabbriche. La giungla, ma senza liane. Piedi Di Tuono era al suo posto di sempre. Pronto ad entrare in servizio, da quanto si sarebbe detto vedendolo. 

Ma poi era successo, sotto gli occhi assonnati del maresciallo, qualcosa di davvero strano. Una ragazza, davvero carina, lo aveva avvicinato, da dietro. Lui si era girato lentamente. Si erano guardati. Da sotto quell’ombrello era impossibile capire se si fossero parlati. E poi Piedi Di Tuono era scomparso, correndo ancora di più del solito, verso le fabbriche. 

Piedi Di Tuono non aveva complici. E non scippava mai donne. Così al maresciallo era sembrato tutto troppo strano, persino per lui che da una vita seguiva la pancia della Stazione e i suoi parti illegittimi. Si era incamminato di buon passo verso la ragazza, quasi perdendo l’ombrello. Tutto troppo strano, come questa pioggia, per essere maggio. 

Quando Paola si era sentita chiamare da quell’uomo, in divisa, con l’ombrello, prima di capire quanto fosse buffo, con la divisa, quella pancia grandissima e l’ombrello, aveva pensato di aver fatto davvero qualcosa di stupido. Davvero stupido. Adesso anche la Polizia. Ovviamente, questo non avrebbe nemmeno potuto raccontarlo a suo padre. Che stupida. Che idea idiota. Poi si era accorta di quanto fosse buffo quest’uomo. 

La Versione Di Frenkie

Montmartre, ore 21, cielo perso in una battaglia tra tramonto e nuvole di pioggia. Infilato in un ristorante cinese consigliato da Citivox, Zagat e Routard, e alcune altre guide da spiantati e scappati di casa, quindi perfetto, scrivo da un tavolino che da sulla strada. Aspetto i miei noodles con i gamberi, un piccolo, postumo, regalo di compleanno. Bevo birra cinese, ascolto England Keep My Bones, mentre il mio vicino sufficientemente radical chic da profumare anche in un posto del genere, succhia dal suo piatto leggendo il giornale economico. Parigi mi lascia sempre perplesso. Ma oggi, illuminazione uscito dalla metropolitana, ho voluto dedicarmi una serata. Devo studiare, lavorare, recuperare ore notturne per affari diurni. Non adesso. Non adesso, per favore. La mia stanza ha una piccola finestra che da sulla via, sul rumore del fruttivendolo turco e sulle vetrine di un pub illuminato come un cesso. Abuso di neon, perfetto per hangover con incubi. Vengo da due giorni e due notti insieme a balordi, zingari, spostati e border line, sotto una fitta pioggia, a osservare moto, bere birra, guidare moto, bere birra, accarezzare moto, bere rhum, ascoltare storie di moto bevendo birra. Ho chiuso le due serate seduto sul bordo del mare, bevendo rhum caldo, ascoltando mio fratello parlare dei suoi rimpianti e delle sue paure, dei suoi errori e dei suoi dubbi. Fino a che il rhum ti lascia fare, fino a quando non ti sale, davvero, il dubbio di essere un sereno idiota. Quelle sere in cui lasci che a parlare sia un altro, ma in fondo diresti le stesse cose. Condividere un dubbio e una paura, fa meno male. Ho preso l’aereo di corsa, come sempre. Ballando allegramente dentro un temporale infinito, prendendo un treno, due metropolitane, un autobus, all’ora di punta a Parigi. La mia, solita, vita.

Uscendo dalla metro, ho deciso di regalarmi due ore. E’ nel mio stile, regalarmi qualcosa fuori dalle mie possibilità. Ho respirato, per un secondo, il bisogno di scrivere, e non l’affannoso bisogno di scappare. E ho deciso di farlo. Di scrivere.

Dovresti non avere il potere di andare avanti a leggere, ma internet è un mezzo libero. Dovresti rimanere bloccato da una semplicissima regola di ingresso. Non dovresti poter oltrepassare queste righe, se non hai mai letto La Versione Di Barney. D’altronde, non aver letto la versione di Barney ti pone, non lo dico per arroganza, è una constatazione di fatto, a un livello inferiore nella catena alimentare delle intelligenze. Poi, potrebbe non esserti piaciuto. Conosco un dentista un po’ spostato, come tutti i dentisti, ma a cui voglio molto bene, a cui la versione di Barney non è piaciuta molto. Ma è un dentista. Si capisce. Ecco, potrebbe non esserti piaciuto. Non saremmo molto amici. Ma non averlo letto è una discriminante. Ti mette allo stesso livello di un bel golden retriever. Li adoro, i golden retriever. Ma sono cani. Adorabili. Cani.
In un momento di magnanimità, posso tollerare che tu abbia visto, perlomeno, il film. Io lo ho visto due volte. La prima piangendo. La seconda piangendo come un’adolescente al concerto di Bibier. Non iniziare la patologica discussione sul libro contro il film. Non ci provare. Almeno guardati il film.

Dopo aver scremato i lettori dai golden retriever bipedi, procedo. Si tratta di un omaggio. Al mio compleanno. E a tre scrittori. E a Parigi. E alla mia vita. E al dentista spostato, al commercialista fissato con le onde, al commercialista fissato con le moto, al pubblicitario bloccato su dei capelli e dei capezzoli, al tenore erotomane, al trader londinese alcolizzato, al ristoratore che tiene in piedi una ventina di matrimoni della cerchia interna della città, soddisfando le mogli e i mariti, in due modi, ma sempre soddisfando. Insomma, ai miei amici, quelli veri. In fondo, a me.

IL DODICI MAGGIO
tre volte lo stesso giorno. Come cambia la vita.

Uno – Hollywood Hollywood!

Aspettandola, mi sono ritrovato a succhiare le ultime gocce di Pampero da una bottiglia appoggiata sulla vasca da bagno. Credo di non essere del tutto ubriaco. Solo decisamente brillo. Pronto per la serata. E’ il mio compleanno, cazzo. Serve dell’alcool, una inconsapevole vittima, una casa, un divano. Ho tutto. Aspetto l’inconsapevole vittima. Dovreste vederla, oh mio Dio. Enormi tette, portate con timidezza, tipico, insieme a un grandissimo culo. Roba pronta a cadere drammaticamente verso il centro della terra appena passati i trenta. Non sarà un problema mio, penso, mentre lecco il becco della bottiglia. Sono le sei e mezza di sera, piove a dirotto. Arriverà tutta bagnata. Perfetto. Ci siamo sentiti ieri sera, mentre bevevo rhum scuro da un bicchiere di plastica, appoggiato a un cestino. Non stavo in piedi.
-Ehy, domani è il tuo compleanno.
-vuoi festeggiarmi, baby?
-se ti va…
-mi va.
-mi porti a cena?
-perchè non vieni da me?
-non ceniamo?
-tu farai da cena.
-…
-baby, sono ubriaco.
-si sente. Come al solito
-allora vieni?
-Si. Pensavo a qualcosa di più romantico.
-tipo?
-Una cena fuori.
-baby, è il mio di compleanno. Non il tuo. Io ho diritto a un regalo.
-…
-quando sarà il tuo compleanno, faremo quello che vuoi.
-…
-quand’è il tuo compleanno?
-è stato a marzo.
-beh, lo rifesteggeremo a giugno. Con una cena fuori.
-…
-ti aspetto per le sette.
-…
-vieni con un’amica, se vuoi.
-ma non stiamo da te?
-beh, sarebbe un grande regalo
-sei troppo ubriaco
-dici?

Non mi aspetto che abbia davvero capito la storia dell’amica. Accontentarsi, in questi casi, è una buona regola.
Trovo, in cucina, una bottiglia di Brugal. Apro, bevo a canna. Mi siedo davanti alla televisione. Dovrei farmi una doccia. Mi addormento con il telegiornale. Mi sveglia il citofono. E’ lei.
Apro, mi lavo i denti, osservando le occhiaie gialle. La sento arrivare alla porta. Sento arrivare la voglia. Prendo la bottiglia di Brugal. Cazzo, l’amica avrebbe fatto la differenza. Tra un regalo di compleanno e una storia da raccontare. Bevo un sorso abbastanza lungo. Le offro da bere mentre la saluto. Beve, un sorso breve, minuto. Educato. La prendo, con forza, portandola contro il muro. Opposizione poco convinta. Devo puzzare di rhum. Mangio. Bevo. Non c’è nessuna poesia, nessuna certezza. Se non che, dopo questa sera, difficilmente ci rivedremo. E’ timida. Tette enormi e timide. Capezzoli sproporzionati. Si vedono le vene delle gambe. Rosa, pelle rosa. Carne, rosa. Respiro rantolando. Troppo rhum. Mutande ridicole, pizzo bianco. Finisco, troppo presto, ansimante, contro il cuscino. Mi addormento per non vomitare.Sonno tormentato da incubi, sudore. Mi sveglio che albeggia. Domenica. Vomito nel lavandino, vicino alla bottiglia di Brugal. Lei non c’è più. Meno male. Odio vomitare.

Due — Mr. Gwyn

Credeva si trattasse di un particolare non indifferente. Il suo compleanno. Credeva fosse comprensibile. Lei si muoveva lenta. Labbra perfette, o forse solamente perfettamente disegnate. Lo guardava sempre sorridendo. La vecchia riseria era abbandonata da una cinquantina d’anni. Il fiume aveva fatto il suo lavoro, come il tempo. Il fiume del tempo. Era nero, nella notte. E sembrava immobile. Delle cicale, in sottofondo, da qualche parte nel canneto. Pareti umide di mattoni rossi. Penombra di candele. Due, blu. Una bottiglia di vino, fresco, bianco, perfetto. Un rumore, lontano, di città. Erano scappati. Potevano fare solo quello. Scappare dai loro destini. Le sue labbra disegnate, il suo sorriso, le sue mani, piccole e caldissime. Aveva un pregio incredibile. La serenità sottile, come un filo di seta tirato, di sapere che si trattava di una parentesi rubata a una vita già scritta. Lui non sperava nulla. Aveva imparato, stando con lei, a non sperare nulla. Perchè il domani era già stato scritto. Da mani diverse dalle sue. Che si incastravano splendidamente nella schiena di lei. Ascoltavano il fiume, cosa avesse mai avuto da dire non si sapeva. La porta della riseria era rimasta aperta, lasciando entrare fresco e rumore. Prima di iniziare a parlare, si bagnava sempre le labbra, con un movimento veloce della lingua. Chissà chi altro, in questa città, poteva vedere questi particolari, disegnati solo per lui. Lei era venuta sorridendo, camminando soffice con quelle sue scarpe nere, che disegnavano nell’erba piccole orme umide. Così soffici da lasciare che l’erba, subito dopo, cancellasse le sue tracce. Destino. Si era spogliata, con quelle mani calde e con quei modi da bambina, lasciando cadere le spalline nere sulle braccia, aspettando che gli occhi di lui si appoggiassero sull’ombelico, per slacciare i bottoni. Con quelle mani, calde, perfette per lui. Avevano brindato. Clandestini, come le anime che stanno sul fiume di notte. Sembrava avessero tutto il tempo a loro disposizione. Invece, lo sapeva lui, lo sapeva lei, finite le candele, sarebbe finita questa perfezione.Che non aveva ancora un nome, che non aveva ancora fatto in tempo ad avere un passato, che non avrebbe mai avuto un futuro. Lui aveva voluto così. Un regalo di compleanno, unico. Irripetibile, come i veri regali. Lei aveva detto si, sorridendo. Sorrideva come una bambina che non aveva mai sofferto. Si era appoggiata al marmo di un tavolo, aspettando che lui, nella luce delle candele, portasse i bicchieri. Aveva la pelle caldissima. Le gambe perfette, tese. La luce delle candele si consumava, lentamente. Troppo velocemente. Sentiva la sua pelle, perfetta. Si era chiesto, qualche giorno prima, se tutta quella bellezza non fosse troppo per lui. Troppo per un uomo che non avrebbe mai potuto raccontare, saper disegnare, quelle spalle, quelle braccia, quell’ombelico, quel modo di sorridere alla vita, quel modo di camminare soffice. Non aveva il coraggio di dirlo. Non aveva il coraggio di parlare. Aveva lasciato che lui prendesse quella pelle, annusando, respirando, baciando. Poi lo aveva preso, portato in un posto ancora più lontano dalla città, dove il tempo si misurava in respiri, nemmeno troppo ordinati. Sottovoce. Erano andati, senza che nessuno li vedesse, senza mai spostarsi dalla luce delle due candele, in tutta la città. In tutti i posti che lui avrebbe voluto farle vedere. Nei caffè, nelle piccole vie del centro, nei parchi, sulle panchine, dietro alle vecchie mura. Senza mai spostarsi. Erano una cosa sola, immobile, come il fiume. Sapeva, che sarebbe finito, come il sogno di poter disegnare ancora quelle labbra. Sapeva tutto questo. Era il suo compleanno. Era il modo migliore di festeggiarlo. Lontano, verso la città, lei era aspettata. Lui no. Lei era disegnata, in una storia sottile, di matite e destino. Lui era un’isola di canne, battute dal vento e dal fiume. Un’isola in cui fermarsi, fino a quando il fiume avesse voluto.
Cicale.
Umido della notte. Umido del fiume. Gocce di sudore. Scivolare sulla schiena, seguire la linea della pelle, finendo in un destino di pantaloni neri, parole schiacciate dalle cicale. Camminare, senza luce se non la luna di maggio, verso la fine, verso la città. Salutarsi leggermente. Lei sorride. Lui proprio non ce la fa. Lei sorride sempre. Come se non ci fosse qualcuno ad aspettarla. Sottovoce, gli dice, sorridendo, buon compleanno. Ci vedremo, ancora, almeno spero.

Tre — La Versione Di Frenkie

Quello che ho da dire in mia difesa, per quanto possiate capire, è che la sua bellezza è totale. Definitiva. Quello che ho da dire in mia difesa, per quanto vogliate ascoltare, è che tutto in lei ha il sapore perfetto del sole di maggio. Una promessa stupenda, per i gelsomini e per il loro profumo. Così, la trovo impegnata con un innaffiatoio verde più grande di lei, mentre me la sarei aspettata nuda, sorridente, su quel maledetto divano. E’ il mio compleanno. Per niente al mondo mi perderei la sua faccia, il suo strizzare gli occhi e la bocca, mentre io le dico qualcosa fuori luogo. Perchè, sappiatelo, quello fuori luogo, in questa piccola terrazza sospesa sulla città, sono io. Brutto, stanco e sporco, con i segni della vita scavati come un confine, come una trincea, sulla faccia e sui fianchi, faccio poco davanti alla sua bellezza, disorientante. Ha avuto il potere, dal primo momento, di fissare un ricordo indelebile, menta e rhum, nel mio disordine infinito. D’accordo, questo potreste non crederlo, ma lei è il punto di arrivo di ogni respiro, di ogni ragionevole dubbio. Lei e le sue gambe, affusolate come le parole che, quando vuole, sa appoggiarti sulla pancia. Mentre sta seduta sulle tue gambe, nuda, guardandoti e lasciandosi guardare. Lei è, questo dovreste saperlo prima di accusarmi, un’infinità di pensieri leggeri, una docile carezza, un sospiro lasciato cadere nel mio orecchio mentre le sue mani mi fanno dimenticare il confine oltre i gelsomini. Lascio cadere i miei jeans, che hanno vissuto troppo tempo tra una lavatrice e l’altra per essere ancora accettabili nel mondo occidentale, mentre cadono anche tutte le mie dubbiose difese. Non è la sua bellezza, dovete saperlo, a disarmarmi. E’ quello straordinario essere, sandali da lottatrice, semplicemente la risposta a tutte le domande che avevo da fare alla vita. Poi, che vogliate crederci o meno, io ho voluto in ogni modo, ricordarle quanto brutto sia stato il mio passato. Ma la risposta delle sue mani, delle sue gambe, della sua pancia, della sua schiena, è stata un’accenno di quanto bello possa essere il mio futuro. Arrivavo da una tormenta di parole e pensieri, uno di quei pomeriggi, una di quelle notti, una di quelle mattine in cui non riesco nemmeno a respirare. Lei ha questo pregio, tesoro infinito, di prendere tutto tra le sue mani, facendo finta che sia io a tenere il filo, e tenendo tutto dentro le sue spalle, piccole, perfette. Non lo diresti mai, osservando quanto piccola possa farsi dentro le tue braccia. Sembra un sole, che si nasconde dentro a un mare, ma fidatevi, il mio mare è davvero un pessimo posto dove nascondersi.
Ecco, ammetto di essere stato un figlio illegittimo del troppo rhum, menta e ghiaccio. Lei mi seguiva, giocando, con il tempo, con la sera, con me. Io, pensavo, mai una perfezione così avrebbe potuto cedere a tanto disordine. Eppure, un giorno, siamo arrivati a confondere il mio rumore con il suo silenzio. E a scoprire che, in fondo, basta davvero poco per dirsi felici. Vogliate crederci o meno, anche con questi ridicoli sandali da lottatrice, e con questo innaffiatoio verde, mi sembra di vedere un intero destino confondersi dentro il suo sorriso.
Perchè, dovete saperlo, quando sorride, aspetto davvero che finisca il mondo. Per come lo conoscete voi. Perchè io, adesso, conosco questi occhi, questa schiena, e so perfettamente di averla cercata da sempre. E’ il mio compleanno. Non ci avrebbe scommesso, lei che innaffia la sua razionalità con vino bianco e ricordi sofferti, nemmeno un fottuto penny. Io si. Perchè, a differenza sua, conosco il mare e il suo tornare. Ne conosco il sapore, la lentezza, l’odore e il rumore. E’ il mare che torna, tutte le sere, dal sole. Per lasciare che il sole cada, preciso, lasciando la notte.
Festeggio il mio compleanno guardandola, sperando che non mi veda, mentre si impegna a chiudere un sacchetto di foglie secche e rami morti. Dovreste vederla, prima di accusarmi, in tutta la sua bellezza. Quando dico definitiva, dico definitiva. Chiedetelo a chi, prima di me, ha visto questa bellezza farsi sua, e ancora, disperatamente, la cerca. Questo è il senso, definitivo, della sua bellezza. Dopo, non ci può essere nulla. Sappiatelo, il brutto, dei due, sono io. Ma questo, osservandola da lontano, lo capireste subito. Fidatevi, l’apparenza inganna. Lei è, dietro a quel ridicolo appoggiarsi a tutti i vezzi di una donna curata, il preciso istante in cui un uomo come me può sentirsi, finalmente, arrivato.
Poi ci troviamo, è il mio compleanno, a osservare in uno specchio, i vasi dei gelsomini da sfondo, il rosso della sua pelle, proprio sotto il mento, proprio prima di tutta quella perfezione. Al confine tra il lecito e la speranza dell’illecito. Che rosso diventa, questo ve lo posso assicurare, proprio quando io penso, merda, buon compleanno Frenkie.

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Life is short fritz, surf it!