Bomber e Baccano

Lo chiamavano Il Bomber, anche se a calcio non ci aveva mai giocato, se non sul campo di terra battuta dell’oratorio estivo. E pure in porta. Aveva sempre gli occhi immersi nel cielo, raramente finiva un discorso, e sulle sue mani si poteva leggere il passato di chi ha amato troppo la vita. Il Bomber era più di una leggenda, e in tutta la Bassa sapevano molte storie su di lui. Nei tramonti di giugno e luglio, con le zanzare che quasi annerivano il cielo e la campagna che puzzava di concime, Il Bomber scorreva lento, con quel ferro pieno di ruggine che chiamava moto, verso il fiume. Sedeva vicino al ponte, davanti alla ferrovia, e aspettava. Dicevano che Il Bomber era stato innamorato. Una volta sola, come dovrebbe essere l’amore, per sempre, come dovrebbe essere l’amore. Si sapeva poco di lei, anche se in paese dicevano che era bellissima e che alla Festa di San Michele di molto tempo prima si fosse presentata con un abito bianco, con fiori di pesco disegnati. E profumava davvero, lo dicono tutti in paese, di pesco e primavera. Il Bomber lo chiamavano già Bomber, aveva i capelli più lunghi, la faccia più serena e meno vita disegnata sulle mani. La lasciava andare appena, standole sempre dietro, non troppo vicino, come se la volesse proteggere dal suo passato. Tutti vogliono proteggere le persone che amano dal futuro, nessuno si preoccupa di proteggerle dal passato. Erano andati via insieme, allontanandosi dalle luci della festa, quando stava per fare mattino e troppo Lambrusco, troppe zanzare, troppo di tutto, veniva dal bordo del fiume. 

Li potevi incontrare davanti alla chiesa, sotto i portici, mentre lei mangiava la crostata di albicocche della Gina, che dicono che ci vogliano quattro uova e due etti di burro per farne una fetta. Lui beveva lentamente il suo caffè, amaro, appoggiando la tazzina sul serbatoio della moto. Si vede che due si amano così tanto, quando non hanno fretta. Quando il tempo non comanda. 

Poi lei era andata alla stazione. Nessuno sapeva perchè, nessuno sapeva, in fondo, come si chiamasse. Non se lo ricordava nessuno. 

E lui aveva iniziato il lungo lavoro di chi resta. Aspettare. Lo faceva sedendosi davanti alla ferrovia, lasciando che il fiume portasse un po’ di fresco nella sera. Lo faceva fumando, e guardando le famiglie che risalivano gli argini con le loro cose del pic nic. 

E aveva smesso di parlare. Se non parli d’amore, forse, non vale la pena parlare. 

Baccano è uno che corre sul serio. Si chiama Baccano da quando il parroco, Don Vitale, ha dovuto interrompere l’omelia dei Morti, la sera del due novembre, per uscire sul sagrato, attraversare i portici, entrare nel portone di legno, piazzarsi davanti a Baccano, alla sua moto e urlare di spegnere, che non si riusciva a dir messa. 

Baccano corre, seriamente. Sembra quasi non abbia paura di morire. Che sono quelli che ne hanno di più di paura. Ma sembra che non ne abbiano. Conosce gli argini, perchè qualche volta, correndo troppo, è andato lungo. Specialmente d’inverno, che non si vede oltre al naso, dalla nebbia. 

Baccano lavora vicino alla città, in fabbrica. Parte al mattino, ritorna alla sera. Ha tolto le marmitte, lasciando uscire un ruggito feroce, di un animale ferito, che ogni volta che da gas sembra che un leone urli di dolore. Baccano corre, alla sera, controsole. Sembra un’ombra felina, veloce. Porta sempre una borsa di tela, dell’Esercito, e si ferma sempre dalla Gina, a comprar due uova e una bistecca. Baccano lo conoscono tutti, ma forse non lo conosce nessuno. Nessuno, ad esempio, sa di chi sia figlio, e quanti anni abbia. Sembra, a vederlo in faccia, che abbia vissuto i sogni dei venti, il disincanto dei trenta e stia cercando il compromesso dei quaranta. Rughe da sole, da freddo, da vento e da pioggia. Alla domenica legge il giornale, seduto sulla sua moto, in piazza, aspettando che la messa finisca, per entrare a pregare. Entra quando la chiesa è vuota. Che credevano, giù al Bar del Ristoro, che rubasse le offerte. Ma poi non era vero. 

C’era qualcuno che diceva, di quella notte, che era stato Baccano ad avvicinarsi al Bomber. Ma nessuno sapeva, con esattezza, cosa fosse successo. Si erano seduti, alla Festa di San Michele, sul muretto del bordo, le vecchia mure della guerra. Bevevano lambrusco, seduti vicini, senza parlare. Intanto la musica batteva il ritmo, e qualcuno spariva, sudore, voglia, vergogna batticuore, dietro al campo di frutta, sottane, saliva, rumore di mani. 

Poi Baccano aveva preso la sua borsa di tela, lo avevano visto in tanti. Guardare negli occhi il Bomber. Non si parlavano. E aveva tirato fuori una busta, rossa di tela. E dalla busta, rossa di tela, un fiore di pesco. Nient’altro. 

E lo aveva dato al Bomber. Che nessuno si ricordava da quanto non succedesse. Che il Bomber aveva appoggiato il bicchiere di lambrusco, senza nemmeno quasi guardare. Ed era rimasto fermo, davanti a un fiore di pesco. 

Che nessuno si ricordava da quanto non succedeva. 

E poi, Baccano si era alzato, accendendosi una sigaretta, sedendosi sulla sua moto e spingendola lontano dalla festa. Nell’ombra della sera, sotto i portici che non passa la luna.

E il Bomber era rimasto seduto sul muretto, con il fiore di pesco tra le gambe. E il fiato corto. Osservava la festa finire, la gente tornare dal buio dei campi, con meno paura e più malizia. Che nessuno si ricordava da quanto non succedesse.

Poi si era alzato. Aveva appoggiato il fiore sul serbatoio, sembrava che la ruggine avesse lo stesso colore, sembrava di poterne sentire il profumo. 

Aveva sorriso. Nessuno si ricordava da quanto non succedeva. 

Si era allacciato il casco, ed era partito, il Bomber, puntando dritto verso la città, proprio dietro la luna.

 

 

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