Machines – Ricordi, Statali e tramonti perfetti

C’è un momento preciso, arriva sempre, quando, dopo che ti sei abituato al rumore degli scarichi, dopo che ti sei abituato alla velocità, dopo che ti sei abituato al vento caldo, i tuoi occhi iniziano ad appoggiarsi sui particolari. Ti abitui alla strada, è quello che poi succede nella vita, o almeno così dicono. C’è gente, in fondo molti, anche se non se ne rendono conto, che parte solo per questo. Per il viaggio, non tanto per la destinazione.

Così, a questo mi è servita l’Emilia, in un mattino di sole e di gente che corre per lavoro. Andare un po’ più piano di loro, senza fretta, uscendo verso le montagne. Fermandosi a guardare il vuoto, le colline in fondo, la dolce memoria di Enzo Ferrari che su quei tornanti provava le macchine, una vipera in mezzo alla strada, l’odore di menta, le ortiche alte, e la lenta discesa verso il mare. Adoro scendere verso il mare, con il mondo che si addolcisce come le strade, il caldo, le facce della gente, le vigne.

Entrando sull’Aurelia mi sono reso conto di una cosa parecchio importante. C’è una lista di cose che voglio fare ad ogni costo prima di morire. Una lista abbastanza segreta, a cui, di anno in anno, aggiungo cose. Come se fossi immortale. Uno dei motivi per cui ho fretta, alla fine, è proprio questo. Ho sempre più cose da fare. Una delle cose che volevo fare prima di morire era tutta l’Aurelia in moto. Da sempre. Da quando mi piace l’andare in moto. Da quando mi piace l’Aurelia. Fatto. Dal primo all’ultimo kilometro. Dai sassi e la ferrovia del Ponente, alla sabbia del Levante, ai viali di pini marittimi della Toscana, alle curve disegnate da una mano divina della Maremma, alle valli tiburtine, ai porti caotici, alla solitudine dei rettilinei impossibili. Tutta. Talmente tanti profumi, talmente tanti kilometri, talmente tante facce, che è stato come leggere un libro bellissimo.
Che rileggerò sempre.

Mangiando vicino al porto, ascoltavamo l’accento di due vecchi e dei loro bastoni che picchiavano sul marciapiede. Odore di gasolio e di mare.

Poi è successo. E’ incredibile quanto ti faccia sentire vivo, una cosa così semplice. La moto, piccola adorata e poi maledetta, ha iniziato a tenere la strada da sola. Non serve dare molto gas. Non si scappa dai problemi, e non si arriva alle soluzioni. Conviene tenere un ritmo, che permetta ai tuoi occhi di godere dei particolari. Il senso del viaggio.

Io su questa statale ho scoperto di essermi innamorato della persona sbagliata, ho fatto l’amore la prima volta, (e vorrei farlo l’ultima), ho guardato mia madre camminare nel tramonto e ho pensato a quanto l’amassi, ho visto passare il tempo dell’attesa feroce, ho studiato, letto, camminato, corso, surfato, pescato, mangiato, bevuto, litigato, ascoltato, mi sono fermato a guardare il mare, mi sono accorto delle proprietà curative del rhum, delle donne, del mare. Anche non tutti insieme.

Riconosco posti, dalla Francia al Lazio, che mi ricordano momenti. Trovo profumi, benedetto sia il tiglio, i limoni, le calle, i gelsomini.
Tocco la sabbia, gli scogli, i sassi. Mi porto sempre a casa un sasso dell’Aurelia.
Ho ritrovato molti ricordi che credevo scomparsi, sepolti in soffitta. Guidavo sorridendo, perchè è stato come correre dentro le cose belle della mia vita.

Abbiamo mangiato il pesce ascoltando il rumore dell’acqua che fa beccheggiare le barche ormeggiate. Abbiamo trovato la luna nascosta dietro a un campanile, abbiamo camminato per trovare una buona cantina, ci siamo seduti, abbiamo parlato, lasciando che il rhum sciogliesse.

Ci importava davvero poco che la destinazione fosse, decisamente, lontana.
Eravamo quattro. Ognuno con la sua andatura e la sua vita. Succede, andare con passi diversi. Basta non lasciarsi andare. Sapere che ci sei, mentre io vado, è già un bell’andare.

Io pensavo, e cantavo. Le canzoni di ogni ricordo. Non ricordo quale canzone ci fosse la sera della mia prima volta. Eravamo nascosti sotto le palafitte di un bagno, sul mare. Eravamo in due. Questo è chiaro. Eravamo fidanzati e innamorati. Questo è auspicabile. Ma, della mia fidanzata e del suo fidanzato, non c’era traccia. Non lo ricordo come un’esperienza mitologica. Ma è stata la nascita di una delle mie grandi passioni.

Ricordo che cantavamo sempre i Refugees, mentre attraversavamo la pineta per arrivare al mare, proprio di fianco alla base americana. E si sentiva odore di pini. E portavamo una palla da rugby. E ci eravamo lasciati alle spalle la maturità e senza saperlo la bella spensieratezza di una parte di vita.

Mi ricordo la mareggiata, la sabbia incredibilmente bianca, gente dalla Francia, la mia paura, il mio spingere con le braccia, senza nemmeno respirare. Il mio alzarmi, i piedi giusti, dove devono stare i piedi. L’onda scivolarmi sotto. Il mondo scivolare verso destra. La costa avvicinarsi. L’adrenalina, l’odore della paraffina, sedersi sulla spiaggia sapendo che è iniziato qualcosa che non finirà mai.

Quando mio padre mi ha aiutato ad attraversare la palude ho pensato a quanta forza avesse in quelle braccia. E mi sono sentito più sicuro.

Quando, guardavamo il mare seduti sul vecchio molo, lei mi mentiva dolcemente, come solo le donne sanno fare, accarezzandomi e coccolando la mia ingenuità, io sentivo il sole del tramonto bruciarmi la fronte. Il mio mare deve avere il tramonto in faccia, pensavo. La mia donna deve avere il suo nome, pensavo. Non sbagliavo sul mare. Sbagliavo sul nome. Ho sbagliato ancora, e ancora. Ricordo ogni centimetro di quel molo, perchè ci sono tornato a piangere per lei. Piangevo per me, ma non lo sapevo.

L’Aurelia, con i suoi kilometri, 962 per esattezza, da Arles a Roma, è la mia storia, sono i miei posti, è il mio mare, è un posto dove mi piace stare, sul quale mi piace viaggiare.

Ecco, di questo viaggio, porto nel cuore tutti i pezzi di Aurelia, fatti con il giusto passo, la giusta andatura.

Giravo seguendo docilmente la costa della Maremma, osservando il cielo morire di rosso e di rosa, quando mi è entrato nel naso il suo profumo. Di gelsomino. D’amore.
E mi sono fermato. A godermi il silenzio di questa strada, che parrebbe essere un pezzo decisamente importante della mia vita.

Scriverò molto.
Ho molto da scrivere.
Succede quando hai poco da dire, o molto da ricordare.

La poesia dell’asfalto, del mare, del sole, dei fiori e delle colline, della sabbia e dei porti, dei pini e le loro maledette radici che esplodono sotto l’asfalto, della gente, gente di mare, dei porti sospesi nelle pance della costa, del sottile vento che spazza dolcemente la costa, delle luci dei pescatori.

E di me, che pensavo che è vero, scappare non serve a nulla.

Forse nemmeno tornare.

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