mi sto dimenticando di quanto fosse bello tagliarsi le unghie con il fermacarte

Dormo male ormai da un pezzo. Quantificando “ormai da un pezzo”, oserei dire che, a parte quando crollo sotto il peso dell’alcool o di qualche patologia immaginaria come la grave infezione alle vie urinarie che mi ha colto l’altra sera, ridotta a cistite dopo qualche minuto, ridotta ulteriormente a “dovrei smettere di bere Uliveto” dopo una decina di minuti e un’abbondante pisciata notturna, ecco quantificando oserei dire che ormai sono più di sei mesi che dormo decisamente di merda. E sono nervoso. Sono nervoso già di mio. Sono cinico già di mio. Sono arrogante, freddo e scostante già di mio. Questo non dormire mi genera una ulteriore dose di benessere.
Dormo male ormai da un pezzo, dicevo. E ho qualche problema nella gestione della mia lineare, docile, semplice, vita.

Perchè in fondo è vero, sono uno stronzo di categoria superiore, e un po’ me ne compiaccio, quando vesto i panni dell’insospettabile professionista. Ma poi nella vita privata gestisco come un abile giocoliere tutta una serie di delicatissime situazioni personali, interpersonali, extra personali.

Anni, troppi, di oratorio, o forse semplicemente una decisa predisposizione personale al compiacimento del prossimo.
Insomma ho difficoltà a dire di no. A quasi tutto, a quasi tutti.
E si che i peggiori errori della mia vita li ho compiuti proprio per questo sado-altruismo psico cattolico.
Amo tutti tantissimo, ho un cuore molto grande, e poi sembra che non amo nessuno. Eppure, io vi giuro, amo un sacco, forse troppe, persone.
Di quell’amore vero, spontaneo, totale, incredibile.
Quell’amore che mi spinge ad accompagnarvi nei vostri passi, a soffrire con voi per i nostri errori, a gioire per i nostri successi.

Quando invece, nella maggior parte dei casi, basterebbe dire un dolcissimo, sincero, cortese ma deciso:

“Sparati, coglione”.

oppure:

“ingessati la bocca, mignotta”.

Forse, non saprei definirlo in questo periodo, non ho mai amato nessuno davvero, se poi tutti li ho amati in questo modo. Forse non ho mai amato davvero nessuna, se poi tutte sono state trattate così.

Forse è più semplice di quanto sembri. Anzi, lo è di sicuro.
Ammiro, di molti di voi, l’egoismo sincero, diretto, fondamentale, con il quale vi proteggete da troppe paure e troppe sofferenze. Lo ammiro, davvero, ma non ne sono capace.

Forse molte di queste cose non sono nemmeno tanto vere.
Dormo poco, ve l’ho detto.

Accarezzo il portabicchiere in pelle. Portabicchiere in pelle. Oggetti che, come il servo muto con rivestimento in velluto o il set ago-filo, bottone bianco, riesci a reperire solo in un certo tipo di hotel. Per un certo tipo di uomini. Con un certo tipo di vita, un certo tipo di passioni. Un certo tipo di infarti, un certo tipo di famiglie, un certo tipo di sogni. Un certo tipo di target. Per arrivare alla sala riunioni ho dovuto sorpassare quattordici pubblicità di orologi di lusso, macchine di lusso, borse di lusso, cravatte di lusso, scarpe di lusso. Che lusso.
Ho un leggero mal di testa. Ve l’ho detto, dormo poco, male, un disastro.
Siamo in sette, come i nani. Sette camicie bianche, sette cravatte blu, sette completi blu, quattordici scarpe nere lucide, nessuna fantasia.

Fra qualche giorno me ne vado a Roma. In moto. Seicento sette kilometri andare, cinquecento quaranta a tornare. Per il sommo piacere delle mie natiche. O di quello che di esse rimane, visto che mi è sparito il culo in uno degli step di dimagrimento.

Prendo la moto e scappo. Poi torno, a dire di si a tutti, ci mancherebbe.

Prendo il bicchiere, mi faccio versare un bicchiere di rosso. Una intera sala riunioni che procede a the verde e succhi vitaminizzati. Uno sano e salubre ci vuole. Vino rosso.

Quando sono in moto, canto. Tanto non mi sente nessuno. Canto interi dischi. Oppure parlo ad alta voce. E dico la verità, quando sono in moto. Tanto non mi sente nessuno.

Mi sto scrivendo mentalmente tutte le cose che ho da dirmi, che ho da dirvi.

Accarezzo il porta documenti di pelle che mi viene consegnato.
Contiene La Proposta. Il motivo per cui mi sono sciroppato una sveglia prima che ci sia la luce, un paio d’ore abbondanti di volo, un pessimo caffè, quattro ore di riunione, un pranzo a salmone e tartare di tonno, una sigaretta di nascosto in bagno e tutti questi profumi denim che si associano molto bene alle vostre borse Tumi in pelle umana.

La Proposta.

Mio compito è, fingendo una certosina attenzione per i dettagli, leggere il documento, o per lo meno fare finta. Poi rifiutare, estrarre dalla mia Samsonite in tessuto e nylon, la Vera Proposta. Appoggiarla ordinatamente sopra La Proposta. Sovrapponendo fogli. Valore simbolico. E scrivere i miei numeri.
Che non sono mie. Escono da un foglio di Excel con novantasei formule, sette macro e tutte le variabili possibili. Non a caso si chiamano fogli di calcolo.

Chiudere il porta documenti di pelle, riconsegnare la Vera Proposta, negoziare due settimane, pianificare un incontro. Questa volta sarete miei ospiti, e che cazzo. Non potete nemmeno lontanamente immaginare la voglia che ho di scarrozzarvi per i dintorni di Malpensa, a metà luglio, per una romantica cena del cazzo su qualche lago del cazzo. Due cose mi stanno sul cazzo più del perdere tempo: i laghi e le cene di luglio che non includano un happy ending. I laghi mi stanno proprio sul cazzo. Io amo il mare. Non l’acqua in generale. Il Mare. Anche gli scrittori lacustri, converrete con me dopo una attenta lettura dei contemporanei italiani, sono parecchio lontani da quelli di mare. Per tutti voi, fan di Vitali e delle sue storie di lago: questa estate respiratevi il mare di Izzo, la sua Marsiglia. Il lago. Cazzo.
A luglio. Cazzo.

La hostess mi sorride, mentre le chiedo del vino, rosso.
Tramonta il sole, tramonta tardissimo. Torno a casa. Vorrei essere già sulla mia moto. Da solo.

Tu credi nell’amore? mi chiese una volta.
Io, non sapendo cosa rispondere, ho alzato i Sound Garden, e ci ho pensato qualche istante.
Io sono l’amore, le ho risposto.
Allora lei si è messa a baciarmi. Baciava da Dio. Credo lo faccia ancora. Certe cose ti vengono bene di natura. Con la persona giusta.
Ci siamo rotolati sul pavimento, fingendo di avere un sacco di tempo e pochissima voglia. Erano anni in cui il fatto di vivere quattordici ore al giorno con una dolorosa erezione esplosiva non mi preoccupava. Adesso la collegherei ad almeno sei patologie mortali.
Poi facevamo una cosa bellissima. Ci fermavamo. E ci tenevamo la mano. Per qualche istante.
E lei si girava, mi guardava negli occhi e mi diceva: io non sono mai stata innamorata prima. Adesso so cos’è l’amore. Sei tu.
E anche Milano sembrava un posto perfetto per amare ed essere amati.

Poi, quella puttana, si è scopata mezza Milano.

Scherzo.

Poi, come in una storia perfetta, io me ne sono andato. Per paura. Per codardia. Forse perchè non ero pronto ai suoi occhi.
Ho preso la mia Vespa e sono scappato. Verso il mare. Un viaggio epico.

Tra pochi giorni me ne vado a Roma insieme a un plotone di harleyisti a festeggiare il centodecimo anniversario della casa madre. Roba da fissati, penserai tu. Che, è evidente, non sai quanto faccia bene al corpo e allo spirito tutta quella polvere, tutto quel vento, tutta quella solitudine.
Poi, che sia un’anniversario, un raduno, una fuga, un viaggio o una vacanza, converrai con me, sono dettagli secondari.

PS: onde evitare pericolosi malintesi sul concetto di Happy Ending di una cena: una cena con happy ending non è obbligatoriamente una cena che finisce con un proficuo scambio di liquidi e di profumi. Maliziosi. E’ anche una chiacchierata tra amici. Anche. Perchè in verità, se appena appena ne capisci di vita, capirai bene che luglio è il mese in cui si possono chiudere cene sul mare. In cui l’happy ending è uno solo.

Ciao, me ne vado a Roma.
Se non mi leggerete su un quotidiano, coinvolto in una qualche maxi rissa tra bikers ubriachi, tornerò.

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