Kalifornia

Ci sono troppe cose, in questi giorni, che i miei occhi vedono e che poi non riescono a raccontare. Succede così, quando vivo troppo. Non ho paura, baby. Ballo. Mi trovo seduto sui miei silenzi, non mi fa paura, ma sarà lunga.

Mi ricordo, ma sarei pronto a negarlo in pubblico, di aver passato un periodo simile qualche secolo fa. Con l’anima in pezzi, l’orgoglio incollato sotto le scarpe come un pezzo di nastro adesivo, e una insensata passione per Tiziano Ferro. Ricordo addirittura di aver passato buone mezz’ore a guardare fuori dal finestrino della mia Smart a noleggio, fumando e crogiolandomi nella mia deliziosa disperazione mentre cantavo:

“case libri auto viaggi fogli di giornale, che anche se non valgo niente, per lo meno a teeee ti permetto di sognare”

“scusa sai non vorrei mai disturbare, ma vuoi dirmi come questo può finireeeee?”

Brutta storia, cazzo.

Quando poi inizi a dar retta a delle canzoni, e trovarci degli impensabili nessi con il tuo vissuto, vuol dire che sei arrivato alla fine. Soprattutto se si tratta di Tiziano Ferro e del suo indiscusso talento, che lo rende capace di rimanere su un vago sentimentale psico depresso mezzo inculato, mezzo tradito, mezzo piantato che è un evergreen mentale per uomini e donne dai 15 ai 55.

Adesso non ascolto più Tiziano Ferro. Se è per questo, non ho nemmeno più una Smart a noleggio. Ho una macchina grossa, mi piacciono le macchine grosse. Ho una macchina grossa con i sedili in pelle, comodi, e più casse di una discoteca. Le due prerogative principali per le quali ho scelto questa macchina. E cazzo, fidati, i sedili in pelle e le 12 casse sparse per la macchina sono perfette per compiangersi osservando la tangenziale da un parcheggio remoto della metropolitana. Se vuoi un posto comodo per compiangerti, piangere, rotolarti nei rimpianti, e volendo anche ascoltare Tiziano Ferro come mai lo hai ascoltato in vita tua, scrivimi. Ti presto la mia macchina. Se non hai sufficienti sensi di colpa, scrivimi. Ti presto la mia vita.

Per partire, in queste mattine, mi serve alzarmi dal letto. E, credimi, ci vuole una incredibile forza di volontà. Scavare nelle tasche della mia anima per trovare quei centesimi di rame di motivazione. Poi parto. Mi butto in macchina, sprofondo nei miei sedili extra large, accendo la radio, e godo del piacere idiota di essere seduto su una mucca morta e del poter ascoltare musica raffinata.

Non capendo un cazzo di macchine, in fondo sono degli elettrodomestici, ho chiesto al tipo dell’officina, mentre aspettavo che finisse il tagliando, se la pelle dei sedili fosse veramente bovina. Non credo nessuno gli abbia mai fatto una domanda del genere. Per me è importante cazzo. Non ha saputo rispondermi subito. Ma due giorni dopo, chiamando con un numero anonimo, ha lasciato in segreteria un messaggio. Confermandomi che la selleria è di pelle bovina. Bovino adulto tracciabile e ecopelle trattata. Questo è il motivo per cui la mia macchina costa. Non la tracciabilità dei bovini che mi scaldano il culo. Il fatto che lui mi abbia richiamato. Per dirmelo.

“ci incontreremo stasera, menta e rosmarino”

“che ho preso a calci le notti, per starti più vicino”

Comunque, dicevo, ci sono troppe cose, in questi giorni, che i miei occhi vedono e le mie mani non riescono a descrivere. Per questo parlo molto poco. Ne godono, del fatto che parli molto poco, rispetto al solito, i felici idioti che confondono il silenzio con l’approvazione e con il benessere. I miei occhi tagliano come lame, vedono tutto. Solo che, al momento, c’è troppo casino perchè questo tutto venga fuori. Tutto lì.

Non capisco un cazzo di macchine. E forse nemmeno di musica. Ma sono un esperto, di livello, nell’interpretazione di questo stato mentale, che corrisponde all’abbandono sul sedile della macchina in cerca di segnali divini che portino a un repentino cambiamento di vita.

Mi faccio molta tenerezza. Come quelli in coda dal tabaccaio che grattano ansiosamente i gratta e vinci. Ci sono modi decisamente più concreti e reali per diventare ricchi. E anche per diventare felici.

 

“aiuto, sono qui solo,

tra casini e parole da fuso,

lasciami almeno sorridere,

al tuo sorrisooooooooooooooooo”.

 

Se poi, disgraziatamente, non ho a portata di mano delle vittime sacrificali, snack pronti per la mia fame di rabbia, finisce che mi appoggio a qualsiasi superficie in grado di reggere il mio culo, e mi immergo in un’infinita serie di pensieri. Una spirale. Ovale, forse, comunque spirale. Che è un disastro, perchè non ne esco più.

 

Ne uscirà, credo, un grande, stupendo, racconto. Quando uscirà.

Nel contempo contemplo la mia poderosa erezione intellettuale, nel contemplare il mio fragoroso successo in qualità di poeta contemporaneo. Due piccole creature del sottoscritto, “divano vista mare” e “goloso”, sono entrate nella classifica finale di “Poesia 2013”.

Che è un concorso poetico. Capisco, non sai di cosa si tratti. Era una roba che andava di moda quando non c’erano Amici e Master Chef. Capisco, sono meglio Amici e Master Chef.

Forse è vero.

E, in fondo, canto niente male e cucino parecchio bene (in entrambi i casi utilizzo la strategia del “confondili per conquistarli”).

Magari smetto di scrivere poesie, e mi infilo in coda ai provini di un reality.

In ogni caso, la mia erezione intellettuale ha dei piacevoli risvolti. In primo luogo ho scoperto di non essere l’unico lettore delle mie poesie. In secondo luogo ho scoperto che alcune sono ritenute leggibili da una giuria. Che non ho corrotto. E che non conosco. In verità non conosco nemmeno il prestigioso Concorso Poetico. Ma sembra che sia una cosa seria. Non mi hanno ancora chiesto soldi. Anzi, c’è un premio in ballo.

A spanne, due bottiglie di Brugal. Che poi è il carburante necessario per scrivere un’altra decina di poesie. Potrei mantenermi in questo circolo. Bevendo, scrivendo, bevendo e scrivendo.

Fossi il primo.

 

Beh, se vuoi che io condivida con te la mia erezione intellettuale, basta andare qui e leggere. Se scorri, trovi sia Divano Vista Mare sia Goloso.

E molte altre grandissime poesie.

 

Se solo potessi capire quanto sia difficile per me alzarmi la mattina, apprezzeresti di gran gusto il mio cantare Zucchero a squarciagola in tangenziale. E non mi toccare Zucchero. Che sono ormai numerose crisi esistenziali che mi accompagna, fedele, sparato da altoparlanti sempre migliori. Vicino a sedili di bovino adulto tracciabile. Ed ecopelle.

(ok, parlami di musica, dimmi che non capisco un cazzo. Ma fermati a rileggere il piccolo pezzo di strofa sopra. La più splendida metafora sessuale della storia della musica italiana).

A chi piacciono le macchine, a chi le poesie, a chi le metafore.

See ya

 

 

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