Dammi un titolo

– Voglio nuotare e disegnare

– Ok, ci sto. Sai che nuotare è anche disegnare nel mare. Con le braccia che si muovono. Le ombre dentro l’acqua. 

– Beh, ma noi andiamo in piscina. 

– Hai ragione. Ma è come se ci preparassimo per il mare. 

Due minuti di silenzio. 

– Papi, qual’è il mare più bello del mondo?

– per me tutti! E per te?

– Levanto!

– come mai?

– perchè c’era il Gatto Goffredo, la Biscia Beatrice e il Gabbiano Gaetano.

– ma quelli sono i personaggi delle storie che ti raccontavo a Levanto

– eh

– non può piacerti Levanto per i personaggi delle favole.

– invece si. 

Invece si è come i bambini e anche tanti adulti rispondono quando le cose non quadrano come vorrebbero loro. È una vita cne non rispondo invece si. Mi piace sostenere una conversazione che finisce con invece si.  Almeno di domenica. 

– perchè non siamo andati alla festa di Ailouin?

– perchè mi sono dimenticato

– tu ti dimentichi sempre tutto

– dovresti ricordami le cose, amore. Si fa così con i grandi. 

– che costume ti piace di ailouin?

– ho visto una foto di una strega bellissima, con un grande cappello, un sorriso stupendo, vicino a una streghetta.

– bella, me la fai vedere?

– ok

– uh, magari mi sposo!

– con chi, amore?

– con la strega piccola. 

– mi sembra una buona idea. Ti piace l’idea di sposare una strega?

– infatti si. A te?

– non credo amore

– e allora perchè ti piace una strega?

– è in costume, amore. 

– allora può venire in piscina con noi.

– non quel costume, amore. 
Piccolo, ricordati di sposare una donna solo dopo averla vista nuda. Penso. Non per fame, ma per evitare di innamorarti di un costume. Ma è presto per dirlo, credo. 

– tu sai perchè l’autunno succede?

– sono le stagioni. C’è l’estate, poi l’autu…

– no no. Dimmi la verità, papi. Leggi un sacco di libri, dimmi la verità vera. 

– amore, succede che la verità magari non è su un libro

– dimmela!

– ok, l’autunno succede perchè tu possa aver voglia dell’estate. Per farti ricordare quanto si sta bene d’estate. Lo fanno anche gli alberi. Perdono tutte le foglie, ma non si spaventano. Sanno che l’estate arriva, prima o poi. L’autunno esiste per prometterti l’estate ancora.

– quanto durano l’autunno e l’estate?

– ah, dicono che sia tutto uguale. Ma non è vero, amore. Le stagioni durano quanto le vuoi far durare tu! Conosco persone che vivono da tanti anni in autunno. Persone che stanno nella loro estate da sempre.

– papi?

– si?

– sei bravo che mi spieghi le cose

– perchè le spiego anche a me, amore

– spieghiamole sempre allora!

– noi due?

– si

– ci sto!

Piano! (the story of Emma) 

Una come Emma, è un fiore che espolde di colori a ogni primavera, con un sorriso che lascia quasi in imbarazzo, una gran voglia di ballare, di stringere una mano per camminare. Quando le si spostano i capelli, non la puoi proprio dimenticare, come quando con gli occhi fa quella cosa incredibile di parlare, dicendo cose che la sua voce non sa dire più da un pezzo. 

Una come Emma, ha ancora paura dei temporali, dei tuoni, dei cani grossi, del vuoto e del buio. È una bambina, con il cuore di una mamma, le spalle di una ragazza e il culo di una donna. Sa che gli uomini la guardano, ma se ne dimentica. Emma è distratta dal suo presente. Terribilmente. 

Una si abitua, con il tempo, a lasciar perdere il passato e a non pensare troppo al futuro, quando il presente è ingombrante e ammaestrato. 

Una come Emma, adora ancora truccarsi un filo, riguardarsi nello specchio ricordando tutte le volte che lo ha fatto, trovarsi a sorridere mettendo un paio di tacchi. 

I tacchi le servono per non correre troppo, e lasciano gli uomini che incontra, indecisi su come si possa sopravvivere dopo averla vista camminare. 

Una come Emma, era una vita che non ci pensava più alle cose difficili della vita.

Come l’amore. 

Perchè, di fondo, pensava Emma, è sempre meglio non fermarsi troppo a pensare. 

Solo qualche sera, quando avanzava tempo, Emma si ritrovava a far di conto con la scomodità di sapere.

Sapere che l’amore è un’altra cosa. 

Rispetto a tutto. 

Una come Emma, ha una bellezza divorante, famelica, indiscutibile, difficile da nascondere. 

Lo sa il mondo, ma lei sembra essersene dimenticata. La sua bellezza, per lei, è passata. 

Un giorno, uno di quelli che, nella testa di Emma sarebbero stati un semplice presente, facile da gestire come dei tacchi non troppo alti, arriva J.

Concretamente J. è già li. Arrivato da poco, con quella sua faccia che sembra sempre fuori posto, che sembra sempre un bastardo, che sembra sempre che debba buttare sul ridere una tragedia. 

Una gran bella faccia di cazzo, pensa Emma. 

Prende un caffè, guardandolo distratta. Una tazzina stranamente pesante. 

Un caffè con dentro il destino di un uomo, pesa sempre più di un semplice caffè.

Una come Emma, davanti a uno come J., è disposta a non fermarsi nemmeno. 

Abituata com’è a dimenticarsi. 

Una come Emma non si rende conto di essere così bella, per uno come J., come non ricorda dove mette gli scontrini, perde le chiavi, le cadono i sorrisi sbadati che lascia in giro. 

Per questo lo mette, subito, nelle cose della vita che possono succedere, come perdere le chiavi. 

Ritornando, semplicemente, al suo presente. 

Una come Emma, sa amare come una bambina, scopare come una donna, perdonare come una madre, restare come solo l’amore sa fare. 

E si ritrova, sospesa sul filo di qualcosa che aveva aspettato fin troppo, a voler amare, scopare, perdonare e restare. 

Restare su J. 

Inaspettatamente. 

Una come Emma, la bellezza l’ha sempre cercata in qualcosa di diverso. Diverso da J. 

Su J., difatti, si diceva, non conviene nemmeno fermarsi. 

L’uomo della sua vita era diverso. Sarebbe stato diverso. Non J. Sicuro, come sicura era di potersi ancora permettere di giocare con gli sguardi. 

Senza far troppo danno al suo presente, e nemmeno al suo futuro. Dimenticando, per un poco, il suo passato. 

Una come Emma, con i tempi della vita non ha ancora imparato a fare i conti. 

Infatti sbaglia, a sommare quegli sguardi. 

Quello di J., che punge come una spina di rosa, con il suo.

C’erano cose, di J., che aveva completamente dimenticato negli uomini. Ad esempio quel modo di camminare insieme come fosse una cosa stupenda e unica. Con quanti uomini aveva camminato, senza sentirsi speciale? Ad esempio quella voglia enorme, divorante, di sentire le sue mani, curate e forti, stringerle i fianchi o sfiorarle la schiena. 

O anche la voglia, semplicemente, di sentirlo parlare. 

Una come Emma, aveva ormai dimenticato la curiosità, femmina come le sue scarpe nere lucide, pericolosa come quei tacchi a spillo, la curiosità di volerlo sentire ridere, di volerlo sentire piangere, di volerlo sentire con il respiro corto, ascoltarlo mentre gode di lei. Usami, sono curiosa. 

Quella curiosità, Emma, l’aveva dimenticata. Come si dimenticano le cose che non succedono per un po’. 

J. era un uomo. Su questo, non aveva dubbi. 

J. era il suo uomo. Su questo, sorrideva quando ci pensava, cominciava a non avere dubbi. 

Era poi splendido trovarsi a parlare, di piccole e grandi cose. Come se avessero avuto un sacco di cose da raccontarsi, un sacco di tempo da perdere, un sacco di voglia di continuare a farlo. 

A volte lo sognava, ad occhi aperti, nudo, che la prendeva e la portava dentro quelle sue braccia grandi, a perdersi in un labirinto.

A volte lo aspettava, fino a tardi, come se potesse arrivare da un momento all’altro. 

Parlavano tanto. Giocavano. Ridevano. Parlavano.

Lei parlava di cose soffici e inutili, sentiva lui appoggiarsi sui suoi discorsi. Sentiva il suo uomo aspettare le sue parole. Non avrebbe scambiato queste chiacchiere con nulla al mondo. Sentirlo appoggiarsi. 

Poi, mentre giocano. 

Una bambina fa per cadere. 

Piano! le urla.

Urla da mamma. 

Senza aspettarsi grandi risultati. 

Ti amo, Emma. Si sente dire. 

Le manca, per un istante, il mondo intorno ai piedi. 

Ti amo, Emma, sente ripetere. 

Ma maledetto J., pensa. Che cazzo di modi hai di prendere la vita? 

Poi pensa, Dio sono felice.

Quanto tempo, pensa, è passato dall’ultima volta?

Troppo, pensa.

Secoli.

Ti amo, Emma.

È la verità.

Non sa perchè, ma sente di potersi fidare. Forse la voce. 

Da quanto tempo non si fidava più, nemmeno di un tramonto?

Ma che cazzo di modo, davvero, J.?

Ma cosa era J.?

In effetti niente, in effetti tutto. J. non faceva niente di normale. 

Era così perfetto per lei, questo suo modo, indecifrabile e imprevedibile, di spiegare l’amore al mondo. 

Avrebbe voluto rispondergli così. 

Baciandolo piano, come le piaceva fare per giocare. Giocava con le labbra di J., pensando che avrebbe voluto tranquillamente passare una vita intera giocando con quelle labbra. Erano, le loro labbra, la miglior  dimostrazione dell’esistenza di Dio. Lui era dannatamente bravo, con le labbra e con le mani. 

Lui. 

Era diventato.

Tutto.

Questo.

Lei.

Lo.

Sapeva.

Solo che, non era più capace di dirlo, se non con gli occhi, se non con le labbra. 

Lui capiva. Lei sapeva. 

Era così. 

Lui capiva.

Ho paura di non essere capace di dirlo, J. 

Ma so farlo, non ricordavo, ma so farlo. 

Lo so, rispondeva lui. 

Lo fai da dio. 

Ti amo, Emma.

Una come Emma, resta in silenzio davanti a parole così, come fosse sospesa. 

Tra una felicità infinita e una voglia incontenibile di dire: ancora. 

Dillo ancora, J. 

Senza dover dirlo nemmeno. 

Lui sapeva.

Ti amo, Emma. 

Dillo ancora, non smettere di farlo e di dirlo.

Mai.

Sai, per dio J., cosa vuol dire? Mai!

Mai vuol dire, J., per sempre. 

Sei la luce che mi mancava, le parole che non so dire, le mani che voglio su di me, gli occhi con cui voglio capire il mondo, le orecchie con cui voglio ascoltarlo. 

Per sempre.

Mai, non smettere mai.

Ti amo, Emma.

Benvenuta. 

Ripetilo, senza aspettarti risposta, amore. Ripetilo. Io, pensa Emma, per te sarò capace di ascoltare senza morire, di aspettare e di imparare a dirlo ancora. 

Piano! (the story of J.)

J. sa due cose su di se. Che gli altri non sanno. Ma andiamo con ordine. J. per pensare cammina. In verità cammina per pensare, per esitare, per decidere, per piangere, per ridere, per riprovare, per trovare, per perdere, per scordare, per ricordare, per non morire. J. cammina. Lo fa in centro, di notte. Nulla di strano. Che che ne diciate voi, è pieno zeppo il centro della città di gente che, per una ragione o per l’altra, cammina. Beh, forse pieno zeppo è esagerato. Comunque a J. del resto del mondo, quando cammina, importa davvero poco. Non ci sono tracce di chi gli abbia insegnato questa cosa, nella sua memoria. Sono anni che J. non dimentica nulla. Perdona, se c’è da perdonare, ma non dimentica mai. Eppure non saprebbe dire chi o cosa lo abbia spinto a camminare di notte per fare l’amore con i pensieri. Fottere le paure, a volte, baciare i dubbi, prender per mano le idee geniali.

J. sa due cose su di se. Non ne ha volute sapere molte altre. Sa moltissime cose sugli uomini, ad esempio. Per amore, degli uomini. Sa moltissime cose sul mare, sul vento, sulle coltivazioni a terrazza, sul fare e disfare degli uomini, sul commercio di diamanti tra Amsterdam e Hong Kong, sulle risorse naturali nordafricane. Un sacco di informazioni, forse inutili per chi non sa cosa farsene. Su di se, J. non ha mai voluto sapere molto altro. Bisogna viaggiare leggeri, gli aveva insegnato suo padre, di buon mattino, portandolo a camminare in montagna. Arrivati in cima agli alpeggi, gli aveva ripetuto, figliolo nella vita bisogna viaggiare leggeri. La montagna, poi, era risultata una delle cose più indigeste nella vita di J., ma questa cosa di viaggiare leggeri gli era rimasta come una grande verità. Pochissimi oggetti riteneva indispensabili per se stesso, e solo un paio di cose da sapere.

J. sa due cose su di se. La prima, è bene che ve lo dica, è che J. è il migliore al mondo nel fare dichiarazioni d’amore. La cosa, per chi sa di cosa io stia parlando, è fuori discussione. Nessuno come lui può fare una dichiarazione d’amore. Per due semplici ragioni: J. ama come nessun altro può fare, perché J. ama rarissimamente per davvero, e perché J. di dichiarazioni d’amore ne ha fatte pochissime. Col senno di poi, tolta la misteriosa infatuazione per una spiaggia nascosta in mezzo a una riserva naturale, dune sabbiose, gigli, tronchi bianchi consumati e silenzio, un enorme silenzio, che gli era costato un: io ti amo mare di questa spiaggia, e tolta anche la dichiarazione d’amore che si era ritrovato a fare alla sua moto, premiata con un “ti amo” sbiascicato dopo averlo lasciato in piedi nonostante una curva maldestra, un guidatore maldestro, una frenata maldestra avessero fatto di tutto per farlo rotolare in un fosso. Ecco tolta la spiaggia e tolta la moto, forse poi più di una spiaggia e più di una moto, J. aveva detto ti amo due volte. Ma andiamo con ordine.

J. sa due cose su di se. Ma sa molte cose sugli altri. Perché osserva, J., mentre il mondo succede intorno a lui. Una volta durante una camminata, nel centro di una città non sua, in una notte non sua, di insonnia, passi e pensieri, aveva cercato di ricordare in quante lingue sapesse dire ti amo. Era successo qualche tempo fa. J. era giovane, ma deciso a capire cosa poi significasse davvero, ti amo. Per evitare di dire cose a sproposito, che poi è odioso quando le dici a qualcuno che, di fondo, almeno un po’ ti interessa. Finchè parli alle spiagge, capirai bene che il problema delle incomprensioni è abbastanza ridotto. Ma quando ti trovi davanti a un’anima, in carne e ossa, e ti scombussola sia l’anima, sia la carne sia le ossa, è abbastanza importante sapere quello che si dice. Conoscerne il significato. La definizione migliore che aveva trovato, veniva da una vecchia tribù di indiani americani che traducevano ti amo con “tu mi hai contaminato”.

Essere contaminato da un’altra persona, è forse il modo migliore per spiegare cosa davvero significhi. Tu mi hai contaminato. Sei dentro di me, nel bene o nel male. Meglio, sicuro, di un ti amo, non spiegato. Di fondo, poi, J. su uno dei suoi libri preferiti aveva trovato anche scritto: Ti amo non per chi sei ma per chi sono io quando sono con te. Perfetta per lui, che di sapere chi veramente fosse, era sempre interessato.

Al netto di tutto il suo, ingombrante, passato, J. aveva questo preciso talento, poco vendibile ad altri, ma incredibilmente utile per aumentare esponenzialmente le camminate notturne intorno alla città.

Non è un talento infinito. Questo lo sapeva bene. Si consuma, come un olio prezioso. Va conservato, rinfrescato, mantenuto, come tutti i talenti. Ma a differenza di tutti i talenti, si consuma, affievolendosi come la luce di una candela.

Per questo J. era stato molto attento, usando, come sapesse benissimo quando sarebbe finito, questo talento solo poche volte. Due, fino a quella sera, in cui camminando, proprio passando vicino alla piazza con i resti dell’epoca più bella dell’amore, mosaici e colonne nascoste a ricordare di cosa l’uomo, se innamorato, sia capace, aveva deciso per la terza.

J. non aveva assolutamente deciso, per la terza, a dire il vero. Era stata la vita a decidere per lui. Questo va detto, per dovere di cronaca. Ed era questo che lo teneva in piedi, nonostante l’enorme stanchezza, a camminare per il centro. Lo stupore di un bambino, davanti alla vita e alle sue, inaspettate, direzioni.

J. non aveva nessuna intenzione, a dire il vero, di innamorarsi, di perdersi, di ritrovarsi, di scoprirsi seduto su una panchina a provare, sottovoce, a dire: ti amo, non per chi sei, ma per chi sono io quando sono con te. Ancora una volta. Ti amo, ovvero tu mi hai contaminato. Non aveva nessuna intenzione, in effetti.

J. è un uomo con un passato ingombrante e un futuro pesante da trascinare in giro. E’ quel genere di uomo che, per il bene suo e di tutta la sua vita, è meglio, molto meglio, che continui ad occuparsi di trascinare in giro il suo futuro. J. ha anche imparato a stare da solo. In mezzo alla gente. A una fermata del tram, oppure in un bar pieno zeppo, oppure in una chiesa deserta al mattino, aspettando. Oppure in un treno, o in uno stadio. Dato che, riteneva, l’aver imparato a stare da solo fosse stata la più grande conquista della sua, recente, età adulta, capirete che il ritrovarsi seduto su una panchina, in piena notte, a sospirare sotto voce: ti amo, non era certo nei suoi progetti.

Emma, che aveva questo nome tondo e sinuoso, esattamente come l’incavo tra i suoi seni, rotondi precisi, esattamente come i suoi fianchi, forse possiamo dire esattamente come lei, era arrivata nella vita di J. chiedendo il permesso di prendere un caffè. Nient’altro. Che poi si fosse presa il suddetto caffe, la vita di J. per intero, i sogni e il futuro di J. era stata, come si sarebbero poi detti, una questione collaterale. Emma è una delizia quando, pensava J. seduto sulla panchina, crede che il mondo intero non si accorga di lei. Che poi, al netto di qualche stupido, è praticamente impossibile.

Di come Emma avesse poi fatto a prendere il suo caffè insieme alla vita, al futuro e ai sogni di J. non è importante che si sappia. A J. le informazioni inutili non sono mai interessate.

Sta di fatto che, si ripeteva ormai dal tramonto, io la amo.

Niente di male, si diceva J., se non fosse per le nostre vite, per le nostre fameliche vite. Due passati si possono unire, volendo, in uno solo, fino ad arrivare a un fiume unico di ricordi.

Due futuri e due presenti così ingombranti, che si uniscano e su come lo facciano, rimane un mistero.

J., che raramente si era trovato a provare una dichiarazione d’amore, cosciente dell’innato talento di farne di perfette, complice il tono, il modo e anche un po’ di culo, era da tutta la sera che pensava a questa cosa di Emma. Questa sua capacità di avergli spiegato, appena arrivata per quel famoso caffè, di essere finalmente arrivata. Per poi, definitivamente, restare.

Lo spiegava, Emma, come spiegava la maggior parte delle cose a J.. A volte usando la sua voce, due toni sotto il normale, una musica sensuale simile a un miraggio. A volte con le mani, con gli occhi o con le labbra.

Sei l’unico, aveva detto, che capisci qualsiasi cosa io dica, a prescindere da come la dica.

Mi viene naturale, aveva risposto lui.

Non capisco come sia possibile.

Mi hai contaminato, aveva pensato lui.

Insomma, al netto di due, devastanti e stupende, dichiarazioni d’amore, J. aveva capito che era arrivato il momento per la terza. Che, per sua comodità, preferiva chiamare, l’Ultima.

Sicuro che, in fondo, si trattasse dell’ultima per davvero.

Per questo poi, aveva deciso, di usare tutto quell’olio prezioso. Che finisse, si era detto, il mio talento. Non mi servirà più.

Una dichiarazione d’amore, aveva sempre sostenuto J., si distingue per luogo, tempo e modo. Che hanno pari peso nel sottolineare il “ti amo”.

Scegliere luogo, tempo e modo è di fondamentale importanza.

J. sa due cose su di se. La prima è di avere questo straordinario talento.

Che, deciso e stupito, ha deciso di usare.

Emma è lì, e con la sua voce ricama un miraggio dolcissimo che culla J..

Potrei dormire, pensa. Di un sonno riparatore.

Ha paura, J., che non sia un bel complimento. Per questo non lo dice. Ma lo pensa.

Ha pensato di aspettare. Trovare il posto giusto, che non è difficile per uno che conosce il cuore della città meglio di un postino. Trovare il mese giusto, che non è difficile per uno che ha tempi lunghi come stagioni. Trovare il modo, fondendo uno dei lori baci insieme a una delle loro chiacchierate. Ci vuole tempo, per organizzare una cosa del genere.

Lo pensa mentre ascolta Emma, ritrovandosi di nascosto sul  ragionare di quanto belle siano le sue guance quando ride.

Parlano di cose piccole e di cose grandi.

Parlano.

Piano! Urla lei.

Per cosa, avrebbe dovuto rispondere lui.

Invece, con una calma enorme, rubata chissà dove, si sente scandire: ti amo, Emma.

Emma tace. Succede così.

J. si sente ripetere, ti amo Emma.

J. sa due cose su di se. Una è di avere un talento unico. Che l’unica volta nella sua vita in cui pensava fosse indispensabile, è scomparso sotto i colpi di una donna dal nome tondo e sinuoso. La seconda cosa è il bene più prezioso che J..

A cui tiene più di tutto il resto. La capacità di sapere quando mente o dice la verità.

J. è un uomo che sa quando mente o quando dice la verità.

Mente, ha mentito e mentirà, J. Avrebbe da camminare molto meno, se non lo avesse fatto.

Chi sono gli uomini che non lo hanno fatto mai? Che uomini possono essere?

Ha detto la verità. E’ successo molte volte. Come un fiume, liberatorio e dolce, la verità esce sempre. J. lo sa. E sa distinguere quando mente e quando dice la verità.

J. si ritrova ad ascoltare il silenzio di Emma. Che è un silenzio dolcissimo. Che dice: lo so. Lo sento, lo so benissimo. Che dice, aspettami, J. Anzi, torna a prendermi. Prendiamo un caffè, che mi riprendo la tua vita un’altra volta.

Un silenzio lunghissimo.

Tu mi hai contaminato, Emma. Ma questo lo aveva già detto. Senza che poi lei potesse capirlo.

Ti amo, Emma. Si sente ripetere.

E poi, J. che è un uomo che sa due cose su di se, aggiunge la cosa più importante di tutte. Alzando quasi la voce.

E’ la verità.

J. ha un talento nel dichiarare il suo amore. E nel capire le sue verità.

Per questo, si sente dire, non ha nulla da aggiungere.

J., sente la voce di Emma, finalmente.

J., tu sai cosa hai detto?

E’ qui che J. vorrebbe dirle, si. La verità. Mi sei dentro. E li resterai. Qualunque sia il nostro futuro. Qualunque sia stato il nostro passato. Lo hai scelto tu, Emma, donna dal nome tondo e sinuoso, dai fianchi perfetti e dai seni che lasciano senza argomenti. Lo hai voluto tu. Di questo poi parleremo. Emma. Non avere fretta.

J. adesso sa tre cose su di se. Ha un grande talento, che nel momento più importante della sua vita, lo ha abbandonato. Sa distinguere le sue verità dalle sue bugie. Ha detto la verità più grande, scomoda e bella che potesse dire. E una terza cosa.

Che tutto, nella vita, può iniziare e finire molte volte.

Ma arriva sempre a un punto.

Come se ci si fosse preparati per una vita intera solo per una cosa. Solo per un momento. Solo per una persona.

Solo per farsi prendere un caffè, il futuro e i sogni  da una donna.

Che, su questo si potrebbe camminare moltissimo infatti, era arrivata a prenderseli.

Lei.

J., in fondo, lo aveva già detto.

Mi hai contaminato.

Poi, per chiarezza, suona meglio: ti amo, Emma.

Benvenuta.

L’attesa

Antefatto

Non so nemmeno perché lo ho fatto, dicono gli occhi di lei.

Al posto di dire, buongiorno, per esempio.

Che quando due persone si incontrano, pensa lui, è più normale dirsi buongiorno.

Sorride, seduta, tenendo tra le mani un libro, dei fogli e una pila enorme di dubbi. Sembra una studentessa, un po’ fuori corso, un po’ agitata, un po’, troppo, bella per essere sola.

Salutami tu, dice lui, che sei tu quella che ha paura.

Stronzo, pensa lei.

Non so nemmeno perché lo ho fatto, poi pensa.

Lui sente questi pensieri pesanti, insieme a un profumo di buono, di pace, di mare, di vacanza, di tranquillità e a un disturbante rumore.

E’ la signora seduta di fianco a loro, tutta vestita di nero, che tiene al collo un orologio da polso, che fa un ticchettio fastidioso. Perlomeno per lui. Osservando, nota anche l’ora sbagliata. Portarsi al collo un orologio che non segna l’ora giusta potrebbe essere la soluzione, difatti, pensa.

Vieni, camminiamo, dice.

Camminare aiuta sempre, pensa.

Che cosa siete, pensano gli alberi, intorno al sentiero.

Che cosa siete? Urlano.

Decidetelo voi, risponde lui.

Ma senza farsi sentire, che parlare con gli alberi, potrebbe sembrare inopportuno.

Lei cammina veloce, guardando i suoi dubbi inseguirla. Succede così, alle anime buone, aveva letto lui in un libro. Ma non ricordava il titolo. Strano.

Ha un passo di danza, taglia con le gambe piccoli pezzi di strada, un camminare quasi commuovente. Da studentessa, un po’ fuori corso.

Scegli tu dove andare, le aveva detto. Hai due possibilità.

Sempre, di norma, hai due possibilità. Scegli tu il tuo destino, le aveva detto lui.

Ho paura di stare male, aveva risposto lei.

O forse no. Pareva di sentire i pensieri, da quanto erano forti.

Il sole, benedicendo i tetti dei palazzi e gli sguardi stupiti della gente, aveva accompagnato un pezzo di strada, al passo che poi decideva lei. A volte rallentando, per paura di finire in un dubbio più grosso del previsto. I dubbi sono come tombini. Se non tappati, ci finisci dentro. Un disastro. A volte camminava più veloce, per potersi nascondere dietro alle spalle di lui.

Sei grosso, dovresti farlo.

Cosa, aveva risposto lui.

Proteggermi, cazzo.

Non posso proteggerti da me, spero tu lo possa capire. Non è per mancanza di cortesia, anzi. Però non posso proprio. Faccio già abbastanza fatica a proteggere me da te. Tieni conto che sono uno abbastanza cortese, tolte le apparenze.

Sei bello, tolte le apparenze, aveva risposto lei.

Mi fottono, le apparenze, in effetti.

Conversazioni non dette, fatte guardando per terra, per i chiostri, per i palazzi.

Il Fatto

Prende tutto una piega diversa quando lei si ritrova in un chiostro. E’ una svolta nel racconto. Andrebbe sottolineata, ma pochi se ne sono accorti.   C’era anche già stata, nei chiostri. Non nel racconto.  Vite fa. A lui ricordavano solo una cosa. Passeggiava, lui, con una vecchia zia, per questi chiostri. Ricorda il profumo della zia e le chiacchiere. Come se sentisse la sua voce.

Si accorge, mentre pensa alla zia, alle chiacchiere, alla naftalina che metti sui ricordi ogni tanto per provare a dimenticarli, che lei ha deciso. E’ questa la svolta.

Lei ha deciso.

E’ successo tutto così rapidamente, in effetti. Come se la paura fosse nebbia, scomparsa sotto il sole inaspettato, quando il cielo si apre di colpo.

Repentini mutamenti del cielo, sono le emozioni, quando si tratta di chiamarle con il loro nome.

Allora le risponde, va bene. Non qui.

Le risponde con un gesto.

In effetti, non hanno una grammatica, questi momenti. Se non quella, impercettibile, dei gesti.

Vieni, le dice.

Ricominciamo a camminare.

E’ pazzo, pensa lei. Ho deciso, e lui vuole camminare. Ho deciso, vorrebbe urlare. Lui ha una faccia con una storia disegnata intorno, che dice molte cose. La prima, a ben osservare l’attaccatura degli occhi, è che urlando non si cambia l’ordine delle cose nei suoi occhi. Urlare non serve, con una faccia così. Questo lei crede di aver capito di quella faccia. Non servono molte cose, di fondo inutili, con una faccia così davanti. Urlare, preoccuparsi troppo, dare peso alle cose senza peso. Sembri un pescatore, in effetti, pensa lei. Era il momento perfetto, pescatore, sospesi in un chiostro.

Non è il momento, pensa lui. Fidati di me.

Nessuno si fiderebbe di te, pensa lei.

Dovrai farlo, perlomeno oggi, dice lui.

Non so nemmeno che giorno sia, adesso.

Credo non sia importante, sai, dice lui.

E’ importante, invece.

Allora decidiamolo insieme, che giorno è oggi.

Così non vale. Tu inventi le regole.

Inventiamo le nostre di regole, amore.

Mi hai chiamata amore.

Lo faccio da sempre.

Sempre non è stato quando doveva essere, quando avresti potuto farlo liberamente.

Sempre è sempre.

Non parlano. Ovvero, parlano d’altro. Di cose ridicole, di cose preoccupanti, di cose stupide. Delle cose di cui tutti parlano per ingannare l’attesa.

L’attesa, lasciata vuota, spaventa, in effetti.

L’attesa, riempita, sembra passi più velocemente.

A questo, forse, servono le riviste stupide dai dottori.

A questo, forse, servono le conversazioni senza peso.

Io vorrei scrivere solo di questa attesa.

Cioè, di tutto questo, non dovete ricordarvi nulla.

Fate come dico.

L’attesa, è il centro di tutto.

L’attesa

Ho visto questa storia, questo racconto, prima che lo possiate vedere voi.

L’attesa, in questo racconto, è il cuore portante.

L’attesa, come se fosse palpabile, li segue, li accompagna, li precede.

Si trovano davanti a un caffè. Sotto il sole. Sembra far caldo. Seduti davanti al silenzio del mattino, alla pace che precede tutte le tempeste.

Tanto che le viene il dubbio.

Questa è la pace che precede tutto. Pensa.

Mescolando lo zucchero.

Lei, dovete saperlo, mescola lo zucchero come un pittore mischia i colori. Con metodo e amore.

Non credo un caffè meriti tutto questo amore, pensa lui.

Sai chi era così meticoloso nel mescolare i colori? Turner. I suoi quadri, cioè come lui dipinge il mare, sembra come tu mescoli il caffè.

Non è un complimento.

Non voleva esserlo, risponde lui.

Distratto, poi, da una conversazione senza peso e senza sbocco con una signora che ha tutta la voglia di parlare con qualcuno, disperatamente, di tutta la sua vita. Di quanto sia difficile, la vita, signora mia, è inutile che me ne parli. Pensa lui.

L’attesa si misura in respiri, momenti, rumori, battiti d’ali di farfalla. L’hai vista la farfalla? Lei non vede nulla. L’attesa, vede solo l’attesa.

Mettiamoci al sole, dice lui.

Seduti, uno di fianco all’altra, come passeggeri di un treno.

Dove andrà, questo treno?

Lei non risponde nemmeno più.

Si ricorda di aver deciso.

Lui osserva i movimenti, impercettibili, degli occhi, degli angoli del viso.

Lei, pensa lui, ha questa bellezza che cancella i paragoni. Non esiste più un “sei bella come”, le tue labbra sembrano, i tuoi occhi sono. Lei ha cancellato tutti i paragoni, semplicemente come avrebbe fatto il mare con le scritte dei bambini sulla sabbia.

Lei è, pensa lui, non paragonabile a nulla. Ha una bellezza infinita. Inutile parlarne.

Lei ha deciso.

Seduti così, quasi aspettassero qualcosa, qualcuno.

Aspettano.

Lei ha deciso, prima.

Lui, di suo, aveva già deciso.

Da quando, chiede lei.

Da sempre.

Risponde sempre così.

Invece si gira, illumina le cose, quando si gira, pensa lui, ma non fa in tempo a pensarlo tutto, il pensiero. Questione di un attimo. Velocissimo. Che cambia tutto.

Le labbra di lei arrivano precise alle labbra di lui. No. Non un incastro. Un bacio così non si incastra. Si appoggia. Come il mare sulla sabbia, gli verrebbe da dire. Se non fosse che non riesce a parlare. Sente il cuore di lei battere forte. Sente il caldo del sole. Sente le sue dita cercare, sulla schiena, il punto preciso dove aggrapparsi, nell’immediata eventualità che la situazione possa capitolare.

Cosa fai?

Mi aggrappo.

In che senso?

Metti che il mondo si rovesci, mi tengo.

Non serve.

Lo faccio lo stesso. Mi aggrappo a te.

No, non stanno parlando.

E’ un bacio lungo. Come lunga è stata l’attesa.

Tutti sarebbero capaci di raccontarne il desiderio. Nessuno sarebbe capace di raccontare la fine del bacio. Lei che, quasi fosse esausta, scosta di poco la testa. Lui che, come fosse uscito da un difficile incontro di pugilato, perso ai punti, peraltro, resta fermo per cercare di capire.

E’ che avevo deciso.

Lo avevo capito.

E allora perché stai lì come un deficiente. Dovresti tirare fuori una frase che ci tiri fuori da questa cosa.

Non posso.

Perché?

L’attesa.

L’attesa di cosa, per dio.

Mi è tornata l’attesa.

Non capisco quello che dici.

Riproviamoci allora.

Mentre, per la seconda volta in pochi istanti, premurandosi di trovare ancora un appiglio nella sua schiena, si era trovato a combaciare con le sue labbra come il mare e la spiaggia, aveva pensato che tutto, di fondo si sarebbe ripetuto ancora. Insomma, riprovarci non sarebbe stato risolutivo. Sarebbe stato, in effetti, anche complicato da spiegare. Volendo, molte delle cose che pensava erano complicate da spiegare.

Solo che questo bacio ha poi preso una piega diversa. Diventando una dichiarazione d’intenti, di lei che non avrebbe mai detto di sentirsi dire cose del genere a un uomo, di lui che, ben contento, rispondeva e rilanciava. Pericoloso, andare avanti. Davvero, smettetela, è pericoloso. In pieno giorno, peraltro.

Fermi, a un certo punto si è messo a urlare il sole.

Fermi, per dio. Basta.

Perché?

Non potete, con le labbra, fare troppi progetti sui vostri corpi, senza aspettarvi che le mani non vi seguano.

Difatti, aveva ammesso lui, sarebbe stato meglio sfilare la mano dalla schiena. Pericoloso come il confine con il Messico, il suo confine tra la schiena e la fine del mondo era rimasto scoperto da una mano troppo fedele ai progetti di un bacio.

Trova una frase, per dio.

Ancora? Non riesco.

Ti prego.

Appoggiati qui, ne troveremo una insieme.

Speravo almeno fossi un uomo in grado di trovare una frase che potesse chiudere questa cosa.

Non posso. L’attesa. Mi torna l’attesa.

Spiegami.

Mi sono appena reso conto di due cose. La prima è che c’è un mattone con scritto 1856, proprio vicino ai nostri piedi. La seconda è che ho vissuto in attesa di questo bacio. Da sempre. E adesso, ogni volta che smettiamo, torno in attesa. La cosa, sorprendentemente, mi mette una pace enorme. Come se, finalmente, avessi trovato la ragione di tutto questo aspettare che ho fatto nella mia vita. Cioè, torno ad aspettare, ma so cosa aspetto. E sono felice, di farlo. Felice. Finalmente.

E mi fa mancare il fiato, per quanto dovrò aspettare ancora per averne.

Io so molte cose. Ad esempio, mi viene giusto in mente che il 1856 è famoso, per me, perché i mormoni hanno fondato Salt Lake City. Ma non sapevo di questa cosa dell’attesa. E me lo sono sempre chiesto, di fondo, che cazzo io stessi aspettando. Che sembravo uno di quei signori che alla fermata, impazienti, non se ne fanno una ragione. E camminano avanti e indietro. Impazienti.

Lei, cercando di riprendere le fila di un discorso infinito, aveva ancora allungato il collo. Un terzo bacio. Come fosse il colpo finale. Prendendolo a se. Tutta, avevano detto le labbra. Prendimi tutta.

Io non posso confermare, non essendo testimone oculare, ma dicono di aver visto passare un matto, con una bicicletta, che, quasi fosse passato davanti a una chiesa, aveva abbassato la voce. E due sgherri, che si erano tolti il cappello. E tre signore, a passeggio, che avevano guardato a loro come si guarda un dipinto. Sembravano, in effetti, un dipinto di un cielo enorme e un mare infinito. Ecco, un quadro, di un tramonto, rosso e arancione, dove se non fosse stato per una barca, non si sarebbe poi capita la fine del cielo e l’inizio del mare. Tanto che le tre signore, passando, si erano fermate comunque a controllare che cosa fosse successo.

Quello che so, che poi è il motivo per cui ve lo racconto, è quello che è successo dopo.

Lui le aveva detto: io posso ancora vivere con questa attesa addosso. Adesso che so per cosa sia. Lo posso fare.

E lei, appoggiando dolcemente le labbra, aveva risposto, senza rispondere, fallo.

Aspettami.

In cambio posso lasciarti il mio profumo, il sole, e la consapevolezza che io non ho paragoni. Lo hai detto tu.

Difatti. Non hai paragoni. Se li avessi anche fatti, tu li hai cancellati, passandoci delicatamente sopra. Come fossi il mare.

Dobbiamo andare.

Dove?

Andare.

Non si trattava di restare?

Anche. Ma adesso è andare.

Posso averne ancora, aveva detto lui, prima di morire?

Per sempre, aveva risposto lei.

Li ho visti camminare, molto più lenti, tornando verso gli alberi, in mezzo a tutta quella gente, me compreso, che cammina senza aver un motivo, aspettando qualcosa.

E ho visto i miei occhi, invidia, guardare lui.

Che, da quel momento, sapeva di dover aspettare.

L’attesa delle maree, la stessa, che fanno gli scogli sulla spiaggia.

Aspettano.

Arriva, la marea. Porta quel bacio magico, che cancella, pulisce, rinfresca.

Arriva, la marea.

Lui, se volete, è come se fosse rinato. Sapendo cosa aveva aspettato da sempre e cosa avrebbe sempre aspettato.

E’ una fortuna.

Li ho visti, con i miei occhi, darsi un bacio morbido prima di svanire, alle loro vite. Come se fosse naturale farlo.

Un bacio, osservavo, è la punteggiatura di un amore.

Quel bacio, osservavo, è una virgola. Dolce, docile, non un punto.

La grammatica dei gesti ha regole precise. La punteggiatura è tutto, nella vita di un amore.

Una virgola, come se la frase non fosse finita.

Veloci, guardandosi negli occhi, incuranti di me che guardavo e di tutto il mondo intorno.

Una virgola.

Ti aspetto, aveva detto lui.

Fallo, aveva risposto lei,

Virgola. Non punto.

Ho visto, e volevo raccontarlo.

Sfumare dentro il mare

(Se tu fossi il mare, vorrei sfumare lentamente dentro te, come il cielo del tramonto. Fai il mare, ti direi, che io faccio il cielo, appoggiandoti la testa sulla pancia, respirando silenzio e profumo).

Logico, mi dico, i pensieri sono come nuvole.

Ho demoni pesanti che mi inseguono di questi tempi. Sono, in pratica, un cielo con qualche nuvola di temporale. Nulla di preoccupante. Un cielo è pur sempre abituato alle nuvole.

Il venerdì, me lo ripropongo da sette anni, andrebbe passato al mare. O sul mare. Comunque non qui. Ci sono riuscito, per un periodo della mia vita. Di questi tempi non mi sembra elegante farlo. Lavoro il doppio di prima, guadagnando meno della metà. Mica lo dico per lamentarmi, anzi. Però mi tocca di lavorare anche di venerdì.

Andavo a parcheggiare, i venerdì, vicino alla stazione, all’imbocco di un carruggio ripido e insensato, sulle strisce. Mi toglievo le scarpe, rimanendo a piedi nudi, respiravo forte appena sceso dalla macchina e facevo quasi di corsa la strada centrale del paese, arrivando da Picasso. Lì, imboccando la scalinata ripida, scendevo fino al mare. Bisogna camminare a piedi nudi, ho sempre detto. E’ una delle cose che mia moglie odia di più. Ho anche un pezzo di vetro ancora dentro al piede sinistro, a memoria del fatto che forse ha ragione lei. Lasciando sul muretto della chiesa scarpe, portafoglio, chiavi e telefono. Mi tuffavo dal molo, quest’anno sono riuscito ad insegnarlo al Piccolo, e nuotando parallelo al paese arrivavo fino al vecchio albergo per ricchi e puttane. Lì, sei metri dalla riva, c’è uno scoglio perfetto per riposarsi e ricominciare. E’ un miglio marino. Una nuotata perfetta. Si passa sopra le orate e qualche volta, di fortuna, si vede anche sotto fino a dove si nascondono le razze.

Seduto sul molo, fumavo una sigaretta, asciugandomi. Passavo a salutare Vittorio, che tre su quattro era fuori a pescare, e riprendevo la strada di casa.

Senza poi dirlo a nessuno.

E’ bello avere segreti assoluti. Pensavo.

Lo avrei fatto volentieri, oggi.

Avrei dovuto farlo, oggi.

Arriccio il naso, per un pensiero sconcio, ultimamente faccio pensieri sconci, che poi appoggio in giro per l’ufficio. Come origami. Di tette, gambe, carne, caviglie. Sarà il periodo, mi dico. Sono sconci con classe, mica dozzinali. Ma son sconci. Non andrebbero lasciati in giro.

Mica posso lasciare tutto questo disordine in ufficio, mi dico, sedendomi alla scrivania. Sono pensieri che è bene non lasciare in giro. Non sarebbe elegante.

Seduto penso.

Mia madre, Anna, moriva esattamente alle 16.40. Lo sappiamo tutti perché, come nella maggior parte delle case, avevamo una di quelle sveglie della Braun con i numeri rossi giganti, che non ti puoi sbagliare mica. La sveglia, per dovere di cronaca, è ancora lì al suo posto, come tutto il comodino, del resto. E’ rimasto un pezzo preciso come allora. Con due dita di polvere e tutta la tenerezza di mio padre che non tocca nulla, quasi fosse il segno segreto per perdere tutto, anche i ricordi.

Con oggi fanno diciotto anni.  Se il dolore fosse un figlio, oggi sarebbe maggiorenne. Il dolore, in effetti, matura, cresce, si trasforma. Nessuno lo vorrebbe come figlio, ma te lo ritrovi addosso.

Penso a mia madre.

Ti viene naturale farlo. Sarebbe fiera di me?

Avresti voluto un figlio che scappa al mare, cercando il mare, mamma?

Ho pensieri sparsi, mamma, li dimentico persino in giro. Succede così al cielo con il temporale.

L’altro giorno, ad esempio, mi sono infilato in un bagno dell’ospedale per pisciare, e ho sentito l’odore del disinfettante. E mi sei venuta in mente tu, e gli ospedali, e il disinfettante. E il dolore. E la morfina. Poi, per lavarmi le mani, mi sono tolto il pensiero di dosso e lo ho lasciato lì, appoggiato al lavabo.

Stamattina mi sono ricordato dell’anniversario perché papà, con quel tocco di appena accennata irruenza che suona famigliare, si è presentato in casa, e ancora prima che potessi parlare, mi ha puntato il dito addosso.

  • Hai saltato la messa ad memoriam
  • Potevi telefonarmi
  • Cosa fai nudo?
  • Mi faccio la barba
  • Con la radio inglese?
  • È la BBC
  • Sei senza peli
  • da qualche anno
  • perchè?
  • per il mare. La muta.
  • è una scusa ridicola
  • le migliori lo sono.
  • Sei solo?
  • Abbastanza
  • Perché?
  • Perché cosa?
  • Perché hai saltato la messa ad memoriam?
  • Non ce l’ho fatta.
  • Non è una scusa
  • Difatti
  • Infatti
  • Perfetto
  • Ok
  • Vuoi il caffè?
  • Vado a prenderlo in centro
  • Bravo
  • Vieni?
  • Devo andare ad Assago
  • Che posto infame e triste
  • Concordo
  • Ciao
  • Vai via?
  • Ero venuto per dirtelo
  • Che ho saltato la messa?
  • Che tua madre ti ama ancora
  • Beh, dai, robetta che smaltisco facile, poi.
  • Vestiti
  • Ti giuro che prima di uscire lo avrei fatto.
  • La radio inglese, ma pensa te
  • Ciao papà
  • Hai saltato la messa
  • Davvero?

Lo conosci, lo hai conosciuto. Lo hai amato. Lo amo anche io. Ma, talvolta, lo trovo appena appena invadente. Dice, al suo funerale, di volere una canzone di Jannacci per l’uscita dalla chiesa. Io spero di invecchiare come lui. E vorrei la stessa canzone.

Ho comprato un girasole, da un fiorista sulla strada. Quello, devi ammetterlo, lo faccio tutti gli anni. Avrei voluto portarlo nella chiesa vicino all’ufficio, ma ti assicuro che è il terzo edificio più triste che ho visto in Italia. Un po’ tutto il paesone intorno all’ufficio è triste. Maledetto boom degli anni 60. Sono case tristi, in un posto triste. Con una storia, abbastanza triste.  Allora sono andato sul Naviglio. E lo ho buttato nel fiume.

Mi sembrava decisamente più poetico.

Mentre osservavo il fiore galleggiare, mi è venuto in mente il rapporto epistolare tra Henry Miller e la sua ultima amante. Una storia travagliata, affacciata sul Big Sur. Ci sono poi stato, sai, sul Big Sur. E avrei anche voluto rimanerci. Ho mangiato un hamburger a Lucia, seduto su una panca che dava sul Pacifico. Sotto di me, sul prato, due ragazzi olandesi stavano per fare l’amore, davanti a tutti, a mezzogiorno. Li guardavo divertito, mettendo ketchup sulle patatine. Bevevo birra, in silenzio. E’ stato un viaggio molto importante. La California è stata molto importante per me. Non ho ben capito il collegamento tra mia madre, Henry Miller, il Big Sur, il Naviglio Grande e un girasole da cinque euro e cinquanta.

Ma va così oggi.

E’ un periodo, mamma, un periodo un po’ lungo, che penso questa cosa del mare. Di appoggiarmi da qualche parte, finalmente. E stare li.

Mica facile.

Una specie di pensiero più grande degli altri.

Più importante.

Quella sensazione, preciso ricordo che non ricordo però di aver vissuto, di fermarmi, anche solo per un po’, appoggiato sulla pancia del mare. Respirando, senza parlare.

Stasera, ad esempio.

Lo penso mentre guido verso casa. Esco con il buio, torno con il buio. Questa cosa è uno dei problemi principali dell’autunno.

E anche che il 23 ottobre capita proprio tutti gli anni.

Scrivo molto, mamma.

Mi protegge.

Henry Miller scriveva per lo stesso motivo.

Ecco, forse ci sono.

  • pronto
  • volevo chiederti scusa se ho saltato la messa
  • non devi chiedermi scusa
  • beh, lo ho fatto
  • tanto noi siamo così.
  • noi chi?
  • noi maschi di questa famiglia
  • così come?
  • non ne facciamo mai una giusta
  • parla per te
  • no. Parlo anche per te. Sei sulla buona strada.
  • speriamo di no.
  • E’ ereditario.
  • Cazzo. Sto ereditando una decina di malattie mortali, se anche in vita poi mi tocca ereditare questo…
  • dove sei?
  • sto tornando a casa.
  • io non ne avrei voglia, ad esempio
  • oggi nemmeno io.
  • infatti
  • ecco
  • è ereditario
  • perfetto

Sabrina (questione di sensibilità)

Avrei voluto ereditare il coraggio di mio padre. Concreto, pragmatico, efficace e terribilmente stabile. Invece ho preso la sensibilità di mia madre. Un complesso piatto di ipersensibilità, attenzione soggettiva, pensiero collaterale e forse una lieve forma di autismo. Fossi nato una decina d’anni più tardi, sarei passato sotto le cure apprensive di qualche strizzacervelli per infanti, invece mi sono limitato ad imparare una piacevole convivenza con quello che da handicap sono riuscito a trasformare in un flusso che, perlomeno, controllo e gestisco. 

Non è sempre facile. Non lo è stato e non lo sarà. Scrivere mi aiuta molto. 

Nel breve periodo, per controllare il flusso di pensieri, disegno su quaderni che tengo in ordine in ufficio. 

Ho giusto ritrovato una mappa mentale fatta due anni fa nella quale progettavo il mio licenziamento e ne dipingevo le conseguenze. Mica mi sono sbagliato. 

Quattro anni fa, convinto dal medico curante, ho fatto due divertenti giornate in un rinomato ospedale milanese, per analizzare il mio QI, le mie capacità psichiche, eventuali risvolti patologici e le mie attività neuronali primarie. La sua tesi è che io abbia un disturbo comportamentale primario, dovuto a una eccessiva attività cerebrale. Lo dico al presente perchè ne è ancora convinto. In verità, dagli esiti di quei due giorni è uscito solamente che ho un QI nella media, due punti più alto del campione statistico, un lieve disturbo dell’attenzione e una intensa, eccessiva, attività della corteccia cerebrale se messo in situazioni di stress. Attività fuori norma in sede frontale, tecnicamente. 

Mi è toccato studiare per capire che cazzo volesse dire. Anche pechè ho più fiducia nei barman che negli strizzacervelli. 

In pratica, un cervello normale, se messo in una situazione di stress, reagisce mettendo a disposizione del corpo ormoni specifici e preparandolo, dilatando i vasi sanguigni, accellerando il battito cardiaco, impegnando gli organi principali mettendoli in difesa. Nel frattempo, usando una specie di sistema binario, bianco o nero, giusto o sbagliato, impone delle scelte, supponendo di imporre il giusto, e dirige il subconscio attivando tutte le sentinelle possibili. 

Un cervello normale. 

Il mio cervello, come quello di molti altri, attiva la produzione di ormoni, dilata i vasi, prepara gli organi e poi impone un precario percorso che, oltre che consumare parecchi zuccheri semplici, usa il pensiero laterale per immaginare differenti possibilità. Non esiste bianco o nero, ma una infinita scala di grigi. Brucio zuccheri e informazioni. Non bianco e nero, ma molti colori. 

Nemmeno giusto o sbagliato. Ma diverse opzioni, messe in relazione con il se e con il resto del mondo, verificando le conseguenze. 

Quello che uno dei miei più grandi amici definisce: i segoni mentali di Franz. 

È un tipo di iperattività del pensiero che, pur non essendo patologico, rappresenta un continuo lavoro del cervello, anche in situazioni normali, per pescare informazioni, gestirle e renderle disponibili per eventuali scelte collaterali.

In America, hanno osservato che questo genere di menti sono decisamente più portate per carriere imprenditoriali, con grandi successi o grandi fallimenti. Hanno, inoltre, confermato che il pensiero laterale naturale rende estremamente cinici o estremamente partecipi. E i pazienti studiati costruiscono abitudini che collegano a sensazioni piacevoli per calmare il flusso di attività neuronali.

Insomma o ti amo o ti inculo. 

E faccio colazione sempre nello stesso posto, compro sempre le stesse scarpe e così via. 

Che poi è particolarmente vero. Riesco, senza molto sforzo, ad essere un cinico figlio di puttana sul lavoro e al contempo a soffrire terribilmente se la persona che amo mi tratta male. 

Accumulo informazioni perennemente, leggendo, studiando, guardando filmati, ascoltando lezioni. 

Sono un incubatore di dettagli, sotto forma di informazioni, interpretabili.

Solitamente, mi è stato spiegato, è uno dei modi con il quale il cervello compensa a un handicap.

Mia madre, in effetti, era sorda da un orecchio e ipovedente da un occhio. 

Io no. 

Ad ogni buon conto, con il tempo, un po’ di pratica e molto studio, sono stato capace di intepretare i dettagli senza giudicarne la fonte. 

Posso osservare nel mio interlocutore rabbia, odio, disagio, felicità, partecipazione, distacco, infatuazione, senza minimamente interessarmene. 

Posso anche vedere dettagli che ai più sfuggono. Da un lieve arrossamento dell’epidermide, con inarcamento delle periferiche articolari, dilatazione delle pupille e accelerazione del respiro, deduco di essere sulla strada buona. Insomma, riesco a capire l’orgasmo femminile. Non fa curriculum, però è divertente. Di contro, riesco a capire quando una donna finge coinvolgimento. È umiliante. Ma succede. 

Riesco a staccare solo con persone di cui sono veramente innamorato. Forse perchè, sentendomi protetto, abbasso le difese. Riesco quindi, a capire da solo quando sono innamorato. 

Ho un controllo superiore alla media delle situazioni complesse, motivo per il quale a livello lavorativo riesco a interpretare correttamente differenti pacchetti di informazioni, elaborando una decisione più facilmente che altri. 

Che è un vantaggio. 

Lo svantaggio, detto sinceramente, è doverci convivere. 

Davvero, sono stato bene due volte nella mia vita. È successo con due donne. In tempi e modi differenti. Per questo mi ritengo eterosessuale, tra l’altro. In ogni caso, mai definizione di amore fu più appropriata di: abbandonarsi in un’altra persona.

Nelle situazioni di stress, invece, consumo zuccheri e informazioni. 

Questo lungo cappello introduttivo per dire che la gestione del mio rapporto con l’ospedale mi richiede un consumo smodato di zuccheri ed energie. Per elaborare informazioni e produrre pensiero laterale. 

Scriverò molto di questa esperienza. 

Stamattina, catapultato in una stanza con una trentina di persone, ho subito osservato la gestione dello stress e della paura, una sensibile maggioranza di donne, età media 50, ceto medio basso. Mi arrivavano i profumi, le orrende scarpe, la casuale disposizione  sulle sedie della sala d’attesa, l’invadente sudorazione di alcuni.

Ho ossrvato la paura, emozione infantile in un contesto come questo, piegare schiene, far sudare mani, parlare troppo. 

Ho ascoltato una decina di conversazioni diverse, ossrvando anche il comportamento compulsivo di una delle impiegate, che controllava di aver riposto i fogli nella cartelletta due volte. Ossessivo compulsiva da insicurezza lavorativa. Abbastanza diffuso. Il tacco destro del mio vicino, più consumato del sinistro, compatibile con una deviazione motoria, il pacco di assorbenti interni mal nascosto dall’elegante signora in terza fila in una borsetta di pessima fattura, la calza sinistra cadente della suora in prima fila.

Troppe informazioni inutili. 

Il mio cervello ha constatato che delle due uscite dalla sala, una era impraticabile per un gruppo di persone davanti alla porta, dovute alla presenza di macchinette del caffè proprio di fianco. Pessima scelta planimetrica, ho pensato, mentre cercavo una seconda uscita d’emergenza, rilevando anche che in effetti la presenza o meno di un’uscita d’emergenza non fosse importante. Tutto mentre osservavo che l’ambulatorio 2 procedeva a un ritmo doppio rispetto al numero uno e al numero tre. E che la maggior parte delle persone aveva già in mano una bottiglia di acqua naturale simile a quella del distributore, e che quindi l’acqua sarebbe finita presto. Ricordandomi per altro di aver visto un cartello con scritto Bar, verso l’ingresso, mentre cercavo di capire la disposizione delle finestre e sbirciavo la scollatura di una paziente in coda davanti a uno studio medico, il numero 61, che essendo al piano terra mi faceva supporre una scorretta numerazione non correlata con lo sviluppo verticale dellla struttura. 

Capite? 

Il medico che mi ha chiamato, dopo qualche ora, in un anonimo ambulatorio, per altro lo stesso dove ho fatto l’elettrocardiogramma durante la mattinata, che nessuno ha pulito, ho notato osservando i guanti e i teli nella stessa posizine della mattina, era un uomo bello, giovane, mancino, decisamente intelligente, a giudicare dagli occhi, con una forte convinzione delle sue capacità e, a naso, buone doti di conquistatore seriale, stando ai braccialetti di cuoio da cavallerizzo. 

Mentre mi spiegava l’intervento, mi sono perso ad osservare il suo assistente, bolso, falso, scarpe alla moda, pantalone di bassa fattura, calzino triste, occhio da alcolista. 

E anche l’infermiera annoiata alle loro spalle, la stessa che mi ha fatto il prelievo di prima mattina, mentre sbuffava. 

Non ho ascoltato nulla. Sono, credo, informazioni secondarie. Mi opererà lui. Mancino. Sperando non venga da una serata di follie. Questo mi basta.

Ho fumato una sigaretta con una ragazza, che alla domanda sul motivo per cui fosse li si è stretta le braccia sul seno, abbassando gli occhi e non rispondendo. 

Ho conosciuto la mia anestesista, una ragazza bionda molto carina, con un piccolo difetto alla mascella e un collo troppo lungo. E anche un forte desiderio di maternità, a giudicare dalle foto nello studio, un fidanzato vitellone, sempre nelle foto, una cattiva sopportazione dei dolori del ciclo, visto l’aulin rosa che spuntava dal camice. Supponendo si tratti di dolori di fine ciclo, pensavo mentre mi raccontava della mia anestesia, quelli tipici tra il secondo e il quarto giorno, dovuti all’ispessimento delle pareti dell’utero, dovrebbe essere fertile tra dodici giorni, un martedì, che statisticamente è un giorno difficile per rimanere incinta. Inoltre, credo non sia amore, a giudicare dalla postura di lui nelle foto. 

Anche sull’anestesia non ho ascoltato nulla. 

Ma le auguro di trovare un altro uomo e di non rimanere incinta di martedì a novembre. 

Troppe informazioni. 

Capite, vero?

Bros 

– una roba tipo un amore fatto di sguardi e momenti magici

– che palle

– eh, per carità, l’ultimo mi ha paralizzato…

– dille di farti un pompino che poi non parli per due ore. Questo è amore. Una donna che riesca a farti stare zitto per due ore.

– riferirò 

– hai paura?

– curiosità e paura

– hai deciso a chi lasciare la moto in caso morissi?

– Il Generale Buendia voglio che lo abbia mio figlio. Hernest ve lo dovete giocare  a carte.

– beh, molto nel tuo stile.

– i libri voglio che vengano conservati e venga aperta una fondazione a nome di mia madre e di Fernanda Pivano.

– dei tuoi libri non gliene fotte a nessuno, fratellino.

– punti di vista.

– sai cosa sarebbe il massimo?

– dimmi

– che portassi a casa il colpo da novanta

– ovvero

– una mandrakata

– quindi?

– tipo farti l’infermiera e fare il video.

– sono fedele all’amore. Anche in punto di morte.

– beh passerò a trovarti. Ci penso io.

– portami da bere.

– porterò dei fiori. 

– non vedo l’ora che sia Natale

– strano. Tu a Natale stai sempre male. 

– però questo Natale, dovessi sopravvivere, sarò rinato e più carico di prima.

– insopportabile già solo a pensarlo.

– ti devo chiedere un favore, anzi due.

– posso farcela

– comprale delle parigine Gallo a pois

– oh cazzo

– fallo

– ok

– portale dello champagne e delle parigine a pois

– fratello

– dimmi

– spero tu possa farlo da solo. Mi sentirei fuori luogo a farlo per te.

– in effetti

– la seconda cosa 

– portati nella tomba i miei segreti e mobilitati per accompagnare mio figlio nelle sue cose importanti.

– credo sia fattibile. Credo anche tu, di fondo, non morirai

– lo credo anche io

– e allora che cazzo stiamo parlando a fare?

– era tutto partito dagli sguardi

– io mi auguro che tu possa tornare in te, quanto prima. 

– perlomeno per Natale

– magari prima. Ci spariamo un viaggio tra amici. Una capitale europea.

– lasciami indovinare. Est Europa?

– superato. Propongo Atene

– ci sto.

– vedi di non morire cazzo

– Atene come motivazione dovrebbe bastare.

– non per Atene, anche se i bordelli di Atene vanno visti prima di morire. Per noi, che resti Franz e sei quasi indispensabile. Per il Piccolo. Per lei. Mi sembrano buone ragioni per portare a casa la pelle

– due ottime ragioni per portare a casa la pelle e una per portare a casa le palle

– filosofo 

– di sguardi non posso vivere in eterno

– ah cazzo, certo che no. 

– fratello vado a leggere

– tu la sera prima leggi? Cioè in tutto questo bordello tu la sera prima leggi…?

– devo finire un libro. Sarebbe odioso morire prima di averlo finito cazzo.

– giusto

– sicuro

– parigine e champagne… 

– a Natale

– niente libri?

– sicuro, anche un libro.

– boh. Credo che tu faccia colpo per la barba. Perché a regali è meglio una banca che regala l’agenda.

– tu sei troppo lontano dalla poesia 

– fatti fare un pompino da mozzare il fiato poi ne riparliamo.

– e sia

– ok

– perfetto

– non morire

– ci provo

Lettera a mio figlio

Hey Campione,

ti scrivo questa lettera nel caso io non dovessi più tornare. Può succedere, potrebbe nei prossimi giorni succedere.  Quello che, in questo caso, ti insegneranno sarà gestire il dolore della scomparsa.

Lo hanno fatto anche con me. Non funziona. Però aiuta. Ho scritto e riscritto questa lettera molte volte. La cosa bellissima delle lettere è che puoi farne quello che vuoi. Prenderne pezzi, farle tutte tue, odiarle, amarle, riderci, piangerci. Restano sempre li.

Sappi che perdere un padre a quattro anni è davvero una brutta rottura di palle. E ti insegnerà, molto meglio di quanto avessi potuto fare io, a gestire i colpi bassi della vita. Ce ne saranno altri. Succederà.

Sappi anche che l’amore che ho per te è una cosa che non si può descrivere a parole. Lo scoprirai nella vita, l’amore di un genitore è forse la cosa più complessa e bella che si possa avere e dare. Fai dei figli, mi raccomando. Scoprirai un amore infinito.

Ma andiamo con ordine.

E’ la mia ultima occasione per dirti tutto quello che ho imparato dalla vita, che la vita mi ha dato e che mi piacerebbe tu potessi portare con te. Avrei voluto esserci, sappilo, nelle occasioni importanti che scandiranno la tua vita. E mi permetto di esserci a modo mio, scrivendoti quello che penso e che so.

Prima di tutto abbi amore per tua madre. La famiglia, quella dove nasci, è una delle cose più importanti che tu possa avere  nella vita. Perdonale gli errori, accompagnala nelle difficoltà, non impedirle di trovare l’amore. Quando invecchierà, ricordati di regalarle dei fiori e passare del tempo con lei. Corteggiala, come solo uno di noi sa fare. Siamo unici in questo, da generazioni.

Abbi fede. In te stesso. Sei una creatura meravigliosa. Puoi tutto e tutto ti è possibile se lo vuoi. Non fidarti di chi ti limita o di chi ti spaventa. Tutto è possibile, per chi ne ha voglia. Abbi fede in Dio. Tutti credono in qualcosa. Molti in qualcosa di sbagliato.  Abbi una fede matura e consapevole, non fermarti alle apparenze, giudica e non aver paura di sentirti solo nel tuo percorso. Prega molto. Medita, chiedi, ascolta.

Trova una persona con cui parlare della tua fede. Che ti possa mettere in discussione. E falla crescere.

Mettiti alla prova. Punta in alto. Sempre più in alto. Lascia perdere le persone che ti spingono verso il basso. Non le meriti. Punta sempre al meglio. Cerca ovunque la bellezza, mettiti in gioco, non fermarti davanti a un giudizio negativo o a uno sguardo. Mettiti alla prova, cerca sempre di farlo. Non avere paura di avere paura. E se ne hai troppa, siediti a pensare. Le cose, viste con calma, fanno quasi ridere.

Supera i tuoi limiti, cerca di farlo continuamente. Datti dei traguardi, superali, festeggia e ricomincia. Continuamente. Non sederti mai. Non sei arrivato finchè non sarà davvero finita.

Mettiti alla prova, Campione. Accetta la sconfitta, e giocati il secondo tempo, puntando a vincere.

Sai cosa fanno le persone in punto di morte, quando ne hanno il tempo? Rimpiangono le cose.

Non permettere alla tua vita di farti rimpiangere nulla. Ogni sera, prima di addormentarti, ovunque sarai, ricorda l’amore che hai ricevuto e pensa a cosa potresti rimpiangere di non aver fatto. Ogni mattina, appena sveglio, ringrazia per quello che hai e cerca di fare quello che poi potresti rimpiangere di non aver fatto.

Ricordati che si vive il presente. Il passato è passato, il futuro dovrà arrivare. Coltiva il tuo presente. Giorno per giorno. Vivi ogni giorno al massimo.

Le persone vivono di ricordi del passato e paure del futuro. E non vivono. Sii il tuo miglior presente.

Spaventerai molte persone, facendolo. Non avere paura di perdere le persone, nel tuo cammino. Ne troverai altre, pronte a camminare con te.

Ama. Innamorati di una persona. Amala, donati a lei. Abbine rispetto. Portala con te nella vita. Regala prima di aspettarti qualcosa. L’amore non si insegna, si impara sul campo. Non aver paura di sbagliare. L’amore fa bene, benissimo. Può anche fare male, malissimo. Preparati a prenderne il bene e il male. Ama, non smettere mai di farlo, per nessuna ragione. Quando non trovi l’amore negli occhi di una persona, rispettala, è come una barca che sta lasciando il tuo porto. Un’altra barca entrerà. Sappi che ogni amore può finire. E’ un dolore incredibile, ma da provare. Esiste un amore davvero eterno. E’ una specie di magia. Cercalo per tutta la vita. Per quell’amore, lascia tutto il resto. Fallo tuo.

Ama prima te stesso. Il tuo corpo è il tuo manifesto. Tienilo sempre bene. Amalo come se non fosse tuo. Usalo. Usane ogni parte. Scusa per il naso, è ereditario. Proviene da tua nonna, e dalla nonna di tua nonna. Balla, canta, ridi, bacia, annusa, respira, tocca, mordi, mangia. Fallo. Nessuno ti ridarà queste cose, e forse un giorno potresti non essere più in grado di farle. Lavati spesso i denti, te lo dico per esperienza.  Ama il tuo spirito, coltivandolo. Leggi, osserva, studia, impara, ascolta. Il tuo spirito è il timone della tua barca. Rotto, lascerà la barca alla deriva. Chi non coltiva lo spirito, muore ogni giorno. Trova tempo per farlo. Leggi libri di carta, fallo per tuo padre, che gli ebook mi danno la nausea.

Ama la tua mente, regalale nutrimento. Mettila in discussione. Ama il tuo cuore, riempilo d’amore per il mondo. Il mondo è un posto meraviglioso.

Giralo, il mondo. Chi non viaggia non cresce. Fallo da solo, se puoi. Porta sempre a casa le cose che hai visto, pensaci dopo. Vivile quando sei li. Non innamorarti troppe volte, in giro per il mondo. L’amore a distanza è una prova durissima.

Gira davvero il mondo. Per conoscere le differenze, per crescere come nessuna scuola ti farà crescere. Fermati a parlare con chiunque, ascolta le storie, dei luoghi e delle persone.

Trovati un posto che chiamerai casa. Può essere ovunque, anche negli occhi di una persona che ami. Ritornaci. E poi riparti. Impara almeno tre lingue. Hai il cervello per farlo, e poi servono davvero.

Non avere paura dell’amore che finisce o che ricomincia in una persona inaspettata, in un posto inaspettato. Non avere paura dell’amore. Mai. L’amore vero non fa male.

Impara a distinguere il desiderio, il possesso, la gelosia, la paura, il dubbio, dall’amore. Non sono parte dell’amore.

Impara a prenderti del tempo per pensarci sopra.

Scegli gli amici con attenzione ed amali indistintamente. Sono gli amici veri che ti accompagneranno nella vita. Non avere paura di fartene di nuovi, tieni stretti i tuoi vecchi amici.

Invecchieranno con te, e sarà stupendo farlo. Non giudicare mai i tuoi amici, aiutali, proteggili, accompagnali. Fatti aiutare, fatti proteggere, fatti coccolare da loro.

Consegna ai tuoi amici il tuo cuore. Sarà nel posto più sicuro al mondo.

Bevi sempre con gli amici per festeggiare le cose belle, non per dimenticare le cose brutte. Per dimenticare le cose brutte non serve bere.

Divertiti. La vita è troppo breve per non farlo. Trova cose divertenti da fare. E nelle cose non divertenti, trova qualcosa di divertente. Ridi. Un giorno senza sorriso, è un giorno buttato.

Impara i codici del mondo, osservane la serietà, respirane i modelli. E poi ridici sopra. Distruggili, prendi le cose a modo tuo. Vestiti sempre bene. Ti prego, abbi buon gusto, nel vestire.

Ruba storie belle, testimonianze di vita, percorsi di cambiamento, da chi ci è passato prima di te. Falli tuoi. Impara dagli altri. Ascolta. Se ci riesci, dimmi come hai fatto.

Cerca di fare qualcosa per cambiare il mondo. Un pezzo piccolissimo di mondo, ma cambialo. Pensa che lo puoi fare.

Tieni sempre in tasca delle monete, dalle a chi le chiede. Investi una parte del tuo stipendio in questo. Non chiedere perché le vogliono. Dalle.

Se trovi tristezza, cerca di portare gioia, se trovi rabbia, prova a portare calma. Cambia le carte in tavola. Il mondo non aspetta che te.

Sii buono con tutti, abbi compassione, fai del bene. Davvero.

Gli uomini stupidi tengono la ricchezza per loro. Gli uomini intelligenti, sanno di poterne fare a meno.

Non esiste un’età giusta per fare le cose. Falle quando ti senti pronto. Per sentirti pronto, mettiti alla prova.

Proteggiti, per farlo preparati alle cose.

Non abbassare mai lo sguardo, non lo facciamo noi, di solito.

Non avere paura di piangere.

Non aspettare mai il primo passo degli altri. Fallo tu.

La sera, ti troverai stanco a pensare.

Sarà una stanchezza stupenda.

Ovunque tu sarai, sarai solo con te stesso e la tua ricchezza.

Scegli quindi che ricchezza vuoi avere con te, la notte.

Studia, tuo nonno vorrebbe tanto un ingegnere. Io avrei voluto per te la Cina. Studiare in Cina.

Sii il migliore nel tuo campo. Per farlo, consumati di studio e preparazione.

Forse tuo nonno ti vorrebbe monaco. Non escluderlo. La vita contemplativa è roba per palati fini.

O forse sposati, tua madre lo vuole tanto. Fallo per amore, non aver paura di rifarlo, poi, per amore.

Conosco uomini felici con la stessa donna da venti o trenta anni.

Conosco uomini felici che di donne ne hanno cambiate cinque in due anni.

Non fare mai del male, qualunque sia la tua scelta, alle persone che hai davanti.

Sii sincero, e affronta le situazioni.

Fai figli. Provaci un sacco di volte, è divertente.

Ama i tuoi figli, non preoccuparti troppo del loro futuro e non avere per loro troppe ambizioni.

Loro sapranno come muoversi e cosa fare.

Cresci senza avere paura di farlo.

Dovrai essere bambino, adulto e genitore.

Tutto ha un suo tempo.

Festeggia la mia morte, ogni anno, portandomi del vino sulla tomba. Vino buono, per carità.

Non permettere alla morte di farti dimenticare la vita.

Vivi la tua vita come fosse un capolavoro. Lo diventerà.

Ti amo

Dell’amore più bello.

Occhi

Antefatto:

(da recitarsi appena finita questa canzone, che farà da incipit della storia).

(al centro del palco, seduto su un divano bianco, un uomo nudo, alza lo sguardo)

(una voce fuori campo, femminile)

Occhi che fanno domande, occhi che danno risposte.

Questa è la storia.

Basterebbe questo.

(l’uomo, tenendo lo sguardo su un punto infinito, inizia a parlare)

Piove, a dirotto, a momenti. Le stagioni che spingono, tra di loro, la città umida che diventa fredda. Non sento ne il freddo ne la pioggia.

Bevo vino bianco. Ho imparato a farlo bene, penso. Mica sono tutto da buttare via, penso. Prendo le misure di una conversazione che voglio tenere distrattamente, per poter annusare un profumo preciso. Uno solo. Il suo.

Nascosto, complice il mio pessimo naso, dall’odore di pioggia e dai profumi di una bambina.

Hanno questo profumo, i bambini, che dio li benedica, che mi fa tantissima tenerezza.

Può un profumo fare tenerezza? Mi chiedo mentre rispondo, la mia amabile compagna di conversazione mi guarda come si guardano i pazzi e gli stupidi.

Vorrei poterle dire che non sono mai stato pazzo ne stupido, leggo nei suoi occhi tutta l’invadenza delle mie fastidiose domande. Dio mi perdoni, posso essere pesante a volte. Vorrei poterle dire che sto tenendo in piedi questa conversazione per nascondere il mio annusare.

Atto primo:

(con breve, ma intensa, caduta di stile, manco a dirlo, sul culo)

(una voce fuori campo, femminile)

Mani che sono calde, mani che sono bellissime una sull’altra.

Questa è la seconda parte della storia.

Basterebbe questo.

(l’uomo si alza, e inizia a camminare avanti e indietro per il palco, come se dovesse urgentemente pensare a delle teorie sulla vita e sul mondo)

Ho una teoria tutta mia sugli incontri combinati, e sulle combinazioni degli incontri. Abbiamo solo una vita. Sarebbe un peccato sprecarla. Dico io. Combinando incontri. Allo stesso tempo, una frase, lasciata appoggiata alla fine del discorso, mi preoccupa. Mi fa male, da sempre, trovare nelle donne lo spirito da crocerossina. Eutanasia dell’amore. Vorrei poterlo dire. Hai gli occhi buoni. E anche la fiducia di una bambina. Non ti addormentare da crocerossina, potresti svegliarti da vittima. Non posso dirlo. Non ne ho diritto. Lo penso. Sorseggio vino bianco. Ancora. Osservo i movimenti dolci di una mamma. Ritrovo tutto l’amore che una donna può avere. Ne vorrei un po’, penso. Mi viene in mente quello strano discorso iniziato qualche tempo fa, di parlare d’amore. Io sono buono a scrivere storie, racconti, qualche discorso accademico. Ne ho avuto abbastanza, penso mentre guardo piovere il mondo, di questo scrivere d’amore. Fondamentalmente ne scrivo perché me ne manca. Penso. Pensieri pesanti, penso. Mentre lo penso rispondo a una serie serrata di battute sulla mia, precaria, salute. Riesco a fare molte cose contemporaneamente, sai? Ad esempio guardarti il culo mentre fingo di interessarmi a quello che dicono di me.

Sai cosa dicono di me? Esorcizzano la paura, la mia paura, giocando. Sono amici per questo. Non potrei mai stare senza di loro, me lo ripeto sempre quando mi ritrovo solo come un verme, in un letto freddo, in giro per tutte quelle cazzo di città che mi tocca di vedere. Mi fa nostalgia, pensare ai miei amici. Il tuo culo meno. Che cazzo di caduta di stile, penso. Cadrebbero tutti, penso. Mi consolo della cosa.

Ho sempre avuto una teoria, dopo quella sugli incontri combinati e sulle combinazioni di incontri, che è quella sui culi. Ma la teoria sui culi, penso sempre, è meglio che me la tenga per me.

(si siede sul divano, incrocia le mani, sospira, alza ancora lo sguardo)

La teoria è semplice. Esistono una infinita combinazione di possibilità che un bel culo si trovi in un contesto sbagliato. Un brutto naso, dicono, fa perdere un bel culo. Vero. Anche un baffo, oppure un brutto piede.

Il culo è una sfumatura di un quadro, la pennellata finale, che viene sostenuto da tutto l’insieme. Un bel culo, pertanto, ha un contesto intorno che lo rende bello, o lo lascia insipido come un minestrone surgelato.

Per questo contestualizzo sempre. Devono esserci tutti gli elementi della storia, a contorno di un bel culo.

Per questo, fondamentalmente, mi soffermo sulle scarpe. E’ una teoria. Solo una teoria. Ma ne sono abbastanza convinto.

Sapevo, che a dirla, rovinavo la poesia. Cazzo.

Dovrei anche dire meno parolacce.

Atto secondo:

(tutto sugli occhi)

(una voce fuori campo, femminile)

Cercare, volutamente, il profumo dei capelli. I capelli, sono disordine.

Il disordine, a volte, porta dritto all’amore.

(l’uomo si alza ancora, le mani dietro la schiena, camminando in circolo attorno al divano)

A un certo punto i tuoi occhi, lo ricordo perfettamente, mi hanno fatto una domanda. Potrebbero dire che gli occhi non fanno domande. Non sanno di cosa stiamo parlando. I tuoi occhi fanno domande, puntuali e precise come la tua voce. Mi sono sorpreso a sentire i miei occhi rispondere subito. Sicuri della risposta. Ho occhi da bulldog. Devi saperli leggere, i miei occhi. Pochi, pochissimi, lo sanno fare. Eppure, i miei occhi, sono l’unica porta all’anima. Ti ho già detto che mi si arriccia il naso quando vedo qualcosa che mi fa venire fame?

(l’uomo si ferma, arricciando il naso e indicandolo con il dito)

Tu, ad esempio, mi fai arricciare il naso. Di continuo.

Ero pronto, sono sempre pronto, a gestire domande pericolose. I miei occhi no. Per questo hanno risposto sinceri. Per un momento preciso si è fermata la pioggia, la città, il rumore, la conversazione, il respiro, il mondo.

A domanda sincera, risposta sincera.

Basta saperle leggere, le risposte che i miei occhi danno.

In sottofondo, lentamente, hanno ricominciato a parlare, nessuno si è accorto della precisione di questo momento. Io si. Per questo sono nudo sul divano. Beh, adoro stare nudo sul divano. Lo avrei fatto lo stesso. Per questo, però, adesso, sono nudo sul divano.

Ricordavo che eri una donna da domande dirette. Come spilli.

Sei innamorato di me? Hanno chiesto i tuoi occhi.

Cosa vuoi che ti risponda, avrei potuto rispondere io. Che so sempre trovare il tempo per costruire una risposta.

Invece hanno risposto prima i miei occhi.

In effetti, la domanda era per i miei occhi.

Comprensibile che abbiano risposto prima loro.

(l’uomo si siede)

Atto finale

(luci che lentamente sfumano, lasciando penombra. Contorno del divano, rumore di pioggia).

(voce, femminile, fuori campo)

Hai cercato il mio profumo?

(l’uomo, seduto, nella penombra, recita sottovoce, l’atto finale. Quasi per non rovinarlo)

Mi sono trovato paralizzato, sotto una sottile pioggia, nel mezzo di una strada, dove sono nato. A guardare i cavi del tram. Sono belli i cavi del tram. Conoscevo un tizio che amava seguirli, camminando con il naso sospeso per aria. Si, era pazzo. Ma era simpatico.

Ho cercato, per un secondo, di prendere il tuo profumo. Annusando nei capelli. Accarezzando la testa. E’ il mio profumo. Ho pensato.

Avessi potuto vedere i miei occhi, in quel momento.

Avevano la tua risposta, ancora più pronta, ancora più chiara.

Erano anni che non mi ritrovavo così. Paralizzato da un profumo.

(voce femminile, fuori campo, preoccupata)

Tu sei matto

Matto è chi non si prende questo profumo per se. Dico io.

(l’uomo si alza  e fa per andarsene, nel buio)

Ti ho detto poi

(dice fermandosi, nel buio)

Che sono innamorato di tutto questo?

(un lungo silenzio accompagna l’uscita di scena).

(poi l’uomo rientra)

Ho scritto cose migliori, davvero. E’ difficile scrivere dell’amore. E anche poterlo dire. Ho occhi, per fortuna, che parlano per me. Dovranno bastarci questi, per un po’. Io ne vivrò, delle domande dei tuoi occhi.

Posso farlo. Ho davvero scritto cose migliori. Smetterò di scrivere a cinquantuno anni. Per allora, mi ripropongo, di riscrivere questo monologo. Per allora, tu dove sarai?

Si, le domande le fai tu. Perfetto.

Ho scritto cose migliori, non sono uno scrittore. Eppure scrivo tantissimo, di questi tempi. Sarà il freddo o la pioggia, diranno loro. Non sentivo ne la pioggia ne il freddo.

Sentivo solo un gran bisogno di risponderti. Ma come cazzo ti vengono in mente certe domande?

Va bene, le domande le fai tu. Ma, sapendo che non posso mentirti, falle bene. Sceglile bene, queste domande.

La risposta, comunque, è si.

(si spegne anche l’ultima luce di scena, solo rumore di pioggia)

Musica per l’anima

Mal di testa. Appena sveglio. Penso a Dio. Penso sempre a Dio al mattino. Ringrazio. Per quello che ho avuto e per quello che avrò. 

Penso: Dio, il mal di testa è una cosa da donne con il ciclo. Io non sono donna. 

Dio non risponde. 

Terapia: Frank Sinatra a volume improbabile in macchina. Cantato a squarciagola. Da fuori, devo sembrare un coglione. Uso il cellulare come microfono. 

Il mal di testa non passa. Osservo la torre di Rozzano, fermo in coda. Mi viene in mente Levanto. Il mare, l’odore del mare, del muschio, del sale sulla pelle, del rosmarino, della lavanda. Pace dei sensi. 

Sento le cicale, in sottofondo, nascoste nei pini marittimi. 

Conosco un sentiero, che da Sant’Andrea sale fino alle colline, facendo il filo al parco delle ville di Levanto, tra ulivi, pini marittimi e cicale, dove vorrei essere adesso. Con un libro e una donna. 

Una donna in particolare, mica una donna in generale. I pini marittimi pretendono sempre chiarezza. 

Un libro qualsiasi. 

Arrivo in Università con un trascurabile ritardo, complice il fatto che poco prima di parcheggiare sia partito Marvin Gaye, volume improbabile. E in questi casi, per forza di cose, ti tocca di cantare. 

Funky. 

Ci sono quatto assistenti. 

Adoro le università italiane. 

Una delle quattro ha una montatura degli occhiali vagamente porno retrò, la seconda ha un difetto nelle calze, altezza ginocchio, poco visibile se non quando si mette in posizione eretta, tradendo un passato da danza classica a giudicare la posizione dei piedi. La terza ha un pallore spettrale. Ma un bellissimo incavo tra il collo e il petto. Sembra un pozzo per le lacrime, penso, mentre mi consegna il programma della giornata.

Devo parlare in quaranta minuti. 

Il mio socio mi ha detto: tranquillo, due minuti e via. Devo parlare per venti minuti.

Cerco qualcosa per il mal di testa nella borsa, sedendomi in ultima fila. 

Osservo le cravatte lucide e colorate. 

Non ho messo la cravatta. Osservo. 

Ho anche la camicia aperta, osservo. 

Tocca a me. 

Prendo possesso dell’aula osservando le faccie annoiate e confuse. 

Parte un filmato.

Mi viene un colpo al cuore. 

Riconosco, nascosta in mille scene, la bellezza per come la intendo io. 

Buffet. 

Scadenti tartine.

Scadente vino.

Scadenti chiacchiere. 

Ho un’ora di pausa.

Decido di dedicarla alle cose belle della mia vita. 

Alle diciassette e trenta, complice una birra, mi passa il mal di testa.

Entro in aula. 

Saluto.

Inizio a parlare.

Difficilmente mi distraggo. 

Dico in generale. 

Mi distraggo.

Mi torna in testa una precisa scena.

La prima volta che ti ho vista. Sembrano cento anni fa.

Ti ricordi? Io alla perfezione.

Torno sul pezzo.

Per dieci minuti.

Sono anche comprensibilmente stanco.

La ragazza della prima fila ha un diamante al dito e uno al collo. 

E una piccola carenza di ferro, a giudicare dalle unghie. 

Intravedo in ultima fila un ragazzo impegnatissimo a mandare messaggi sul cellulare.

Riprendo l’aula. 

Odio dover vedere tutti questi dettagli.

Alzo il tono di voce, cambio marcia al discorso. Porto piano l’attenzione su altro. 

E mi distraggo.

Ripenso a quella dannata bellezza. 

Difficile dimenticarla, mi giustifico. 

Fine.

Esco, mi accendo una sigaretta e prendo il telefono.

– di fondo mi assale un dubbio

– senza nemmeno dire pronto o come stai?

– come stai?

– bene.

– bene, sono felice. Ho un dubbio. 

– alle sette di sera i dubbi si bagnano nel vino

– stai bevendo?

– aspetto di fare un aperitivo

– roba romantica?

– abbastanza

– bene. Ho un dubbio

– parlamene.

– non posso

– in che senso?

– nel senso che non posso parlarne

– hai bevuto?

– giornata lunga, ma sono sobrio. E stanco. E ho mal di testa

– che roba da froci il mal di testa

– hai ragione. 

– bene, possiamo salutarci?

– ti devo chiedere una cosa

– dimmi

– anzi due

– spara fratello

– ma è normale che ascoltando Frank Sinatra mi venga, precisa, l’immagine di una donna che si avvicina in coulottes e scarpe, porgendomi del vino?

– quale vino?

– Vermentino

– ok

– Siamo a Chicago, sotto natale, con la neve sporca e ghiacciata, e il freddo della sera. In una casa con le vetrate ampie. E un divano di pelle scura. 

– è normale. 

– meno male cazzo. 

– la seconda cosa?

– perchè Chicago?

– boh. Sarà che sei stato a Chicago un paio d’anni sotto Natale?

– può darsi

– infatti. Comunque i sogni sono difficili da interpretare. 

– Lo dicdva Freud. 

– infatti

– lei in coulottes e tacchi fa male al cuore. 

– tutte le donne in coulottes e tacchi lo fanno.

– lei. Non tutt le donne.

– ti mando la foto, appena posso, della mia vicina. 

– hai delle foto?

– si.

– parecchio maleducato non condividerle.

– è prematuro

– in che senso?

– che è presto.

– ma è la ragazza rossa che lavora in palestra?

– lei

– boh, la mia piccola musa in coulottes e tacco è dieci volte meglio

– vedremo

– non penso

– perchè?

– non voglio che nessuno la veda

– chiacchiere del genere non portano da nessuna parte

– credo anche io. Però mi è passato il mal di testa.

– Frank Sinatra è troppo old school.

– …

– cambia canzone.

– già fatto. Mentre parlavo in università. Don’t say nuthin dei The Roots

– ma non è una canzone da tacchi e coulottes.

– credo anche io.

– addio Franz. 

– addio