Sfumare dentro il mare

23 Ott

(Se tu fossi il mare, vorrei sfumare lentamente dentro te, come il cielo del tramonto. Fai il mare, ti direi, che io faccio il cielo, appoggiandoti la testa sulla pancia, respirando silenzio e profumo).

Logico, mi dico, i pensieri sono come nuvole.

Ho demoni pesanti che mi inseguono di questi tempi. Sono, in pratica, un cielo con qualche nuvola di temporale. Nulla di preoccupante. Un cielo è pur sempre abituato alle nuvole.

Il venerdì, me lo ripropongo da sette anni, andrebbe passato al mare. O sul mare. Comunque non qui. Ci sono riuscito, per un periodo della mia vita. Di questi tempi non mi sembra elegante farlo. Lavoro il doppio di prima, guadagnando meno della metà. Mica lo dico per lamentarmi, anzi. Però mi tocca di lavorare anche di venerdì.

Andavo a parcheggiare, i venerdì, vicino alla stazione, all’imbocco di un carruggio ripido e insensato, sulle strisce. Mi toglievo le scarpe, rimanendo a piedi nudi, respiravo forte appena sceso dalla macchina e facevo quasi di corsa la strada centrale del paese, arrivando da Picasso. Lì, imboccando la scalinata ripida, scendevo fino al mare. Bisogna camminare a piedi nudi, ho sempre detto. E’ una delle cose che mia moglie odia di più. Ho anche un pezzo di vetro ancora dentro al piede sinistro, a memoria del fatto che forse ha ragione lei. Lasciando sul muretto della chiesa scarpe, portafoglio, chiavi e telefono. Mi tuffavo dal molo, quest’anno sono riuscito ad insegnarlo al Piccolo, e nuotando parallelo al paese arrivavo fino al vecchio albergo per ricchi e puttane. Lì, sei metri dalla riva, c’è uno scoglio perfetto per riposarsi e ricominciare. E’ un miglio marino. Una nuotata perfetta. Si passa sopra le orate e qualche volta, di fortuna, si vede anche sotto fino a dove si nascondono le razze.

Seduto sul molo, fumavo una sigaretta, asciugandomi. Passavo a salutare Vittorio, che tre su quattro era fuori a pescare, e riprendevo la strada di casa.

Senza poi dirlo a nessuno.

E’ bello avere segreti assoluti. Pensavo.

Lo avrei fatto volentieri, oggi.

Avrei dovuto farlo, oggi.

Arriccio il naso, per un pensiero sconcio, ultimamente faccio pensieri sconci, che poi appoggio in giro per l’ufficio. Come origami. Di tette, gambe, carne, caviglie. Sarà il periodo, mi dico. Sono sconci con classe, mica dozzinali. Ma son sconci. Non andrebbero lasciati in giro.

Mica posso lasciare tutto questo disordine in ufficio, mi dico, sedendomi alla scrivania. Sono pensieri che è bene non lasciare in giro. Non sarebbe elegante.

Seduto penso.

Mia madre, Anna, moriva esattamente alle 16.40. Lo sappiamo tutti perché, come nella maggior parte delle case, avevamo una di quelle sveglie della Braun con i numeri rossi giganti, che non ti puoi sbagliare mica. La sveglia, per dovere di cronaca, è ancora lì al suo posto, come tutto il comodino, del resto. E’ rimasto un pezzo preciso come allora. Con due dita di polvere e tutta la tenerezza di mio padre che non tocca nulla, quasi fosse il segno segreto per perdere tutto, anche i ricordi.

Con oggi fanno diciotto anni.  Se il dolore fosse un figlio, oggi sarebbe maggiorenne. Il dolore, in effetti, matura, cresce, si trasforma. Nessuno lo vorrebbe come figlio, ma te lo ritrovi addosso.

Penso a mia madre.

Ti viene naturale farlo. Sarebbe fiera di me?

Avresti voluto un figlio che scappa al mare, cercando il mare, mamma?

Ho pensieri sparsi, mamma, li dimentico persino in giro. Succede così al cielo con il temporale.

L’altro giorno, ad esempio, mi sono infilato in un bagno dell’ospedale per pisciare, e ho sentito l’odore del disinfettante. E mi sei venuta in mente tu, e gli ospedali, e il disinfettante. E il dolore. E la morfina. Poi, per lavarmi le mani, mi sono tolto il pensiero di dosso e lo ho lasciato lì, appoggiato al lavabo.

Stamattina mi sono ricordato dell’anniversario perché papà, con quel tocco di appena accennata irruenza che suona famigliare, si è presentato in casa, e ancora prima che potessi parlare, mi ha puntato il dito addosso.

  • Hai saltato la messa ad memoriam
  • Potevi telefonarmi
  • Cosa fai nudo?
  • Mi faccio la barba
  • Con la radio inglese?
  • È la BBC
  • Sei senza peli
  • da qualche anno
  • perchè?
  • per il mare. La muta.
  • è una scusa ridicola
  • le migliori lo sono.
  • Sei solo?
  • Abbastanza
  • Perché?
  • Perché cosa?
  • Perché hai saltato la messa ad memoriam?
  • Non ce l’ho fatta.
  • Non è una scusa
  • Difatti
  • Infatti
  • Perfetto
  • Ok
  • Vuoi il caffè?
  • Vado a prenderlo in centro
  • Bravo
  • Vieni?
  • Devo andare ad Assago
  • Che posto infame e triste
  • Concordo
  • Ciao
  • Vai via?
  • Ero venuto per dirtelo
  • Che ho saltato la messa?
  • Che tua madre ti ama ancora
  • Beh, dai, robetta che smaltisco facile, poi.
  • Vestiti
  • Ti giuro che prima di uscire lo avrei fatto.
  • La radio inglese, ma pensa te
  • Ciao papà
  • Hai saltato la messa
  • Davvero?

Lo conosci, lo hai conosciuto. Lo hai amato. Lo amo anche io. Ma, talvolta, lo trovo appena appena invadente. Dice, al suo funerale, di volere una canzone di Jannacci per l’uscita dalla chiesa. Io spero di invecchiare come lui. E vorrei la stessa canzone.

Ho comprato un girasole, da un fiorista sulla strada. Quello, devi ammetterlo, lo faccio tutti gli anni. Avrei voluto portarlo nella chiesa vicino all’ufficio, ma ti assicuro che è il terzo edificio più triste che ho visto in Italia. Un po’ tutto il paesone intorno all’ufficio è triste. Maledetto boom degli anni 60. Sono case tristi, in un posto triste. Con una storia, abbastanza triste.  Allora sono andato sul Naviglio. E lo ho buttato nel fiume.

Mi sembrava decisamente più poetico.

Mentre osservavo il fiore galleggiare, mi è venuto in mente il rapporto epistolare tra Henry Miller e la sua ultima amante. Una storia travagliata, affacciata sul Big Sur. Ci sono poi stato, sai, sul Big Sur. E avrei anche voluto rimanerci. Ho mangiato un hamburger a Lucia, seduto su una panca che dava sul Pacifico. Sotto di me, sul prato, due ragazzi olandesi stavano per fare l’amore, davanti a tutti, a mezzogiorno. Li guardavo divertito, mettendo ketchup sulle patatine. Bevevo birra, in silenzio. E’ stato un viaggio molto importante. La California è stata molto importante per me. Non ho ben capito il collegamento tra mia madre, Henry Miller, il Big Sur, il Naviglio Grande e un girasole da cinque euro e cinquanta.

Ma va così oggi.

E’ un periodo, mamma, un periodo un po’ lungo, che penso questa cosa del mare. Di appoggiarmi da qualche parte, finalmente. E stare li.

Mica facile.

Una specie di pensiero più grande degli altri.

Più importante.

Quella sensazione, preciso ricordo che non ricordo però di aver vissuto, di fermarmi, anche solo per un po’, appoggiato sulla pancia del mare. Respirando, senza parlare.

Stasera, ad esempio.

Lo penso mentre guido verso casa. Esco con il buio, torno con il buio. Questa cosa è uno dei problemi principali dell’autunno.

E anche che il 23 ottobre capita proprio tutti gli anni.

Scrivo molto, mamma.

Mi protegge.

Henry Miller scriveva per lo stesso motivo.

Ecco, forse ci sono.

  • pronto
  • volevo chiederti scusa se ho saltato la messa
  • non devi chiedermi scusa
  • beh, lo ho fatto
  • tanto noi siamo così.
  • noi chi?
  • noi maschi di questa famiglia
  • così come?
  • non ne facciamo mai una giusta
  • parla per te
  • no. Parlo anche per te. Sei sulla buona strada.
  • speriamo di no.
  • E’ ereditario.
  • Cazzo. Sto ereditando una decina di malattie mortali, se anche in vita poi mi tocca ereditare questo…
  • dove sei?
  • sto tornando a casa.
  • io non ne avrei voglia, ad esempio
  • oggi nemmeno io.
  • infatti
  • ecco
  • è ereditario
  • perfetto

7 Risposte to “Sfumare dentro il mare”

  1. Lello 24 ottobre 2015 a 07:05 #

    Romanticone….

  2. A. oppure B. oppure C. insomma come preferisci tu 24 ottobre 2015 a 08:50 #

    ..grazie.
    Per tutto quello che hai scritto.
    Per l’uomo che sei.
    Perché un uomo che pensa queste cose non può essere che come il cielo al tramonto che sfuma nel mare.
    Infinito e bellissimo.

  3. E. 24 ottobre 2015 a 20:49 #

    Scrivi per amore, bastardo.
    E scrivi da dio, bastardo.

    Bene

    • Il Franz 25 ottobre 2015 a 08:39 #

      Il tempo migliora le cose. Lo diceva anche Ligabue.

  4. Roberto 25 ottobre 2015 a 21:29 #

    Noi vogliamo i racconti dei pensieri sconci. Il resto non ci interessa
    Lei com’è?
    Da dove viene?

    • Il Franz 25 ottobre 2015 a 21:34 #

      Non è da dove viene, vedi. Ma dove verrà. Esattamente come me. E dove deciderà di continuare a venire. If you want sconcio, keep sconcio

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