L’attesa

26 Ott

Antefatto

Non so nemmeno perché lo ho fatto, dicono gli occhi di lei.

Al posto di dire, buongiorno, per esempio.

Che quando due persone si incontrano, pensa lui, è più normale dirsi buongiorno.

Sorride, seduta, tenendo tra le mani un libro, dei fogli e una pila enorme di dubbi. Sembra una studentessa, un po’ fuori corso, un po’ agitata, un po’, troppo, bella per essere sola.

Salutami tu, dice lui, che sei tu quella che ha paura.

Stronzo, pensa lei.

Non so nemmeno perché lo ho fatto, poi pensa.

Lui sente questi pensieri pesanti, insieme a un profumo di buono, di pace, di mare, di vacanza, di tranquillità e a un disturbante rumore.

E’ la signora seduta di fianco a loro, tutta vestita di nero, che tiene al collo un orologio da polso, che fa un ticchettio fastidioso. Perlomeno per lui. Osservando, nota anche l’ora sbagliata. Portarsi al collo un orologio che non segna l’ora giusta potrebbe essere la soluzione, difatti, pensa.

Vieni, camminiamo, dice.

Camminare aiuta sempre, pensa.

Che cosa siete, pensano gli alberi, intorno al sentiero.

Che cosa siete? Urlano.

Decidetelo voi, risponde lui.

Ma senza farsi sentire, che parlare con gli alberi, potrebbe sembrare inopportuno.

Lei cammina veloce, guardando i suoi dubbi inseguirla. Succede così, alle anime buone, aveva letto lui in un libro. Ma non ricordava il titolo. Strano.

Ha un passo di danza, taglia con le gambe piccoli pezzi di strada, un camminare quasi commuovente. Da studentessa, un po’ fuori corso.

Scegli tu dove andare, le aveva detto. Hai due possibilità.

Sempre, di norma, hai due possibilità. Scegli tu il tuo destino, le aveva detto lui.

Ho paura di stare male, aveva risposto lei.

O forse no. Pareva di sentire i pensieri, da quanto erano forti.

Il sole, benedicendo i tetti dei palazzi e gli sguardi stupiti della gente, aveva accompagnato un pezzo di strada, al passo che poi decideva lei. A volte rallentando, per paura di finire in un dubbio più grosso del previsto. I dubbi sono come tombini. Se non tappati, ci finisci dentro. Un disastro. A volte camminava più veloce, per potersi nascondere dietro alle spalle di lui.

Sei grosso, dovresti farlo.

Cosa, aveva risposto lui.

Proteggermi, cazzo.

Non posso proteggerti da me, spero tu lo possa capire. Non è per mancanza di cortesia, anzi. Però non posso proprio. Faccio già abbastanza fatica a proteggere me da te. Tieni conto che sono uno abbastanza cortese, tolte le apparenze.

Sei bello, tolte le apparenze, aveva risposto lei.

Mi fottono, le apparenze, in effetti.

Conversazioni non dette, fatte guardando per terra, per i chiostri, per i palazzi.

Il Fatto

Prende tutto una piega diversa quando lei si ritrova in un chiostro. E’ una svolta nel racconto. Andrebbe sottolineata, ma pochi se ne sono accorti.   C’era anche già stata, nei chiostri. Non nel racconto.  Vite fa. A lui ricordavano solo una cosa. Passeggiava, lui, con una vecchia zia, per questi chiostri. Ricorda il profumo della zia e le chiacchiere. Come se sentisse la sua voce.

Si accorge, mentre pensa alla zia, alle chiacchiere, alla naftalina che metti sui ricordi ogni tanto per provare a dimenticarli, che lei ha deciso. E’ questa la svolta.

Lei ha deciso.

E’ successo tutto così rapidamente, in effetti. Come se la paura fosse nebbia, scomparsa sotto il sole inaspettato, quando il cielo si apre di colpo.

Repentini mutamenti del cielo, sono le emozioni, quando si tratta di chiamarle con il loro nome.

Allora le risponde, va bene. Non qui.

Le risponde con un gesto.

In effetti, non hanno una grammatica, questi momenti. Se non quella, impercettibile, dei gesti.

Vieni, le dice.

Ricominciamo a camminare.

E’ pazzo, pensa lei. Ho deciso, e lui vuole camminare. Ho deciso, vorrebbe urlare. Lui ha una faccia con una storia disegnata intorno, che dice molte cose. La prima, a ben osservare l’attaccatura degli occhi, è che urlando non si cambia l’ordine delle cose nei suoi occhi. Urlare non serve, con una faccia così. Questo lei crede di aver capito di quella faccia. Non servono molte cose, di fondo inutili, con una faccia così davanti. Urlare, preoccuparsi troppo, dare peso alle cose senza peso. Sembri un pescatore, in effetti, pensa lei. Era il momento perfetto, pescatore, sospesi in un chiostro.

Non è il momento, pensa lui. Fidati di me.

Nessuno si fiderebbe di te, pensa lei.

Dovrai farlo, perlomeno oggi, dice lui.

Non so nemmeno che giorno sia, adesso.

Credo non sia importante, sai, dice lui.

E’ importante, invece.

Allora decidiamolo insieme, che giorno è oggi.

Così non vale. Tu inventi le regole.

Inventiamo le nostre di regole, amore.

Mi hai chiamata amore.

Lo faccio da sempre.

Sempre non è stato quando doveva essere, quando avresti potuto farlo liberamente.

Sempre è sempre.

Non parlano. Ovvero, parlano d’altro. Di cose ridicole, di cose preoccupanti, di cose stupide. Delle cose di cui tutti parlano per ingannare l’attesa.

L’attesa, lasciata vuota, spaventa, in effetti.

L’attesa, riempita, sembra passi più velocemente.

A questo, forse, servono le riviste stupide dai dottori.

A questo, forse, servono le conversazioni senza peso.

Io vorrei scrivere solo di questa attesa.

Cioè, di tutto questo, non dovete ricordarvi nulla.

Fate come dico.

L’attesa, è il centro di tutto.

L’attesa

Ho visto questa storia, questo racconto, prima che lo possiate vedere voi.

L’attesa, in questo racconto, è il cuore portante.

L’attesa, come se fosse palpabile, li segue, li accompagna, li precede.

Si trovano davanti a un caffè. Sotto il sole. Sembra far caldo. Seduti davanti al silenzio del mattino, alla pace che precede tutte le tempeste.

Tanto che le viene il dubbio.

Questa è la pace che precede tutto. Pensa.

Mescolando lo zucchero.

Lei, dovete saperlo, mescola lo zucchero come un pittore mischia i colori. Con metodo e amore.

Non credo un caffè meriti tutto questo amore, pensa lui.

Sai chi era così meticoloso nel mescolare i colori? Turner. I suoi quadri, cioè come lui dipinge il mare, sembra come tu mescoli il caffè.

Non è un complimento.

Non voleva esserlo, risponde lui.

Distratto, poi, da una conversazione senza peso e senza sbocco con una signora che ha tutta la voglia di parlare con qualcuno, disperatamente, di tutta la sua vita. Di quanto sia difficile, la vita, signora mia, è inutile che me ne parli. Pensa lui.

L’attesa si misura in respiri, momenti, rumori, battiti d’ali di farfalla. L’hai vista la farfalla? Lei non vede nulla. L’attesa, vede solo l’attesa.

Mettiamoci al sole, dice lui.

Seduti, uno di fianco all’altra, come passeggeri di un treno.

Dove andrà, questo treno?

Lei non risponde nemmeno più.

Si ricorda di aver deciso.

Lui osserva i movimenti, impercettibili, degli occhi, degli angoli del viso.

Lei, pensa lui, ha questa bellezza che cancella i paragoni. Non esiste più un “sei bella come”, le tue labbra sembrano, i tuoi occhi sono. Lei ha cancellato tutti i paragoni, semplicemente come avrebbe fatto il mare con le scritte dei bambini sulla sabbia.

Lei è, pensa lui, non paragonabile a nulla. Ha una bellezza infinita. Inutile parlarne.

Lei ha deciso.

Seduti così, quasi aspettassero qualcosa, qualcuno.

Aspettano.

Lei ha deciso, prima.

Lui, di suo, aveva già deciso.

Da quando, chiede lei.

Da sempre.

Risponde sempre così.

Invece si gira, illumina le cose, quando si gira, pensa lui, ma non fa in tempo a pensarlo tutto, il pensiero. Questione di un attimo. Velocissimo. Che cambia tutto.

Le labbra di lei arrivano precise alle labbra di lui. No. Non un incastro. Un bacio così non si incastra. Si appoggia. Come il mare sulla sabbia, gli verrebbe da dire. Se non fosse che non riesce a parlare. Sente il cuore di lei battere forte. Sente il caldo del sole. Sente le sue dita cercare, sulla schiena, il punto preciso dove aggrapparsi, nell’immediata eventualità che la situazione possa capitolare.

Cosa fai?

Mi aggrappo.

In che senso?

Metti che il mondo si rovesci, mi tengo.

Non serve.

Lo faccio lo stesso. Mi aggrappo a te.

No, non stanno parlando.

E’ un bacio lungo. Come lunga è stata l’attesa.

Tutti sarebbero capaci di raccontarne il desiderio. Nessuno sarebbe capace di raccontare la fine del bacio. Lei che, quasi fosse esausta, scosta di poco la testa. Lui che, come fosse uscito da un difficile incontro di pugilato, perso ai punti, peraltro, resta fermo per cercare di capire.

E’ che avevo deciso.

Lo avevo capito.

E allora perché stai lì come un deficiente. Dovresti tirare fuori una frase che ci tiri fuori da questa cosa.

Non posso.

Perché?

L’attesa.

L’attesa di cosa, per dio.

Mi è tornata l’attesa.

Non capisco quello che dici.

Riproviamoci allora.

Mentre, per la seconda volta in pochi istanti, premurandosi di trovare ancora un appiglio nella sua schiena, si era trovato a combaciare con le sue labbra come il mare e la spiaggia, aveva pensato che tutto, di fondo si sarebbe ripetuto ancora. Insomma, riprovarci non sarebbe stato risolutivo. Sarebbe stato, in effetti, anche complicato da spiegare. Volendo, molte delle cose che pensava erano complicate da spiegare.

Solo che questo bacio ha poi preso una piega diversa. Diventando una dichiarazione d’intenti, di lei che non avrebbe mai detto di sentirsi dire cose del genere a un uomo, di lui che, ben contento, rispondeva e rilanciava. Pericoloso, andare avanti. Davvero, smettetela, è pericoloso. In pieno giorno, peraltro.

Fermi, a un certo punto si è messo a urlare il sole.

Fermi, per dio. Basta.

Perché?

Non potete, con le labbra, fare troppi progetti sui vostri corpi, senza aspettarvi che le mani non vi seguano.

Difatti, aveva ammesso lui, sarebbe stato meglio sfilare la mano dalla schiena. Pericoloso come il confine con il Messico, il suo confine tra la schiena e la fine del mondo era rimasto scoperto da una mano troppo fedele ai progetti di un bacio.

Trova una frase, per dio.

Ancora? Non riesco.

Ti prego.

Appoggiati qui, ne troveremo una insieme.

Speravo almeno fossi un uomo in grado di trovare una frase che potesse chiudere questa cosa.

Non posso. L’attesa. Mi torna l’attesa.

Spiegami.

Mi sono appena reso conto di due cose. La prima è che c’è un mattone con scritto 1856, proprio vicino ai nostri piedi. La seconda è che ho vissuto in attesa di questo bacio. Da sempre. E adesso, ogni volta che smettiamo, torno in attesa. La cosa, sorprendentemente, mi mette una pace enorme. Come se, finalmente, avessi trovato la ragione di tutto questo aspettare che ho fatto nella mia vita. Cioè, torno ad aspettare, ma so cosa aspetto. E sono felice, di farlo. Felice. Finalmente.

E mi fa mancare il fiato, per quanto dovrò aspettare ancora per averne.

Io so molte cose. Ad esempio, mi viene giusto in mente che il 1856 è famoso, per me, perché i mormoni hanno fondato Salt Lake City. Ma non sapevo di questa cosa dell’attesa. E me lo sono sempre chiesto, di fondo, che cazzo io stessi aspettando. Che sembravo uno di quei signori che alla fermata, impazienti, non se ne fanno una ragione. E camminano avanti e indietro. Impazienti.

Lei, cercando di riprendere le fila di un discorso infinito, aveva ancora allungato il collo. Un terzo bacio. Come fosse il colpo finale. Prendendolo a se. Tutta, avevano detto le labbra. Prendimi tutta.

Io non posso confermare, non essendo testimone oculare, ma dicono di aver visto passare un matto, con una bicicletta, che, quasi fosse passato davanti a una chiesa, aveva abbassato la voce. E due sgherri, che si erano tolti il cappello. E tre signore, a passeggio, che avevano guardato a loro come si guarda un dipinto. Sembravano, in effetti, un dipinto di un cielo enorme e un mare infinito. Ecco, un quadro, di un tramonto, rosso e arancione, dove se non fosse stato per una barca, non si sarebbe poi capita la fine del cielo e l’inizio del mare. Tanto che le tre signore, passando, si erano fermate comunque a controllare che cosa fosse successo.

Quello che so, che poi è il motivo per cui ve lo racconto, è quello che è successo dopo.

Lui le aveva detto: io posso ancora vivere con questa attesa addosso. Adesso che so per cosa sia. Lo posso fare.

E lei, appoggiando dolcemente le labbra, aveva risposto, senza rispondere, fallo.

Aspettami.

In cambio posso lasciarti il mio profumo, il sole, e la consapevolezza che io non ho paragoni. Lo hai detto tu.

Difatti. Non hai paragoni. Se li avessi anche fatti, tu li hai cancellati, passandoci delicatamente sopra. Come fossi il mare.

Dobbiamo andare.

Dove?

Andare.

Non si trattava di restare?

Anche. Ma adesso è andare.

Posso averne ancora, aveva detto lui, prima di morire?

Per sempre, aveva risposto lei.

Li ho visti camminare, molto più lenti, tornando verso gli alberi, in mezzo a tutta quella gente, me compreso, che cammina senza aver un motivo, aspettando qualcosa.

E ho visto i miei occhi, invidia, guardare lui.

Che, da quel momento, sapeva di dover aspettare.

L’attesa delle maree, la stessa, che fanno gli scogli sulla spiaggia.

Aspettano.

Arriva, la marea. Porta quel bacio magico, che cancella, pulisce, rinfresca.

Arriva, la marea.

Lui, se volete, è come se fosse rinato. Sapendo cosa aveva aspettato da sempre e cosa avrebbe sempre aspettato.

E’ una fortuna.

Li ho visti, con i miei occhi, darsi un bacio morbido prima di svanire, alle loro vite. Come se fosse naturale farlo.

Un bacio, osservavo, è la punteggiatura di un amore.

Quel bacio, osservavo, è una virgola. Dolce, docile, non un punto.

La grammatica dei gesti ha regole precise. La punteggiatura è tutto, nella vita di un amore.

Una virgola, come se la frase non fosse finita.

Veloci, guardandosi negli occhi, incuranti di me che guardavo e di tutto il mondo intorno.

Una virgola.

Ti aspetto, aveva detto lui.

Fallo, aveva risposto lei,

Virgola. Non punto.

Ho visto, e volevo raccontarlo.

6 Risposte to “L’attesa”

  1. E. 27 ottobre 2015 a 20:36 #

    Mi tocca, di scriverti due cose.
    Sono belle cose.
    A legger bene, ne deduco, lei sia la donna più fortunata al mondo. Avendo di fronte l’uomo più innamorato del mondo. Tu che hai visto, puoi, cortesemente, raccontarmi meglio.
    E, amico mio, questo pezzo è proprio bello. Te lo dico con il cuore.
    Scrivici sopra qualcosa di più lungo, anche se so che lo stai già facendo.

    Beati quei due, cazzo

    • Il Franz 28 ottobre 2015 a 13:07 #

      Hai detto, nella storia, solo due volte che dei miei pezzi erano belli. Mi commuovo.
      Dici che è davvero così fortunata?

      Diceva Carver che il finale non sta bene scriverlo da soli. Io di Carver mi fido

  2. Peque 28 ottobre 2015 a 18:13 #

    Frenkie era una vita che non leggevo così in treno mi sono messo in pari. Cazzo mi son perso dei pezzi, a quanto pare. Non vorrei mai dire ma sputa racconti più lunghi che fai salire la scimmia iniziando e poi finiscono. A mezzo servizio.
    Salutami tutti, che il Dio nostro ti abbia addosso nel remargli contro come sempre.

    G

    • Il Franz 28 ottobre 2015 a 18:21 #

      Giuda Ballerino, fratello, i miei racconti sono perfetti così. Spero di vederti presto. Ricorda al nostro Dio che tutta la tua fama è merito tuo!

  3. Rapace 29 ottobre 2015 a 23:00 #

    Cristo santo che palle, dico.
    Insomma, vai avanti. Inizi bene, te lo devo, ma non puoi finire così.
    Fanculo tu e il tuo Carver del cazzo, finisci un racconto una buona volta porco il cazzo.
    Ah, scrivi sempre meglio.
    Ma scrivi diobono

    • Il Franz 29 ottobre 2015 a 23:02 #

      Non fare mai più il grossolano errore di offendere Dio e Carver. Sono due delle cose a cui tengo di più nella vita.
      Sto vivendo, poi scrivo. Entrambe le cose, insieme, mi danno noia.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: