Piano! (the story of J.)

J. sa due cose su di se. Che gli altri non sanno. Ma andiamo con ordine. J. per pensare cammina. In verità cammina per pensare, per esitare, per decidere, per piangere, per ridere, per riprovare, per trovare, per perdere, per scordare, per ricordare, per non morire. J. cammina. Lo fa in centro, di notte. Nulla di strano. Che che ne diciate voi, è pieno zeppo il centro della città di gente che, per una ragione o per l’altra, cammina. Beh, forse pieno zeppo è esagerato. Comunque a J. del resto del mondo, quando cammina, importa davvero poco. Non ci sono tracce di chi gli abbia insegnato questa cosa, nella sua memoria. Sono anni che J. non dimentica nulla. Perdona, se c’è da perdonare, ma non dimentica mai. Eppure non saprebbe dire chi o cosa lo abbia spinto a camminare di notte per fare l’amore con i pensieri. Fottere le paure, a volte, baciare i dubbi, prender per mano le idee geniali.

J. sa due cose su di se. Non ne ha volute sapere molte altre. Sa moltissime cose sugli uomini, ad esempio. Per amore, degli uomini. Sa moltissime cose sul mare, sul vento, sulle coltivazioni a terrazza, sul fare e disfare degli uomini, sul commercio di diamanti tra Amsterdam e Hong Kong, sulle risorse naturali nordafricane. Un sacco di informazioni, forse inutili per chi non sa cosa farsene. Su di se, J. non ha mai voluto sapere molto altro. Bisogna viaggiare leggeri, gli aveva insegnato suo padre, di buon mattino, portandolo a camminare in montagna. Arrivati in cima agli alpeggi, gli aveva ripetuto, figliolo nella vita bisogna viaggiare leggeri. La montagna, poi, era risultata una delle cose più indigeste nella vita di J., ma questa cosa di viaggiare leggeri gli era rimasta come una grande verità. Pochissimi oggetti riteneva indispensabili per se stesso, e solo un paio di cose da sapere.

J. sa due cose su di se. La prima, è bene che ve lo dica, è che J. è il migliore al mondo nel fare dichiarazioni d’amore. La cosa, per chi sa di cosa io stia parlando, è fuori discussione. Nessuno come lui può fare una dichiarazione d’amore. Per due semplici ragioni: J. ama come nessun altro può fare, perché J. ama rarissimamente per davvero, e perché J. di dichiarazioni d’amore ne ha fatte pochissime. Col senno di poi, tolta la misteriosa infatuazione per una spiaggia nascosta in mezzo a una riserva naturale, dune sabbiose, gigli, tronchi bianchi consumati e silenzio, un enorme silenzio, che gli era costato un: io ti amo mare di questa spiaggia, e tolta anche la dichiarazione d’amore che si era ritrovato a fare alla sua moto, premiata con un “ti amo” sbiascicato dopo averlo lasciato in piedi nonostante una curva maldestra, un guidatore maldestro, una frenata maldestra avessero fatto di tutto per farlo rotolare in un fosso. Ecco tolta la spiaggia e tolta la moto, forse poi più di una spiaggia e più di una moto, J. aveva detto ti amo due volte. Ma andiamo con ordine.

J. sa due cose su di se. Ma sa molte cose sugli altri. Perché osserva, J., mentre il mondo succede intorno a lui. Una volta durante una camminata, nel centro di una città non sua, in una notte non sua, di insonnia, passi e pensieri, aveva cercato di ricordare in quante lingue sapesse dire ti amo. Era successo qualche tempo fa. J. era giovane, ma deciso a capire cosa poi significasse davvero, ti amo. Per evitare di dire cose a sproposito, che poi è odioso quando le dici a qualcuno che, di fondo, almeno un po’ ti interessa. Finchè parli alle spiagge, capirai bene che il problema delle incomprensioni è abbastanza ridotto. Ma quando ti trovi davanti a un’anima, in carne e ossa, e ti scombussola sia l’anima, sia la carne sia le ossa, è abbastanza importante sapere quello che si dice. Conoscerne il significato. La definizione migliore che aveva trovato, veniva da una vecchia tribù di indiani americani che traducevano ti amo con “tu mi hai contaminato”.

Essere contaminato da un’altra persona, è forse il modo migliore per spiegare cosa davvero significhi. Tu mi hai contaminato. Sei dentro di me, nel bene o nel male. Meglio, sicuro, di un ti amo, non spiegato. Di fondo, poi, J. su uno dei suoi libri preferiti aveva trovato anche scritto: Ti amo non per chi sei ma per chi sono io quando sono con te. Perfetta per lui, che di sapere chi veramente fosse, era sempre interessato.

Al netto di tutto il suo, ingombrante, passato, J. aveva questo preciso talento, poco vendibile ad altri, ma incredibilmente utile per aumentare esponenzialmente le camminate notturne intorno alla città.

Non è un talento infinito. Questo lo sapeva bene. Si consuma, come un olio prezioso. Va conservato, rinfrescato, mantenuto, come tutti i talenti. Ma a differenza di tutti i talenti, si consuma, affievolendosi come la luce di una candela.

Per questo J. era stato molto attento, usando, come sapesse benissimo quando sarebbe finito, questo talento solo poche volte. Due, fino a quella sera, in cui camminando, proprio passando vicino alla piazza con i resti dell’epoca più bella dell’amore, mosaici e colonne nascoste a ricordare di cosa l’uomo, se innamorato, sia capace, aveva deciso per la terza.

J. non aveva assolutamente deciso, per la terza, a dire il vero. Era stata la vita a decidere per lui. Questo va detto, per dovere di cronaca. Ed era questo che lo teneva in piedi, nonostante l’enorme stanchezza, a camminare per il centro. Lo stupore di un bambino, davanti alla vita e alle sue, inaspettate, direzioni.

J. non aveva nessuna intenzione, a dire il vero, di innamorarsi, di perdersi, di ritrovarsi, di scoprirsi seduto su una panchina a provare, sottovoce, a dire: ti amo, non per chi sei, ma per chi sono io quando sono con te. Ancora una volta. Ti amo, ovvero tu mi hai contaminato. Non aveva nessuna intenzione, in effetti.

J. è un uomo con un passato ingombrante e un futuro pesante da trascinare in giro. E’ quel genere di uomo che, per il bene suo e di tutta la sua vita, è meglio, molto meglio, che continui ad occuparsi di trascinare in giro il suo futuro. J. ha anche imparato a stare da solo. In mezzo alla gente. A una fermata del tram, oppure in un bar pieno zeppo, oppure in una chiesa deserta al mattino, aspettando. Oppure in un treno, o in uno stadio. Dato che, riteneva, l’aver imparato a stare da solo fosse stata la più grande conquista della sua, recente, età adulta, capirete che il ritrovarsi seduto su una panchina, in piena notte, a sospirare sotto voce: ti amo, non era certo nei suoi progetti.

Emma, che aveva questo nome tondo e sinuoso, esattamente come l’incavo tra i suoi seni, rotondi precisi, esattamente come i suoi fianchi, forse possiamo dire esattamente come lei, era arrivata nella vita di J. chiedendo il permesso di prendere un caffè. Nient’altro. Che poi si fosse presa il suddetto caffe, la vita di J. per intero, i sogni e il futuro di J. era stata, come si sarebbero poi detti, una questione collaterale. Emma è una delizia quando, pensava J. seduto sulla panchina, crede che il mondo intero non si accorga di lei. Che poi, al netto di qualche stupido, è praticamente impossibile.

Di come Emma avesse poi fatto a prendere il suo caffè insieme alla vita, al futuro e ai sogni di J. non è importante che si sappia. A J. le informazioni inutili non sono mai interessate.

Sta di fatto che, si ripeteva ormai dal tramonto, io la amo.

Niente di male, si diceva J., se non fosse per le nostre vite, per le nostre fameliche vite. Due passati si possono unire, volendo, in uno solo, fino ad arrivare a un fiume unico di ricordi.

Due futuri e due presenti così ingombranti, che si uniscano e su come lo facciano, rimane un mistero.

J., che raramente si era trovato a provare una dichiarazione d’amore, cosciente dell’innato talento di farne di perfette, complice il tono, il modo e anche un po’ di culo, era da tutta la sera che pensava a questa cosa di Emma. Questa sua capacità di avergli spiegato, appena arrivata per quel famoso caffè, di essere finalmente arrivata. Per poi, definitivamente, restare.

Lo spiegava, Emma, come spiegava la maggior parte delle cose a J.. A volte usando la sua voce, due toni sotto il normale, una musica sensuale simile a un miraggio. A volte con le mani, con gli occhi o con le labbra.

Sei l’unico, aveva detto, che capisci qualsiasi cosa io dica, a prescindere da come la dica.

Mi viene naturale, aveva risposto lui.

Non capisco come sia possibile.

Mi hai contaminato, aveva pensato lui.

Insomma, al netto di due, devastanti e stupende, dichiarazioni d’amore, J. aveva capito che era arrivato il momento per la terza. Che, per sua comodità, preferiva chiamare, l’Ultima.

Sicuro che, in fondo, si trattasse dell’ultima per davvero.

Per questo poi, aveva deciso, di usare tutto quell’olio prezioso. Che finisse, si era detto, il mio talento. Non mi servirà più.

Una dichiarazione d’amore, aveva sempre sostenuto J., si distingue per luogo, tempo e modo. Che hanno pari peso nel sottolineare il “ti amo”.

Scegliere luogo, tempo e modo è di fondamentale importanza.

J. sa due cose su di se. La prima è di avere questo straordinario talento.

Che, deciso e stupito, ha deciso di usare.

Emma è lì, e con la sua voce ricama un miraggio dolcissimo che culla J..

Potrei dormire, pensa. Di un sonno riparatore.

Ha paura, J., che non sia un bel complimento. Per questo non lo dice. Ma lo pensa.

Ha pensato di aspettare. Trovare il posto giusto, che non è difficile per uno che conosce il cuore della città meglio di un postino. Trovare il mese giusto, che non è difficile per uno che ha tempi lunghi come stagioni. Trovare il modo, fondendo uno dei lori baci insieme a una delle loro chiacchierate. Ci vuole tempo, per organizzare una cosa del genere.

Lo pensa mentre ascolta Emma, ritrovandosi di nascosto sul  ragionare di quanto belle siano le sue guance quando ride.

Parlano di cose piccole e di cose grandi.

Parlano.

Piano! Urla lei.

Per cosa, avrebbe dovuto rispondere lui.

Invece, con una calma enorme, rubata chissà dove, si sente scandire: ti amo, Emma.

Emma tace. Succede così.

J. si sente ripetere, ti amo Emma.

J. sa due cose su di se. Una è di avere un talento unico. Che l’unica volta nella sua vita in cui pensava fosse indispensabile, è scomparso sotto i colpi di una donna dal nome tondo e sinuoso. La seconda cosa è il bene più prezioso che J..

A cui tiene più di tutto il resto. La capacità di sapere quando mente o dice la verità.

J. è un uomo che sa quando mente o quando dice la verità.

Mente, ha mentito e mentirà, J. Avrebbe da camminare molto meno, se non lo avesse fatto.

Chi sono gli uomini che non lo hanno fatto mai? Che uomini possono essere?

Ha detto la verità. E’ successo molte volte. Come un fiume, liberatorio e dolce, la verità esce sempre. J. lo sa. E sa distinguere quando mente e quando dice la verità.

J. si ritrova ad ascoltare il silenzio di Emma. Che è un silenzio dolcissimo. Che dice: lo so. Lo sento, lo so benissimo. Che dice, aspettami, J. Anzi, torna a prendermi. Prendiamo un caffè, che mi riprendo la tua vita un’altra volta.

Un silenzio lunghissimo.

Tu mi hai contaminato, Emma. Ma questo lo aveva già detto. Senza che poi lei potesse capirlo.

Ti amo, Emma. Si sente ripetere.

E poi, J. che è un uomo che sa due cose su di se, aggiunge la cosa più importante di tutte. Alzando quasi la voce.

E’ la verità.

J. ha un talento nel dichiarare il suo amore. E nel capire le sue verità.

Per questo, si sente dire, non ha nulla da aggiungere.

J., sente la voce di Emma, finalmente.

J., tu sai cosa hai detto?

E’ qui che J. vorrebbe dirle, si. La verità. Mi sei dentro. E li resterai. Qualunque sia il nostro futuro. Qualunque sia stato il nostro passato. Lo hai scelto tu, Emma, donna dal nome tondo e sinuoso, dai fianchi perfetti e dai seni che lasciano senza argomenti. Lo hai voluto tu. Di questo poi parleremo. Emma. Non avere fretta.

J. adesso sa tre cose su di se. Ha un grande talento, che nel momento più importante della sua vita, lo ha abbandonato. Sa distinguere le sue verità dalle sue bugie. Ha detto la verità più grande, scomoda e bella che potesse dire. E una terza cosa.

Che tutto, nella vita, può iniziare e finire molte volte.

Ma arriva sempre a un punto.

Come se ci si fosse preparati per una vita intera solo per una cosa. Solo per un momento. Solo per una persona.

Solo per farsi prendere un caffè, il futuro e i sogni  da una donna.

Che, su questo si potrebbe camminare moltissimo infatti, era arrivata a prenderseli.

Lei.

J., in fondo, lo aveva già detto.

Mi hai contaminato.

Poi, per chiarezza, suona meglio: ti amo, Emma.

Benvenuta.

14 pensieri su “Piano! (the story of J.)

  1. Sempre supermo, vecchio!
    Mi hai fatto venire voglia di vederti, e anche con urgenza che ho bisogno di due o tre cose, rubando dsl tuo talento.
    Bella storia. Vai avanti a scrivere sempre, che ci piace a tutti noi.

    Il giudice, la voce e tutti gli altri.

  2. J. dev’essere l’uomo che ogni donna desidererebbe avere al proprio fianco nella vita.
    Emma lo desidererebbe di sicuro.

      • J. è un folle vero secondo me.
        Emma lo ama anche per questo credo.
        Di fondo, credo, Emma lo ami e basta.
        Forse per come lei si sente quando è insieme a lui,
        Virgola. Non punto.

  3. Amico,
    Ma vino, moto e puttane basta?
    Sei diventato astemio e frocio?
    E io che credevo avessi fame e sete come nessun altro.
    Ieri sera ho scritto una cosa lunghissima su un uomo che avevo incontrato in treno. Vorrei tu la leggessi prima degli altri.

    • Nessuno ha la mia fame, baby. Nessuno ha la mia sete. Questo te lo do per certo. Ci sono notti in cui mi sveglio con una fame devastante. Insomma sono sempre io. La cosa strana è che mi sazio con un bacio. È successo.

  4. J. è tutto fuorché normale.
    È mille mondi in un solo uomo.
    Mille storie.
    Mille volti.
    Mille vite.
    È tutto in un unico uomo.
    Poeta, business man, amante, padre, amico (fratello), biker, surfista, cantante e musicista.
    È davvero un arcobaleno di sfumature che non basterebbe una vita intera per conoscerle.
    E poi c’è una sfumatura che solo Emma conosce.
    Che è la più nascosta di tutte.
    È l’Amore di cui è capace J.
    Un Amore Infinito come il Cielo.

  5. Rileggendo questo pezzo bellissimo… immagino Emma in un parco, con una bimba, che sfugge al suo controllo mentre sta salendo sulle scale di uno scivolo..
    Ed Emma che grida “Piano! Piano amore mio!
    Piano.. …”

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