Piano! (the story of Emma) 

31 Ott

Una come Emma, è un fiore che espolde di colori a ogni primavera, con un sorriso che lascia quasi in imbarazzo, una gran voglia di ballare, di stringere una mano per camminare. Quando le si spostano i capelli, non la puoi proprio dimenticare, come quando con gli occhi fa quella cosa incredibile di parlare, dicendo cose che la sua voce non sa dire più da un pezzo. 

Una come Emma, ha ancora paura dei temporali, dei tuoni, dei cani grossi, del vuoto e del buio. È una bambina, con il cuore di una mamma, le spalle di una ragazza e il culo di una donna. Sa che gli uomini la guardano, ma se ne dimentica. Emma è distratta dal suo presente. Terribilmente. 

Una si abitua, con il tempo, a lasciar perdere il passato e a non pensare troppo al futuro, quando il presente è ingombrante e ammaestrato. 

Una come Emma, adora ancora truccarsi un filo, riguardarsi nello specchio ricordando tutte le volte che lo ha fatto, trovarsi a sorridere mettendo un paio di tacchi. 

I tacchi le servono per non correre troppo, e lasciano gli uomini che incontra, indecisi su come si possa sopravvivere dopo averla vista camminare. 

Una come Emma, era una vita che non ci pensava più alle cose difficili della vita.

Come l’amore. 

Perchè, di fondo, pensava Emma, è sempre meglio non fermarsi troppo a pensare. 

Solo qualche sera, quando avanzava tempo, Emma si ritrovava a far di conto con la scomodità di sapere.

Sapere che l’amore è un’altra cosa. 

Rispetto a tutto. 

Una come Emma, ha una bellezza divorante, famelica, indiscutibile, difficile da nascondere. 

Lo sa il mondo, ma lei sembra essersene dimenticata. La sua bellezza, per lei, è passata. 

Un giorno, uno di quelli che, nella testa di Emma sarebbero stati un semplice presente, facile da gestire come dei tacchi non troppo alti, arriva J.

Concretamente J. è già li. Arrivato da poco, con quella sua faccia che sembra sempre fuori posto, che sembra sempre un bastardo, che sembra sempre che debba buttare sul ridere una tragedia. 

Una gran bella faccia di cazzo, pensa Emma. 

Prende un caffè, guardandolo distratta. Una tazzina stranamente pesante. 

Un caffè con dentro il destino di un uomo, pesa sempre più di un semplice caffè.

Una come Emma, davanti a uno come J., è disposta a non fermarsi nemmeno. 

Abituata com’è a dimenticarsi. 

Una come Emma non si rende conto di essere così bella, per uno come J., come non ricorda dove mette gli scontrini, perde le chiavi, le cadono i sorrisi sbadati che lascia in giro. 

Per questo lo mette, subito, nelle cose della vita che possono succedere, come perdere le chiavi. 

Ritornando, semplicemente, al suo presente. 

Una come Emma, sa amare come una bambina, scopare come una donna, perdonare come una madre, restare come solo l’amore sa fare. 

E si ritrova, sospesa sul filo di qualcosa che aveva aspettato fin troppo, a voler amare, scopare, perdonare e restare. 

Restare su J. 

Inaspettatamente. 

Una come Emma, la bellezza l’ha sempre cercata in qualcosa di diverso. Diverso da J. 

Su J., difatti, si diceva, non conviene nemmeno fermarsi. 

L’uomo della sua vita era diverso. Sarebbe stato diverso. Non J. Sicuro, come sicura era di potersi ancora permettere di giocare con gli sguardi. 

Senza far troppo danno al suo presente, e nemmeno al suo futuro. Dimenticando, per un poco, il suo passato. 

Una come Emma, con i tempi della vita non ha ancora imparato a fare i conti. 

Infatti sbaglia, a sommare quegli sguardi. 

Quello di J., che punge come una spina di rosa, con il suo.

C’erano cose, di J., che aveva completamente dimenticato negli uomini. Ad esempio quel modo di camminare insieme come fosse una cosa stupenda e unica. Con quanti uomini aveva camminato, senza sentirsi speciale? Ad esempio quella voglia enorme, divorante, di sentire le sue mani, curate e forti, stringerle i fianchi o sfiorarle la schiena. 

O anche la voglia, semplicemente, di sentirlo parlare. 

Una come Emma, aveva ormai dimenticato la curiosità, femmina come le sue scarpe nere lucide, pericolosa come quei tacchi a spillo, la curiosità di volerlo sentire ridere, di volerlo sentire piangere, di volerlo sentire con il respiro corto, ascoltarlo mentre gode di lei. Usami, sono curiosa. 

Quella curiosità, Emma, l’aveva dimenticata. Come si dimenticano le cose che non succedono per un po’. 

J. era un uomo. Su questo, non aveva dubbi. 

J. era il suo uomo. Su questo, sorrideva quando ci pensava, cominciava a non avere dubbi. 

Era poi splendido trovarsi a parlare, di piccole e grandi cose. Come se avessero avuto un sacco di cose da raccontarsi, un sacco di tempo da perdere, un sacco di voglia di continuare a farlo. 

A volte lo sognava, ad occhi aperti, nudo, che la prendeva e la portava dentro quelle sue braccia grandi, a perdersi in un labirinto.

A volte lo aspettava, fino a tardi, come se potesse arrivare da un momento all’altro. 

Parlavano tanto. Giocavano. Ridevano. Parlavano.

Lei parlava di cose soffici e inutili, sentiva lui appoggiarsi sui suoi discorsi. Sentiva il suo uomo aspettare le sue parole. Non avrebbe scambiato queste chiacchiere con nulla al mondo. Sentirlo appoggiarsi. 

Poi, mentre giocano. 

Una bambina fa per cadere. 

Piano! le urla.

Urla da mamma. 

Senza aspettarsi grandi risultati. 

Ti amo, Emma. Si sente dire. 

Le manca, per un istante, il mondo intorno ai piedi. 

Ti amo, Emma, sente ripetere. 

Ma maledetto J., pensa. Che cazzo di modi hai di prendere la vita? 

Poi pensa, Dio sono felice.

Quanto tempo, pensa, è passato dall’ultima volta?

Troppo, pensa.

Secoli.

Ti amo, Emma.

È la verità.

Non sa perchè, ma sente di potersi fidare. Forse la voce. 

Da quanto tempo non si fidava più, nemmeno di un tramonto?

Ma che cazzo di modo, davvero, J.?

Ma cosa era J.?

In effetti niente, in effetti tutto. J. non faceva niente di normale. 

Era così perfetto per lei, questo suo modo, indecifrabile e imprevedibile, di spiegare l’amore al mondo. 

Avrebbe voluto rispondergli così. 

Baciandolo piano, come le piaceva fare per giocare. Giocava con le labbra di J., pensando che avrebbe voluto tranquillamente passare una vita intera giocando con quelle labbra. Erano, le loro labbra, la miglior  dimostrazione dell’esistenza di Dio. Lui era dannatamente bravo, con le labbra e con le mani. 

Lui. 

Era diventato.

Tutto.

Questo.

Lei.

Lo.

Sapeva.

Solo che, non era più capace di dirlo, se non con gli occhi, se non con le labbra. 

Lui capiva. Lei sapeva. 

Era così. 

Lui capiva.

Ho paura di non essere capace di dirlo, J. 

Ma so farlo, non ricordavo, ma so farlo. 

Lo so, rispondeva lui. 

Lo fai da dio. 

Ti amo, Emma.

Una come Emma, resta in silenzio davanti a parole così, come fosse sospesa. 

Tra una felicità infinita e una voglia incontenibile di dire: ancora. 

Dillo ancora, J. 

Senza dover dirlo nemmeno. 

Lui sapeva.

Ti amo, Emma. 

Dillo ancora, non smettere di farlo e di dirlo.

Mai.

Sai, per dio J., cosa vuol dire? Mai!

Mai vuol dire, J., per sempre. 

Sei la luce che mi mancava, le parole che non so dire, le mani che voglio su di me, gli occhi con cui voglio capire il mondo, le orecchie con cui voglio ascoltarlo. 

Per sempre.

Mai, non smettere mai.

Ti amo, Emma.

Benvenuta. 

Ripetilo, senza aspettarti risposta, amore. Ripetilo. Io, pensa Emma, per te sarò capace di ascoltare senza morire, di aspettare e di imparare a dirlo ancora. 

6 Risposte to “Piano! (the story of Emma) ”

  1. A. oppure B. oppure C. insomma come preferisci tu 1 novembre 2015 a 00:08 #

    Ho pianto.
    Lacrime vere.
    Liberatorie.
    Grazie.

    Per ciò che scrivi, per come lo scrivi.

    Dovresti raccogliere questi pezzi in un libro.

    Dovresti, davvero.

    • Il Franz 1 novembre 2015 a 08:23 #

      Non facile scrivere la versione di Emma. Bello scriverne. Bellissimo.

      • A. oppure B. oppure C. insomma come preferisci tu 1 novembre 2015 a 08:27 #

        Lo so.
        Posso immaginare.
        Credo tu l’abbia interpretata a meraviglia.
        Difficile che un uomo possa interpretare così bene i silenzi di una donna.
        Unico direi.

      • Il Franz 1 novembre 2015 a 08:29 #

        La conosco da una vita…

  2. Rosa Rossa 1 novembre 2015 a 12:12 #

    Bello Franz!
    Niente da aggiungere. Scrivici un libro.
    È vero che è commuovente.

  3. Sally 1 novembre 2015 a 16:16 #

    bello. Mi ricorda il mio primo amore. Bravo.

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