Musica per l’anima

14 Ott

Mal di testa. Appena sveglio. Penso a Dio. Penso sempre a Dio al mattino. Ringrazio. Per quello che ho avuto e per quello che avrò. 

Penso: Dio, il mal di testa è una cosa da donne con il ciclo. Io non sono donna. 

Dio non risponde. 

Terapia: Frank Sinatra a volume improbabile in macchina. Cantato a squarciagola. Da fuori, devo sembrare un coglione. Uso il cellulare come microfono. 

Il mal di testa non passa. Osservo la torre di Rozzano, fermo in coda. Mi viene in mente Levanto. Il mare, l’odore del mare, del muschio, del sale sulla pelle, del rosmarino, della lavanda. Pace dei sensi. 

Sento le cicale, in sottofondo, nascoste nei pini marittimi. 

Conosco un sentiero, che da Sant’Andrea sale fino alle colline, facendo il filo al parco delle ville di Levanto, tra ulivi, pini marittimi e cicale, dove vorrei essere adesso. Con un libro e una donna. 

Una donna in particolare, mica una donna in generale. I pini marittimi pretendono sempre chiarezza. 

Un libro qualsiasi. 

Arrivo in Università con un trascurabile ritardo, complice il fatto che poco prima di parcheggiare sia partito Marvin Gaye, volume improbabile. E in questi casi, per forza di cose, ti tocca di cantare. 

Funky. 

Ci sono quatto assistenti. 

Adoro le università italiane. 

Una delle quattro ha una montatura degli occhiali vagamente porno retrò, la seconda ha un difetto nelle calze, altezza ginocchio, poco visibile se non quando si mette in posizione eretta, tradendo un passato da danza classica a giudicare la posizione dei piedi. La terza ha un pallore spettrale. Ma un bellissimo incavo tra il collo e il petto. Sembra un pozzo per le lacrime, penso, mentre mi consegna il programma della giornata.

Devo parlare in quaranta minuti. 

Il mio socio mi ha detto: tranquillo, due minuti e via. Devo parlare per venti minuti.

Cerco qualcosa per il mal di testa nella borsa, sedendomi in ultima fila. 

Osservo le cravatte lucide e colorate. 

Non ho messo la cravatta. Osservo. 

Ho anche la camicia aperta, osservo. 

Tocca a me. 

Prendo possesso dell’aula osservando le faccie annoiate e confuse. 

Parte un filmato.

Mi viene un colpo al cuore. 

Riconosco, nascosta in mille scene, la bellezza per come la intendo io. 

Buffet. 

Scadenti tartine.

Scadente vino.

Scadenti chiacchiere. 

Ho un’ora di pausa.

Decido di dedicarla alle cose belle della mia vita. 

Alle diciassette e trenta, complice una birra, mi passa il mal di testa.

Entro in aula. 

Saluto.

Inizio a parlare.

Difficilmente mi distraggo. 

Dico in generale. 

Mi distraggo.

Mi torna in testa una precisa scena.

La prima volta che ti ho vista. Sembrano cento anni fa.

Ti ricordi? Io alla perfezione.

Torno sul pezzo.

Per dieci minuti.

Sono anche comprensibilmente stanco.

La ragazza della prima fila ha un diamante al dito e uno al collo. 

E una piccola carenza di ferro, a giudicare dalle unghie. 

Intravedo in ultima fila un ragazzo impegnatissimo a mandare messaggi sul cellulare.

Riprendo l’aula. 

Odio dover vedere tutti questi dettagli.

Alzo il tono di voce, cambio marcia al discorso. Porto piano l’attenzione su altro. 

E mi distraggo.

Ripenso a quella dannata bellezza. 

Difficile dimenticarla, mi giustifico. 

Fine.

Esco, mi accendo una sigaretta e prendo il telefono.

– di fondo mi assale un dubbio

– senza nemmeno dire pronto o come stai?

– come stai?

– bene.

– bene, sono felice. Ho un dubbio. 

– alle sette di sera i dubbi si bagnano nel vino

– stai bevendo?

– aspetto di fare un aperitivo

– roba romantica?

– abbastanza

– bene. Ho un dubbio

– parlamene.

– non posso

– in che senso?

– nel senso che non posso parlarne

– hai bevuto?

– giornata lunga, ma sono sobrio. E stanco. E ho mal di testa

– che roba da froci il mal di testa

– hai ragione. 

– bene, possiamo salutarci?

– ti devo chiedere una cosa

– dimmi

– anzi due

– spara fratello

– ma è normale che ascoltando Frank Sinatra mi venga, precisa, l’immagine di una donna che si avvicina in coulottes e scarpe, porgendomi del vino?

– quale vino?

– Vermentino

– ok

– Siamo a Chicago, sotto natale, con la neve sporca e ghiacciata, e il freddo della sera. In una casa con le vetrate ampie. E un divano di pelle scura. 

– è normale. 

– meno male cazzo. 

– la seconda cosa?

– perchè Chicago?

– boh. Sarà che sei stato a Chicago un paio d’anni sotto Natale?

– può darsi

– infatti. Comunque i sogni sono difficili da interpretare. 

– Lo dicdva Freud. 

– infatti

– lei in coulottes e tacchi fa male al cuore. 

– tutte le donne in coulottes e tacchi lo fanno.

– lei. Non tutt le donne.

– ti mando la foto, appena posso, della mia vicina. 

– hai delle foto?

– si.

– parecchio maleducato non condividerle.

– è prematuro

– in che senso?

– che è presto.

– ma è la ragazza rossa che lavora in palestra?

– lei

– boh, la mia piccola musa in coulottes e tacco è dieci volte meglio

– vedremo

– non penso

– perchè?

– non voglio che nessuno la veda

– chiacchiere del genere non portano da nessuna parte

– credo anche io. Però mi è passato il mal di testa.

– Frank Sinatra è troppo old school.

– …

– cambia canzone.

– già fatto. Mentre parlavo in università. Don’t say nuthin dei The Roots

– ma non è una canzone da tacchi e coulottes.

– credo anche io.

– addio Franz. 

– addio 

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