Occhi

16 Ott

Antefatto:

(da recitarsi appena finita questa canzone, che farà da incipit della storia).

(al centro del palco, seduto su un divano bianco, un uomo nudo, alza lo sguardo)

(una voce fuori campo, femminile)

Occhi che fanno domande, occhi che danno risposte.

Questa è la storia.

Basterebbe questo.

(l’uomo, tenendo lo sguardo su un punto infinito, inizia a parlare)

Piove, a dirotto, a momenti. Le stagioni che spingono, tra di loro, la città umida che diventa fredda. Non sento ne il freddo ne la pioggia.

Bevo vino bianco. Ho imparato a farlo bene, penso. Mica sono tutto da buttare via, penso. Prendo le misure di una conversazione che voglio tenere distrattamente, per poter annusare un profumo preciso. Uno solo. Il suo.

Nascosto, complice il mio pessimo naso, dall’odore di pioggia e dai profumi di una bambina.

Hanno questo profumo, i bambini, che dio li benedica, che mi fa tantissima tenerezza.

Può un profumo fare tenerezza? Mi chiedo mentre rispondo, la mia amabile compagna di conversazione mi guarda come si guardano i pazzi e gli stupidi.

Vorrei poterle dire che non sono mai stato pazzo ne stupido, leggo nei suoi occhi tutta l’invadenza delle mie fastidiose domande. Dio mi perdoni, posso essere pesante a volte. Vorrei poterle dire che sto tenendo in piedi questa conversazione per nascondere il mio annusare.

Atto primo:

(con breve, ma intensa, caduta di stile, manco a dirlo, sul culo)

(una voce fuori campo, femminile)

Mani che sono calde, mani che sono bellissime una sull’altra.

Questa è la seconda parte della storia.

Basterebbe questo.

(l’uomo si alza, e inizia a camminare avanti e indietro per il palco, come se dovesse urgentemente pensare a delle teorie sulla vita e sul mondo)

Ho una teoria tutta mia sugli incontri combinati, e sulle combinazioni degli incontri. Abbiamo solo una vita. Sarebbe un peccato sprecarla. Dico io. Combinando incontri. Allo stesso tempo, una frase, lasciata appoggiata alla fine del discorso, mi preoccupa. Mi fa male, da sempre, trovare nelle donne lo spirito da crocerossina. Eutanasia dell’amore. Vorrei poterlo dire. Hai gli occhi buoni. E anche la fiducia di una bambina. Non ti addormentare da crocerossina, potresti svegliarti da vittima. Non posso dirlo. Non ne ho diritto. Lo penso. Sorseggio vino bianco. Ancora. Osservo i movimenti dolci di una mamma. Ritrovo tutto l’amore che una donna può avere. Ne vorrei un po’, penso. Mi viene in mente quello strano discorso iniziato qualche tempo fa, di parlare d’amore. Io sono buono a scrivere storie, racconti, qualche discorso accademico. Ne ho avuto abbastanza, penso mentre guardo piovere il mondo, di questo scrivere d’amore. Fondamentalmente ne scrivo perché me ne manca. Penso. Pensieri pesanti, penso. Mentre lo penso rispondo a una serie serrata di battute sulla mia, precaria, salute. Riesco a fare molte cose contemporaneamente, sai? Ad esempio guardarti il culo mentre fingo di interessarmi a quello che dicono di me.

Sai cosa dicono di me? Esorcizzano la paura, la mia paura, giocando. Sono amici per questo. Non potrei mai stare senza di loro, me lo ripeto sempre quando mi ritrovo solo come un verme, in un letto freddo, in giro per tutte quelle cazzo di città che mi tocca di vedere. Mi fa nostalgia, pensare ai miei amici. Il tuo culo meno. Che cazzo di caduta di stile, penso. Cadrebbero tutti, penso. Mi consolo della cosa.

Ho sempre avuto una teoria, dopo quella sugli incontri combinati e sulle combinazioni di incontri, che è quella sui culi. Ma la teoria sui culi, penso sempre, è meglio che me la tenga per me.

(si siede sul divano, incrocia le mani, sospira, alza ancora lo sguardo)

La teoria è semplice. Esistono una infinita combinazione di possibilità che un bel culo si trovi in un contesto sbagliato. Un brutto naso, dicono, fa perdere un bel culo. Vero. Anche un baffo, oppure un brutto piede.

Il culo è una sfumatura di un quadro, la pennellata finale, che viene sostenuto da tutto l’insieme. Un bel culo, pertanto, ha un contesto intorno che lo rende bello, o lo lascia insipido come un minestrone surgelato.

Per questo contestualizzo sempre. Devono esserci tutti gli elementi della storia, a contorno di un bel culo.

Per questo, fondamentalmente, mi soffermo sulle scarpe. E’ una teoria. Solo una teoria. Ma ne sono abbastanza convinto.

Sapevo, che a dirla, rovinavo la poesia. Cazzo.

Dovrei anche dire meno parolacce.

Atto secondo:

(tutto sugli occhi)

(una voce fuori campo, femminile)

Cercare, volutamente, il profumo dei capelli. I capelli, sono disordine.

Il disordine, a volte, porta dritto all’amore.

(l’uomo si alza ancora, le mani dietro la schiena, camminando in circolo attorno al divano)

A un certo punto i tuoi occhi, lo ricordo perfettamente, mi hanno fatto una domanda. Potrebbero dire che gli occhi non fanno domande. Non sanno di cosa stiamo parlando. I tuoi occhi fanno domande, puntuali e precise come la tua voce. Mi sono sorpreso a sentire i miei occhi rispondere subito. Sicuri della risposta. Ho occhi da bulldog. Devi saperli leggere, i miei occhi. Pochi, pochissimi, lo sanno fare. Eppure, i miei occhi, sono l’unica porta all’anima. Ti ho già detto che mi si arriccia il naso quando vedo qualcosa che mi fa venire fame?

(l’uomo si ferma, arricciando il naso e indicandolo con il dito)

Tu, ad esempio, mi fai arricciare il naso. Di continuo.

Ero pronto, sono sempre pronto, a gestire domande pericolose. I miei occhi no. Per questo hanno risposto sinceri. Per un momento preciso si è fermata la pioggia, la città, il rumore, la conversazione, il respiro, il mondo.

A domanda sincera, risposta sincera.

Basta saperle leggere, le risposte che i miei occhi danno.

In sottofondo, lentamente, hanno ricominciato a parlare, nessuno si è accorto della precisione di questo momento. Io si. Per questo sono nudo sul divano. Beh, adoro stare nudo sul divano. Lo avrei fatto lo stesso. Per questo, però, adesso, sono nudo sul divano.

Ricordavo che eri una donna da domande dirette. Come spilli.

Sei innamorato di me? Hanno chiesto i tuoi occhi.

Cosa vuoi che ti risponda, avrei potuto rispondere io. Che so sempre trovare il tempo per costruire una risposta.

Invece hanno risposto prima i miei occhi.

In effetti, la domanda era per i miei occhi.

Comprensibile che abbiano risposto prima loro.

(l’uomo si siede)

Atto finale

(luci che lentamente sfumano, lasciando penombra. Contorno del divano, rumore di pioggia).

(voce, femminile, fuori campo)

Hai cercato il mio profumo?

(l’uomo, seduto, nella penombra, recita sottovoce, l’atto finale. Quasi per non rovinarlo)

Mi sono trovato paralizzato, sotto una sottile pioggia, nel mezzo di una strada, dove sono nato. A guardare i cavi del tram. Sono belli i cavi del tram. Conoscevo un tizio che amava seguirli, camminando con il naso sospeso per aria. Si, era pazzo. Ma era simpatico.

Ho cercato, per un secondo, di prendere il tuo profumo. Annusando nei capelli. Accarezzando la testa. E’ il mio profumo. Ho pensato.

Avessi potuto vedere i miei occhi, in quel momento.

Avevano la tua risposta, ancora più pronta, ancora più chiara.

Erano anni che non mi ritrovavo così. Paralizzato da un profumo.

(voce femminile, fuori campo, preoccupata)

Tu sei matto

Matto è chi non si prende questo profumo per se. Dico io.

(l’uomo si alza  e fa per andarsene, nel buio)

Ti ho detto poi

(dice fermandosi, nel buio)

Che sono innamorato di tutto questo?

(un lungo silenzio accompagna l’uscita di scena).

(poi l’uomo rientra)

Ho scritto cose migliori, davvero. E’ difficile scrivere dell’amore. E anche poterlo dire. Ho occhi, per fortuna, che parlano per me. Dovranno bastarci questi, per un po’. Io ne vivrò, delle domande dei tuoi occhi.

Posso farlo. Ho davvero scritto cose migliori. Smetterò di scrivere a cinquantuno anni. Per allora, mi ripropongo, di riscrivere questo monologo. Per allora, tu dove sarai?

Si, le domande le fai tu. Perfetto.

Ho scritto cose migliori, non sono uno scrittore. Eppure scrivo tantissimo, di questi tempi. Sarà il freddo o la pioggia, diranno loro. Non sentivo ne la pioggia ne il freddo.

Sentivo solo un gran bisogno di risponderti. Ma come cazzo ti vengono in mente certe domande?

Va bene, le domande le fai tu. Ma, sapendo che non posso mentirti, falle bene. Sceglile bene, queste domande.

La risposta, comunque, è si.

(si spegne anche l’ultima luce di scena, solo rumore di pioggia)

3 Risposte to “Occhi”

  1. Paolo 17 ottobre 2015 a 06:14 #

    Invece non è male, Franz. Continua a scrivere di questo.

  2. Rossa 17 ottobre 2015 a 11:38 #

    Siamo sicuri che esista una donna che merita tutto questo, Franz?
    Si, come pièce teatrale è bruttarella. Però come dichiarazione è bella forte.
    Chi merita tutto questo?

    • Il Franz 17 ottobre 2015 a 11:41 #

      Diceva Garcia Marquez che ogni dichiarazione d’amore ha senso solo per la musa ispiratrice. Saggio. Poi qualche anno dopo ha scritto “diari delle mie puttane tristi” e hanno smesso di citarlo quando si parla d’amore. Povero Gabo

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