Avere

Scrivo appunti veloci, di quelli che nemmeno io rileggerò. Prendo sempre appunti, perché poi ci ritrovo il senso delle cose, e mi permette di perdermi in un dettaglio o dentro un pensiero. So che molte delle cose che scrivo è anche inutile che io le scriva, per quanto siano cose poco importanti. Eppure lo faccio.

Osservavo i suoi tacchi, scarpe bellissime, nere, alte. Ha scarpe che raccontano molto bene il suo desiderio di essere alta, di poter arrivare al cielo, la pretesa di capire tutto, e mentre lo osservavo ho sentito pungermi da un desiderio forte, incondizionato, pulsante, ma, sorprendentemente, non malizioso. David Lipsky è uno scrittore, che non conoscerete perché non tradotto in Italia, addirittura segnalato da Carver per un premio narrativo. Ovviamente ho dovuto cercare un suo cazzo di libro per giorni, nell’era prima di Amazon, promettendo in una mail a una libreria di San Francisco un pagamento anticipato e con delle spese di spedizione comiche. Dovevo leggere uno scrittore segnalato da Carver. Lo dovevo fare per forza. Ho fatto una fatica enorme. Perché scrive fitto, come chi pensa troppo velocemente. Ho trovato poi qualcosa scritto da lui in Italiano. Una lunga intervista, cinque giorni e cinque notti insieme, a David Foster Wallace. Ed è stato poi il motivo per cui mi sono avvicinato a David Foster Wallace. Nonostante due donne in un anno mi avessero implorato di leggerlo. Dovreste sapere che non accetto suggerimenti, su come leggere e su come scopare. Preferisco sbagliare.

Nell’introduzione Lipsky ammette, lucidamente, di aver invidiato molto Wallace. Quasi coetanei, l’intervista avviene con loro trentenni, i due sono divisi dal successo. Wallace ha appena scritto Infinite Jest, che sto tenendo sul comodino in attesa dell’ospedale, ed è in un vortice di successo clamoroso. Lipsky no. E si accontenta delle piccole cose. E vorrebbe che Wallace facesse la stessa cosa.

Non si può chiedere a un uomo di smettere di desiderare. Pensavo. Non si può spiegare a un uomo il proprio desiderio soddisfatto, pregandolo di smettere di desiderare. Qualsiasi cosa. Il successo, i soldi, l’amore. Non si può.

Poi ho sfogliato un giornale in attesa dal dottore. Ormai siamo quasi amici, io e il dottore, e mi rilasso pensando che in ogni caso dovremmo vederci ancora a lungo. Oggi è morta Fiamma, moglie di Fangio e musa di Enzo Ferrari.

Questa è una storia che potrebbe diventare uno splendido racconto. Tutte le storie di Ferrari con le donne potrebbero diventarlo. A Modena, pochi millimetri dal casello dell’autostrada c’è ancora la Trattoria, Osteria in verità che ci tengono, dove mangiava e si riposava. A fianco di un’altra donna. 

Fiamma però fu diversa. Bionda, bellissima, intelligente, fu sempre a fianco di Ferrari. Che le chiese di sposarlo molte volte. 

La poesia della confusione sentimentale di Ferrari è una delle storie che preferisco ascoltare da sempre. Costruita su pettegolezzi e voci fondate, alle spalle di un uomo molto duro. 

Avessi tempo, ci scriverei sopra io stesso.

Ho riaperto gli appunti, per rispondere a una telefonata. Come se il quaderno mi potesse proteggere da rotture di coglioni.

Lo faccio spesso.

E ho ritrovato gli appunti della mattina. Cose particolarmente poco importanti.

Mi sono tornati in mente quei tacchi. Adoro osservare la bellezza dei particolari. L’ordine di certi vestiti è quasi meglio della nudità. L’arte dei tacchi è quasi meglio di un piede nudo. 

E ho ripensato a quanto gli uomini lottino, muoiano, si distruggano, per avere.

E non per essere.

Per avere successo. Per avere soldi. Per avere donne. Per avere conquista.

Non per essere.

Dannazione. Ho proprio pensato “dannazione”.

È una dannazione. Quella di voler avere.

Scegliere di non essere.

Ecco cosa avevo visto stamattina.

Il mio voler essere insieme a quei tacchi. Essere. Non averli. Viverli. Per una volta nella vita.

È un pensiero talmente sottile, talmente delicato, talmente perfetto, da meritare un racconto. Ho pensato.

Sul voler essere e non sull’avere.

Tutti possono avere.

Per questo, anche questa notte, scrivo.

Per essere.

Lollipop (lista di cose da non scrivere in un racconto erotico)

Hey Bionda,

sono uno di quelli che le promesse prova in tutti i modi a mantenerle. Per di più le promesse alle bionde. E mi dispiacerebbe un sacco dover iniziare questo racconto con un “però”. Non è brutto, quando si inizia con un però? Rovina tutto, toglie poesia. Però, è la congiunzione che traduce il mettere le mani avanti del destino. Però, devo farlo.

C’è un però, difatti.

Però, io non ho mai scritto un racconto erotico.

Ecco.

Sarebbe, di fondo, la prima volta.

E io, con le prime volte, non sono proprio il migliore.

Ci sono uomini da prima volta, uomini che danno il meglio sul lungo, uomini da ultima volta, perfetti per un addio languido e scivoloso.

Io sono un uomo “dipende”. Dipende, davvero, da tutta una serie di cose.

Lo dico, così per chiarire. Facile per te, che scrivi, chiedermi di fare la stessa cosa.

Una volta, un’amica mi ha chiesto, lasciando che il vestito le scivolasse appena sulla spalla,

  • ma tu scrivi per scopare?

Ho lasciato che il vestito finisse la sua scivolata perfetta, appena fermato dal collo, che lasciasse intravedere un diamante appeso al collo, promessa di qualche amore eterno, i diamanti lo sono sempre, gli amori meno.

  • succede, anzi che a volte abbia scopato per scrivere

Lo so da me che non è una risposta. Oltre a non essere buono con le prime volte, non sono nemmeno tanto buono con le risposte, se le domande mi fanno riflettere.

Oggi è un giorno di Libeccio, te ne sarai accorta dal sole, dal cielo azzurro, dalla perfezione delle decorazioni di Natale che spuntano imbarazzate dentro un cielo di primavera. Il Libeccio fa questo effetto, quasi sempre. I miei amici, quelli veri, sono tutti andati ad approfittare del Libeccio. Delle mareggiate che il Libeccio non risparmia mai. Nei giorni di Libeccio, lo so perchè ho una discreta memoria, viene più facile dire la verità. Ricordo di mio di aver detto la verità, molte volte. E’ un mio difetto. E, quasi sempre, era di Libeccio.

Che uno scambia il freddo tagliente in faccia per il vento ignorante dell’inverno. Invece è Libeccio. Che uno scambia la verità per una battuta. Invece è la verità.

La verità è che io scrivo da sempre, da quando me lo ricordo, di quello che ho voglia. Vivo come scrivo. A volte fa male, agli altri.

Ho un problema, questo forse è la causa di tutto, con i particolari. Io vedo i particolari entrare nella scena, osservo tutto. I miei occhi, a volte, ballano veloci cercando dettagli. Per capire. Mi viene così, la vita.

E i dettagli, quando le carni si mischiano, sono quelli che restano più a lungo.

Per questo non sarei capace di inventare un racconto. Mi viene male, inventare. Mi arrivano dettagli, cose insignificanti, che bloccano tutto. E smetto di scrivere. Mi cadono le parole.

Io sono un cacciatore. Tutti gli uomini dicono di esserlo. Sono un cacciatore, per fame. Ho fame, una fame enorme.  Adoro appoggiare lo sguardo per quei secondi in più che lo rendono ingombrante. Adoro lasciar scivolare una frase discutibile alla fine di un discorso, per vedere il buon senso con le sue scarpe di cuoio e il vestito buono della domenica, scivolare e cadere. Adoro appoggiare la mia mano su una spalla, gesto fraterno, e poi accarezzare il braccio, per confondere. Adoro il desidero, mischiato con la lussuria. Lo cucini con l’attesa, mescolando la passione. Ho deciso di smettere di cacciare tutto, quando ho scoperto che agli uomini come me l’eccesso fa male. Allora lancio il sasso, gioco un po’, ma poi smetto. Il sapere di poterti avere, a volte, mi basta. La certezza del crollo di una donna, del suo destino, delle sue mani, a volte mi è sufficiente. Adoro osservare la gelosia ottusa di un fidanzato, fermando lo sguardo sulla scollatura che gli sta a fianco. E’ la sconfitta, la gelosia, più bruciante che si possa dare.

Però, poi arrivo io. Quello che sono davvero.

Ho un naso ingombrante, rotto due volte, niente di memorabile o eroico, una palla da basket e un pugno dritto dritto sul setto.

Il mio naso funziona male. E’ un naso sindacalista. Ci sono giornate intere in cui fa sciopero. Non sento gli odori, nemmeno i profumi.

Poi, magari, funziona troppo.

Una volta ho conosciuto una ragazza di una bellezza enorme. Annusandole il collo, rubandole un bacio, ho sentito un profumo inopportuno. Sarebbe stato quanto meno stupido continuare qualsiasi cosa, davanti a un profumo inopportuno. E mi sono fermato.

Una sera d’estate, ho rubato un pezzo di città, sedendomi su una panchina con una ragazza della quale saprei ritrovare il profumo ancora oggi. Slacciandole la camicia, ho pensato che non avrei mai voluto che quei fottuti bottoni finissero. Per noi, che avevamo rubato la città, prendendola per noi. Ho trovato un reggiseno, ho accarezzato la carne fredda, seguendo i contorni con un dito, come a voler vedere dove finissero davvero. E non mi sono fermato. Abbiamo fatto un gioco a complicarci la vita, scopando su una panchina, senza saperlo. Poi impari, dopo un po’. Sentivo il suo respiro, seguivo la sua ombra, sfioravo con il dito il suo seno. Senza sapere che mi avrebbe fatto male.

Una notte, l’elenco delle mie notti è lungo e molto vizioso, ho camminato tra le strade strette del centro, per finire in una casa, spoglia ma calda. Ho osservato la sua malizia nello spogliarsi, i suoi movimenti controllati. Un copione, ho pensato, che ha avuto molte prove, in cerca di una prima ufficiale che la portasse via da quel teatro, per poter finire sul palco dell’Amore. Ho deciso di godermi lo spettacolo. Ho lasciato che mi spogliasse, ho lasciato che mi leccasse. Ho lasciato che, come fosse naturale, si sdraiasse. Ho assaggiato la sua schiena, ascoltando la mia fame ingombrante crescere a dismisura. Ho assaggiato il suo sapore. Mi sono alzato, nudo nella penombra, e sono andato alla finestra. A fumare. Lasciando ad altri lo spettacolo di un sapore non buono.

Ho anche conosciuto la sensazione, incredibile, di essere apparentemente sazio. Sdraiato, sfinito, su lenzuola stropicciate, ascoltando la città correre fuori, respirando a fatica, mi sono detto: sei finito. Hai finito. Per poi sentire la sua mano tornare a cercarmi. E, alla fine, non era mica vero che ero sazio.

Non ci si sazia mangiando.

Ho scoperto questa cosa.

Mangiando, bulimico, e poi scappando, con sempre più fame.

 

Ho avuto donne molto diverse. Che, a un certo punto, è quasi meglio che avere molte donne diverse. Alcune mi hanno desiderato con una fame come la mia. Due. E li sono restato. Altre mi hanno voluto come avrebbero voluto un uomo qualsiasi. E, come un qualsiasi uomo, me ne sono andato.

I miei occhi hanno visto molto. Le mie mani hanno cercato il piacere, confortevole, di sentire la mia donna pronta per me. Le mie labbra hanno assaggiato il piacere, morso il resto, divorato, succhiato, baciato. Difficilmente, le mie labbra, si fermano. La mia pancia ha retto piccole rivoluzioni, urlate sommessamente, per non farsi sentire da nessuno. La mia schiena è stata graffiata. Fa male, se non è fatto per davvero.

Di queste cose, in effetti, potrei raccontarti. Ma sarei noioso.

Cerco la grande perfezione delle piccole imperfezioni, di quando davvero una donna si abbandona. In quelle piccole imperfezioni, io mi innamoro. Succede, so che succede. Ma è rarissimo.

Per questo, di fondo, ho una moto. Che nelle sue piccole imperfezioni, che conosco a memoria, mi perdo ogni volta.

Per questo, di fondo, ho bisogno del mare. Come se nuotando fino a non sentire le braccia, io potessi lavarmi di tutto il passato.

Ho un posto, sorprendentemente vicino alla città, dove ho sempre sognato di portare l’anima con cui voglio invecchiare. Osservando i nostri corpi consumarsi, e cercando la nostra bellezza dietro agli occhi, dentro all’anima. E’ uno scoglio, ci vado spesso. E’ che, fino a oggi, ci sono andato da solo.

Sta sospeso sul mare, davanti al fondo blu, vedi solo mare aperto, disordine, correnti, la città con il porto sul fondo a destra, a sinistra i pini marittimi che litigano con le rocce per trovarsi un piccolo posto nel paradiso. Se ti tuffi, fallo con attenzione, quasi a candela, per evitare le rocce, hai quasi quaranta metri di fondo subito tuoi. Il blu, che diventa nero, le razze, le orate, le meduse, i piccoli pesci disorientati, l’acqua gelida. Puoi nuotare in tutte le direzioni, non arrivi mai da nessuna parte. Poi, per forza, devi sempre tornare. Sullo scoglio.

Ci ho passato, qualche anno fa, un’intera estate, a rimediare ai miei casini. Ho un amico speciale, che al mattino mi portava focaccia e giornale, senza parlare. E tornava al pomeriggio, per nuotare con me. Poi, finiti dalla stanchezza, morti per la sete,  camminando per tornare,  parlavamo appena lo stretto indispensabile. Mi chiedeva:

  • ami ancora troppo?

Non rispondevo. Non ho ancora risposto. Bevevamo vino bianco gelato, fino al mattino. Poi tornavo allo scoglio. Venticinque giorni, così. La sera, con il vino, usavamo una chitarra, per non parlare. Ha fatto bene a tutti e due.  Mi è servito, parecchio, per capire. Su quello scoglio, una volta, mi sono seduto nudo. La roccia che pungeva il culo. Al tramonto. Tremavo di freddo. Per aver nuotato, fuori stagione, arrivando dritto dritto dall’ufficio. Quei profumi, una lista precisa di profumi, sono quelli che vado a cercare, quando la vita mi fa casino e rischio di rompere i delicati equilibri che gli altri costruiscono, chiamandoli “felicità”.

Sono quello che non ha mai avuto paura di spogliarsi. E nemmeno di rivestirsi in tutta fretta.

Non ho paura, non delle donne. Non ho paura di me. Adoro sentire i miei limiti crollare, svenuti. Adoro sentire il mio piacere esplodere, disordinatamente, inopportunamente. Mi piace quando a letto perdo. Nella guerra, lo sai, si possono perdere delle battaglie. Adoro farlo. Collassando e chiedendo pietà. Adoro l’imperfezione del mio desiderio, che davanti a un profumo sbagliato, scompare. Come adoro il contrario.

Ecco, questo te lo posso raccontare.

Una volta ho incontrato la Bellezza. Portava scarpe spagnole, con zeppe intrecciate. Ho lasciato che mi cullasse, per un’estate. Per poi incontrarla ancora. E innamorarmene perdutamente. Ho cercato, pensavo, quella Bellezza per tutto il mondo. Ora ne voglio assaggiare il piacere. Perchè sia mio. Così è stato. Scivolando, insieme ai vestiti, ai pensieri, e al rumore di fondo delle nostre vite, le mani seguivano precise le nostre fami, diverse, coincidere perfettamente. Ho preso le sue labbra insieme alle mie, ho seguito il suo respiro. Poi, dio mi abbia in gloria, mi sono fermato. Accarezzando il mio dolore, fisico, del piacere incompiuto. Lo ho fatto, lo rifarei, per proteggere tutta quella bellezza. Mia. Va da se che, nel pieno di una notte urbana, o di una noiosa riunione, o di una chiacchierata con un amico, mi torni tutto il suo sapore. Lo cercano, le mie labbra, sulle dita. Cerco il profumo, arricciando il naso. E sento il desiderio esplodermi. Una mattina ho trovato un divertente leccalecca. Di quelli colorati. E lo ho comprato. Lasciando che lei potesse trovarlo. Sentendo il formicolio dietro alle orecchie, un brivido leggero. Di tutta la mia fame, di tutto quello che un leccalecca può nascondere, poveri bambini cazzo. Lei, sottovoce, mi ha detto:

  • lo scarto? lo assaggio.

Io ci ho visto la mia fine, mi sono ascoltato mentre la fame mi cancellava quasi la ragione, mi sono fermato, per non prenderla, per non prendermi quelle labbra. Ho respirato, sorridendo. Non farlo, le ho detto. Per il mio bene, ho pensato. Scrivici sopra, mi ha detto lei ridendo. Lo farò, le ho detto. Anche se, di fondo, non vorrei più scrivere nulla della sua Bellezza, la vorrei per me, per un tempo in cui poterla avere nuda, seduta, morta di piacere, sfinita dalla mia pancia, dalle mie mani, dalle mie labbra. Per questo non ci scrivo sopra.Adoro di lei tutte le piccole imperfezioni, la distrazione di bambina, la malizia che mi viene a recuperare gelosa, la timidezza che mi appoggia uno sguardo sulle spalle.

Per questo, non posso scriverne.

Mi avete chiesto la stessa cosa, in modi diversi, e con intenzioni molto diverse. Avete chiesto a un leone di raccontare il momento preciso in cui le zanne affondano la carne, contando i respiri affannati del cervo. Che sapore ha? Come si muove? Cosa dice, perduto, il cervo?

Lo so. Lo sapevo perfettamente. Lo voglio imparare ancora. Come se non lo avessi mai sentito. Per questo non sono pronto a raccontarlo. Lo voglio. Solamente.

Ecco, per questo non posso mantenere la promessa di una bionda e il desiderio di una mora.

Però una lista, anche un po’ per rovinare tutta questa fottuta atmosfera sospesa, te la posso lasciare. Una lista dei rovinosi scivoloni, che in un racconto erotico difficilmente finirebbero.

Eccotela:

  • Di quella volta che, finalmente, dio, finalmente sei mia, e mentre lei mi spogliava sono venuto. Io ridevo. Lei decisamente meno. Non si è fatta più sentire.
  • Di quella volta in cui, penombra di una camera d’albergo, aspettando di sentirla morire, mi sono concentrato su una poesia di Neruda di cui non ricordavo il titolo. Ed è finita che, togliendomi, ho cercato su internet il titolo. (Ode al giorno felice, comunque. Una delle più belle poesie)
  • di quella volta in cui, con grande capacità ginnica, ho preso la situazione in mano, prendendola in braccio e spingendola contro la porta. Non ha aiutato essere stati chiusi in una stanza di un ristorante. Nemmeno il fatto che nella stanza a fianco ci fosse un matrimonio. Nemmeno il fatto che, alla fine, la porta era solo appoggiata.
  • Di quella volta in cui, seduti in macchina, ci siamo decisi a partire, in senso metaforico. E siamo partiti. Ed è partita anche la macchina. Lentamente. Verso un palo della luce. Abbiamo comunque, prima di tutto, finito quello che c’era da finire. La macchina era sua. Anche la dignità. Io ci avevo solo messo me stesso.
  • di quella volta in cui, troppa birra cazzo, troppa birra, ho sentito il mio braccio sinistro collassare, esausto, e sono caduto su di lei. Ruttando, per altro.
  • Di quella volta che, le scale di una cantina, il buio e il freddo, nel mentre del gesto atletico, ho fatto tre scalini con le ginocchia. Un dolore enorme, e la grande certezza del mio desiderio rimasto immutato. A conferma della forte propensione del mio cazzo a passare sopra ai dettagli come una sospetta frattura del menisco.
  • di quella volta, sul ponte di un traghetto, in cui, rotolandoci dentro a un sacco a pelo, abbiamo deciso di giocare. E mi sono tolto la maglietta, lanciandola. E le ho tolto la maglietta, lanciandola. Però, in mare. Poco male, dirai. Molto freddo, ti assicuro.

A presto. Vado, cullato dal sogno di un Lollipop, a godermi il tramonto di Libeccio.

 

 

 

 

Amy hit the atmosphere 

Una delle tecniche più efficaci per entrare im sintonia con una persona è allineare il respiro. Un gioco divertente, in pieno stile da programmazione neuro linguistica e altre cagate da coach, che però funziona. 

Osservate la persona che avete davanti. Ha un respiro alto, di petto, o basso, di pancia? 

Ha un ritmo spedito, oppure calmo? 

Sono nasali o a bocca, i respiri?

C’è un forte vento da Ovest, che ha portato anche una odiosa e fitta pioggia, gelata, che mi è entrata anche nei calzini. 

Pensi sempre che viaggiare con questo ritmo sia molto figo. Ti dimentichi cosa voglia dire lavorare tutto il giorno, recuperare gli arretrati di notte, inzupparsi nel mezzo di un cazzo di terminal, recuperare un asciugatore, imbarcarsi, volare a cena a due ore di distanza. Stirarsi il completo. 

Ordini la colazione in inglese, la cena in spagnolo, rassicurando casa in italiano. Senza dimenticarti di fare un po’ di sana ginnastica, guardando un film distrattamente e senza volume. Senza dimenticarti di ritagliarti una mezz’ora, di notte, per fare due passi, osservando tutto intorno, che è un modo gentile per dire che ti guardi dentro. 

Un forte vento da Ovest. Decolliamo ballando. Non riesco a leggere, allora mi metto a respirare come la hostess che ho seduta davanti a me. Ha un respiro calmo, gonfia il petto, lo distende, un ritmo piacevole. 

Quasi rilassante. 

Seguo il movimento appena percettibile della camicia.

Si accorge che la guardo, fissa, da minuti, che nel galateo moderno sono ore. 

Sarebbe inutile spiegarle cosa sto facendo. In queste situazioni bisogna tenere, serenamente, il pezzo. 

Passi per maniaco. Ma sai cosa cazzo me ne frega, mi son sempre detto. 

Inaspettatamente sorride. Ha una bellezza particolarmente nordica. Bionda, alta, con la pelle chiara. Piccole cicatrici sul gomito sinistro, orologio di plastica, un velo di cellulite, e occhiaie da serate più lunghe di quanto dovrebbero essere. 

Ricambio il sorriso. E respiro con lei. Il respiro si fa più veloce, questo cazzo di aereo balla davvero tanto. Si tiene con la mano al cinturone che le blocca le spalle. Io adoro i piccoli vuoti. Ti ricordano quanto tutto sia appeso a un filo. Basterebbe un attimo, perchè morissimo tutti. Invece no. Si balla solo. Tanto. 

Il mio socio cerca di dormire. Impossibile. 

Si gira verso di me, mentre affondo un sorriso di risposta alla hostess. 

Ride. 

Lui. 

– cazzo, fai impressione, però. 

– giocavo con il respiro

– quelle cazzate da coach

– proprio quelle.

– sai che le hostess, ho letto, hanno una vita sessuale molto disordinata?

Io lo adoro per molti motivi, uno dei quali è la quantitá impressionante di inutili informazioni che ha immagazzinato e che reperisce con facilità per intavolare discussioni assurde. 

Le nostre discussioni sono di tre tipi.

Ci azzanniamo. Un leone e una tigre. Succede. Ho molto rispetto, ma mordo. Lui ha molta pazienza, e artigli molto affilati. Solitamente, leccandoci le ferite di due orgogli molto ingombranti, beviamo una birra per chiudere la cosa. 

Ci istighiamo. Questo succede più spesso. Costruiamo progetti di sei anni in quattro minuti. Vede le cose con uno spettro molto simile al mio. Con più esperienza. Costruiamo case che poi distruggiamo, oppure discutiamo di progetti che sappiamo benissimo essere inattuabili. Ruba tempo, molto tempo. Ma è ormai insostituibile. 

Oppure cazzeggiamo, su argomenti assurdi, citando fonti incredibili, portando una discussione sugli aeroporti dritta sulla filosofia occidentale, per poi tornare sull’abuso di colori primari nell’uso delle divise delle compagnie aeree. Discorsi senza capo ne coda. Sospesi nel tempo di una sigaretta o di un caffè. 

Passiamo molto tempo in silenzio, anche se lui dice che parlo molto. 

– posso dirti la verità?

– sul gioco di sguardi con la cavallona?

– sul fatto che in dieci anni di viaggi in aereo non ho mai nemmeno valutato l’ipotesi di fare del sesso con una hostess

– sei falso come giuda.

– ok. Forse un paio di volte. 

– già meglio. 

– ma mancherebbero le basi per una qualsiasi storia. Odio la vita divisa a turni. Infermiere, dottoresse, hostess. Proprio non ce la faccio. 

– non capisco

– non capisci perchè tu sei un uomo diverso da me. 

– …

– io, ad esempio, alla fine di questa cazzo di settimana, sei aerei, tre hotel diversi, due fiere, tre cene di lavoro, e tutto il resto, vorrei solo trovare la mia donna nuda, che mi aspetta, per coccolarmi, prendermi, massaggiarmi, tenermi con se. Addormentarmi nel grembo di una donna. Cazzo, questo solamente. Anche solo un’ora. 

– hanno ragione i ragazzi, sei frocio. 

– non sono frocio. Ho una chiarezza diversa dei bisogni primari. 

– ma vaffanculo va. Torno a dormire. Tu torna a giocare con la cavalla bionda. 

Ci penso, mentre cerco di trovare un’inizio e una fine negli appunti che ho preso oggi. 

Ho una vita davanti. Questo è sicuro. Un pezzo alla volta, questa vita che ho davanti, sta prendendo forma. 

È una forma che ti piace?

È questa la vita che sognavi da bambino? 

Cosa ti manca?

Ho ricevtuo molto amore. In tempi e modi diversi, da persone diverse, capaci di amare a loro modo. 

Vorrei solo una pancia dove appoggiarmi, fosse casa mia. 

Vorrei una compagna fidata. 

Ci sono momenti in cui, penso, va così. Spingo come un matto fuori, lasciami avere il mio riposo. 

Non so se capisci cosa intendo. Non voglio nient altro che una destinazione. 

Vivo di cambiamento. Mi sta bene. Posso accettare quasi tutto. 

Ma vorrei solo fermarmi. 

Certi giorni. 

Mentre atterriamo mi rimetto a giocare con gli sguardi e a chiacchierare con il mio socio. 

Stasera lo porto a cena in uno dei miei posti preferiti.

Si mangia con le mani.

Si ride con la bocca.

Si balla e si canta.

Si beve.

Uno di quei posti che rimediano solo un po’ alla malinconia.

Mentre scendiamo, gli do in mano un foglietto, scrittura tremolante. 

Il numero di telefono della hostess. Emy. 

– dallo ai tuoi, visto che per loro sono frocio. Sapranno loro cosa fare. 

Io e Te

  • Sai quando inizia la vita?
  • no, cioè lo sapevo, ma adesso non so più un cazzo.
  • Ok, te lo dico io.
  • grazie
  • La vita inizia quando hai perso tutti gli appigli. Hai mai sognato di scivolare, di cadere, di essere sommersa?
  • incubi, si forse.
  • Ecco. La vita, inizia in quel momento.
  • è una sensazione brutta.
  • quale?
  • cadere
  • è solo quando hai perso tutto, che puoi rimettere insieme le cose che vuoi davvero
  • sembri sempre sicuro delle cose che dici
  • questa è un’altra grande fortuna che ho
  • quale?
  • non ti dico cose. Ti racconto cose che ho vissuto.
  • Tu sei caduto?
  • molte volte
  • fa male?
  • impressionante. Vorresti morire piuttosto. Ti senti stupido, fuori luogo, inutile. Spacciato, condannato.
  • e come si fa?
  • niente, ci si dispera, la prima volta. Poi succede qualcosa. E ti rialzi. Semplicemente
  • solo?
  • si. Naturalmente. Ti rialzi. Togli il fango dalla faccia, e riparti.
  • sembra facile.
  • è la cosa più naturale del mondo.
  • non so se sono pronta.
  • no che non lo sei.
  • cazzo
  • beh, non prendertela.
  • io voglio essere pronta
  • lo sarai
  • cosa devo fare?
  • amare.
  • ho amato e sono morta.
  • Amare. Senza smettere. Senza aspettarti indietro nulla. Senza averne paura. Lasciando che la cosa, semplicemente, sia la più importante della tua vita.
  • sai cos’è l’amore?
  • credevo di saperlo
  • bene. Corri ad impararlo di nuovo. Prendi botte. Rialzati. Prendine ancora. Rialzati.
  • una lotta.
  • una lotta. Avrai tempo, poi, per riposarti.
  • ho voglia di piangere.
  • questo è novembre.
  • in che senso
  • nel senso che a novembre a fare questi discorsi ti viene sempre da piangere.
  • dici?
  • dico.
  • tu piangi mai?
  • molto poco. Ma lo faccio
  • le donne piangono di più.
  • falso.
  • io piango molto
  • è questione di tempi e modi.
  • Voglio potermi sentire libera.
  • allora combatti cazzo.
  • contro chi?
  • ottima domanda
  • vero?
  • l’unico nemico che hai sei tu.
  • siamo a posto.
  • davvero
  • non lo metto in dubbio.
  • ammazza il vecchio te, la vecchia versione. Falle un funerale bello, e poi rialzati e parti!
  • ho paura
  • quello è un bene
  • mi sento a pezzi
  • io ti sento libera e pronta.
  • lo sono?
  • sono sicuro di si.
  • sarò mai felice ancora?
  • dipende, solamente, da te.
  • solo da te.
  • posso piangere un’oretta?
  • si ma non adesso. Fallo quando abbiamo finito di parlare.
  • tu mi fai piangere sempre.
  • bene. E’ un buon segno.
  • fanculo Franz

Il fattore terra

Mi piace un sacco una definizione delle differenze tra rugby e calcio, credo di Paolini, che sono come la prima e la seconda guerra mondiale.

La seconda guerra mondiale è stata una guerra di operazioni trionfali, annunciate, sbandierate, spesso fallite, di blitz, di mordi e fuggi, di colossali manovre di accerchiamento. Il calcio è un blitz, un colpo di genio del singolo, con la squadra quasi a seguirlo per forza. Il calcio è, ne converrete, poco armonico. E’ un assolo. Un coro di solisti.

Il fattore decisivo della prima guerra mondiale è stato il fattore terra. La prima guerra mondiale si è combattuta, tutta, sulla terra, in trincea. Guadagnando metri. Si avanza tutti, dalla trincea, o si muore tutti. La fottuta fanteria. Che è un corpo leggero, per manovre agili, fatto diventare pesante, per una lotta, al metro, al centimetro.

Il rugby è così.

Si avanza tutti, o non avanza nessuno.

Ci sono i ruoli, nel calcio. E un grande scarico di responsabilità. Insomma, se l’attacco non va bene, sarà mica colpa del portiere. Se la difesa buca, il fuoriclasse in attacco non ci può fare molto…

Non ci sono i ruoli, nel rugby. Sei magro, smilzo come me, fai l’ala, sei grosso, stai in centro. Ma tutti, tutti, si porta avanti la palla, oppure la si cerca di fermare.

Il rugby sembra molto stupido, ma è molto più difficile degli scacchi.

Per una semplice ragione: il fattore terra è fondamentale.

La terra nel rugby è sul campo, ti entra sotto pelle, facendo tante cicatrici, nei capelli, in gola.

La terra è il posto dove passi più tempo, nel rugby. Per forza di cose sei sempre per terra.

Fa male, a volte.

Ma lo fai.

Nel rugby ti devi preoccupare anche dei tuoi compagni, perchè se resti solo, lo dicono i numeri, sei spacciato.

Hai bisogno della tua squadra, e nella tua squadra servono tutti.

Io il fattore terra lo conosco molto bene. Talmente bene da non essere capace di insegnarlo. Perchè lo do per scontato.

E di fondo, odio il calcio per questa ragione. Passi la palla e scappi. Aspetti che ti arrivi la palla.

No. Tu sei dietro alla palla,e tutti spingono. Come matti.

E’ dentro di me, questa cosa.

Ma, per la prima volta nella mia vita, mi sono dimenticato di spiegarla.

Mi sono ritrovato in un Apple Store, alle nove della mattina. Sono comode le sedie di legno, sterili come quelle dell’ospedale, per pensare.

Mi sono trovato talmente bene da aver deciso di passarci tutta la mattina.

Pensando al fattore terra.

Io ho amici che non mi lascerebbero mai indietro.

Per il fattore terra. La palla si porta avanti insieme.

Io, di fondo, non ti lascerei mai indietro, per il fattore terra.

Perchè in meta ci andiamo insieme. Oppure non ci arriviamo, ma avendoci provato in due.

Io, è questo che non capisci, tu che leggi, non ho mai lasciato indietro nessuno.

Non posso farlo.

Le regole del gioco non me lo permettono.

E’ solo che una squadra ha bisogno di tempo per capire come rispondere, come passare, come giocare al meglio.

E mi sono dimenticato di dare alla mia nuova squadra il tempo.

Un errore imperdonabile.

Un’altra cosa mi hanno insegnato, i giocatori con i nasi rotti e i lividi sulle mani: che non esiste sconfitta.

Si può perdere, e si riparte.

E, a dire il vero, questo è quello che voglio fare.

Ho avuto squadre diverse, in passato.

Devo solo prendere il ritmo.

Eliminare i calciatori.

Che per forza di cose non capiscono. Sono due sport troppo diversi.

E prendere per mano la mia squadra e ripartire.

E lo farò.

Vincendo.

Questo, però, era scontato.

Di Notte (crudo)

Se ci pensi, più che breve, la vita è una sola. Una sola vita ti è data. Se ci pensi, è sorprendente quanta spazzatura ci mettano, spazzatura inutile, dentro la vita, alcuni uomini, certe donne. 

Mi scivola addosso questo pensiero, mentre sto seduto ai piedi del letto del Piccolo, ascoltandolo respirare profondamente. 

Molti invidiano il sonno dei bambini. Io no. Invidio i sogni dei bambini, anche gli incubi. Dove, ancora, tutto è possibile. Crescendo, togli potere e responsabilità ai tuoi sogni, e li macchi indelebilmente con la noia del tuo realismo, che a ben guardare è un pessimismo lavato con un pessimo candeggio. 

Non te ne accorgi, ma hai smesso di dare una chance ai tuoi sogni. Li blocchi, ferocemente attaccato a tutto quello che hai. 

La vita ti scorre addosso, accetti lentamente che ti levighi, come un sasso. Cambi sempre meno, accetti che anche gli altri lo facciano. Resti sulle tue posizioni, ti fidi delle opinioni di altri, guardi passare le occasioni. 

Dai la colpa a un figlio, come se un figlio potesse portare le tue colpe davvero. O a un destino, che immagini molto impegnato a fottere proprio te. 

Di notte leggo, studio, scrivo. Adoro il silenzio della casa vuota. La pesantezza degli occhi. È il mio modo di combattere contro il tempo. L’antitesi della fretta. Perdersi dentro un libro, una storia, scrivendo racconti o poesie che nessuno leggerà. 

Non ricordo esattamente quando ho iniziato a farmi un idea che questa vita sia da vedere più come unica che corta. 

Il tempo passa veloce, oppure non passa mai. La vita è corta se non fai quello che vuoi davvero. 

Ma resta, resterà, sempre unica. 

Non puoi cambiare la tua vita con quella di qualcun altro. Non funziona. È un sogno da bambino, in un corpo da adulto. 

Puoi però incominciare, ci vuole tempo, ad ascoltare i cambiamenti, come fossero onde, che arrivano a riva. 

E decidere di non spaventarti. 

E decidere di provarci. 

Stasera non leggo, non scrivo. Resto al buio, seduto ai piedi del letto di un bambino di quattro anni. Che, a giudicare dal respiro, sta facendo un sogno di pace. 

Bevo piccoli sorsi di rhum. Quasi lo volessi fare sottovoce. 

E penso. 

Pensare in silenzio, senza fare niente, è un’altra cosa che hai smesso di fare. 

Hai comprato una televisione, facebook, whatsupp, hai tutto quello che ti serve per non sederti mai da solo, a pensare. 

Eppure, pensaci, provaci, la vita che stai vivendo è unica. Hai solo questo tentativo. Sei sicuro di volerti giocare le tue carte così. Sei pronto a perdere l’amore della tua vita, per salvare la noia del tuo destino?

Sei pronto a non accettare una sfida, per giustificare le tue paure?

Ti hanno insegnato che resiste al mondo il più forte. 

Ti hanno insegnato male. 

Resiste il più duttile. 

Quello che si adatta meglio al cambiamento. 

Ma tu vuoi esistere o resistere?

Mi chiedono spesso, persone diverse di importanza diversa, della felicità di mio figlio. 

Come se tutte le mie scelte fossero legate alla felicità di un bambino. 

Ci penso molto, questa notte ho deciso di pensarci a fondo. 

So che non lo abbandonerò. Mai. Mi costasse la vita. 

So che voglio educare un leone, come il padre. 

Che impari a perdere, a vincere, a ridere e a vivere. Tutto con la stessa leggerezza. 

Che non rinunci a nulla. Mai. 

Ti chiederai solamente, tra molti anni, quanto hai amato. 

Sarà l’ultima feroce domanda.

Non quanto hai sopportato, tollerato, mal digerito. 

Quanto hai amato.

Perchè non lo hai fatto? Per tuo figlio. 

Hai confuso la tua vita con quella di tuo figlio, quindi. 

Bene. 

Il primo che non hai amato sei tu. 

Pensavo a questo. 

Lo ascolto russare. 

Bilanci 

Mi sono fatto un promemoria, sei mesi fa, con scritto: “fai un bilancio”. 

Il telefono si è illuminato mentre correvo, nuvole di umido che escono dalla bocca, muscoli che fanno un male cane, corpo che risponde con un ragionevole ritardo. 

Non me lo scrivo spesso, di fare bilanci. Me lo ha insegnato un giovane professore del Politecnico, a cui voglio molto bene, per le cose che insegna. 

Mettiti un promemoria, ogni tanto, per fare un bilancio. 

Eccolo. 

Sei mesi fa ho aperto una società, in un bellissimo pomeriggio di sole, festeggiando il versamento di tutti i soldi che avevo sul conto in banca con una bottiglia di Prosecco insieme al mio socio. 

È una sensazione strana. 

Il mio socio non lo cambierei con niente al mondo. Il mio nuovo lavoro nemmeno. 

La mia nuova vita, a dirla tutta, nemmeno. 

Ho, tecnicamente, aperto una start up. Che è un termine molto figo per definire la cosa. In verità, il 70% delle start up fallisce nei primi 24 mesi. Ne sopravvivono davvero poche. Mi ci sono giocato i risparmi di una vita, la reputazione, e un sacco di tempo. Preferirei non fallire. Diciamo che non è nelle opzioni. 

Vengo da una famiglia che vede nel lavoro dipendente l’unico futuro sicuro. Quando ho annunciato che avrei aperto una società, a pranzo, l’entusiasmo della reazione è stato lo stesso che un uomo ha guardando un documentario sulle emorroidi. 

Peraltro le emorroidi colpiscono quasi il cinquanta per cento della popolazione adulta. Un documentario. ne desumo, è utile per molti. 

Comunque. 

Un bilancio si fa quando si vuole chiudere un argomento. 

Non posso fare bilanci. 

Guadagno meno di un terzo di quello che guadagnavo sei mesi fa. Lavoro una media di dodici ore al giorno. Guido una macchina senza sedili di pelle, senza tutti quei pulsanti magici, ho un ufficio che sembra un loculo. Avevo due splendide assistenti. Beh, splendide non propriamente, ma molto brave, presenti, materne. Ci ripenso ogni volta che non trovo l’acqua sulla scrivania, oppure due rametti di lavanda che Elena rubava dalla pianta all’ingresso. Dove sono ospite, si paga anche il caffè, cosa che io trovo barbara, per cui lo offro a tutti quelli che incontro, che finisce che di caffè spendo venti euro al giorno. 

Ma queste cose, io, le avevo messe in conto. 

Faccio una vita strana. 

Ho assunto due persone. Una bionda. Per dio, una bionda ci deve essere sempre. È bella e buona, nel senso che ha una bontà enorme. Mi guarda con diffidenza. Io la guardo con tenerezza. Ogni volta che la vedo, penso che le devo pagare lo stipendio. Prima avrei pensato alla strada più breve per raggiungerle le tette. Invece penso al modo più veloce per mantenerla. È come se mi fosse cambiato il punto di vista. 

Giusto stasera mi sono arrivate le casse dello stereo per l’ufficio. Non ho mobili, ma almeno ho la musica. Canto spesso. Mi prendono per pazzo.

In verità mi prendono per pazzo anche quando non canto. Ci sono abituato. 

Mi ricorda quando giravo per l’ufficio a Parigi, con gli sguardi di venti persone addosso. 

Molte volte mi fermo a pensare a quello che ho lasciato. Sorrido. Succede. 

Sono tornato a divertirmi un sacco. Lavoro divertendomi. Lavoro tantissimo. Pranzo due volte alla settimana e lavoro quattro notti alla settimana. Il tempo non mi spaventa. 

Aspetto, ovviamente, i risultati. 

Ho bevuto per festeggiare il primo successo, una bottiglia di Strangola Galli. Tengo, ovviamente, la bottiglia. Ricordi. 

Fai un bilancio. 

Non ho rinunciato a nulla di fondamentale nella mia vita. Leggo, surfo, vado in moto, curo le orme di mio figlio, mi occupo del mio amore, coltivandolo come un fiore nato da poco. 

Morissi domani, morirei felice. 

Di una felicità appena iniziata. Per questo non vorrei morire domani. 

Non vorrei nemmeno diventare quel genere d’uomo che fa bilanci dopo sei mesi.

Una sera, durante le vacanze di natale, voglio rimanere solo in ufficio. 

Come ho sempre fatto.

Slacciarmi la camicia. 

Aprire una bottiglia di vino. 

E bere alla mia salute. 

Altro che bilanci 

riassumi, cazzone

Harry e Sally, dialogo in costume ( tardo settecento)
– bene. Ne deduco che siamo spacciati

– convengo, e piacevolmente mi sorprendo del tuo uso del plurale. Sei mia complice. 

– assumo che anche lei lo sappia

– desumo. Meglio desumo. Comunque si.

– bene. È sedici minuti che parliamo come due del tardo settecento. Lei lo sa?

– cosa?

– che facciamo queste cose

– ovvio. Sa tutto.

– bene. Pechè io, in tutto questo, sono dell’idea che noi si debba continuare a parlare così, per sempre. 

– Giammai.

– serio. Lei è Lei? Quella maiuscola, che finisce che poi nella vita ci sarà solo lei, nient’altro, lei sarà musa, puttana, amica, madre, inizio, fine, e tutto quel magico incastro che i comuni mortali chiamano amore?

– ne ho la certezza matematica

– mi fido.

– fai bene

– hai un piano?

– scopare fino a svenire è un piano?

– mah. Direi di si. 

– ottimo. Ho un piano. 

– serio. Hai un piano?

– ricordi quando parlavamo nudi dell’amore?

– si. Vuoi che le scriva un ode al tuo cazzo per convincerla del tuo piano? Sappi che posso farlo, ma solo per sentito dire e visto alla lontana, e la cosa renderebbe il tutto disonesto. 

– parlavamo dell’amore. L’amore non ha un piano. Vive. Le persone aspettano, o rincorrono. L’amore vive. Io questo voglio fare. Vivere. 

– bene. Anche perchè ammazzarti non sarebbe bello. È così anni ottanta. 

– Vivere con una certezza. Una sola. Lei sarà la mia vita. 

– Dio, ho il diabete. Ma è molto fico.

– molto vero.

– secondo te lei è pronta a tutto il pacchetto?

– tutte le cose che ne conseguono?

– si. Le due tonnellate di merda che mangerà per almeno due anni. 

– la metti giù facile

– è giusto essere realisti

– comunque no. Non è pronta per un cazzo

– perfetto. Allora è quella giusta. 

– prego?

– una pronta lo avrebbe fatto con chiunque. Se sarà pronta, vuol dire che lo vuole fare con te. Per una volta sola. Anche perchè, in effetti robe così si fanno una volta sola. 

– bel punto di vista

– sono lucida.

– vado.

– scrivi?

– si

– per me?

– per lei.

– bene. 

– addio madamigella

– cazzone, senti una cosa

– dimmi

– scopate, per dio. Fatelo. Domani, subito, il prima possibile. 

– ci provo

– ci conto. 

Tre

Tre modi diversi di dire la stessa cosa

Non ditele che è così:

Due porte dorate si aprono, sembra un set di un brutto reality. Certe volte il lusso blasfemo si riduce a brutti set cinematografici, e tu, inconsapevolmente ci finisci dentro, maledetti architetti.  Comunque. Il resto scompare. Succede così quando entra lei. Tutto il resto scompare. Non credo si possa spiegare diversamente. Come fosse un raggio di sole inaspettato in una vita di pioggia e temporali. Come se fosse il vento caldo, Scirocco, lei è lo Scirocco che soffia quando non speravi più nell’estate. Lo hai sentito, lo Scirocco, soffiare caldo, umido e confortevole, proprio quando non te lo aspettavi, sulla riva del mare. Il resto del mondo si scioglie, come fosse gelato al sole, davanti a lei, intorno a lei. Tanto da farmi sospettare di avere qualche brutta cosa agli occhi. Solo che, non essendo la prima volta che mi succede, ho capito che è lei che lo fa succedere, non i miei dannati occhi.  Hanno visto tanto, questi occhi. Niente come lei. Tanto da farmi pensare a quanto tempo io abbia buttato via, con questi occhi. Lei ti fa supporre, senza poi nemmeno fare nulla per farlo, che tu sia, serenamente, un coglione. Perché solo un coglione lascerebbe passare tutto questo tempo per vederla, come il sole all’improvviso, apparire nella propria vita.

Tante cose succedono, quando arriva lei. Mi sto, lentamente abituando. Confesso che le prime volte sono state particolarmente impegnative. Lei è come la prima sessione estiva d’esame, che tra il caldo, la noia e la paura, poi arrivi impreparato, e ti fai sorprendere sul più bello, ma ti ripeti che la risposta la sapevi, cazzo se la sapevi, invece non ti viene niente da dire e anzi, scena muta, paralizzato, come un pesce rosso. Sembri stupido come un pesce rosso. Punto. Lei ti paralizza. Io, mi sto abituando. Mi fa un bene enorme. Lei. Difficile da spiegare, facile da capire.  Mi fa sorridere, senza una ragione. Sorrido per lei. Mi fa amare, come fossi un bambino. Mi vuole così. No, non fraintendete. Mi vuole come uomo. Me lo fanno capire le mani che strappano i vestiti. Mi vuole come compagno, me lo fa capire il passo che mi aspetta e mi precede. Ma mi fa amare come un bambino. Vuoi questo, le ho chiesto? Si, ha risposto. Allora da quel momento, amo fino a che non mi scoppia il cuore. Amo per due. Per me e per lei. Voglio farlo. E’ come se lei fosse diventata un ritmo, inconsapevole, del mio esistere. Il mio secondo respiro. Amare per due, per me e per lei, è diventato il mio segreto.

Quando la vedo, dimentico tutte le cose che ho dovuto passare per arrivare dove sono. E’ come se fosse un traguardo, un punto di arrivo. Avete in mente i maratoneti esausti, che tagliando il traguardo si accasciano a terra, annaspando gioiosi? Eccomi. Lei è la fine della mia maratona. L’inizio di tutto il resto. Quando su “tutto il resto” non ci avresti puntato nemmeno un soldo bucato.

Ogni volta che la vedo arrivare, ogni santissima volta che mi arriva addosso, penso sempre la stessa cosa.

Ma come ha fatto Dio a disegnare la bellezza in maniera così precisa?

Sembra una domanda stupida. Tutt’altro. Fidatevi di me.

Succede questo. Lei mi arriva davanti. Lo fa camminando piano, con una faccia sempre un po’ nervosa, con gli occhi che mi cercano, con le gambe che mi chiamano.

E io sento un male enorme al cuore. Sempre.

Poi, per carità, ho anni d’esperienza per mascherarlo. Ma, mi crolla il mondo addosso. E non era mai successo.

Lei, di tutto questo, per fortuna, non si accorge.

No, non è tanto nel suo modo perfetto di contenere tutta la bellezza del mondo in un elenco di particolari che confermano anche agli atei l’esistenza di un dio buono, pacioso, molto propenso alla bellezza e alla sua diffusione. No. Quei particolari li vede chiunque. Infatti, tutti le dicono, sei bella. Per forza, idioti! Lei è la bellezza, racchiusa da un dio buono nel quale vi ostinate a non credere, in quel perfetto modo di portarla in giro.

No, non è quello.

E’ che io, io medesimo, per quella bellezza avrei dato tutto, perché insieme arriva anche il suo carattere.

Ha un carattere che fa l’amore con la sua bellezza. E partorisce sorrisi, sguardi, parole, che possono solo che confermarmi, e lo fanno di continuo, che ho buttato via un’intera vita. Quando invece potevo, avrei potuto, semplicemente, aspettare lei. E’ una donna, penso sempre, quando la ascolto. Mi perdo nelle sue parole, come i bambini si perdono con un gioco nuovo. Dentro i suoi discorsi sento tutta la pace di un nascondiglio sicuro.

Insomma, senza volermi dilungare troppo, lei entra, mi sparisce il mondo addosso, non ho le forze nemmeno per respirare, ma lo faccio, e sputo un sorriso di circostanza che vorrebbe essere sereno e calmo.

E penso: ma come cazzo faccio, dopo, a lasciarti andare via? Perché, poi, dovrei farlo? Pazzo si, ma scemo no. Io vorrei dirtelo, proprio mentre cammini verso di me, che sei la mia perfezione, che sei il mio tutto, che le tue mani mi completano, che il tuo sguardo mi buca la pancia, arrivando al cuore, diretto come quando cerchi con le labbra il mio collo e mi annusi. Mentre mi annusi, è già successo, io mi sento definitivamente spacciato.

Sarò sincero con voi.

Io ho visto molto. Molto più di quanto fosse lecito vedere. Per scelta. Pensavo di aver visto tutto. Ho voluto vedere molto, ho cercato di vedere sempre di più. La curiosità mi ha portato in posti, situazioni, momenti, molto diversi tra loro. E pensavo, alla fine, di aver visto quasi tutto. Molto, diciamo. Abbastanza, sicuramente.

Raramente mi sbaglio. Lei, purtroppo, è la conferma vivente che mi sono sbagliato.

Ah, per vostra informazione, lei di tutto questo non sa nulla.

Sono la punta di un iceberg che si scioglie al sole. Lei, sarete d’accordo, è il sole.

Questo, sempre per dovere di cronaca, è fondamentale che voi lo sappiate. Riesco ancora a tenere in piedi una commedia facciale che la convince che io, me medesimo, ero qui per caso, insomma che lei sia anche fortunata ad avermi incontrato, che non ho nemmeno tanto tempo da darle, che farebbe meglio a muoversi, che io sono io.

Un teatrino che mi costa uno sforzo enorme.

Stronzate, ragazzi.

Io per lei posso anche stare qui, in piedi, adesso, per due ore ad aspettare. Ho aspettato una vita. Due ore sono uno scherzo.

Io, per farvela breve, in questa battaglia che è l’amore, al momento sono KO tecnico, fine prima ripresa, con il mio allenatore che buttandomi acqua addosso mi dice:

Dai cazzo, sei grande, ce la puoi fare. Hai combattuto incontri peggiori. Forza, ragazzo.

Ma forza un cazzo. Io per lei posso morire. Ma si sa, gli allenatori non capiscono mai un cazzo. Siamo noi pugili, alla fine, quelli che prendono le botte vere.

Tutti capaci, con l’acqua fresca, a bordo ring, a predicare. Trovatevi voi davanti a una così. Solo di camminata, tacco e coscia, vi lascia morenti. Poi vi finisce con quel pezzo di schiena nuda. Nel caso foste ancora vivi, vi ammazza con un sorriso. Ecco, lei è questo: ha armi che pochissime donne hanno, e per finirti usa un sorriso. Io sono stato finito molte volte. Ho nove vite, come un gatto. No, non ne hanno sette. I gatti come me ne hanno nove. Due di bonus. Me le sono giocate quasi tutte. Le mie vite. Facendomi la pelle dura, morendo sempre meno, e sempre più per cose difficili.

Un sorriso, capite? No che non lo capite. Nessun cuore può sopravvivere a tutto questo.

Basta, fratelli. Guantoni appesi al chiodo. Io desisto. Ho trovato l’unica cosa che avrebbe potuto farmi fermare.

Io sono, penso mentre mi cammina incontro, finito. Scandisco bene in testa: fi ni to. Ho finito. Sono morto. Per amore. Vorrei ci fossero testimoni, ogni volta che la incontro. Giusto per raccontarmi la mia faccia, mentre muoio.

Non so nemmeno che cosa dire, esattamente.

Lei non lo sa. Non sa di essere tutto questo per un uomo.

Esiste, vorrei dirle, una donna così per ogni uomo. Lo dice la scienza. Io, a conferma che la scienza è anche molto buona a volte, ti ho trovata.

Non so bene cosa si debba fare in questi casi.

Per questo, vado a braccio. Faccio così nella vita, quando la vita mi spiazza. Vado a braccio.

Tu, meriteresti molto di più. Solo questo ti dico.

Ah, no. Resterai nel mio cuore, che tu lo voglia o meno, per tutta la vita. E’ come se il mio cuore fosse stato disegnato per te. Ecco perché ti calza così bene.

Invece, questo è il bello, mi esce solamente

“buongiorno. Ti va un caffè?”

Il Marchio

Respiro ascoltandola ansimare. Ha un ritmo nel suo ansimare, che seguo con le mani. Le mani, le mie mani, sanno esattamente cosa fare. Non so come, a dir la verità, sia successo, che le mie mani sappiano così bene cosa dover fare. Ma lo sanno. Sento la sua testa scomparire sotto la mia, accompagno le sue labbra in una danza di desiderio, fame, oblio. Con la lingua le chiedo permesso. Va tutto al contrario. Io non ho mai chiesto permesso. Fai piano, mi risponde la sua lingua. Poi intervengono le sue labbra, che dicono esattamente il contrario. E così non si fa, penso io. Fa un caldo fottuto. Ha un neo, proprio sopra l’anca destra. Lo ritrovo dall’ultima volta. Era un confine, quel neo, che il mio dito aveva sfiorato ma non oltrepassato. Era. Sento il suo respiro accelerare. Sento il mio seguirla. Sento tutta la sua voglia, il suo desiderio che si confonde con la mia fame.  Per un secondo realizzo che, questa voglia, questo desiderio, lo vorrei tutto per me. Solo per me. Impossibile. Ma è quello che voglio. Sento il mio bacino spingerla contro il muro, per dirle questo. Si fa accompagnare, in questo ballo di carne, di caldo, di casino, come si fidasse della mia mano sinistra, che le tiene il culo. Sta tutto nella mia mano, quel culo. Questo lo sento. E mi fa salire una fame enorme. La sento, la riconosco. Voglio ogni singolo centimetro di questo corpo, adesso, per me. Niente di strano. Come fosse un segno di rispetto, non salgo oltre la pancia con le mani. Ma prendo il collo, tirandole appena i capelli, per tenerla. Come volessi dirle, questo sono io, eccomi per davvero. Questo sono io, questa è la mia fame. Atavica. Da sempre è così per me. Io voglio questo, io mi prenderò questo. Un suo bacio, più esattamente un suo mangiarmi le labbra, mi dice che è arrivato il momento. Quel momento lo conosco molto bene. E’ la fine della caccia. La preda, sfinita, si arrende. Il leone può mangiare. Le allargo le gambe, spingendo dolcemente con la mano. Lei mi ha spogliato, strappando quasi la camicia. Sento il mio desiderio combaciare con la mia fame. Sono pronto a prendermi quello che voglio.

Poi, un preciso istante. Una frazione di secondo. Scende, scivolando contro la parete. Senza nemmeno guardarmi. Si prende tutto il mio desiderio, tutta la mia fame. Lo fa in un modo incredibile. Solo per lei. Questa cosa, non è per me. Non esiste noi. Esiste lei. Sento le sue labbra, sento le sue mani. La guardo. Non ho mai sentito niente di simile. Non ho mai sentito una donna prendersi il mio desiderio, solo per lei. E’ una questione tra lei e il suo desiderio di me. Niente di più. Posso solo che guardare, e goderne.

E’ qui che è successo. Che non lo avrei mai detto. Conosco questo leone. Adoro questo leone. I leoni cacciano in due modi. Sfinendo la preda, una caccia lenta, lunga, studiata. Oppure aggredendo. I leoni giovani, aggrediscono. Il rischio è alto. Si rischia di perdere tutto, a cacciare così. Io sono rimasto così. Adoro questo mio lato. Non so perché. Ma lo adoro. Posso prendere quello che voglio. Lanciandomi, ascoltando le mie zampe, il mio corpo, la mia criniera, i miei denti. Lo faccio ovunque. Ho perso, qualche volta. Prede scappate. Il rischio di correre di fronte alla preda, ruggendo. Non so da dove viene, questa cosa. Ho imparato che è parte di me. In tutta la mia vita. Io sono questo modo di cacciare. Io faccio così con tutto. Ecco, riassunto, cosa sono. Fame, forza, fiducia.

E’ qui che è successo. Mi fermo. Le prendo la testa. La tiro verso di me. La bacio. Ma è successo qualcosa. Ancora, come sempre, in un suo bacio, posso perdere l’orientamento. Ancora, per il suo corpo, io posso morire di desiderio. Ancora, è lei. Le bacio il collo, riprendendo il suo ventre con la mano. Sento di avere tra le mani una donna. Riconosco la sensazione. Ma è diversa. Sento di avere per le mani una donna che si è abbandonata a me. Le allargo ancora le gambe. Ha cosce sulle quali vorrei che i miei morsi lasciassero impercettibili segni. Pelle dolce. Morbida. Ha una schiena che vorrei vedere tutta nuda, per me.

La giro, facendole seguire il mio bacino. Lei non è più in grado di distinguere il bene e il male. Questo lo ho già visto. E’ merito mio.

Sento il respiro tornare irregolare, mi inginocchio per assaggiare il suo sapore. La resistenza è debole, come la sua voce. Il desiderio enorme la riprende, subito come corrente di un fiume troppo pericoloso.

E’ qui che è successo. Per la prima volta. E’ qui, che ho riconosciuto cosa stesse succedendo. E mi sono fermato. Non mi sono fermato, per davvero. Ho seguito il suo desiderio spegnersi dietro alla mancata promessa di sentire il mio desiderio esploderle dentro. Ho seguito una fine anticipata, controllando la mia fame, controllando il mio desiderio infinito. Respirando profondamente, come fosse un sacrificio troppo grande per me.

Niente è troppo grande o difficile, davanti al suo bene.

Perché non vuoi? Per il tuo bene, mi sono sentito risponderle.

Cristo, ho pensato. Ma che cazzo stai dicendo? Ho visto la sua perdizione diventare confusione, poi lentamente ragione. E ho visto tutta la paura che avevo intuito.

Non lo ho fatto per questo. Mi capisci? Annuisce, mentre sento le mie mani cercarla ancora. E’ difficile, troppo difficile, per me. E allora mi riprendo uno dei suoi baci, come fossero una specie di magia che mi da forza.

Ho trovato nel suo prendermi, nel suo leccarmi, nel suo spogliarmi, nel suo seguire i miei movimenti, tutta la dolcezza che ho cercato per una vita. Ho trovato il desiderio, per la prima volta, accompagnato dalla purezza.

E davanti a questa cosa, mi sono dovuto fermare. Questa perfezione fatta di purezza e dolci, impercettibili, perdite di controllo, va difesa, come fosse un diamante.

Un unico diamante, puro.

Le ho guardato le gambe, mentre si rivestiva, osservando i tacchi, e sentendomi ancora spingere per averla. Ho dovuto, fisicamente, fermarmi. Ancora una volta.

Ho visto la sua confusione e tutta la sua paura. La confusione della mia fame, primordiale, e del mio aver fermato questa fame. Si era abbandonata alla mia mano, e la guardava stranita, come se questa mano avesse disatteso tutta la sua fiducia. E tutta la sua paura. Perché per la prima volta aveva davvero perso il controllo.

So fin troppo bene quanto possa fare male. Lo so di mio, ho delle cicatrici a ricordarmelo. E per te non voglio niente di tutto questo.

Lei non vede nulla di quello che sta succedendo. Come se davvero non mi vedesse, fossi fuori fuoco. Le sue mani mi cercano ancora. Nebbia, tutto intorno a noi due. E un caldo soffocante. Non è nebbia, ho gli occhi lucidi. Lacrime di gioia. Perché quello che ho fatto è stato il modo più intimo, forte, mio, di dirle ti amo.

Lei non capisce. Ma sa bene di essere stata, in qualche modo, salvata, dalla stessa mano che l’aveva trascinata in tutto questo. Fidati, per dio.

So che questo avrà delle conseguenze. Lo so da me. So anche che avrei potuto prendermi tutto. Ho riconosciuto anche l’istante in cui poterlo fare.

Mentre si riveste sento una lacrima scendere. La fermo. So che questo avrà delle conseguenze enormi, su di lei. Sulla sua purezza.

So che questo, potrebbe voler dire, addio. Lo so bene. So che questo, tutto questo, potrebbe essere il nostro ultimo incontro.

Tutta la mia vita torna in un vortice. Esco, per il caldo, per il vortice, per nascondere una lacrima, respirando aria fresca. So che tutto questo potrebbe significare un addio. E’ un rischio che non avrei mai corso. E’ il rischio più bello che mi sono preso nella mia vita, penso. Lo rifarei adesso. Penso. Non so cosa pensare, se non di aver detto, per la prima volta nella mia vita, per davvero, dal profondo, con la pancia, con il cuore, con la testa, con le mani, ti amo. Di averlo detto in un modo così definitivo che questa cosa resterà su di me. Come un marchio. Di cui, volente o nolente, non mi libererò. Rido, con lei, di lei, di noi, di me. Lo faccio per aiutarla a uscire, scivolando, da tutto questo. Rido di un leone, forse, diventato vegetariano. So benissimo da me che non è così. E so anche benissimo cosa ho fatto. E so anche benissimo di aver bisogno della sua carne, già adesso, ancora. Per saziarmi. So di aver bisogno della sua carne e solo della sua. Ricordo il suo sapore come avessi ancora le labbra appoggiate sulla sua pelle, ricordo il suo desiderio come se la mia mano fosse ancora li. E non lo dimenticherò mai. Sarò sazio solo di questo. Di cui, per la prima volta nella mia vita, ho deciso di non saziarmi. Il sole, da una finestra, ci ricorda del giorno, e di tutte le sue maledette cose. Meglio così, penso. Rischiando di non averla più per me. Sapendo di volere solo lei, esco accompagnandola con la mano. La stessa mano che l’aveva invitata ad entrare. La stessa mano che terrà il suo odore addosso.

Come un marchio.

Le Ali

Ricordo di essere già stato qui. E’ un déjà-vu. Sono tutti uguali questi posti, e la mia vita è fatta di questi posti. Riconosco i bicchieri, l’acqua, le sedie, e il vuoto sconfortante di questi posti, quando sono vuoti. Sembrano cimiteri abbandonati, non stanze d’albergo. C’è un sole invitante. Invita a non credere più nel passare delle stagioni. Mi siedo davanti a lei. Lei è venuta a cercare risposte. Io ho lasciato che trovasse le risposte che voleva cercare. Io sono venuto perché la risposta la conosco già. E non mi faccio la domanda. Ha un modo molto caldo di ridere di me, come se finalmente ridesse per davvero. Io faccio di tutto, per farla ridere. Io spero solo di poterti vedere ridere per sempre, penso. Ma non lo dico. Si sente sempre, in un certo qual modo, colpevole quando le ricordo del mio volerla accanto per sempre. Il nostro parlare è una danza, un tango in cui lei guida il mio passo, roteando tra discorsi più o meno difficili. Non usiamo il condizionale, sappiamo di non potercelo permettere. Lo sa lei, che usa il presente, come a ricordarsi di esserci per davvero, come a pregarsi di non pensare troppo a domani. Si avvicina. Come se lo sapessi da un tempo infinito, so che quando fa così, vuole sentirsi protetta. Come se le mie braccia potessero davvero racchiuderla e proteggerla. Lo fanno, in fondo. Con tutta la mia forza. Ho imparato, quando è così, ad aspettare che sia lei ad uscire dai suoi pensieri. A volte sono soffici, come marshmellow, colorati e dolci. Pensieri sospesi. A volte, invece, fanno paura. Lei si butta sul mio petto in ogni caso. Sente il cuore. E’ il ritmo che ha deciso lei. Lei lo sa. Lei sa molto più di quanto immagini. Ascolta la musica, uscire da chissà dove, e si lascia cullare.

Sono questi i tempi in cui mi permetto di annusare il suo profumo e pensare a cosa senta io. Ogni volta che siamo così io mi sento a casa. Per quanto possa essere lontana, per quanto possa essere distante, questa è la mia casa. So di non poterle dire nulla di quello che sto pensando. Sono i suoi pensieri, al presente, ad avere la precedenza. Adoro accorgermi di queste cose. E’ come fosse una antica galanteria, lasciarla pensare per prima. Respira lenta, come se si stesse addormentando. Sento il tessuto ispido della sua gonna. Penso a quanta sia la sua bellezza, anche nello scegliere i dettagli per me, come il suo maglione. Lo attraverso, come se stessi suonando un arpa. Lei continua a respirare. Ascoltando una canzone dolcissima. Di questi momenti è fatto il paradiso, sta pensando. Lo so, non so come sia possibile, ma so esattamente cosa sta pensando. Mi trovo a sfiorarle la schiena, come fossi a toccare una nuvola. Mi ritrovo a pensare che potrei, vorrei, stare per ore così.

Mi viene al naso l’odore dei limoni, della lavanda, della salsedine, del mare, degli ulivi e dei pini marittimi. Vedo noi. Vedo la nostra vecchiaia, come fosse, finalmente, un riposo. Un pensiero piacevole, accarezzo la sua schiena come se accarezzassi l’acqua, fredda per le correnti, trasparente. Annuso tra i suoi capelli, per sentire gli odori del mare. Ha un profumo tutto suo. Una strana poesia di frutta. Il mio naso, adesso, lo sa trovare. E nei suoi capelli, lo ritrovo insieme alla sua testa, che accarezzo. E’ la testa che vorrei sul petto, al mattino. E sulle gambe, al tramonto.

Hai mai nuotato di notte? Accarezzo questa schiena senza vederla, come quando nuoto di notte, senza vedere nulla. Eppure so di essere tranquillo.

Dimentichiamo, quando siamo così, il tempo. Lei è entrata nella mia vita, prendendosi fin da subito, questo suo modo di nascondersi dal mondo. Come le fosse dovuto. Io, sorridendone, osservandola, la ho lasciata fare. Perché, senza saperlo, ho trovato perfetto questo suo dolce modo di dirmi si. Le vorrei dire una cosa. Una dichiarazione, d’amore. Inutile come una conferma di qualcosa che lei sa già e di cui, per un momento della sua vita, non ha paura. Allora mi trovo a scriverlo, su un foglio di carta enorme, come fosse enorme la cosa da scrivere. Ti amo. Le scrivo. Lo sento ripetere, a bassa voce, mentre torno ad abbracciarla. Prendi tutti i pezzi di me che conosci, prendi tutto, salvami. Lo puoi fare. Mi ero dimenticato cosa volesse dire essere vivo. Prendi tutti questi pezzi, amore. Non dico nulla. E’ inutile, davvero. Abbracciarla, sentirla così vicina, è come poter abbracciare tutto un cielo, sentire le stelle caderti addosso, mi ero dimenticato di questa cosa, di questo caldo nelle vene, di questi silenzi, di questo io mi ero dimenticato. Non dico nulla. Le stringo le scapole, come fossero ali. Non volare via, le dico. Lei respira calma, profonda, sul mio petto. Non ho paura di questo, ma non mi ricordavo esattamente fosse così. Ho imparato a tenerla a me, per dirle di non andare via, come fossi io e solo io, il posto dove tornare. Tu sei tutto, le dico, abbracciandola. Non parla. Ha silenzi che le donne non hanno. Che sono una poesia dolcissima. Dicono molto, i suoi silenzi, come fossero parentesi in un discorso, le nostre vite, troppo complicato per essere interrotto davvero. A volte mi sento felice. E tu sei tutte quelle volte. Per questo senti il mio cuore correre, ma il mio respiro rallentare. Tu sei la pace di una canzone, sei il pianto di un bimbo appena nato, sei il rumore delle gocce di pioggia, sei tutte queste piccole perfezioni che la vita mi ha fatto trovare, come fossero piccole tracce per seguirti e arrivare a te.

Lei mi guarda. Lo fa spesso. Dentro quello sguardo, nel silenzio, lei appoggia le cose che non è mai riuscita a dire a nessuno. Ho il privilegio di essere il primo a sentirle. Per questo le dico sempre si. I suoi silenzi, insieme alle sue ali, mi fanno pensare che gli angeli siano davvero così. Rido di questo pensiero, perché è stupido da dire. Ascolto la mia voce ripeterle: ti amo. Mentre lei cerca, con un unico respiro, di tenere tutto il mio profumo solo per lei. E’ la sua gelosia. La sua vera gelosia è che questo profumo possa essere annusato da altre donne. Fragile, questa è la sua unica fragilità. Perché non capisce, gli angeli non capiscono, che è tutto suo da quando lei ha deciso di averlo. Non le dico nulla, anche se so esattamente cosa sta facendo. E le lascio prendere tutto il profumo che sta in un respiro. Per poi dirle: andiamo. Adesso che hai tutto il profumo, andiamo. Torna, se vuoi, a prenderlo ancora. Io, ne approfitterò per stringerti le ali.

Leccami tu, adesso (manuale sulle lettere d’amore) 

Tu lo sai che per scrivere lettere d’amore occorrono due cose? L’amore, innanzi tutto. Quello occorre per fare parecchie cose nella vita. Va come il sale, nelle cose della vita, l’amore. Meglio metterlo sempre. Poi, va da se, bisogna anche saperle scrivere. Una lettera, di per se, è un lavoro difficile per uno scrittore. Sono dialoghi senza una risposta, che resta immaginata per tutto il tempo, sospesa, senza trovar conferma. Una lettera d’amore è ancora più difficile, da scrivere. Leggere lettere d’amore, invece, è un mestiere stupendo. Anche senza essere il destinatario, a dirla tutta. Leggere dell’amore di altri è, se scritto bene, tanto bello quanto osservarlo dal vivo. Ti confesso una cosa, a te che sai tutto di me. Io non ho mai ricevuto una lettera d’amore. Bigliettini. Dediche. Citazioni. Mai una lettera d’amore. Lettere bellissime ne ho ricevute. Mai che finissero con una dichiarazione, una promessa, d’amore. 

Quasi cento anni fa, a guardare indietro sembra davvero siano cento anni, mi sono seduto a scrivere una lettera. Ovviamente d’amore. Ovviamente a una donna. Mi sembrava doveroso farlo. Sentivo il bisogno di esprimerle un concetto molto chiaro: hai le gambe più belle che io abbia mai visto, più lunghe, magre, perfette. E confluiscono, codeste gambe, in un culo che di suo potrebbe far cadere non solo uomini ma anche governi e intere nazioni ai tuoi piedi. Difatti confondevo il desiderio, comprensibile, di appropriarmi del sopra menzionato culo, con l’amore. Errori, ne converrai, di gioventù. Per due sere, fitte di sigarette e pessimo vino, ho provato ad articolare qualcosa che avesse un senso logico e che non fosse propriamente leggibile come: ambisco al tuo culo, ma tu puoi restare se vuoi. 

Alla terza sera, preso da un’incontrollabile voglia di rivedere lei, corredata del suo culo, ho lasciato perdere la lettera e mi sono spinto fino a casa sua. 

Per dovere di cronaca, fu quella la sera in cui ho imparato la differenza tra clitoridee e vaginali, spiegatami da una molto annoiata donna. Ma questo non c’entra. 

Da quel momento ho deciso di fare quello che mi viene meglio: leggere. Ho letto molto sull’argomento. No, non sulla differenza tra clitoridee e vaginali, a dire il vero anche su questo, sulle lettere d’amore. 

Ho scoperto un mondo, stupendo, un genere letterario, quello epistolare, e delle storie magnifiche. Carver, Miller, Napoleone, Marquez, Bukowsky, ma anche Picasso, Dalì. Ho scoperto come tutto scotti terribilmente in una lettera d’amore. L’inizio, che è fondamentale, il corpo centrale, dove la punteggiatura è critica, e il finale, che è come il caffè nei ristoranti, è il sapore che ti resta di tutta la cena. Deve essere perfetto.  Le lettere d’amore sono dardi infuocati, ci trovi passione, desiderio, futuro, infinito, paura, devozione. Ci trovi una storia in poche righe, la sua genesi, l’attesa, il suo epilogo. 

Faccio qui una lista di cose importanti su come si scriva una lettera d’amore:

1) scegliete bene il nome della vostra amata. Abbiate fantasia, ma che sia solo vostro. Abbiate fantasia davvero. Hemingway ha iniziato una lettera con “Gattina Cetriolina”. È tutto concesso in amore.  Io ne inizierei una così: Banana! 

2) le vere lettere d’amore non hanno inibizioni. L’amore vero non nega la passione, e la scrive a chiare lettere. Insomma, non scrivetele che fareste l’amore con lei. Quello lo sa già di suo. Scrivetele cosa le fareste. Siate sinceri, almeno in amore, per carità. Tanto non state scrivendo come lo fareste. Ma solo cosa. Ti spoglierei di fretta, perchè ho fretta di mangiare la tua pancia e leccare il tuo sapore. Too much? Allora lasciate perdere

3) Lasciate i problemi fuori dalle lettere d’amore. Fate che le vostre lettere siano quadri surrealisti. Per una volta nella vita, sognate, e fatelo per bene. Dipingete, per amore, un quadro con dentro quello che sentite e quello che volete. Fatene una cornice di desiderio, e basta. Ad esempio: nel mio sogno, tu nuda, se non per le scarpe grigie, ma non troppo grigie che mi hai descritto come grigie ma non troppo grigie che insomma non ho capito di che colore siano, sei mia. Ti tremano le labbra mentre ti divoro, e mi guardi farlo. Io, devi saperlo, non ci dormo la notte, al pensiero di sentirti venire. 

4) Non esageriamo con il soft core. Ovverosia, poi a un certo punto, di tutte queste ipnotrombate epostolari ci stufiamo tutti. Siate sinceri, ma poi riprendete in mano la questione. 

5) Preparate un finale che sia degno di essere letto, riletto, letto ancora, poi letto ancora. Fate della vostra lettera quello che volete, ma scrivetene il finale come se fosse davvero l’ultima cosa che potete dirle. Mai, con un semplice “ti amo”. Spiegatelo. Ti amo, si suppone, lo sa già. Il perchè, essendo donna, se lo sta chiedendo due o tre volte al giorno. È donna, non sa spiegarsi come sia possibile che la amiate. O meglio,sa farlo benissimo, ma adora sentirselo dire. Il finale è tutto. Vi auguro amori infiniti, ma dovesse finire, fate che il vostro finale della lettera le resti come un manifesto. Per la vita. 

6) adesso trovate un titolo alla lettera. Si fa alla fine, perchè viene meglio. 

7) Il punto sette è il più importante della lista. Ossigenate il cervello, decongestionando il cazzo, che all’immagine di lei con le sole scarpe è ancora preso durissimo. Prendetevi cinque minuti. Rileggete. Pensate a chi la state mandando. Fatelo. Ma sappiate che le parole scritte restano più a lungo di quelle dette. E non ammettono rattoppi o giustificazioni. Potreste, magari, non mandare questa lettera? La state mandando solo per amore? È un colpo di scena? Insomma, abbiate pietà di voi.

Io, ad esempio, ne butterei giù una così:

Leccami tu, adesso

Banana!,

ho ancora in testa l’immagine tua e delle tue scarpe di colore indefinito, mentre ti spoglio in tutta fretta, per mangiare di te e del tuo piacere. So che succederà. Succederà presto, il desiderio mi consuma, ma questo lo sai. Mi fa ridere pensarti, nuda, venuta, stanca, che mi guardi disperata e mi dici: e adesso?

Perchè sarà così. Il nostro è l’amore perfetto, perchè tu sei la mia perfetta fine e il mio splendido inizio. Nessuna donna è quello che tu sei per me. Sarà perfetto anche il nostro consumarci, nel fare l’amore, poi scopare, poi rifarlo, poi non capire più il confine tra le due cose e doverlo rifare. E alla fine di tutta la perfezione, sarai tu a dirmi: e adesso? 

Amore mio, ma puoi tu, così perfetta, fare una domanda così stupida? E adesso ci viviamo, perchè chiunque abbia anche solo avuto metà del nostro amore, è morto per un amore così. Vivendolo fino alla fine. 

Lo dobbiamo a Dio, al destino e alle nostre felicità, che si erano addormentate sul cuscino della vita, sotto le coperte dell’abitudine, e che abbiamo svegliato urlando di gioia. 

Prima. 

Poi urlando di piacere. 

Scusa se torno sull’argomento. Ma è nei tuoi baci che io mi sono ritrovato a pensare di averne avuto abbastanza. C’è tutto il mondo, in un tuo bacio. È un labirinto, dove prima di trovare l’uscita ti perdi in angoli di passione, di desiderio, di sogni che solo donne buone sanno fare. 

Scusa, amore, se sporco la tua anima con il mio passato, ma sei l’unica a cui voglio dare il mio futuro. 

Questo ti dico, quando sospirando ti dico: ti amo. Di te amo il tutto e il niente dei tuoi discorsi, il tuo corpo così piccolo e perfetto, i tuoi pensieri, la tua razionalità, o quello che ne rimane dopo che io la ho distrutta. La tua incrollabile voglia di cose nuove, le tue piccole abitudini, le tue sicurezze e le tue grandi voglie di cose così normali. Tu sei, ti dico ti amo per dirtelo, il punto d’arrivo degli uomini come me. E io sono, per tua fortuna, unico. Mi sazi, mi stanchi, mi riempi, mi tieni, mi rivolti, mi disordini, tutto guardandomi e basta. Ti chiedo un piccolo e stupido piacere personale, fallo per sempre. 

Ah, e per dio, adesso leccami tu. Fallo come se domani finisse il mondo.