Bilanci 

10 Nov

Mi sono fatto un promemoria, sei mesi fa, con scritto: “fai un bilancio”. 

Il telefono si è illuminato mentre correvo, nuvole di umido che escono dalla bocca, muscoli che fanno un male cane, corpo che risponde con un ragionevole ritardo. 

Non me lo scrivo spesso, di fare bilanci. Me lo ha insegnato un giovane professore del Politecnico, a cui voglio molto bene, per le cose che insegna. 

Mettiti un promemoria, ogni tanto, per fare un bilancio. 

Eccolo. 

Sei mesi fa ho aperto una società, in un bellissimo pomeriggio di sole, festeggiando il versamento di tutti i soldi che avevo sul conto in banca con una bottiglia di Prosecco insieme al mio socio. 

È una sensazione strana. 

Il mio socio non lo cambierei con niente al mondo. Il mio nuovo lavoro nemmeno. 

La mia nuova vita, a dirla tutta, nemmeno. 

Ho, tecnicamente, aperto una start up. Che è un termine molto figo per definire la cosa. In verità, il 70% delle start up fallisce nei primi 24 mesi. Ne sopravvivono davvero poche. Mi ci sono giocato i risparmi di una vita, la reputazione, e un sacco di tempo. Preferirei non fallire. Diciamo che non è nelle opzioni. 

Vengo da una famiglia che vede nel lavoro dipendente l’unico futuro sicuro. Quando ho annunciato che avrei aperto una società, a pranzo, l’entusiasmo della reazione è stato lo stesso che un uomo ha guardando un documentario sulle emorroidi. 

Peraltro le emorroidi colpiscono quasi il cinquanta per cento della popolazione adulta. Un documentario. ne desumo, è utile per molti. 

Comunque. 

Un bilancio si fa quando si vuole chiudere un argomento. 

Non posso fare bilanci. 

Guadagno meno di un terzo di quello che guadagnavo sei mesi fa. Lavoro una media di dodici ore al giorno. Guido una macchina senza sedili di pelle, senza tutti quei pulsanti magici, ho un ufficio che sembra un loculo. Avevo due splendide assistenti. Beh, splendide non propriamente, ma molto brave, presenti, materne. Ci ripenso ogni volta che non trovo l’acqua sulla scrivania, oppure due rametti di lavanda che Elena rubava dalla pianta all’ingresso. Dove sono ospite, si paga anche il caffè, cosa che io trovo barbara, per cui lo offro a tutti quelli che incontro, che finisce che di caffè spendo venti euro al giorno. 

Ma queste cose, io, le avevo messe in conto. 

Faccio una vita strana. 

Ho assunto due persone. Una bionda. Per dio, una bionda ci deve essere sempre. È bella e buona, nel senso che ha una bontà enorme. Mi guarda con diffidenza. Io la guardo con tenerezza. Ogni volta che la vedo, penso che le devo pagare lo stipendio. Prima avrei pensato alla strada più breve per raggiungerle le tette. Invece penso al modo più veloce per mantenerla. È come se mi fosse cambiato il punto di vista. 

Giusto stasera mi sono arrivate le casse dello stereo per l’ufficio. Non ho mobili, ma almeno ho la musica. Canto spesso. Mi prendono per pazzo.

In verità mi prendono per pazzo anche quando non canto. Ci sono abituato. 

Mi ricorda quando giravo per l’ufficio a Parigi, con gli sguardi di venti persone addosso. 

Molte volte mi fermo a pensare a quello che ho lasciato. Sorrido. Succede. 

Sono tornato a divertirmi un sacco. Lavoro divertendomi. Lavoro tantissimo. Pranzo due volte alla settimana e lavoro quattro notti alla settimana. Il tempo non mi spaventa. 

Aspetto, ovviamente, i risultati. 

Ho bevuto per festeggiare il primo successo, una bottiglia di Strangola Galli. Tengo, ovviamente, la bottiglia. Ricordi. 

Fai un bilancio. 

Non ho rinunciato a nulla di fondamentale nella mia vita. Leggo, surfo, vado in moto, curo le orme di mio figlio, mi occupo del mio amore, coltivandolo come un fiore nato da poco. 

Morissi domani, morirei felice. 

Di una felicità appena iniziata. Per questo non vorrei morire domani. 

Non vorrei nemmeno diventare quel genere d’uomo che fa bilanci dopo sei mesi.

Una sera, durante le vacanze di natale, voglio rimanere solo in ufficio. 

Come ho sempre fatto.

Slacciarmi la camicia. 

Aprire una bottiglia di vino. 

E bere alla mia salute. 

Altro che bilanci 

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