Lollipop (lista di cose da non scrivere in un racconto erotico)

22 Nov

Hey Bionda,

sono uno di quelli che le promesse prova in tutti i modi a mantenerle. Per di più le promesse alle bionde. E mi dispiacerebbe un sacco dover iniziare questo racconto con un “però”. Non è brutto, quando si inizia con un però? Rovina tutto, toglie poesia. Però, è la congiunzione che traduce il mettere le mani avanti del destino. Però, devo farlo.

C’è un però, difatti.

Però, io non ho mai scritto un racconto erotico.

Ecco.

Sarebbe, di fondo, la prima volta.

E io, con le prime volte, non sono proprio il migliore.

Ci sono uomini da prima volta, uomini che danno il meglio sul lungo, uomini da ultima volta, perfetti per un addio languido e scivoloso.

Io sono un uomo “dipende”. Dipende, davvero, da tutta una serie di cose.

Lo dico, così per chiarire. Facile per te, che scrivi, chiedermi di fare la stessa cosa.

Una volta, un’amica mi ha chiesto, lasciando che il vestito le scivolasse appena sulla spalla,

  • ma tu scrivi per scopare?

Ho lasciato che il vestito finisse la sua scivolata perfetta, appena fermato dal collo, che lasciasse intravedere un diamante appeso al collo, promessa di qualche amore eterno, i diamanti lo sono sempre, gli amori meno.

  • succede, anzi che a volte abbia scopato per scrivere

Lo so da me che non è una risposta. Oltre a non essere buono con le prime volte, non sono nemmeno tanto buono con le risposte, se le domande mi fanno riflettere.

Oggi è un giorno di Libeccio, te ne sarai accorta dal sole, dal cielo azzurro, dalla perfezione delle decorazioni di Natale che spuntano imbarazzate dentro un cielo di primavera. Il Libeccio fa questo effetto, quasi sempre. I miei amici, quelli veri, sono tutti andati ad approfittare del Libeccio. Delle mareggiate che il Libeccio non risparmia mai. Nei giorni di Libeccio, lo so perchè ho una discreta memoria, viene più facile dire la verità. Ricordo di mio di aver detto la verità, molte volte. E’ un mio difetto. E, quasi sempre, era di Libeccio.

Che uno scambia il freddo tagliente in faccia per il vento ignorante dell’inverno. Invece è Libeccio. Che uno scambia la verità per una battuta. Invece è la verità.

La verità è che io scrivo da sempre, da quando me lo ricordo, di quello che ho voglia. Vivo come scrivo. A volte fa male, agli altri.

Ho un problema, questo forse è la causa di tutto, con i particolari. Io vedo i particolari entrare nella scena, osservo tutto. I miei occhi, a volte, ballano veloci cercando dettagli. Per capire. Mi viene così, la vita.

E i dettagli, quando le carni si mischiano, sono quelli che restano più a lungo.

Per questo non sarei capace di inventare un racconto. Mi viene male, inventare. Mi arrivano dettagli, cose insignificanti, che bloccano tutto. E smetto di scrivere. Mi cadono le parole.

Io sono un cacciatore. Tutti gli uomini dicono di esserlo. Sono un cacciatore, per fame. Ho fame, una fame enorme.  Adoro appoggiare lo sguardo per quei secondi in più che lo rendono ingombrante. Adoro lasciar scivolare una frase discutibile alla fine di un discorso, per vedere il buon senso con le sue scarpe di cuoio e il vestito buono della domenica, scivolare e cadere. Adoro appoggiare la mia mano su una spalla, gesto fraterno, e poi accarezzare il braccio, per confondere. Adoro il desidero, mischiato con la lussuria. Lo cucini con l’attesa, mescolando la passione. Ho deciso di smettere di cacciare tutto, quando ho scoperto che agli uomini come me l’eccesso fa male. Allora lancio il sasso, gioco un po’, ma poi smetto. Il sapere di poterti avere, a volte, mi basta. La certezza del crollo di una donna, del suo destino, delle sue mani, a volte mi è sufficiente. Adoro osservare la gelosia ottusa di un fidanzato, fermando lo sguardo sulla scollatura che gli sta a fianco. E’ la sconfitta, la gelosia, più bruciante che si possa dare.

Però, poi arrivo io. Quello che sono davvero.

Ho un naso ingombrante, rotto due volte, niente di memorabile o eroico, una palla da basket e un pugno dritto dritto sul setto.

Il mio naso funziona male. E’ un naso sindacalista. Ci sono giornate intere in cui fa sciopero. Non sento gli odori, nemmeno i profumi.

Poi, magari, funziona troppo.

Una volta ho conosciuto una ragazza di una bellezza enorme. Annusandole il collo, rubandole un bacio, ho sentito un profumo inopportuno. Sarebbe stato quanto meno stupido continuare qualsiasi cosa, davanti a un profumo inopportuno. E mi sono fermato.

Una sera d’estate, ho rubato un pezzo di città, sedendomi su una panchina con una ragazza della quale saprei ritrovare il profumo ancora oggi. Slacciandole la camicia, ho pensato che non avrei mai voluto che quei fottuti bottoni finissero. Per noi, che avevamo rubato la città, prendendola per noi. Ho trovato un reggiseno, ho accarezzato la carne fredda, seguendo i contorni con un dito, come a voler vedere dove finissero davvero. E non mi sono fermato. Abbiamo fatto un gioco a complicarci la vita, scopando su una panchina, senza saperlo. Poi impari, dopo un po’. Sentivo il suo respiro, seguivo la sua ombra, sfioravo con il dito il suo seno. Senza sapere che mi avrebbe fatto male.

Una notte, l’elenco delle mie notti è lungo e molto vizioso, ho camminato tra le strade strette del centro, per finire in una casa, spoglia ma calda. Ho osservato la sua malizia nello spogliarsi, i suoi movimenti controllati. Un copione, ho pensato, che ha avuto molte prove, in cerca di una prima ufficiale che la portasse via da quel teatro, per poter finire sul palco dell’Amore. Ho deciso di godermi lo spettacolo. Ho lasciato che mi spogliasse, ho lasciato che mi leccasse. Ho lasciato che, come fosse naturale, si sdraiasse. Ho assaggiato la sua schiena, ascoltando la mia fame ingombrante crescere a dismisura. Ho assaggiato il suo sapore. Mi sono alzato, nudo nella penombra, e sono andato alla finestra. A fumare. Lasciando ad altri lo spettacolo di un sapore non buono.

Ho anche conosciuto la sensazione, incredibile, di essere apparentemente sazio. Sdraiato, sfinito, su lenzuola stropicciate, ascoltando la città correre fuori, respirando a fatica, mi sono detto: sei finito. Hai finito. Per poi sentire la sua mano tornare a cercarmi. E, alla fine, non era mica vero che ero sazio.

Non ci si sazia mangiando.

Ho scoperto questa cosa.

Mangiando, bulimico, e poi scappando, con sempre più fame.

 

Ho avuto donne molto diverse. Che, a un certo punto, è quasi meglio che avere molte donne diverse. Alcune mi hanno desiderato con una fame come la mia. Due. E li sono restato. Altre mi hanno voluto come avrebbero voluto un uomo qualsiasi. E, come un qualsiasi uomo, me ne sono andato.

I miei occhi hanno visto molto. Le mie mani hanno cercato il piacere, confortevole, di sentire la mia donna pronta per me. Le mie labbra hanno assaggiato il piacere, morso il resto, divorato, succhiato, baciato. Difficilmente, le mie labbra, si fermano. La mia pancia ha retto piccole rivoluzioni, urlate sommessamente, per non farsi sentire da nessuno. La mia schiena è stata graffiata. Fa male, se non è fatto per davvero.

Di queste cose, in effetti, potrei raccontarti. Ma sarei noioso.

Cerco la grande perfezione delle piccole imperfezioni, di quando davvero una donna si abbandona. In quelle piccole imperfezioni, io mi innamoro. Succede, so che succede. Ma è rarissimo.

Per questo, di fondo, ho una moto. Che nelle sue piccole imperfezioni, che conosco a memoria, mi perdo ogni volta.

Per questo, di fondo, ho bisogno del mare. Come se nuotando fino a non sentire le braccia, io potessi lavarmi di tutto il passato.

Ho un posto, sorprendentemente vicino alla città, dove ho sempre sognato di portare l’anima con cui voglio invecchiare. Osservando i nostri corpi consumarsi, e cercando la nostra bellezza dietro agli occhi, dentro all’anima. E’ uno scoglio, ci vado spesso. E’ che, fino a oggi, ci sono andato da solo.

Sta sospeso sul mare, davanti al fondo blu, vedi solo mare aperto, disordine, correnti, la città con il porto sul fondo a destra, a sinistra i pini marittimi che litigano con le rocce per trovarsi un piccolo posto nel paradiso. Se ti tuffi, fallo con attenzione, quasi a candela, per evitare le rocce, hai quasi quaranta metri di fondo subito tuoi. Il blu, che diventa nero, le razze, le orate, le meduse, i piccoli pesci disorientati, l’acqua gelida. Puoi nuotare in tutte le direzioni, non arrivi mai da nessuna parte. Poi, per forza, devi sempre tornare. Sullo scoglio.

Ci ho passato, qualche anno fa, un’intera estate, a rimediare ai miei casini. Ho un amico speciale, che al mattino mi portava focaccia e giornale, senza parlare. E tornava al pomeriggio, per nuotare con me. Poi, finiti dalla stanchezza, morti per la sete,  camminando per tornare,  parlavamo appena lo stretto indispensabile. Mi chiedeva:

  • ami ancora troppo?

Non rispondevo. Non ho ancora risposto. Bevevamo vino bianco gelato, fino al mattino. Poi tornavo allo scoglio. Venticinque giorni, così. La sera, con il vino, usavamo una chitarra, per non parlare. Ha fatto bene a tutti e due.  Mi è servito, parecchio, per capire. Su quello scoglio, una volta, mi sono seduto nudo. La roccia che pungeva il culo. Al tramonto. Tremavo di freddo. Per aver nuotato, fuori stagione, arrivando dritto dritto dall’ufficio. Quei profumi, una lista precisa di profumi, sono quelli che vado a cercare, quando la vita mi fa casino e rischio di rompere i delicati equilibri che gli altri costruiscono, chiamandoli “felicità”.

Sono quello che non ha mai avuto paura di spogliarsi. E nemmeno di rivestirsi in tutta fretta.

Non ho paura, non delle donne. Non ho paura di me. Adoro sentire i miei limiti crollare, svenuti. Adoro sentire il mio piacere esplodere, disordinatamente, inopportunamente. Mi piace quando a letto perdo. Nella guerra, lo sai, si possono perdere delle battaglie. Adoro farlo. Collassando e chiedendo pietà. Adoro l’imperfezione del mio desiderio, che davanti a un profumo sbagliato, scompare. Come adoro il contrario.

Ecco, questo te lo posso raccontare.

Una volta ho incontrato la Bellezza. Portava scarpe spagnole, con zeppe intrecciate. Ho lasciato che mi cullasse, per un’estate. Per poi incontrarla ancora. E innamorarmene perdutamente. Ho cercato, pensavo, quella Bellezza per tutto il mondo. Ora ne voglio assaggiare il piacere. Perchè sia mio. Così è stato. Scivolando, insieme ai vestiti, ai pensieri, e al rumore di fondo delle nostre vite, le mani seguivano precise le nostre fami, diverse, coincidere perfettamente. Ho preso le sue labbra insieme alle mie, ho seguito il suo respiro. Poi, dio mi abbia in gloria, mi sono fermato. Accarezzando il mio dolore, fisico, del piacere incompiuto. Lo ho fatto, lo rifarei, per proteggere tutta quella bellezza. Mia. Va da se che, nel pieno di una notte urbana, o di una noiosa riunione, o di una chiacchierata con un amico, mi torni tutto il suo sapore. Lo cercano, le mie labbra, sulle dita. Cerco il profumo, arricciando il naso. E sento il desiderio esplodermi. Una mattina ho trovato un divertente leccalecca. Di quelli colorati. E lo ho comprato. Lasciando che lei potesse trovarlo. Sentendo il formicolio dietro alle orecchie, un brivido leggero. Di tutta la mia fame, di tutto quello che un leccalecca può nascondere, poveri bambini cazzo. Lei, sottovoce, mi ha detto:

  • lo scarto? lo assaggio.

Io ci ho visto la mia fine, mi sono ascoltato mentre la fame mi cancellava quasi la ragione, mi sono fermato, per non prenderla, per non prendermi quelle labbra. Ho respirato, sorridendo. Non farlo, le ho detto. Per il mio bene, ho pensato. Scrivici sopra, mi ha detto lei ridendo. Lo farò, le ho detto. Anche se, di fondo, non vorrei più scrivere nulla della sua Bellezza, la vorrei per me, per un tempo in cui poterla avere nuda, seduta, morta di piacere, sfinita dalla mia pancia, dalle mie mani, dalle mie labbra. Per questo non ci scrivo sopra.Adoro di lei tutte le piccole imperfezioni, la distrazione di bambina, la malizia che mi viene a recuperare gelosa, la timidezza che mi appoggia uno sguardo sulle spalle.

Per questo, non posso scriverne.

Mi avete chiesto la stessa cosa, in modi diversi, e con intenzioni molto diverse. Avete chiesto a un leone di raccontare il momento preciso in cui le zanne affondano la carne, contando i respiri affannati del cervo. Che sapore ha? Come si muove? Cosa dice, perduto, il cervo?

Lo so. Lo sapevo perfettamente. Lo voglio imparare ancora. Come se non lo avessi mai sentito. Per questo non sono pronto a raccontarlo. Lo voglio. Solamente.

Ecco, per questo non posso mantenere la promessa di una bionda e il desiderio di una mora.

Però una lista, anche un po’ per rovinare tutta questa fottuta atmosfera sospesa, te la posso lasciare. Una lista dei rovinosi scivoloni, che in un racconto erotico difficilmente finirebbero.

Eccotela:

  • Di quella volta che, finalmente, dio, finalmente sei mia, e mentre lei mi spogliava sono venuto. Io ridevo. Lei decisamente meno. Non si è fatta più sentire.
  • Di quella volta in cui, penombra di una camera d’albergo, aspettando di sentirla morire, mi sono concentrato su una poesia di Neruda di cui non ricordavo il titolo. Ed è finita che, togliendomi, ho cercato su internet il titolo. (Ode al giorno felice, comunque. Una delle più belle poesie)
  • di quella volta in cui, con grande capacità ginnica, ho preso la situazione in mano, prendendola in braccio e spingendola contro la porta. Non ha aiutato essere stati chiusi in una stanza di un ristorante. Nemmeno il fatto che nella stanza a fianco ci fosse un matrimonio. Nemmeno il fatto che, alla fine, la porta era solo appoggiata.
  • Di quella volta in cui, seduti in macchina, ci siamo decisi a partire, in senso metaforico. E siamo partiti. Ed è partita anche la macchina. Lentamente. Verso un palo della luce. Abbiamo comunque, prima di tutto, finito quello che c’era da finire. La macchina era sua. Anche la dignità. Io ci avevo solo messo me stesso.
  • di quella volta in cui, troppa birra cazzo, troppa birra, ho sentito il mio braccio sinistro collassare, esausto, e sono caduto su di lei. Ruttando, per altro.
  • Di quella volta che, le scale di una cantina, il buio e il freddo, nel mentre del gesto atletico, ho fatto tre scalini con le ginocchia. Un dolore enorme, e la grande certezza del mio desiderio rimasto immutato. A conferma della forte propensione del mio cazzo a passare sopra ai dettagli come una sospetta frattura del menisco.
  • di quella volta, sul ponte di un traghetto, in cui, rotolandoci dentro a un sacco a pelo, abbiamo deciso di giocare. E mi sono tolto la maglietta, lanciandola. E le ho tolto la maglietta, lanciandola. Però, in mare. Poco male, dirai. Molto freddo, ti assicuro.

A presto. Vado, cullato dal sogno di un Lollipop, a godermi il tramonto di Libeccio.

 

 

 

 

4 Risposte to “Lollipop (lista di cose da non scrivere in un racconto erotico)”

  1. A. oppure B. oppure C. insomma come preferisci tu 22 novembre 2015 a 21:35 #

    Due donne a chiederti la stessa cosa.. per un motivo o per un altro.
    Sei un uomo fortunato direi.
    Quella della porta del ristorante che si apre mi ha fatto troppo ridere.
    Cmq hai ragione.
    Perché raccontare di Lollipop quando viverne sarebbe decisamente meglio?

    • Il Franz 22 novembre 2015 a 21:37 #

      Io dico una cosa… Sarebbe davvero il caso di raccontare cose dopo averle vissute… Quella della porta, Federica, non mi parla più… Peccato

    • Il Franz 22 novembre 2015 a 21:40 #

      Ah, dimenticavo… Io vivo di lei…

  2. Ross 22 novembre 2015 a 23:28 #

    Bello.
    Bello è vero.
    Infinito, tu lasci l’infinito.
    A volte vorrei conoscerti per davvero.
    Per capire se sei vero

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: