Il fattore terra

14 Nov

Mi piace un sacco una definizione delle differenze tra rugby e calcio, credo di Paolini, che sono come la prima e la seconda guerra mondiale.

La seconda guerra mondiale è stata una guerra di operazioni trionfali, annunciate, sbandierate, spesso fallite, di blitz, di mordi e fuggi, di colossali manovre di accerchiamento. Il calcio è un blitz, un colpo di genio del singolo, con la squadra quasi a seguirlo per forza. Il calcio è, ne converrete, poco armonico. E’ un assolo. Un coro di solisti.

Il fattore decisivo della prima guerra mondiale è stato il fattore terra. La prima guerra mondiale si è combattuta, tutta, sulla terra, in trincea. Guadagnando metri. Si avanza tutti, dalla trincea, o si muore tutti. La fottuta fanteria. Che è un corpo leggero, per manovre agili, fatto diventare pesante, per una lotta, al metro, al centimetro.

Il rugby è così.

Si avanza tutti, o non avanza nessuno.

Ci sono i ruoli, nel calcio. E un grande scarico di responsabilità. Insomma, se l’attacco non va bene, sarà mica colpa del portiere. Se la difesa buca, il fuoriclasse in attacco non ci può fare molto…

Non ci sono i ruoli, nel rugby. Sei magro, smilzo come me, fai l’ala, sei grosso, stai in centro. Ma tutti, tutti, si porta avanti la palla, oppure la si cerca di fermare.

Il rugby sembra molto stupido, ma è molto più difficile degli scacchi.

Per una semplice ragione: il fattore terra è fondamentale.

La terra nel rugby è sul campo, ti entra sotto pelle, facendo tante cicatrici, nei capelli, in gola.

La terra è il posto dove passi più tempo, nel rugby. Per forza di cose sei sempre per terra.

Fa male, a volte.

Ma lo fai.

Nel rugby ti devi preoccupare anche dei tuoi compagni, perchè se resti solo, lo dicono i numeri, sei spacciato.

Hai bisogno della tua squadra, e nella tua squadra servono tutti.

Io il fattore terra lo conosco molto bene. Talmente bene da non essere capace di insegnarlo. Perchè lo do per scontato.

E di fondo, odio il calcio per questa ragione. Passi la palla e scappi. Aspetti che ti arrivi la palla.

No. Tu sei dietro alla palla,e tutti spingono. Come matti.

E’ dentro di me, questa cosa.

Ma, per la prima volta nella mia vita, mi sono dimenticato di spiegarla.

Mi sono ritrovato in un Apple Store, alle nove della mattina. Sono comode le sedie di legno, sterili come quelle dell’ospedale, per pensare.

Mi sono trovato talmente bene da aver deciso di passarci tutta la mattina.

Pensando al fattore terra.

Io ho amici che non mi lascerebbero mai indietro.

Per il fattore terra. La palla si porta avanti insieme.

Io, di fondo, non ti lascerei mai indietro, per il fattore terra.

Perchè in meta ci andiamo insieme. Oppure non ci arriviamo, ma avendoci provato in due.

Io, è questo che non capisci, tu che leggi, non ho mai lasciato indietro nessuno.

Non posso farlo.

Le regole del gioco non me lo permettono.

E’ solo che una squadra ha bisogno di tempo per capire come rispondere, come passare, come giocare al meglio.

E mi sono dimenticato di dare alla mia nuova squadra il tempo.

Un errore imperdonabile.

Un’altra cosa mi hanno insegnato, i giocatori con i nasi rotti e i lividi sulle mani: che non esiste sconfitta.

Si può perdere, e si riparte.

E, a dire il vero, questo è quello che voglio fare.

Ho avuto squadre diverse, in passato.

Devo solo prendere il ritmo.

Eliminare i calciatori.

Che per forza di cose non capiscono. Sono due sport troppo diversi.

E prendere per mano la mia squadra e ripartire.

E lo farò.

Vincendo.

Questo, però, era scontato.

2 Risposte to “Il fattore terra”

  1. A. oppure B. oppure C. insomma come preferisci tu 15 novembre 2015 a 00:40 #

    Ok.
    È la stessa cosa che penso anch’io.
    Una squadra deve conoscersi e trovare ritmi ed equilibri.
    Per farlo non possono bastare due giorni.
    Sarebbe un rapporto basato sulla superficialità, il castello crollerebbe in poco tempo, al primo errore la squadra si darebbe addosso.
    Invece bisogna essere chiari. Sin da subito.
    Ammettere di non farcela e riprovare.
    Io ci riprovo.
    Se lo scenario è nuovo, ci si deve integrare.
    Ci vuole tempo e pazienza.
    E anche un po’ di tolleranza.

    • A. oppure B. oppure C. insomma come preferisci tu 15 novembre 2015 a 00:41 #

      .. e dimenticavo..
      Ci vuole amore per ciò che si fa.

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